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Dialoghi in corso. Il Liberale

Fonte: Internet

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Alessandro De Angelis  L’Huffpost

Anche per i giornali stranieri la narrazione del Berlusconi “moderato” sembra ormai finita. Ma la realtà è che il Cav non lo è mai stato

L’oscillazione è di quelle drastiche e repentine, come drastica e repentina era stata la “riabilitazione” di Silvio Berlusconi, come “moderato” e argine ai populisti nostrani. Anche i giornali stranieri hanno riscoperto la radicalità dell’ex premier, che su Macerata ha accuratamente evitato di prendere le distanze da Salvini. E che poi ha rilanciato, assecondando gli stessi umori del paese, la proposta di espellere 600mila immigrati. Così come aveva accuratamente evitato di chiedere un passo indietro ad Attilio Fontana, dopo il suo manifesto sulla “razza” da difendere. Allora l’episodio fu derubricato a uscita mal compresa. Oggi Macerata è un “gesto di un folle”, nell’ambito di un contesto in cui la “bomba” che scuote le fondamenta del paese non è il razzismo degli impresari della paura o una politica che usa le parole come pallottole, ma l’immigrazione.

Le pallottole sfondano la narrazione del “moderato” contro “l’estremista”, in questa competizione, tutta interna al centrodestra, a rappresentare meglio la radicalità degli umori del paese. Scrive il Financial Times: “Berlusconi hardens immigration stance after weekend shooting”. Stessa interpretazione sul Guardian o sul Times (Berlusconi: migrants rob bank and are social time bomb). Ecco, la riabilitazione si ferma a Macerata. E in questa riscoperta più che l’oscillazione di Berlusconi, in fondo sempre uguale a se stesso, c’è l’ambiguità e l’incertezza anche delle elite – vale tanto per quelle europee quanto per quelle nazionali – sul futuro del paese. Diciamo così: una certa mancanza di chiarezza su ciò che serve all’Italia, per cui riabilitazioni e condanne sono proiezioni dei propri auspici, tranne poi cambiare idea al primo incidente.

La verità, in questa storia, è che Berlusconi è, semplicemente, se stesso. E non è un caso che, nonostante la valanga di richieste, eviti accuratamente di concedere interviste ai giornali stranieri, convinto che possano arrivare solo ironie, giudizi da evitare, possibili incidenti diplomatici. Berlusconi è – e lo è con consapevolezza, sapendo di esserne l’interprete – un pezzo rilevante dell’anomalia italiana. Ovvero l’assenza, nel nostro paese, di una destra conservatrice e liberale. Un tipo di destra, di un partito della borghesia si sarebbe detto una volta, che, diversamente dagli altri paesi europei, in Italia non c’è mai stata. Perché non c’è mai stata una borghesia degna di questo nome, protagonista di una “rivoluzione” capace di coniugare mercato e democrazia. Abbiamo avuto, piuttosto, una borghesia compromissoria col potere, pronta in due giorni ad abbandonare Giolitti per scommettere su Mussolini e in altrettanto poco tempo a scaricare, anche con i propri giornali, gli agonizzanti partiti della prima Repubblica per appoggiare Berlusconi. E poi scaricare Berlusconi – ricordate il Fate presto del giornale di Confindustria? – per poi riabilitarlo come moderato dimenticando il default del 2011 perché ora è perno di ogni governo possibile, destra o larghe intese che siano.

Parliamoci chiaro. L’Italia è un paese strutturalmente di destra. E solo la Dc è riuscita nel capolavoro di dare una rappresentanza moderata all’enorme spessore conservatore, a tratti reazionario della società italiana, alle sue spinte autoritarie, alla sua tendenza al “particulare”, al suo egoismo sociale. Silvio Berlusconi questo ruolo non lo hai mai interpretato, concependo la sua stessa discesa in campo come una ricostruzione di un muro che la storia aveva fatto crollare. In Italia c’è stato il berlusconismo, non la destra liberale. Berlusconi, a voler ripercorrere il recente passato, ha fatto la scelta moderata di Monti, per poi scaricarlo come “servo della Merkel”, di Napolitano per poi urlare ai colpi di Stato, di considerare la grazia per poi marciare sulla procura di Milano, di salire sul palco con Salvini e poi Marchini. E, ancora: puntò, in modo esplicito, su Renzi e sul partito della Nazione, ai tempi in cui, in pieno declino, era a Cesano Boscone, per poi, fiutata l’aria di possibile vittoria, ri-suscitare una coalizione a la carte e puntare a vincere.

Ecco Macerata. Moderatismo ed estremismo, da sempre hanno convissuto a seconda dell’interesse (politico, economico, o giudiziario) del leader carismatico, che col suo carisma ha definito un campo politico e sociale largo: l’imprenditore del Nord, ma anche le masse dei pensionati, delle casalinghe e i lavoratori a bassa qualificazione, tutti con un’intensa esposizione televisiva. Non il blocco sociale della “rivoluzione liberale” ma l’Italia piccolo borghese con scarso senso dello Stato e della legalità, anti-comunista per abitudine, antipolitica finché non trova il politico amico. Questo blocco si è ridotto, Forza Italia non è più quella di una volta, ma è evidente che la destra politica italiana ha una sua forza e si sta spostando più a destra. E l’immigrazione è il terreno di questo spostamento. Basta vedere l’informazione dei tg Mediaset in questi giorni: una lunga sequenza di servizi di cronaca nera che, alla fine, ti alzi e scappi a dare due mandate di chiave per paura che un immigrato forzi la porta e ti entri in casa. Allarme. Paura da alimentare in questo processo di disgregazione sociale che si nutre anche della differenza etnica. Perché la paura porta il voto a destra, al suo messaggio viscerale e semplificato, di protezione sotto forma di muri da alzare. Oltre Macerata c’è l’ultradestra austriaca, più a Est c’è Orban. Se questo è il vento, l’interesse del momento spinge Berlusconi a spiegare le vele a in questa direzione. Senza scandalizzarsi, di fronte a un uso disinvolto di parole che dividono il paese in parti nemiche, alimentando odio, perché in fondo la legittimazione delle parole usate come pietre è iniziata vent’anni fa.

 

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