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Recanati, la storia. I CONIGLI D’ANGORA DELLA PRINCIPESSA ANTICI

Fonte Internet

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di GIAN LUIGI CARANCINI

Durante la seconda guerra mondiale a Recanati, come – immagino – nel resto dell’Italia, le due uniche risorse per confezionare capi di lana erano: o riuscire a scovare la lana delle pecore o il ricorrere al riciclo delle confezioni precedentemente acquistate prima dello scoppio del conflitto. Nel primo caso, gli indumenti ricavati dalla filatura della lana allo stato grezzo (priva, cioè, di qualsiasi lavorazione successiva alla semplice tosatura che ne eliminasse la ruvidezza naturale) venivano definiti, almeno nel linguaggio di noi bambini, ‘assai piccosi’, di fatto una sorta di cilicio al contatto con la nostra pelle infantile, soprattutto nel caso di ‘magliette della salute’ e di calzettoni (e l’inverno del ’44, di cui vi parlo, fu particolarmente rigoroso in tutta la penisola!).

E’ per questo motivo che si ricorreva, quando si poteva, alla seconda fonte di approvvigionamento precedentemente accennata: il recupero e il riciclo delle confezioni di lana acquistate prima dello scoppio della guerra, che venivano scovate e riesumate in soffitta, negli armadi e nei cassetti dei comò, conservate saggiamente fino a quel momento immerse in una buona dose di naftalina.

Ricordo le nostre donne di casa intente allo smontaggio dei vari capi di lana, da cui si ricavavano metri e metri di filo fittamente ondulato in quanto deformato dall’intreccio della maglia originale; ma resta soprattutto memorabile il carattere variopinto delle matasse e dei gomitoli, ottenuti dalla giuntura tra fili di lana di differenti colori.

Se nel caso dell’impiego della lana di pecora grezza spesso, per risparmiare sui costi, non si ricorreva alla tintura, preferendo lasciare il colore naturale della materia prima impiegata, era inevitabile che nel secondo caso, per dare unità a tutto quel filato riciclato multicolore, si dovesse ricorrere a bagni di tintura in grado di unificare l’inevitabile varietà cromatica delle matasse della lana recuperata.

In quel periodo tutte le cucine, almeno a Recanati che nella maggioranza dei casi conservavano ancora intatto il tradizionale allestimento con ‘fornacelle’ e camino centrale a cui era appeso il paiolo , erano diventate il fulcro dell’economia domestica, nello sviluppo di una produzione autarchica che andava dalla cottura in casa del pane al riciclaggio di ogni grasso residuo per la confezione di sapone con l’aggiunta di soda, alla trasformazione in carbone di parte della legna che alimentava il camino centrale, e che  sminuzzata e raffreddata istantaneamente mediante l’acqua del lavello – diventava carbonella da impiegare, una volta tornata asciutta, nelle fornacelle.

La riduzione della colorazione delle matasse ‘arcobaleno’ di lana in un’unica tinta omogenea era tra le attività primarie in cui risultava essenziale l’impiego del calderone del grande camino; ricordo che il colorante impiegato era prodotto dalla ditta Benelli ‘Super Iride’. I negozi di colori ne avevano una buona scorta prodotta in tempi antebellici; uno di questi negozi, un locale lungo e stretto, era gestito da un’inquilina di mia nonna Aida, la signora Giamberti, con ingresso dell’esercizio commerciale proprio di fronte alla chiesa di San Domenico, a ridosso di Piazza Leopardi, e a fianco del palazzo Passeri (tra parentesi, la signora Giamberti aveva un figlio sedicenne di nome Gigino, che in quel periodo si era dato alla macchia per non essere arruolato dai tedesci nelle file repubblichine, e ricompariva ogni tanto di notte per prendere rifornimenti in casa).

Un’intera scaffalatura del negozio della signora Giamberti era riservata alle tipiche scatolette di cartone a forma di parallelepipedo e della stesso colore della tinta custodita in tavolette al loro interno; il negozio risultò essere in quel periodo uno dei più frequentati di Recanati.

All’inizio vennero acquistati i colori più discreti, poi a mano a mano che le scorte diminuivano, tutta Recanati divenne più variopinta, poiché, avendo la guerra interrotto la produzione delle fabbriche specializzate, le scatolette di Super Iride rimaste nei negozi costringevano a scelte di colore più spregiudicate anche da parte di persone che in tempo di pace non si sarebbero mai immaginate di dover ricorrere ad indossare capi di vestiario dai colori tanto sgargianti ed improbabili.

Ma fu in quel momento che accadde qualcosa d’imprevedibile nell’economia di guerra di Recanati e che fu in grado di riportare il panorama ormai multicolore del vestiario dei recanatesi ad uno dei  colori meno chiassosi e tra i più sobri: il bianco.

Merito di questo ritorno graduale ad un cromatismo meno acceso nell’abbigliamento furono i conigli d’angora della principessa Julia Antici!

Già da tempo si andava vociferando per Recanati che la principessa, non si sa come, in alternativa all’impiego della lana di pecora, fosse riuscita a procurarsi alcuni conigli d’angora per poter disporre di una lana estremamente soffice in grado di lenire l’insopportabile ruvidezza di quella prodotta dagli ovini nostrani.

Il resto della storia è immaginabile, ed è tutta imperniata sulla proverbiale prolificità dei conigli: presto si favoleggiò che la principessa Antici avesse, nel suo bel giardino pieno di cedri del Libano contiguo al palazzo – raggiungibile con l’attraversamento di un ponticello -, numerose conigliere con più di trecento conigli d’angora; qualcuno azzardò adevocare la cifra di mille, qualcun altro arrivò addirittura a parlare di oltre tremila capi, ma era evidente che la notizia si fosse trasformata ormai in una leggenda metropolitana.

Certo è che il falegname Remo Balietti, padre dell’ultimo attuale discendente Giuseppe, avendo la bottega nel centro di Recanati, all’inizio di via Roma, di fronte al negozio di giocattoli di Altea (?) (questo è un inevitabile, se pur confuso, ricordo di me bambino di sei anni, costretto a costruirsi per lo più i giochi con carta e cartone!), era da sempre il fornitore di tutte le famiglie più importanti della cittadina, e in qualità di falegname ufficiale della real casa  degli Antici, si era trovato a costruire ultimamente e con ritmo crescente diverse conigliere da consegnare in tutta fretta alla rappresentante dell’illustre casato.

In seguito a questo dato di fatto, accadde che dalle conigliere di casa Antici cominciassero a staccarsi piccoli gruppi di conigli d’angora, e fu l’inizio di una diaspora ininterrotta e ad ondate successive di questi animaletti graziosissimi che,dalla nobile sede originale, finirono per diffondersi in un primo momento in tutti i giardini e cortili delle sole famiglie più in vista di Recanati.

Ma fu inevitabile che, a poco a poco, l’allevamento di conigli d’angora si propagasse tra gli strati sociali via via sempre più bassi, perdendo in questo modo il suo significato elitario originario, fino ad arrivare alle famiglie dei ceti meno abbienti, molte delle quali, fraintendendo il carattere primario dell’impiego dei conigli d’angora come fornitori di lana pregiata, li utilizzarono per uno scopo secondario ma più impellente: la gastronomia (detto in termini dialettali: ‘se li magnarono!’, poiché la fame in giro era tanta, e le carni pregiate, che sopravvivevano alle quotidiane razzie degli occupanti tedeschi, erano assai poche).

Presto, accanto al fenomeno della propagazione dei conigli d’angora per tutta Recanati, se ne affermò un altro: per molte donne adulte, ma anche adolescenti, fu l’occasione per apprendere o riscoprire finalmente l’arte della filatura, e scoppiò il boom della produzione di ‘filarelli’, strumenti di legno muniti di pedale, essenziali per trasformare i soffici fiocchi d’angora in gomitoli di filo candido. Quale evento personale, ricordo che per alcuni giorni io e mia sorella Maria Giulietta accompagnammo mia madre in una visita febbrile alle botteghe che, come funghi, erano sorte per produrre ‘filarelli’; la ricerca da parte di mia madre di questo attrezzo fu lunga ed oculata, e solo dopo molte verifiche si decise ad acquistarne uno che ella giudicò ben costruito ed efficiente.

Dimenticavo di dire che anche da noi, verso la fine dell’inverno, erano arrivati in dono da casa Antici una trentina di conigli d’angora, che vennero ospitati in una conigliera costruita a regola d’arte, in tutta fretta, dal già ricordato Remo Balietti.

Mia madre, prima di diventare una provetta filatrice, aveva presto imparato il lavoro di ‘spelatura’ dei conigli d’angora, ed insegnò a mia sorella questa attività per accorciare i ‘tempi di produzione’: altro compito affidato a mia sorella era la quotidiana pettinatura dei conigli con una spazzola speciale composta da sottili aghi di ferro.

Io mi ero, invece, autopromosso a veterinario, e ogni mattina tamburellavo il ventre dei vari esemplari per coglierne qualche anomalia che denunciasse uno dei malanni più diffuso tra i conigli: il blocco delle funzioni gastro-intestinali. Infatti i conigli, stipati negli spazi angusti della conigliera, vanno frequentemente soggetti a questo disturbo, che può portare spesso al decesso improvviso dell’animale: la cura ‘fai da te’ da me adottata (ma in realtà suggerita accortamente a tutti gli allevatori improvvisati della prima ora dalla stessa principessa Julia Antici) era togliere il coniglio malato dalla gabbia e farlo passeggiare liberamente per un giorno intero per consentirgli di rimettere in funzionele capacità digestive; fu così che si salvò il mio coniglietto preferito, Cirillino.

Fu quello anche il periodo in cui mio padre, tornato da Roma in occasione del Natale e subito impegnato nel Comitato di Liberazione Nazionale (ma questa è una storia che racconterò in un’altra occasione), procurò da qualche filanda dei dintorni una certa quantità di ‘bozzoli’ di baco da seta, che mia madre imparò a filare, e il cui filato spesso veniva da lei unito a quello della lana d’angora per confezionare golf da indossare nelle occasioni speciali.

L’attività della nostra famiglia relativa all’allevamento dei conigli d’angora terminò alla fine di luglio del 1944, quando tornammo finalmente a Roma ormai ‘liberata’ da quasi due mesi.

Conigli e conigliera furono donati ad Artemio Nina, un mezzadro che svolgeva anche funzioni di ‘famiglio’ di mia nonna Aida, in quanto conduttore del terreno più prossimo alla parte retrostante del palazzo Carancini (ex Galamini),la cui facciata dava (e dà) su piazza Leopardi.

Immagino, poiché non ho alcuna notizia certa in proposito, che Artemio e la sua famiglia (composta dalla moglie Memma e dai suoi figli Serena e Mario, quest’ultimo futuro e longevo direttore delle poste recanatesi: si favoleggia che la sua dedizione al lavoro lo portasse a volte a dormire nell’ufficio anche la notte!) abbiano trascurato la funzione primaria di fornitori di lana pregiata svolta fino a quel momento dai nostri conigli d’angora, e, ignorandone soprattutto l’origine per così dire, ‘nobiliare’, li abbiano impiegati in altro modo,  assai più prosaico.

Credo che questo sia stato il motivo principale perché presto, allo scoppio della pace, scemasse, fino a scomparire completamente, l’allevamento di conigli d’angora in tutto il territorio recanatese; nel contempo andò via via svanendo molta della solidarietà coltivata fino a quel momento tra tutte le illustri casate recanatesi che avevano dato vita per prime, in tempo di guerra, alla provvidenziale propagazione dell’allevamento massiccio dei conigli d’angora: molte di queste cosiddette ‘buone famiglie’ tornarono a vivere a Roma, dove erano use trascorrere la maggior parte dell’anno, e si persero di vista.

Certo è che per i conigli d’angora il ritorno della pace non risultò affatto una buona cosa.

 

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