di Raimondo Giustozzi
“Un tema che dà senso ad una vita, così Carlo Azeglio Ciampi ha voluto intitolare la rivisitazione di un proprio testo giovanile, sulla libertà religiosa come diritto fondamentale e inalienabile della persona. A rendere il tema appassionante per un giovane formatosi negli anni del fascismo e maturato attraverso la tragedia della guerra, al punto da farne, nel 1946, l’oggetto della propria tesi di laurea, ha certamente contribuito l’esser nato a Livorno, città portuale da sempre crogiuolo di mille diversità, di culture, di costumi, di tradizioni. Un luogo che aveva visto svilupparsi comunità religiose non cattoliche tra le maggiori del nostro paese. Ma anche le esperienze della guerra prima e della Resistenza poi hanno acuito la sensibilità verso i diritti ed acceso la passione civile. Attorno alla libertà religiosa nell’Assemblea costituente si svolse un dibattito dai toni aspri e laceranti che misero a repentaglio la nascita della giovane repubblica. A 60 anni dalla Costituzione, 80 anni dai Patti lateranensi e dalla nascita dello Stato della Città del Vaticano, giova rivisitare attraverso le parole del giovane Ciampi le radici culturali e politiche della laicità di quello Stato italiano di cui un giorno egli diverrà presidente” (Carlo Azeglio Ciampi, quarta pagina di copertina, in “La libertà delle minoranze religiose”, Il Mulino, Bologna, 2009).
La decisione di pubblicare la tesi di Laurea in Giurisprudenza, che Carlo Azeglio Ciampi sostenne presso l’Università di Pisa il 23 luglio del 1946 e superò brillantemente con centodieci e lode, venne presa al termine di una di “quelle conversazioni, che spesso sono la piacevole conclusione di un’ottima cena. Questo il prologo, scrive ancora Ciampi, l’epilogo è in questo volume. Esso vede la luce per la garbata, affettuosa pressione di Francesco Margiotta Broglio, nonché per la forza persuasiva e l’alto consiglio di Francesco Paolo Casavola. Il tema trattato nella tesi di laurea in giurisprudenza fu da me autonomamente scelto e sottoposto al relatore, il professore Costantino Jannaccone, che lo approvò senza richiedere alcuna modifica. Eravamo nel 1945. A distanza di tanti anni la decisione di misurarmi con un tema complesso come quello della libertà religiosa, con l’attrezzatura culturale di cui può disporre uno studente, ancorché già laureato in lettere classiche all’Università di Pisa e diplomato alla “Normale”, mi appare scelta temeraria, tuttavia non riuscii a sottrarmene, tanto erano i fattori che concorsero a rendermela pressoché obbligata” (Carlo Azeglio Ciampi, Un tema che dà senso a una vita, pag. 7, in “La libertà delle minoranze religiose” op.cit.).
Indice del libro
- Un tema che dà senso alla vita, Carlo Azeglio Ciampi, pp.7 – 10
- Carlo Azeglio Campi tra guerra e studi giuridici, di Francesco Margiotta Bruglio, pp. 13 – 46
- Ebrei e protestanti alla vigilia della Costituente. La specificità livornese, di G. Long, pp. 49 – 71
- La libertà delle minoranze religiose nel diritto ecclesiastico italiano (Tesi di Laurea, di. Carlo. Azeglio Ciampi). La tesi di laurea consta di una Introduzione, sei capitoli e una conclusione: Introduzione (pp.75-83), I Cenni storici della legislazione ecclesiastica italiana dalla Restaurazione ai Patti Lateranensi (pp. 85- 102), II Origine e caratteri del diritto ecclesiastico vigente (pp. 103- 107), III Religione dello Stato e libertà religiosa (pp. 109- 123), IV La libertà di discussione, di propaganda e di proselitismo (pp. 125- 134), V L’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche (pp. 135- 142), VI La tutela penale del sentimento religioso (pp. 143- 152), Conclusione (pp. 153- 159).
- Lo Stato tra confessione e laicità, di Francesco Paolo Casavola, pp. 167 – 175
I motivi, fondanti per la scelta della tesi sulla libertà delle minoranze religiose, furono quelli di luogo, di tempo e di natura personale: “L’essere nato a Livorno, fondata come città – asilo, l’avervi vissuto gli anni cruciali per lo sviluppo della personalità, vuol dire aver respirato l’aria di un luogo da sempre crogiolo di mille diversità: di storie, di culture, di costumi, di tradizioni. Di esse, non poche avevano radici nelle diversità di credo religioso. In una città di mare, poi, il porto è il simbolo stesso dell’apertura e dell’accoglienza; ne racchiude l’essenza più profonda, ne rappresenta l’anima. Se i luoghi mi disponevano naturaliter a riconoscere alla libertà religiosa il valore di un diritto fondamentale e inalienabile della persona, i tempi rendevano quel tema palpitante di passione civile. Esso investiva, di petto, scelte che avrebbero inciso nella ancor fragile democrazia” (C. A. Ciampi, Un tema che dà senso a una vita, pag. 8).
Su un piano personale poi, Carlo Azeglio Ciampi si riconosceva in pieno nelle posizioni di Piero Calamandrei. Non avvertiva insomma nessuna contraddizione tra il sentimento religioso al quale era stato educato in famiglia e a scuola nell’Istituto di istruzione superiore, retto dai Gesuiti, dove aveva frequentato l’intero ciclo del ginnasio – liceo, e la formazione laica vissuta negli anni della “Normale” di Pisa. Nei mesi trascorsi alla macchia, sui monti d’Abruzzo, protetto dalla popolazione locale, aveva incontrato di nuovo il prof. Guido Calogero, che aveva avuto come maestro alla Normale di Pisa. “Calogero, di formazione e convinzioni schiettamente laiche, politicamente di orientamento liberal – socialista, possedeva, a mio avviso, una visione altamente religiosa della vita. In lui il principio cristiano dell’amore verso il prossimo si inverava nel rispetto pieno, incondizionato dell’alterità, presupposto di ogni libertà, civile, politica e religiosa” (C. A. Ciampi, Un tema che dà senso a una vita, pag. 9).
Carlo Azeglio Ciampi nell’anno accademico 1940 – 1941 trascorre dei mesi a Lipsia, in Germania, per preparare la tesi di Laurea, sotto la guida di Augusto Mancini, docente di grammatica latina e greca nell’Università di Pisa, presidente del C.L.N. della Lucchesia. Conseguita la Laurea in filologia classica nella sezione estiva del 1941, decide di iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza. L’arruolamento nell’esercito italiano (11 luglio 1941), come allievo ufficiale presso il 9° Centro automobilistico di Pescara (maggio 1942), non gli permette di sostenere né a Firenze, né a Pisa, gli esami delle materie fondamentali, per quelle complementari gli erano stati convalidati quelli sostenuti a Lettere. Il percorso, che lo porterà a conseguire una seconda laurea, quella in Giurisprudenza, presso l’Università di Pisa, il 23 luglio del 1946, parte da lontano. I primi sette esami li sostiene presso l’Università di Bari, gli altri undici li sosterrà tra il 1945 e il 1946 in quella di Pisa. Ma è tempo di seguire le vicende di Carlo Azeglio Ciampi dall’8 settembre 1943 in poi.
L’armistizio del 7 settembre 1943 coglie Carlo Azeglio Ciampi proprio a Livorno dove, proveniente dall’Albania, era appena giunto per una breve licenza. Come tutti gli altri soldati del regio esercito vive il collasso dello Stato e lo smarrimento per l’assenza di ordini, ma trova subito nella propria coscienza la strada da percorrere. Decide all’istante di partire in treno per Roma con l’intenzione di raggiungere il proprio reparto in Albania. La città eterna è controllata dai tedeschi. In casa degli zii Masino, incontra un ufficiale, Pasquale Quaglione, che si sta dirigendo a Scanno, negli Abruzzi, per tentare di passare le linee e unirsi agli alleati. Salgono sul treno, una tradotta, controllata da pochi soldati tedeschi, che va a Pescara per caricare altri militi tedeschi e riportarli a Roma. D’accordo col macchinista, all’altezza della piccola stazione di Anversa degli Abruzzi, il convoglio rallenta e i due saltano dal treno in corsa. Nella piccola stazione, Ciampi ritrova un amico d’infanzia, Beniamino Sadun, di religione ebraica. I due, dopo un breve soggiorno presso la famiglia Quaglione, a Scanno, trovano rifugio nella soffitta della casa Piscitelli.
Carlo Azeglio Ciampi, proprio a Scanno ritrova anche il maestro della Normale di Pisa, il prof. Guido Calogero, confinato dal regime nel piccolo paesino abruzzese. Scanno pullula anche di tanti altri soldati sbandati. La popolazione locale li nasconde, li rifocilla, li difende come può. A ricordo di questa accoglienza, Carlo Azeglio Ciampi mette, come dedica al libro sopra ricordato, questa epigrafe: Al mare di Livorno, di cui sono figlio. Alle montagne d’Abruzzo che mi hanno adottato. Nel marzo 1944, assieme ai fratelli Oscar e Carlo Autiero, Ciampi si aggrega ad altri soldati sbandati ed ex prigionieri inglesi per raggiungere gli Anglo Americani dall’altra parte del fronte.
La partenza è fissata nella tarda serata del 23 marzo a Sulmona. Non lo seguono in questa traversata della Maiella né il prof. Guido Caologero, che rimane a Scanno, né l’amico ebreo Sadun, che non se la sente di lasciar sola la mamma. La traversata del massiccio abruzzese va a buon fine, nonostante la tormenta di neve. Il 26 marzo i fuggitivi raggiungono l’accantonamento anglo americano. Ciampi viene sospettato di essere una spia nemica, in quanto gli trovano addosso, tra i documenti, il passaporto che aveva utilizzato qualche anno prima per recarsi a Lipsia, quale studente di filologia. Superato l’equivoco, il 2 aprile 1944, in treno, via Termoli, raggiunge Bari, assegnato al IX Raggruppamento Autieri. Nella città pugliese fa i primi due importanti incontri, l’uno con Carlo Cavagna, l’altro con Fabrizio Canfora. Ciampi riesce a consegnare il manoscritto sul liberal – socialismo, affidatogli da Guido Calogero a Tommaso Fiore, storico, filologo e saggista. Nei giorni successivi incontra Giorgio Amendola, Giorgio Spini e altre importanti personalità della politica.
Risalita la penisola assieme agli eserciti alleati, Ciampi raggiunge Livorno, semidistrutta dai bombardamenti. La città di Pisa, scrive Luigi Russo, rettore della locale Università “giaceva inerte, spezzata, smozzicata, sgretolata, misteriosamente paurosa di mine e ordigni di guerra, fatta improvvisamente buia nelle sue spalancate macerie” (pag. 20). Nonostante tutto si rialza quasi subito. Nel corso degli anni di guerra, l’Università di Pisa era giunta ad avere oltre quattromila iscritti, risultando così il secondo ateneo, dopo quello di Roma, per numero di studenti. Il Senato accademico era quanto di migliore ci poteva essere per quei tempi di difficile transizione, soprattutto nell’immediato dopoguerra, tra il prima e il dopo: Enrico Molé, il nuovo Rettore, dopo Augusto Mancini, Carlo Alberto Biggini, ordinario di diritto costituzionale, Giacomo Perticone, Giovanni Miele, Luisa Riva Sanseverino, Costantino Jannaccone, ordinario di diritto ecclesiastico, il docente con cui Ciampi prepara la tesi di Laurea sulla libertà delle minoranze religiose.
Le minoranze religiose a Livorno sono state numerose e variegate nel corso della storia. “Il carattere di città portuale aveva prodotto una specie di tolleranza nei confronti dei mercanti stranieri, liberi di seguire le proprie tradizioni religiose. Stranieri in questo senso erano considerati innanzitutto gli ebrei. Con la convenzione di Ferdinando I del 1593, gli israeliti di Livorno e Pisa avevano avuto il privilegio, detto appunto della livornina, con vaste immunità civili e penali, che si estendevano anche all’esenzione dalla competenza inquisitoriale per i relapsi, per coloro che fossero ritornati all’ebraismo dopo una più o meno simulata conversione al cattolicesimo”. Il termine relapsi deriva dal latino relabo, is, relapsi, ere, significa ricadere, scivolare. Nelle prime comunità cristiane, con questo termine si indicavano quelli che dal cristianesimo erano scivolati nel paganesimo.
Pur con qualche limitazione nella pratica di culto: divieto di propaganda, revisione inquisitoriale dei libri sacri, possibilità di sottrazione ai genitori dei figli che volessero farsi cristiani, in sostanza gli ebrei livornesi avevano gli stessi diritti civili che spettavano agli altri cittadini. Un’altra norma favorevole per gli ebrei era quella chiamata con il termine ballottazione, cioè l’iscrizione alla comunità ebraica di uno straniero lo portava ad acquisire automaticamente la cittadinanza del granducato di Toscana. La cosa fu giudicata un “privilegio esorbitante”. La norma favorì la crescita esponenziale della comunità ebraica livornese, in quanto altri ebrei, provenienti da altre zone d’Italia, si trasferirono nella città portuale. La Convenzione di Ferdinando I del 1593, la livornina, anche se era rivolta formalmente solo agli israeliti, nel proemio parlava di uomini di tutte le religioni. In questo modo, con l’arrivo di mercanti, operai di religione protestante, nacque una piccola chiesa protestante. Il limite della libertà religiosa era posto nel divieto di edificare edifici di culto che assomigliassero a quelli della religione cattolica. Il tempio protestante edificato dalla comunità presbiteriana (mercanti olandesi, inglesi, francesi, inglesi) assomigliava all’esterno ad una normale casa di abitazione. Questo luogo di culto, danneggiato seriamente nel corso della seconda guerra mondiale, fu ricostruito dalla comunità valdese.
Al tempo di Carlo Azeglio Ciampi rimanevano due importanti minoranze religiose, quella ebraica e quella valdese, quest’ultima di lingua italiana che si affermò con il declino delle altre chiese. La chiesa ortodossa fu costituita con provvedimento del Granduca nel 1757. Nel periodo precedente e successivo alla seconda guerra mondiale non aveva un proprio archimandrita (pastore di anime), essendo unita a quella di Genova. Lo stesso destino ebbe anche la comunità anglicana di Livorno, che negli anni trenta risultava sprovvista di cura pastorale propria e affidata a cappellani itineranti” (Gianni Long, Ebrei e protestanti alla vigilia della Costituente. La Specificità livornese, pag. 49- 71, in “Carlo Azeglio Ciampi, La libertà delle minoranze religiose”, op.cit.).
Il tradizionale pluralismo religioso di Livorno si era quindi ridotto, nel 1945 – 1946, al rabbino della sinagoga e al pastore della chiesa valdese, con i quali il prof. Carlo Azeglio Ciampi, allora professore di Lettere al Liceo, ebbe dei contatti, per preparare la propria tesi di Laurea in Giurisprudenza. Alfredo Sabato Toaf era il rabbino. Durante gli anni trenta aveva costruito a Livorno il museo della comunità ebraica, di cui fu rabbino capo dal 1923 alla morte, avvenuta nel 1963. Rientrato in città dopo la persecuzione razziale, partecipò alla ricostituzione della stessa comunità e inaugurò il nuovo tempi ebraico livornese nel 1963. Elio Toaf, suo figlio, nato a Livorno nel 1915, è stato rabbino capo di Roma dal 1951 al 2002. Il pastore valdese di Livorno era, all’inizio della seconda guerra mondiale, Albert Ribet, discendente da Giovanni Ribetti. Se la minoranza religiosa ebraica chiedeva solo tolleranza, non era così per la chiesa valdese, fortemente polemista nei confronti della chiesa cattolica, in ricordo di tutta la persecuzione ricevuta dalla stessa, nel corso dei secoli. I Valdesi chiedevano che venisse abrogato l’articolo 1 dello Statuto Albertino, che dichiarava la religione cattolica religione di Stato. Tutte le religioni dovevano essere messe sullo stesso piano di parità giuridica. La legge sui culti ammessi, sancita dai Patti Lateranensi del 1929, contribuì sul momento a stabilire rapporti più sereni. Una conquista fu il riconoscimento del valore civile per i matrimoni celebrati nelle proprie minoranze religiose di appartenenza. Ai Pentecostali però non venne riconosciuto questo diritto. Si chiedeva che tale principio fosse dibattuto apertamente all’interno dell’Assemblea Costituente, che doveva preparare la nuova Costituzione Repubblicana.
Libertà religiosa, libertà di discussione, di propaganda e di proselitismo.
Quale sia il trattamento fatto nel nostro diritto ecclesiastico alle minoranze religiose, se esso, e quindi tutta la nostra legislazione, siano ispirati al principio della libertà è l’oggetto del presente lavoro, scrive ad introduzione della propria tesi di Laurea, il prof. Carl Azeglio Ciampi: la libertà delle minoranze religiose (Introduzione, pag. 75, in op.cit.). I rapporti tra lo Stato e i culti hanno sempre rappresentato uno degli aspetti più importanti nella storia dell’umanità. Prima però di chiedersi se esisteva in Italia la libertà delle minoranze religiose nei primi anni del dopoguerra, all’indomani dei lavori dell’Assemblea Costituente, è fondamentale chiedersi che cosa si debba intendere per libertà religiosa. Ogni uomo o donna ha la libertà di vivere nel proprio animo “una qualsiasi fede e credenza e ad essa elevare un perenne tempio nel profondo del proprio animo”. Tale libertà si identifica con la propria coscienza morale. “La libertà religiosa alla quale rivolgiamo il nostro esame è invece una libertà che può essere conculcata, negata, limitata, è una libertà che ha bisogno di una norma giuridica che la autorizzi e la tuteli. È insomma un concetto giuridico”, non filosofico (Ibidem, pag. 76). In questo modo il diritto deve prevedere, per tutte le confessioni religiose, anche quelle che sono minoranza, una normativa alla quale attenersi, attorno a una serie di principi: “Credere e adorare il proprio Dio, celebrare pubblicamente le proprie cerimonie, questo è già indirettamente propaganda, discutere liberamente ed esplicare attività rivolta direttamente, al fine di convincere il prossimo, e questo in pubblico e in privato, usando qualsiasi forma, purché onesta e corretta, di propaganda. In questo infatti consiste l’unico limite: l’attività propagandistica non deve essere di offesa alla morale e di pericolo all’ordinata vita dello Stato; libertà di propaganda e di proselitismo non significa libertà di offendere le altre religioni e credenze o di travisarne il contenuto, né dall’altra parte il ricorrere a mezzi, quali l’approfittare delle disagiate condizioni materiali per ottenere un’adesione del tutto formale” (Ibidem, pag. 78).
Riconosciuta la libertà delle minoranze religiose, ci si chiede anche se lo Stato debba trattare, su un piano di assoluta parità, tutti i vari culti esistenti nel suo territorio, per rispettare il principio della libertà religiosa. Negli anni passati – scrive Carlo Azeglio Ciampi, il problema ha dato luogo ad una polemica fra due illustri giuristi: Ruffini e Scaduto. Il primo sosteneva che “la completa uguaglianza non è indispensabile alla libertà religiosa; per una vera e propria libertà religiosa non occorre instaurare un regime di perfetta uguaglianza giuridica fra le varie Chiese” (Ibidem, pag. 79). Lo Scaduto rilevava invece che: “In materia di confessioni, e in genere di enti, ecclesiastici o laicali, il rapporto giuridico consiste nella proporzione legale fra loro e verso lo Stato, proporzione che razionalmente è uguale; perciò il fatto della superiorità di posizione giuridica della Chesa cattolica è una violazione del rapporto giuridico razionale che dovrebbe essere uguale per tutte le confessioni” (Ibidem, pag. 81). La parità dei culti non è un fondamento dello stato moderno, come lo è l’uguaglianza dei cittadini indipendentemente dalla loro professione religiosa, conclude Carlo Azeglio Ciampi.
Raimondo Giustozzi
Per una conoscenza di Carlo Azeglio Ciampi, rimando agli articoli pubblicati dallo Specchio:
Libri Paolo Peluffo, Carlo Azeglio Ciampi L’uomo e il presidente | LO SPECCHIO Magazine
Libri Carlo Azeglio Ciampi, da Livorno al Quirinale. Storia di un italiano. Conversazione con Arrigo Levi | LO SPECCHIO Magazine
Libri Carlo Azeglio Ciampi, Non è il paese che sognavo Taccuino laico per i 150 anni dell’Unità d’Italia Colloquio con Alberto Orioli | LO SPECCHIO Magazine
Libri Umberto Gentiloni Silveri: Contro scettici e disfattisti. Gli anni di Ciampi 1992 – 2006 | LO SPECCHIO Magazine
Libri Sul sentiero della Libertà Storie dall’Abruzzo tra guerra e resistenza | LO SPECCHIO Magazine
Viaggio in Italia. Visita di Carlo Azeglio Ciampi alla Regione Marche 19- 21 giugno 2000 | LO SPECCHIO Magazine