di Raimondo Giustozzi
“Il piccolo libro, che chi legge ha ora in mano, può essere presentato come una modesta difesa del pacifismo giuridico, cioè di quella forma di pacifismo che punta a valorizzare il ruolo del diritto e delle istituzioni, che viene ripensato rispetto al modo in cui siamo abituati a considerarlo. Quel che propongo è di spostare l’attenzione dal momento della forza e della coazione a quello del riconoscimento e della relazione. Dal momento patologico a quello fisiologico. In termini di teoria generale del diritto dalla norma secondaria alla norma primaria. Da ciò che si può fare dopo che il diritto è stato violato a ciò che si deve fare prima per evitare che esso venga violato” (Tommaso Greco, Critica della ragione bellica, pag. XV, Introduzione, Editori Laterza, 2025, Roma).
“L’idea su cui si regge questo libro, scrive l’autore nella introduzione, è che il diritto non è solo regolamentazione dell’uso della forza, e quindi una risposta legittima alla forza illegittima; esso è anche, se non innanzitutto, lo spazio del riconoscimento reciproco e lo strumento per far sì che su questo riconoscimento possano costruirsi le relazioni tra gli individui e gli stati” (Introduzione, pag.XIX).
Il saggio di 138 pagine, dopo una breve introduzione, Pensare la pace, si articola in sette capitoli:
- In principio è la pace
- Le vie del dritto
- Einstein sogna, ma non troppo
- Kant ha qualcosa da dirci
- Lungo i sentieri della democrazia
- Legami di pace
- Rispondere al male
Nota al testo e indice dei nomi completano l’opera, breve ma densa di orientamenti, in un tempo dominato dalla frase ricorrente “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. Non è vero, è vero proprio il contrario, sostiene l’autore: Se vuoi la pace, coltivala, difendila, custodiscila, mantienila. “Nella vita quotidiana, la regola è la pace e nella pace viviamo la maggior parte del tempo e realizziamo i passi avanti della scienza, della cultura, della politica. La guerra è una dannata eccezione. Il mito funesto della sovranità assoluta degli stati è il vero generatore della guerra: esso arma gli stati per la conquista dello spazio vitale, e da esso nascono persecuzioni e barriere di ogni tipo. Quello degli Stati Uniti d’Europa, nei quali potessero convergere direttamente i popoli europei nella loro unità, senza distinzione fra stato e stato, era, per Luigi Einaudi, futuro presidente della Repubblica italiana, l’unico ideale per cui valeva la pena di lavorare” (Ibidem, Introduzione, pag. XVII).
“Dobbiamo difenderci! Dobbiamo armarci per difendere la nostra democrazia, la nostra cultura, la nostra civiltà, la nostra pace. Negli ultimi mesi lo sentiamo ripetere continuamente, precipitando di nuovo nel clima forgiato dall’antico adagio «se vuoi la pace, prepara la guerra». E se invece iniziassimo a pensare la pace a partire dalla pace e non dalla guerra? Non è forse la guerra l’interruzione della pace?
Solo pochi anni fa, nessuno avrebbe potuto immaginare che ci saremmo ritrovati all’improvviso in un clima di guerra. Politici, intellettuali e giornalisti fanno a gara per trovare argomenti a favore del riarmo e per convincerci che dobbiamo riscoprire il nostro ‘spirito bellico’. In un mondo in cui il motto più ripetuto è «si vis pacem, para bellum» è diventato allora particolarmente urgente domandarsi se si possa pensare la pace a partire dalla pace e non dalla guerra. È possibile solo se mettiamo la pace al principio e non alla fine, così da impedire di giustificare in suo nome atti e comportamenti che la rendono sempre più precaria, se non addirittura irraggiungibile. Occorre ragionare sui mali del mondo, e sulla guerra in particolare, cambiando il nostro punto di vista e muovendo da un presupposto diverso rispetto a quello che ci vuole nemici gli uni degli altri. Perché è la guerra a essere l’interruzione della pace, e non viceversa. E perché non è affatto vero che la guerra appartenga alla ‘natura’ degli esseri umani. Occorre quindi contrastare la ‘narrazione’ che relega la pace nell”utopia o nell’ideale. Non c’è nulla di naturale nella guerra, e nemmeno nella pace. Ci sono solo le scelte che vengono compiute dai governanti e da chi li sostiene” (risvolto di copertina, prima pagina, op. cit.).
“In principio è la pace, non la guerra. Il suo mantenimento passa da vie che possono risultare faticose e che ci impongono di allontanarci da certe nostre radicate, ma spesso infondate convinzioni. Su questo terreno, che troppo frettolosamente e superficialmente consideriamo impraticabile, hanno molto da dire Gandhi e tutto il pensiero pacifista – penso a Capitini, oppure all’azione anch’essa profetica di Giorgio La Pira – pensiero che viene sempre ridotto a predica moraleggiante dai suoi avversari ma solo perché non si vuole prendere sul serio la radicalità della sua proposta teorica. Il pacifismo è innanzitutto una forma dell’antropologia positiva che crede nel legame originario tra soggetti, che sono prossimi anche se lontani, il mondo è diventato ormai quasi come una capocchia di spillo scrisse proprio Gandhi” (In principio è la pace, pp. 29- 30, op. cit.).
Perché la pace non resti solo un sogno, occorre percorrere le vie del diritto: pacifismo giuridico i cui più noti rappresentanti possono essere: E. Kant, per il passato, Norberto Bobbio per quanto riguarda il nostro presente, che distingue un pacifismo passivo dal pacifismo attivo. Il primo si fonda sull’assunto che l’avvento della pace è un fatto naturale. Il secondo crede che la pace non potrà essere che il prodotto di una libera e concorde volontà dell’uomo. Il pacifismo attivo rimanda poi ad altri tre tipi di pacifismo: strumentale, etico e istituzionale. Il pacifismo strumentale si limita a dare l’ostracismo agli strumenti che rendono possibili le conseguenze nefaste della guerra, e fanno della guerra un evento deprecabile. Si traduce nella politica del disarmo. Tuttavia, poiché “il gatto con le unghie tagliate” deve potersi difendere dal bambino che lo tormenta, bisogna essere consapevoli che le armi non sono solo strumenti di aggressione, ma qualche volta servono alla difesa attiva o alla dissuasione dalla aggressione altrui. La brutale guerra di aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina insegna. Non si può non stare con l’aggredito contro l’aggressore, aiutando il primo a difendersi (Le vie del diritto, pag. 34, op.cit.).
Il pacifismo istituzionale si presenta sotto due forme: il pacifismo giuridico, che pensa di costruire la pace attraveso il diritto e muove da una critica alla sovranità degli stati e il pacifismo sociale, che invece muove da una critica dello stato quale struttura di oppressione e ha come scopo la trasformazione degli assetti socio economici, come avviene nella tradizione marxista. La terza forma sulla quale Bobbio si sofferma è quella del pacifismo finalistico, che individua le cause della guerra nella natura umana e che cerca di incidere su questa, lavorando ad una sua trasformazione, che può portare ad una evoluzione di tipo morale (pacifismo etico – relgioso) oppure di tipo biologico e psicologico (pacifismo psicanalitico): Il problema della guerra e della pace per i primi è un problema di conversione, per i secondi, posto che sia solubile, di guarigione (ibidem, pag. 35).
“Una delle accuse che si fa sempre ai pacifisti è quelle di essere dei “profeti disarmati”. Certo, i pacifisti vogliono mettere da parte i cannoni, le bombe, le mine e tutto ciò che arreca morte e distruzione, ma non mettono da parte nessuno degli strumenti che possono servire per far sì che il diritto venga applicato e rispettato. Non è per nulla vero che rifiutare la guerra equivalga a criticare l’Occidente e i suoi valori liberal democratici, dal momento che equivale piuttosto a difenderli proprio in nome del nesso costitutivo tra democrazia e pace. Anzi, sono proprio coloro che impiegano in modo strumentale e in maniera selettiva i cosiddetti “valori occidentali” ad esserne spesso i più feroci avversari. Così come non è affatto vero che non fare la guerra contro un tiranno equivalga ipso facto ad essere suo alleato: “non fare la guerra”, infatti non equivale a “non lottare” contro un tiranno e le forme della lotta possono essere molteplici. Possono essere preventive, quando si può fare in modo che un autocrate non venga legittimato e reso più potente dalla fitta rete di relazioni internazionali intrattenute finché conviene, o finché non mette a rischio la nostra sicurezza; o quando si può dare un aiuto alla resistenza e all’opposizione interne invece di ignorarle.
“Volere la pace e lottare per la giustizia non sono necessariamente in contrasto. Nel suo manicheismo Giuseppe Prezzolini scriveva che “l’immagine della Giustizia è qualche cosa di attivo, di operativo, di dominatore, quella della Pace è un’immagine di abbandono e di riposo”. Ne traeva la conclusione che “un popolo veramente pacifico che abbia fatto proprio nel cuor suo il messaggio di Pace ad ogni costo non avrebbe nessuna difficoltà ad ottenere la Pace, purché si adatti a tutto quello che il nemico voglia da lui, come cessione di territori, tributi di denaro, omaggi servili e magari schiavitù di maschi e tratta di femmine”.
“Sembra di sentire coloro che spingono a continuare la guerra in Ucraina pur di “non cedere al tiranno”, perché, come direbbe ancora Prezzolini, si tratta ora, come sempre, di decidere tra fare la guerra per via della Giustizia o lasciare che la Giustizia sia violata per amore della Pace. Ma quello che si dimentica è che volere la pace non vuol dire affatto accettare qualunque condizione. Se è vero che a volere la pace bisogna essere in due, anche a volere la guerra bisogna essere in due, anzi più di due, perché, come diceva Hans Kelsen, la guerra è lo strumento di un ordinamento primitivo che ha tutta la comunità internazionale come soggetto di riferimento. Una comunità internazionale che volesse davvero cercare la pace, saprebbe certamente trovare il modo di mettere fine ad ogni singola guerra” (Rispondere al male, pp. 113- 118, op. cit.).
Questo è vero se si ripensa alla prima seduta delle Nazioni Unite (5 marzo 2022) durante la quale venne presentata la risoluzione di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina. Nella votazione, 5 stati, Russia, Bielorussia, Eritrea, Corea del Nord, Siria, non erano d’accordo nella risoluzione di condanna, 35 stati, tra i quali Cina e India, si astenevano nella risoluzione di condanna, 141 paesi membri votavano la risoluzione di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina. Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca si è caduti dalla padella alla brace. L’aggressione nei confronti di Zelensky nello studio ovale è stata un qualcosa di inaudito. Il “mago del Cremlino” nell’incontro avuto con Trump in Alaska voleva proprio questo: un riconoscimento della Russia come superpotenza mondiale dopo gli anni delle umiliazioni e dell’implosione dell’URSS (NDR).
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Tommaso Greco è professore ordinario di Filosofia del diritto nell’Università di Pisa, dove dirige il Centro Interdipartimentale di Bioetica, e direttore scientifico del Piccolo Festival della fiducia. Nel 2024 gli è stato assegnato il Premio Bartolo da Sassoferrato per le scienze giuridiche e politico – sociali, sezione “Pensare la pace”. Dirige la collana “Bobbiana” dell’editore Giappichelli e la rivista di storia della filosofia del diritto “Diacronia”. Tra le sue più recenti pubblicazioni: L’orizzonte del giurista. Saggi per una filosofia del diritto “aperta” (Giappichelli 2023). Per Laterza è autore di La legge della fiducia. Alle radici del diritto (2021), Premio Nazionale Letterario Pisa (2022 per la saggistica) e Curare il mondo con Simone Weil (2023).
Raimondo Giustozzi



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