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Trump e la lezione di Polonio. Ovvero: del metodo nella follia

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di Ottorino Cappelli

La sola lettura psicologica del discorso di Trump è fuorviante. Il presidente statunitense agita il caos, ma il trumpismo non è la proiezione di una mente malata bensì il prodotto più visibile di una trasformazione lunga e riconoscibile.

Nel secondo atto dell’Amleto, il ciambellano Polonio osserva il giovane principe parlare per enigmi, doppi sensi, paradossi che sembrano usciti da una mente in rovina. Eppure, dopo averlo ascoltato, mormora la frase proverbiale: «c’è del metodo in questa follia». Intuisce ciò che gli altri non vedono: Amleto finge la follia. La usa come linguaggio obliquo, maschera strategica per dire l’indicibile senza esporsi. È una comunicazione sghemba e perturbante, che destabilizza la Corte di Danimarca e incrina le certezze del pubblico. Caos in superficie, calcolo sotto.

Trump il folle
Con Donald Trump, molti commentatori sembrano ignorare la lezione di Polonio. Ogni volta che parla in un contesto simbolico — la Casa Bianca, l’Assemblea generale dell’ONU, Davos o perfino il suo social Truth — la reazione mediatica segue lo stesso copione. Si illuminano intemperanze, aggressività, disprezzo verso gli alleati; si collezionano lapsus, gaffe, insulti, errori storici, sgrammaticature, incoerenze. Poi arriva la scorciatoia: il disordine del linguaggio rivelerebbe quello della mente, e quindi della politica. Verdetto: Trump è fuori controllo, un “caso umano”.

È un quadro rassicurante perché semplice. Un fenomeno troppo grande per essere letto politicamente viene ridotto a un problema individuale, magari psichiatrico: declino cognitivo, narcisismo, megalomania. E poiché il problema sarebbe “l’uomo”, ecco la fantasia salvifica: basta rimuovere Trump. Le elezioni di midterm, un impeachment del Congresso, un avvicendamento forzato dall’interno. Che a Trump succederebbe JD Vance — cerniera con i plutocrati reazionari del tecno-capitalismo — non turba gli analisti: non potrà essere così folle.

Ma qui l’analisi si inceppa. Perché quel modo di parlare — scomposto, teatrale, farneticante — non esaurisce il fenomeno. E non lo spiega. La forma può sembrare improvvisata; la sostanza non lo è. Per capirlo bisogna immergersi nel lungo percorso del conservatorismo americano: Trump agita il caos, ma il trumpismo non è la proiezione di una mente malata. È il prodotto più visibile di una trasformazione lunga e riconoscibile.

Genealogie
Molto di ciò che i giornali registrano come “prove cliniche” appartiene in realtà a un codice retorico preciso: un linguaggio che semplifica, deforma, esaspera per marcare la distanza tra il parlare “corretto” delle élite e quello viscerale delle masse. L’iperbole non è declino cognitivo: è un marchio di autenticità populista. E mentre la stampa si ferma ai dettagli, svanisce la genealogia del trumpismo. Eppure Trump non improvvisa: ricompone.

Dentro la sua retorica confluiscono filoni diversi: il risentimento della provincia bianca raccolto dalla “maggioranza silenziosa” di Nixon; il patriottismo identitario di Reagan, che fuse populismo, deregulation e anticomunismo; l’antiglobalismo ante litteram di Ross Perot, il miliardario indipendente che per primo denunciò il “furto dei posti di lavoro americani”; il moralismo combattivo di Newt Gingrich, lo speaker che trasformò il Congresso in una macchina della guerra culturale; la mobilitazione degli evangelici orchestrata da Karl Rove, lo stratega elettorale di Bush jr.; la rivolta fiscale e antiburocratica del Tea Party, il movimento infiltratosi nel Partito Repubblicano negli anni 2000, che fu il precedente funzionale del movimento MAGA.

Il trumpismo è il punto in cui tutte queste esperienze si incontrano con un percorso intellettuale solido, sviluppato in quarant’anni da una costellazione di think tank conservatori. La Heritage Foundation ha fornito l’ossatura strategica: piegare lo Stato amministrativo all’autorità presidenziale. La Federalist Society ha costruito, con la dottrina dell’“esecutivo unitario”, la legittimazione giuridica di un presidente che controlla l’intera macchina statale. Il Claremont Institute ha teorizzato una “sovranità popolare” in chiave plebiscitaria.

Questo è il cantiere che ha preparato un nuovo modello di governo: un esecutivo forte, centralizzato, liberato dai contrappesi interni e dai vincoli internazionali. È il filo conduttore di Project 2025: 922 pagine, 400 autori, un programma per riorganizzare l’amministrazione, politicizzare gli organismi tecnici e riportare ogni leva dello Stato sotto il comando diretto del Presidente. Trump non l’ha inventato: lo incarna.

Lucida follia
Qui si vede quanto la lettura psicologica sia fuorviante. Quasi tutto ciò che appare “delirio” è la versione pop — brutale, grottesca — di un sottostrato teorico solido.

Quando Trump dice che “il solo limite alla mia autorità è la mia moralità”, traduce in parole povere la unitary executive theory. Quando minaccia di usare “tutti i poteri d’emergenza disponibili”, richiama una cultura giuridica che normalizza lo stato d’eccezione. Quando liquida l’Europa come “un parassita” o la NATO come “un cattivo affare”, parla la lingua ruvida di una linea America First che lo precede, sottotraccia, da anni. Quando promette di combattere la “dittatura giudiziaria” o le “toghe rosse” o di “ripulire Washington da èlite burocratiche che nessuno ha eletto”, riprende una guerra lunga decenni contro la judicial supremacy e lo Stato amministrativo.

Semmai, se c’è un tratto distintivo del trumpismo, è la militarizzazione dello scontro: l’uso di apparati coercitivi come infrastruttura politica, con l’ICE come embrione di guardia pretoriana che di fatto definirà il clima in cui si svolgeranno le elezioni di metà mandato. Lo Stato di polizia.

Davvero dunque sorprende Davos? Davvero Trump è un pazzo, un vecchio demente? A chi voglia conoscere la storia politica e intellettuale della destra americana, l’azione di Trump apparirà non come follia individuale ma come la strategia coerente di un gruppo dirigente rivoluzionario. La forma è caotica. La strategia — economica, istituzionale, ideologica — no. Ridurre tutto all’equilibrio mentale di Trump significa non vedere l’unica cosa che conta: il disegno politico che sta rivoluzionando l’America. E, con essa, il mondo.

Ottorino Cappelli

Ottorino Cappelli è docente di Politica comparata presso l’Università di Napoli L’Orientale.

Il suo ultimo libro, edito il 1 gennaio 2026 da Editoriale scientifica, è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono dove ci portano.

Sfoglia il libro qui: https://rivoluzioneamericana.it/

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