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Michele Alfredo Capriotti: giornalista, socialista, sindacalista riformista. Una vita spesa in difesa degli ultimi

Der-vierte-Standdi Raimondo Giustozzi

“La maggiore delle due fanciulle era da qualche mese amata da un giovane ingegnere di un paesello vicino, una intelligenza fervida in un temperamento ineguale, nato per la lotta, pieno il capo di ideali nuovi. Io avevo indotto mia sorella, diciassettenne, a interrogarsi profondamente innanzi di togliere ogni speranza al giovane. Ora, dopo un lungo periodo di incertezza, la fanciulla aveva dichiarato a nostro padre di ricambiare l’amore e di attendere che il fidanzato potesse consolidare la sua carriera per sposarlo; e poiché il babbo, in vista della dilazione, non aveva messo ostacoli, mostrandosi solo poco contento. I due si scrivevano, e la passione dell’uno diveniva affetto protettore, la simpatia dell’altra, devozione riconoscente, cementavasi un sentimento comune di stima per cui l’avvenire si delineava sempre più saldo ai loro occhi fiduciosi. Così nella casa rimasta a lungo senza luce, si insinuava per virtù d’amore un soffio di vita nuova. Allietandomene io favorivo quell’amore la cui fiamma pareva quella di un mio sogno appena abbozzato e non avverato. Il giovane che mia sorella amava s’era quell’inverno impegnato in una lotta che gli aveva alienato del tutto l’animo di mio padre: organizzava gli operai in fabbrica, li univa per la resistenza, il socialismo penetrava mercé sua, nel paese. La fidanzata era smarrita. Malgrado la contrarietà di mio marito invitai il giovane ingegnere in casa mia. Come luccicavano gli occhi della fanciulla, la prima volta che le feci trovare da me, senza preavviso, l’amato! Dal giovane fui informata con esattezza, del movimento che sollevava le masse lavoratrici di tutto il mondo e le opponeva formidabili di fronte alla classe cui appartenevo” (Sibilla Aleramo, Una donna, pag. 101- 102, Feltrinelli).

La sorella di cui parla Sibilla Aleramo, al secolo Rina Faccio, è Corinna Faccio (Vercelli 1879- Roma 1956). Sibilla Aleramo arriva a Portocivitanova nel luglio 1888 assieme al padre Ambrogio Faccio, alla mamma Ernestina Cottino, alle sorelle Corinna e Iolanda, al fratello Aldo. Ambrogio Faccio era stato chiamato dal marchese Claudio Sesto Ciccolini a dirigere la locale fabbrica di bottiglie, i cui capannoni con i due forni fusori si distribuivano nella vasta area dietro la stazione di Civitanova Marche, dove ora insiste l’ampio parcheggio.

Corinna Faccio si sposa civilmente con l’avvocato Michele Alfredo Capriotti alle 22,12 del 28 febbraio 1901 a Civitanova Alta, davanti al sindaco avv. Raffaele Papetti. Testimonio di nozze è Roberto Marmoni, amico e compagno di lotte di Capriotti. Capriotti ha 26 anni, si è da poco laureato in legge, mentre Corinna ha 21 anni, appena raggiunta la maggiore età. La relazione dei due giovani viene favorita da Sibilla Aleramo, già sposata a Ulderico Pierangeli, da cui ha un figlio, Walter Pierangeli. Nel romanzo Una donna, di cui ho citato un brano, Aleramo, con l’evidente intenzione di camuffare la realtà, per non avere grane con nessuno, fa di Michele Alfredo Capriotti l’ingegnere. In realtà è un giovane laureato in Giurisprudenza presso l’università di Macerata.

Michele Alfredo Capriotti (1874-1915), dopo una esperienza come pubblicista al “Don Chisciotte”, settimanale diretto alla classe colta e radicaleggiante della provincia maceratese, al giornale “La Provincia Maceratese” quando era ancora studente universitario, come sindacalista alla Camera del Lavoro di Macerata e di Portocivitanova, lascia le Marche, per trasferirsi a Parma come sindacalista presso la locale Camera del Lavoro, da qui spostava tutta la famiglia a Milano nel 27 Settembre 1909, dopo aver assunto il 29 gennaio dello stesso anno l’incarico di segretario amministrativo in prova della Società Umanitaria, istituto di beneficenza e cultura, fondato nel 1902 col lascito di circa 12 milioni di lire dal filantropo Prospero Moisé Loria, allo scopo di giovare alla educazione ed all’istruzione professionale dei meno abbienti. Ancora oggi l’Umanitaria è uno degli istituti più conosciuti nella città di Milano.

Il saggio dell’avvocato Roberto Gaetani, Un socialista vero, perciò dimenticato: Michele Alfredo Capriotti (1874- 1915), pubblicato in “Civitanova immagini e storie”, vol. 4, pp. 57- 99, dicembre 1994, Mosciano S. Angelo – TE), un testo di 42 pagine, con foto d’epoca, molte note e una ricca bibliografia, permette di capire in profondità la vita di Michele Alfredo Capriotti, la sua grande umanità, la sua prima attività come giornalista negli anni universitari, il suo impegno nel sindacato a difesa della classe operaia, più esposta alle angherie dei padroni, la sua fede nel socialismo riformista. L’onorevole Guido Albertelli, in occasione del funerale di Michele Alfredo Capriotti, pronunciò il discorso di commiato all’indirizzo del “dolce marchigiano, dalla parola fluente di fede nelle umane rivendicazioni, dal gesto misurato e sereno, dal suggerimento accorto, dal richiamo spesso garbato e qualche volta – se l’occasione lo esigeva – aspro alla osservanza delle leggi della correttezza, del rispetto, della misura, della giustizia per tutti”.

 

Michele Alfredo Capriotti: giornalista, sindacalista, socialista d’altri tempi

Capriotti nasce a Porto Civitanova il 26 gennaio 1874. Il papà Giovanni Capriotti e la mamma Maria Moscatelli sono entrambi di Offida, un paese in provincia di Ascoli Piceno. Sono commercianti, per questo qualificati “benestanti”. Michele Alfredo Capriotti frequenta il Liceo Classico, parte a Fermo e parte a Macerata, ma rimane ben presto orfano, prima del padre, poi della madre, negli anni in cui è studente universitario alla facoltà di Giurisprudenza di Macerata. La presenza di Capriotti a Civitanova si dipana nell’arco di tempo che va dal 1890 al 1902. Durante gli anni civitanovesi, per altro sono in parte quelli descritti da Sibilla Aleramo nel proprio romanzo autobiografico “Una donna”, Michele Alfredo Capriotti si segnala per la propria collaborazione, come giornalista corrispondente dalla cittadina adriatica, per il periodico romano “Don Chisciotte”, e per l’altro settimanale maceratese “Don Falcuccio”.

I suoi articoli, soprattutto quelli che hanno come bersaglio il marchese Paolo Ricci, deputato in Parlamento, nonché amministratore della città, sono polemici, ironici e alcuni anche violenti. Al deputato crispino, mellifluo, attaccato al potere perché appoggiato da altri nobilotti della Città Alta, dove era la sede del comune, Porto Civitanova ne era soltanto una frazione, rimprovera la mancanza di interventi verso la comunità del porto che si avviava a superare il centro posto in collina. Il comune non dimostrava nessun interesse verso la frazione che reclamava una propria autonomia. Nello schieramento tra progressisti e conservatori, sta dalla parte dei primi; è amico carissimo del dott. Francesco Pellegrini e avversario del dott. G. Natalucci, legato alla fazione dei conservatori.

Il giornalista si firma con gli pseudonimi più stravaganti: Knut, Gigi, Bruno del Chiento, in omaggio al nome del fiume locale, il Chienti, che ha la propria foce a Sud di Porto Civitanova. L’appartenenza al proprio credo socialista si fa più marcato quando diventa redattore responsabile del periodico “La Provincia Maceratese”, fondato assieme all’amico Domenico Spadoni. Il primo numero del periodico è del 13 febbraio 1895. La lotta politica contro il governo Crispi e indirettamente contro i suoi fiancheggiatori in provincia diventa sempre più accesa. Gli articoli si fanno più politici. Non mancano gli strali rivolti verso il dott. G. Natalucci, vicino a Paolo Ricci.

Il 15 agosto 1892 nasce a Genova il Partito Socialista Italiano che diventa il faro al quale si rivolgono tutti quelli che auspicano una maggiore giustizia sociale, in favore dei più deboli. Gli articoli di Michele Alfredo Capriotti diventano più duri e politicizzati. Il bersaglio dei suoi strali è sempre il deputato Paolo Ricci. In occasione delle elezioni, Capriotti descrive Paolo Ricci come” il più indegno dei rappresentanti della Nazione”. A Macerata, la parte radicale e socialista sostiene Nicola Barbato. La sfida si conclude con la vittoria di Paolo Rcci, appoggiato da una schiera di lacchè, intesi solo a difendere i propri interessi e del tutto ciechi verso il mondo operaio. Altro momento di lotta è quello per il rinnovo anticipato della Camera dei deputati. Celso Tebaldi, stimato amministratore della Tenuta Bonaparte, nella contesa elettorale con Paolo Ricci, perde solo per 110 voti andati al rivale Paolo Rcci. La frazione di Porto Civitanova, in continua crescita demografica, industriale e commerciale non vuole più sentir parlare di Paolo Ricci e dei suoi sodali.

 

Dal giornale al sindacato, alla Camera del lavoro di Macerata

Porto Civitanova, nel giro di pochi anni, supera Civitanova Alta, la città madre, sede del governo cittadino. La frazione chiede con insistenza l’autonomia. La morte dell’amico dott. Francesco Pellegrini getta nel dolore più profondo Michele Alfredo Capriotti, che fa tumulare la salma dell’amico nella propria tomba di famiglia. Lo scontro tra capitale e lavoro entra nel vivo delle battaglie politiche. A Porto Civitanova intanto, nel settembre del 1900, esplode un novo drammatico scontro sociale nella fabbrica delle bottiglie contro i modi sempre più autoritari dell’ingegnere Ambrogio Faccio. L’impresa vuole assumere trenta “allievi”, al fine di abbassare la tariffa complessiva delle retribuzioni aziendali. Gli operai non ci stanno e scendono in sciopero. Ambrogio Faccio si dimette da direttore della fabbrica. Capriotti, avendo sposato civilmente sua figlia Corinna, diventa, da genero, anche suo acerrimo rivale, appoggiando gli operai nella lotta. Il marchese Claudio Sesto Ciccolini, proprietario della fabbrica, chiama, a direttore della stessa, Ulderigo Pierangeli, il marito di Sibilla Aleramo.

Michele Alfredo Capriotti si rende conto che è giunto il tempo di dedicarsi e di spendersi nel Sindacato per garantire agli operai migliori condizioni di vita e paghe più adeguate. Si prodiga con l’amico Roberto Marmoni nell’attivazione delle leghe cittadine: Lega dei facchini, dei vetrai, dei lavoratori del mare, delle donne e lavoratori manuali della fabbrica delle bottiglie, tra le quali le impagliatrici che intrecciavano con giunchi le bottiglie e damigiane che uscivano dalla fabbrica. Queste trasformazioni in atto, che venivano dal basso, consigliavano Roberto Marmoni e Michele Alfredo Capriotti a creare un’istituzione di più largo respiro che coordinasse tutte le associazioni operaie presenti in provincia: La Camera del Lavoro di Macerata.

“Il 26 gennaio del 1902, nei locali della Società operaia di Macerata, si riuniscono in rappresentanza delle varie associazioni operaie provinciali, invitate a gettare le basi per la costituzione della Camera del lavoro, i seguenti organismi: La società operaia “Garibaldi” di Macerata, le cooperative per sarti, ottonai, pittori e decoratori, calzolai, carrozzai e muratori di Macerata, le cooperative di consumo, la Società operaia di Caldarola, la società operaia di Colmurano, la cooperativa muratori di Tolentino, la società operaia di Treja, la Lega dei contadini, la Lega tipografi di Macerata, la Lega pellettieri di Tolentino, la sezione bottigliai di Porto Civitanova. Viene eletto un comitato provvisorio nelle persone di Michele Alfredo Capriotti, Raffaele Carmagnini di Porto Civitanova, Pierdominici di Tolentino, Paccova di Caldarola, Bentivoglio, Pioppi, Fagioli e Mangini di Macerata. Michele Alfredo Capriotti viene nominato segretario provvsorio. Nella prima riunione del consiglio si esamina il problema dei disoccupati nella provincia, avvertendo anche la necessità di procedere ad un rilievo statistico del fenomeno” (Ibidem, pag. 76, op. cit).

La Camera del lavoro di Parma

Nel marzo del 1902, a soli due mesi dalla elezione a segretario della Camera del lavoro, lascia la carica perché chiamato a dirigere la Federazione delle Leghe di Argenta, per soli pochi mesi. Infatti nel giugno dello stesso anno viene chiamato a ricoprire il ruolo di segretario della Camera del lavoro a Parma. La Camera del lavoro della cittadina emiliana viene fondata il 28 maggio 1893 sul modello francese della Bourse du travail (Borsa del lavoro), questo rappresentava “Un netto salto di qualità rispetto all’esperienza delle preesistenti Società di mutuo soccorso, di ispirazione democratica, nelle quali si registrava una coesistenza tra lavoratori e moderati illuminati” (ibidem, pag. 78). Nell’agosto dello stesso anno, la Camera del lavoro di Parma contava 1.541 aderenti, che salivano a 1.774 nell’anno successivo. La politica era rigorosamente esclusa dall’istituzione, che dichiarava di operare nel campo della resistenza, del miglioramento e della cooperazione. Nella Bassa Padana, grazie all’impegno di Giovanni Faraboli, Biagio Riguzzi e di altri pionieri del riformismo parmense, nascevano ovunque società cooperative di consumo, di lavoro e di produzione.

Fin dall’inizio si manifestò quasi subito una certa diffidenza tra cooperative e sindacato anche in considerazione dell’atteggiamento da tenere verso il potere costituito. Tra i socialisti, i riformisti erano propensi ad una politica di non contrapposizione con le istituzioni, in cambio di un intervento dello stato nei lavori pubblici. L’atteggiamento cauto dei riformisti mirava a sollevare i lavoratori nei periodi della disoccupazione. I socialisti rivoluzionari non avevano nessuna remora se si trattava di arrivare ad uno scontro frontale con il governo che proteggeva sempre gli interessi dei padroni, latifondisti proprietari terrieri e industriali. Con il governo Crispi, nel 1894, socialisti e tutte le associazioni che si prefiggevano di sovvertire gli ordinamenti sociali, venivano messi al bando. Vengono sciolte circa venti associazioni. Il segretario della Camera del lavoro di Parma veniva condannato al domicilio coatto per tre anni, prima di riuscire a riparare in Svizzera.

La repressione del governo continua anche dopo le elezioni politiche del 1897, vinte dal “Blocco delle alleanze”, che spinse il primo ministro Antonio Di Rudinì verso una politica ancora più chiusa e autoritaria. L’apice della violenza istituzionale verso il movimento operaio viene raggiunto con le cannonate del generale Bava Beccaris nel 1898, a Milano, a Milano, verso la folla che era scesa in piazza per protestare contro il rialzo del prezzo del pane. Il 30 aprile dello stesso anno, a Parma, le donne del quartiere Oltretorrente, che protestavano per lo stesso motivo, alzarono le barricate per respingere le truppe regie che ricorsero all’uso delle armi. La protesta si allargò in tutti i luoghi della città e in altri centri della provincia. Anche i braccianti delle campagne entrarono in sciopero per conseguire migliori tariffe. L’amministrazione militare del generale Pelloux sciolse subito la Camera del lavoro che viene ricostituita nel 1900 per iniziativa dei socialisti. Si dotò anche di un proprio periodico “L’Idea”, che diventa ben presto la voce del riformismo parmense.

Nelle elezioni politiche del giugno 1900, socialisti, uniti ad altri gruppi democratici nel “Blocco contro la reazione”, ottennero un notevole successo. Veniva riconfermato deputato il prof. Agostino Berenini nel collegio di Borgo S. Donnino; a lui si univa l’ing. Guido Albertelli che risultava vincitore nel collegio di Parma Nord, togliendo il seggio ai conservatori. La ricostituita nuova Camera del lavoro riceveva intanto adesioni dalla campagna parmense, dove attecchiva, per merito del maestro elementare Italo Salsi, il movimento cooperativo. Nel luglio del 1900 si costituiva a Parma la federazione dei lavoratori della terra. L’incauto sciopero di Montechiarugolo, indetto dopo qualche settimana, portò alla chiusura della stessa.

La situazione del socialismo parmense incominciava intanto a logorarsi per le continue lotte interne, che contrapponevano gruppi a gruppi, con accesi personalismi. Si registrava col tempo la presenza di due aree distinte ed autonome: quella riformista, che faceva capo al settimanale “L’Idea”, i cui referenti erano l’onorevole Albertelli e Berenini, contrapposta al “Gruppo di propaganda”, guidato da Amerigo Onofri, che, schierato su posizioni di critica da sinistra verso la direzione nazionale del partito, viene espulso dallo stesso. Non riconoscendo valida l’espulsione comminata ai sui danni, Onofri fonda un nuovo periodico “La difesa”, in contrapposizione con “L’Idea”. Michele Alfredo Capriotti, quando raggiunge Parma, perché chiamato da fuori quale persona super partes, trova nella cittadina emiliana questa situazione di criticità diffusa (Ibidem, pag. 80).

Il giovane viene sottoposto subito alla prova del fuoco. Nel settembre del 1903 risulta essere il direttore del periodico “L’Idea”, riconoscendogli la massima libertà. Mette subito una pezza nella vicenda della Federazione dei lavoratori della terra, ricostruendola, dopo l’infelice sciopero di Montechiarugolo. La situazione nelle campagne parmensi stava diventando sempre più difficile. I proprietari terrieri si comportavano verso i contadini, mezzadri e braccianti come dei veri feudatari. Pur con tutte queste situazioni non facili, Capriotti, aiutato da Giovanni Faraboli che aveva fatto entrare nella Commissione esecutiva della Camera del lavoro, superava questo momento di crisi. Si arriva così al 1904, l’anno degli scioperi di Castelluzzo, Buggerru, Sestri Ponente, repressi con brutalità dall’intervento dell’esercito. Anche Parma cadde in questa spirale. L’ala massimalista del Partito Socialista spingeva per una manifestazione di forza contro il governo. Capriotti, da socialista riformista, subiva l’iniziativa, non l’appoggiava. La dirigenza del partito socialista parmense, in mano ai “sindacalisti rivoluzionari”, partigiani della “azione diretta” era sempre più influenzata dai frequenti contatti con Alceste De Ambris, coetaneo del Capriotti. Studente universitario a Parma, nel 1903 aveva assunto l’incarico di segretario della Camera del lavoro di Savona

Il contrasto tra socialisti riformisti e sindacalisti rivoluzionari nasceva dal fatto che i secondi, non avendo fiducia nel giolittismo e nella possibile compromissione del movimento dei lavoratori nella cauta politica di apertura promossa da Giolitti, dopo gli eccessi del Crispi, propugnavano una azione diretta contro la reazione borghese. Tutto questo quadro affatto sereno portò Capriotti, nel luglio del 1904, alla dimissione come segretario della Camera del lavoro. Candidato alle nuove elezioni politiche non venne eletto per soli 800 voti di scarto nei confronti del radicale Guerci. La contrapposizione tra socialisti riformisti e rivoluzionari portò alla sconfitta di entrambe le fazioni. Nemmeno Guido Albertelli riuscì ad essere rieletto. Capriotti, avendo vinto un pubblico concorso per il posto da segretario della Congregazione di carità, rassegna le dimissioni da segretario della Camera del Lavoro. Il Consiglio generale della Camera del lavoro di Parma accetta le dimissioni nella seduta del 5 febbraio 1904. Capriotti, prima di partire da Parma per altri incarichi redige una relazione dettagliata sui tre anni trascorsi come segretario dell’Istituzione: Camera del lavoro di Parma e provincia – Notizie e relazioni – 1902- 1905, in cui è possibile trarre un interessante quadro del tessuto organizzativo della struttura sindacale lasciata in eredità a chi lo sostituirà nel difficile compito (ibidem, pag. 82). Segretario della Camera del Lavoro di Parma sarà Alceste De Ambris, nato a Licciana Nardi, in provincia di Massa – Carrara, nella Lunigiana.

I sindacalisti rivoluzionari, prevalenti allora nel partito e nel sindacato, non condividevano le scelte dei riformisti in materia di trasformazione della società e sui modi di condurre le lotte sindacali. Il grande sciopero promosso dai sindacalisti rivoluzionari nella primavera – estate a Parma si risolse in un braccio di ferro tra agrari, lavoratori della terra e operai. A favore degli scioperanti si registrò una notevole solidarietà nazionale. Filippo Corridoni accorse in loro aiuto, ma la sorte dell’impari lotta era segnata. La Camera del lavoro fu occupata dall’esercito, i rivoltosi furono incriminati di correità in più omicidi mancati, organizzazione di insurrezione armata. Capriotti non prese direttamente parte allo sciopero. Dopo aver vinto il concorso a segretario della Congregazione di Carità di Parma, ambiva ad un altro lavoro. Il 13 ottobre del 1907 si era trasferito a Cesena con la propria famiglia: la moglie Corinna, i figli Luce, di 5 anni, Elio, di 2 anni, per assumere l’incarico di segretario nella locale Congregazione di Carità. Nell’arco dei due anni, tanto durò il soggiorno a Cesena, nacque il terzo figlio, Sigfrid. Da Cesena si traferisce a Milano, dopo aver assunto, il 29 gennaio 1909, l’incarico di segretario amministrativo in prova, addetto alla Segreteria generale della Società Umanitaria (ibidem, pp.83- 85).

La Società Umanitaria e il Teatro del Popolo a Milano

Il Consiglio direttivo dell’Umanitaria lo confermava definitivamente nell’incarico di segretario dell’istituzione il 24 luglio 1909. Il periodo milanese segna l’ultima fase nella vita di Capriotti. Sono 4 anni vissuti con grande dedizione per far crescere La Società Umanitaria. Sarà costretto alle dimissioni nel 1913 per motivi di salute. L’Umanitaria, è chiamata così dai milanesi, viene fondata nel 1902, come istituto di beneficenza e cultura, a seguito di un lascito di circa 12 milioni di lire dal filantropo Prospero Moisé Loria, che aveva fatto fortuna vendendo legname alle ferrovie egiziane, allo scopo, perseguito anche oggi, di giovare all’educazione e all’istruzione professionale dei meno abbienti, tutelandoli dalla disoccupazione e dal bisogno tramite anche la costruzione di case per lavoratori.

Michele Alfredo Capriotti, appena messo piede a Milano, cominciò fin da subito a battersi per la creazione di una “Casa del popolo” da parte dell’Umanitaria, per farne un centro di promozione della classe operaia. Si adoperò allo stesso modo per mettere in piedi il Teatro del popolo, allestendo spettacoli domenicali, dopo aver recuperato una grande officina meccanica dismessa a sede teatrale. L’iniziativa ebbe sempre il sostegno del Comune, della Camera del Lavro, della Cassa di Risparmio e dalla stampa cittadina. In un opuscolo dal titolo “Che cosa dovrebbe diventare il Teatro del Popolo”, chi scriveva, forse lo stesso Capriotti, faceva notare che “Il teatro del popolo, sorto a Milano accanto alle leghe di mestiere, alle cooperative di lavoro, alle scuole operaie maschili e femminili, è chiamato a portare un attimo di tregua alle lotte, alle pene quotidiane … Il teatro del popolo è sorto perché il popolo ha dimostrato di meritarlo … È una spesa per la civiltà perché il Teatro è opera di cultura, in quanto offre lo spettacolo della complessità della vita e rende più sereni e indulgenti, presenta le virtù e i difetti di tutti, d’ogni classe e condizione, ci rende men nemici gli uni degli altri” (ibidem, pp. 85- 86).

Sempre attento a lasciare per iscritto quanto si andava facendo, Capriotti stilava un volumetto dal titolo “La natura democratica dell’istituzione. Gli scopo come sono indicati nello Statuto e i criteri per attuarli. I mezzi, i criteri di attuazione”. Venivano anche indicate nello stesso documento le condizioni delle cassi operaie: il collocamento dei disoccupati, l’assistenza dei poveri, i servizi di emigrazione, l’insegnamento professionale per gli operai, l’attività per la cultura popolare, la cooperazione, l’assistenza, le iniziative per i lavoratori della terra, le case operaie, le case economiche per gli impiegati della Società Umanitaria, la Casa del popolo, il Teatro del popolo, il Museo sociale, le sezioni periferiche dell’Umanitaria (ibidem, pag. 87).

Tanta passione, abnegazione, garbo nei rapporti umani, professionalità, si scontrano in modo inesorabile con un male iniziato fin dal 1905, quando era ancora a Parma. Nel 1913, a soli 39 anni, è costretto a lasciare il lavoro all’Umanitaria che tanto l’appassionava. Era affetto da una grave forma di tubercolosi, contratta probabilmente nella Bassa Padana, all’epoca della sua costante azione di proselitismo nelle umide campagne del parmense. Andò a cercare un po’ di sollievo in Valtellina, a Sondrio, alla pineta di Sortenna. L’inattività e la percezione di essere diventato un peso per sé stesso ma soprattutto per la famiglia, lo portò al gesto estremo. Il 3 maggio 1915, a soli 41 anni, Michele Alfredo Capriotti si toglieva la vita, a Milano, con un colpo di rivoltella. Era consapevole del fatto che la Società Umanitaria non avrebbe abbandonato nella miseria i propri congiunti. Venne cremato il 5 maggio del 1915 e tumulato nel cimitero monumentale di Milano. L’onorevole Guido Albertelli, suo compagno di lotta a Parma, tenne l’orazione funebre nella Sala degli affreschi dell’istituzione. Il testo dell’orazione funebre è riportato in appendice al saggio dell’avvocato Roberto Gaetani (ibidem, pp. 100- 104).

 

Le vicende dei familiari di Michele Alfredo Capriotti

Dal matrimonio con Corinna, nascono: Luce, Elio e Sigfrid, quest’ultimo morto nel 1929 a soli 17 anni, proprio a Portocivitanova, presso la casa della sorella paterna, Giovanna Maria Capriotti, residente in corso Umberto 63, di polmonite, a seguito d’una grossa sudata e conseguente infreddatura riportate dopo una corsa in bicicletta. Luce, nata a Portocivitanova il 4 Gennaio 1902, in Corso Umberto 63, sposa l’industriale varesino Angelo Vanoni, dal quale ha una figlia Héléne; fratello di Angelo è Antonio proprietario di una ditta di prodotti farmaceutici, padre di Ornella Vanoni, nipote quindi quest’ultima di Luce Capriotti. Luce calcò le scene del teatro assieme ad Annibale Ninchi, affidando quindi la figlia alle cure della mamma Corinna. Angelo Vanoni, il marito, chiusa la fabbrica di maglioni Jacquard per dissesti finanziari, entra a lavorare come rappresentante nella ditta di prodotti farmaceutici gestita dal fratello Antonio, per il quale lavora anche l’altro figlio di Corinna Faccio, Elio, nato anche lui a Portocivitanova il 21 agosto 1905, in Corso Umberto 63, mai sposato, ma compagno di vita di una donna di origine slava, madre di due attrici famose: Mariolina e Brunella Bovo, che ebbero una parte nel film di De Sica: Miracolo a Milano.

Luce muore a soli 51 anni per aneurisma cardiaco, il 19 marzo 1953, mentre la mamma Corinna Faccio si spegne tre anni dopo nel 1956 a 76 anni. Alla morte del marito, i figli erano ancora piccoli. Luce aveva 13 anni, Elio 10 e Sigfrid 6 anni. Dopo la morte del marito, Corinna Faccio si dedica esclusivamente ai figli; tra il 1932 ed il 1935 cerca di gestire, quale modista, un negozio di cappellini, ma con poca fortuna, a Milano, da qui  si trasferisce a Varese, ospite della figlia Luce, adattandosi a realizzare in casa dei vestiti per le ricche amiche della figlia, dalla città lombarda, in tarda età va a vivere a Roma, in via Cremona N°5, in casa del figlio Elio che si vedeva spesso con la zia Sibilla Aleramo con la quale amava fare, di domenica, delle gite sui colli Albani. (Roberto Gaetani, un socialista vero, perciò dimenticato: Michele Alfredo Capriotti (1874- 1915), in “Civitanova immagini e storie”, vol. 4, pp. 57- 99, dicembre 1994, Mosciano S. Angelo – TE).

Raimondo Giustozzi

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