di Raimondo Giustozzi
“Ho servito il paese sempre all’interno delle istituzioni: quattro nell’istituzione – esercito, due anni nell’istituzione scuola, 47 anni nell’istituzione – Banca d’Italia, poi nell’istituzione – Palazzo Chigi, il Tesoro, il Quirinale. Insomma, io credo fermamente nel valore alto delle istituzioni. Sono il vero ancoraggio del paese. E quando leggo i giornali e ne vedo ritratta un’Italia meschina, così meschina da essere ingenerosa verso gli stessi taliani, penso al motto di Nello Rosselli: non mollare. Era il nome del foglio clandestino che, in pieno periodo fascista, circolava a Firenze: era stato ideato da Nello e Carlo Rosselli – assassinati nel ’37 da sicari francesi al soldo di Mussolini e da Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini. Sono le idee di Giustizia e Libertà che mi hanno accompagnato fino a oggi segnandomi per la vita. Quando mi sembra che non ci siano speranze, mi aggrappo a quegli esempi eroici” (Carlo Azeglio Ciampi, Non è il paese che sognavo, taccuino laico per i 150 anni dell’Unità d’Itala, colloquio con Alberto Orioli, pp. 52- 53, il Saggiatore, Milano, 2010).
Carlo Azeglio Ciampi è stato l’uomo delle Istituzioni, sempre convinto che l’Italia sia un paese saldo nella continuità patriottica tra Risorgimento, Resistenza e Assemblea Costituente, che diede all’Italia repubblicana una nuova Costituzione. Dai colloqui avvenuti nello studio del Senato nella prima metà del 2010 con Alberto Orioli, giornalista e scrittore, ne è scaturito il libro che ripercorre i tanti volti di un paese straordinario che ha saputo rialzarsi dopo l’8 settembre 1943. Da quella prova non sono nati due stati diversi, ma il sentire comune degli italiani era che si doveva creare un unico stato nell’unità delle molteplici diversità. Nessuno parlava di due stati, uno al Nord, per altro occupato dai nazifascisti, l’altro al Sud, dove si cercava di ricostruire, sotto il controllo degli anglo americani il futuro dell’Italia unita. Valga per tutti il comportamento del “Corpo dei volontari della Maiella”.
Il “Corpo dei volontari della Maiella“, aggregato al 5° corpo britannico, viene schierato sull’ala occidentale dell’VIII armata. I partigiani abruzzesi, però, rotto il fronte della linea Gustav, che andava da Cassino a Ortona, dal Tirreno all’Adriatico, non si fermarono alla liberazione della loro terra ma continuarono a combattere: nelle Marche, in Emilia Romagna, lasciando sul campo 55 caduti, fino ad entrare a Bologna, primi tra i combattenti italiani, alla vigilia dell’insurrezione del 23 aprile. “Siete duri come la pietra della vostra montagna”. Con queste parole, agli sgoccioli della seconda guerra mondiale, i partigiani di Asiago accoglievano i soldati della Brigata Maiella, fratelli d’armi. Queste cose vanno conosciute e non dimenticate da chi, tempo fa, parlava di una parte d’Italia, considerata la zavorra del paese (NDR).
Quando ripensa all’anno della ricostruzione di Livorno, sua città di nascita, Ciampi scrive: “Livorno era distrutta per due terzi dai bombardamenti, ci si alzava la mattina nella casa dove si era sfollati, senza luce, acqua o gas. Vivevamo assiepati nelle poche abitazioni – o parti di esse- rimaste in piedi; la mattina ci si alzava di buon’ora e con la damigiana si andava a cercare acqua per la giornata. Si accendeva la cosiddetta carbonella per fare il caffè e la sera si andava a dormire con il lumino a petrolio. Per un anno abbiamo vissuto così. Ma eravamo pieni di entusiasmo, ogni mattina ci alzavamo con la certezza che la sera avremmo fatto un altro passo avanti, nel miglioramento delle nostre condizioni materiali e nel miglioramento di quelle del paese. Ho ben presente ora che ciò che conta per essere felici non è il benessere acquisito ma lo stato d’animo di vivere con la speranza e la certezza che si progredisce, che si va avanti. Questa è la vita. Dignità e speranza. Senza, si perde il senso dell’esistenza” (Ibidem, pag. 53).
Giunti a questo punto urge però una riflessione. Carlo Azeglio Ciampi condivideva queste sue riflessioni con Alberto Orioli solo quindici anni fa. Oggi c’è chi, roso dall’invidia, perché la Federazione Russa, erede dell’URSS, non è più considerata una super potenza mondiale, bombarda da circa quattro anni la martoriata Ucraina per averne il pieno controllo. Accusa l’Occidente collettivo di russofobia, perché sostiene militarmente ed economicamente il paese invaso. Il suo omologo statunitense minaccia di conquistare la Groenlandia perché ritiene che una sua conquista sia fondamentale per la sicurezza degli USA. No, non è il mondo che ha sognato chi scrive e chi ha la sua stessa età. Viviamo in un mondo di pazzi. Alcuni si accodano per il quieto vivere. Altri, vedi Orban e non solo, sostengono che contano solo la forza, il potere, la deterrenza nucleare. Nel corso di questi anni di guerra russo – ucraina, una bambina russa faceva notare al leader del Cremlino che un conflitto nucleare avrebbe colpito anche la popolazione russa. Il capo delle Federazione Russa rispondeva serafico che tutti sarebbero andati in paradiso. “Tu non uccidere”, è il Vangelo a dircelo, anche se Kirill, metropolita di Mosca, sostiene che uccidere un ucraino è cosa benedetta da Dio. Un signore, militante di un grande movimento laico di ispirazione cattolica, prima che deflagrasse la guerra, parlava tranquillamente di caricatori, bombe a mano, Kalasnikov, come se stesse parlando di bruscolini. Quando si è persa la testa, si sostiene l’insostenibile. “L’industria della guerra si trasformi nell’artigianato della pace”, dice Papa Leone XIV), (NDR).
Il libro, 191 pagine, compreso l’indice dei nomi, è diviso in 22 capitoli, preceduti da una introduzione e da uno scritto di Carlo Azeglii Ciampi, lasciato a mo’ di conclusione dopo il lungo dialogo con Alberto Orioli e indirettamente con il lettore. Indice: Introduzione, Risorgimento moderno, Patria d’élite e di popolo, Italia unita, la prova della storia, Patria Europa, non piccole patrie, Cavour, la religione, gli immigrati, Non è il paese che sognavo, 8 settembre, compleanno della Patria, Balilla, “scippo” fascista, L’italiano ha fatto l’Italia, La scommessa dell’inno di Mameli, Alberto Sordi e il tricolore, Guttuso garibaldino, La scrivania di Quintino Sella e lo spread, L’euro, Mazzini e Kohl, L’educazione “pane” dell’anima, Anita oggi, I Mille e le autostrade del mare, Il lavoro non festeggia, L’Italia (poco) unita dell’industria, Il Risorgimento a piazza Affari, Dai briganti alla mafia, Biblioteca tricolore, E a mo’ di chiusa.
La proclamazione dell’unità d’Italia avveniva il 17 marzo 1961. Nel 2011, l’Italia celebrava i cento cinquant’anni della propria unità nazionale. Carlo Azeglio Ciampi era stato scelto come presidente del Comitato dei garanti per le celebrazioni dell’unità d’Italia. Nel 2010 lasciava l’incarico a Giuliano Amato, perché “L’anagrafe imponeva il rispetto di certe regole”. Ciampi è sato così per tutta la vita, gettava il cuore oltre l’ostacolo, quando era in forze, ma quando avvertiva che era bene farsi da parte, lo faceva senza rimpianti, lasciando però, come nel caso del libro in questione, un taccuino laico dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Con la sua presidenza (1999- 2006) prese corpo il Viaggio in Italia, in visita alle province italiane. Diceva nel messaggio di fine anno 2001: “E’ un viaggio bellissimo: ne traggo vigore, fiducia, orgoglio sempre più forte di essere italiano. Ovunque avverto, nella ricchezza delle diversità delle nostre contrade, quel sapore d’Italia che viaggiatori del presente e del passato hanno sempre avvertito, che è natura, arte, lingua, cultura, modo di vita. Le radici dell’italianità sono antiche. È antica la nostra nazione. Ma le origini del nostro Stato sono assai più vicine. Risalgono all’inizio dell’Ottocento” (Ibidem, pag. 25).
Certo l’aspirazione all’unità d’Italia, all’inizio, era appannaggio di una élite, ma aggiunge anche Ciampi: “L’importante è che le élite interpretino la volontà popolare, come peraltro è certamente accaduto con l’euro, una avventura straordinaria che ha coinvolto con grande passione tutti gli italiani. Credo che lo stesso discorso valga anche per il Risorgimento, non dimentichiamo, per esempio, il dato dei morti nelle Cinque giornate di Milano da cui emerge che vi sono stati molti lavoratori e artigiani. Non va trascurata la presenza addirittura di personale religioso, regolare o secolare, sia nelle manifestazioni propagandistiche, sia nelle azioni dirette” (pag. 29). L’Unità d’Italia va anche trovata nelle differenze, non nel separatismo. Ciampi dimostrò sempre avversione all’ideale secessionista che, in buona sostanza, è stato il primo motore della svolta istituzionale federalista ancora non compiuta del tutto. La nascita dell’euro ha accantonato l’idea secessionista della Lega, ma è anche vero che il federalismo fiscale andrebbe nella giusta direzione se si sottoscrivesse, aggiungeva Ciampi, una dichiarazione solenne dove si stabilisca che è prioritario il rafforzamento del principio di unità nazionale (pag. 31).
“Federalismo vuol dire anche solidarietà. Questo patrimonio di civiltà non è acquisito una volta per sempre. Esso è insediato da comportamenti che possono disgregare il tessuto morale della nazione. È messo a rischio dall’uso di linguaggi intolleranti, indegni di un confronto democratico. È minacciato da iniziative eversive, fino ad atti di terrorismo. A tutto questo dobbiamo opporci con risolutezza, riaffermando in ogni circostanza, nei fatti, come nelle parole, l’unità nazionale, fondata su ideali e valori condivisi, nel rispetto del primato supremo della legge. In questi anni, noi stiamo costruendo, in Europa e in Italia, nuove istituzioni, una democrazia nuova” (pag. 35). Quanto scriveva Carlo Azeglio Ciampi quindici anni fa va riletto tenendo sotto mano tutti i dossier di questo nostro tempo pieno di difficoltà crescente. Sulle sfide del nostro presente, Carlo Azeglio Ciampi si rifaceva al pensiero di Guido Calogero, manifestato espressamente in un suo discorso del 1946: “Vi sono periodi di trapasso in cui viviamo nello scontento e nell’indecisione, tra una vecchia routine che non ci appaga più e che addirittura ci ripugna, e una prospettiva nuova che non ci offre ancora una solida presa. Sono periodi in cui è ingrato vivere, ma sono anche questi periodi in cui è più degno vivere, per coloro che vogliono vivere da uomini, cioè da artefici del proprio destino” (pag. 42).
Sulla libertà delle minoranze religiose, tesi di Laurea del giovane Ciampi, oggi raccolta in un volume, pubblicato per la prima volta nel 2009, l’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi richiama il pensiero di Cavour: “Tra le maggiori e più importanti conquiste della civiltà moderna è certamente da annoverarsi la libertà di coscienza e quindi la libertà dei culti che ne deriva come logica conseguenza”. Livorno, la città natale di Carlo Azeglio Ciampi, porto di mare, dove approdano genti diverse, ha favorito un profondo spirito di accoglienza e di tolleranza. A Livorno prosperava una forte comunità ebraica, dedita al commercio, concorrenziale ai Ciampi che possedevano in città un importante laboratorio e negozio di ottica. La scuola è il luogo dove si deve coltivare l’accettazione dell’altro, portatore, come immigrato, di diversità da conoscere e da amalgamare con la propria identità. È una sfida da vincere, come lo dimostrano le cronache di questi giorni. Nella vicina La Spezia un alunno è morto accoltellato da un coetaneo. L’inclusione, di cui tanto si parla, non deve rimanere una parola vuota.
“La cultura è il fulcro della nostra identità nazionale; identità che negli ultimi due secoli si è sviluppata in una continuità di ideali e di valori dal Risorgimento alla Resistenza, alla Costituzione repubblicana. Occorre però attrezzarsi, bisogna munirsi degli strumenti adatti; nella cassetta degli attrezzi deve esserci lo spirito, di cui parlava Piero Calamandrei e di cui andava fiero perché è il lascito più alto di una civiltà, quella italiana. Lo spirito è solo a condurre la storia. Se il presente appare confuso e smarrito, il futuro che si profila, denso di incertezze, non devono prevalere sulla convinzione che sta a noi volgere in positivo le difficoltà di questo nostro tempo che non è facile né felice. Sapendo scavare, potremo dissotterrare tesori di volontà, di laboriosità, di solidarietà che ci hanno permesso tante volte nel corso della storia di risollevarci” (pag. 56).
L’8 settembre 1943 per Carlo Azeglio Ciampi “Non fu la morte della Patria ma la rinascita della Patria nel cuore degli italiani. Non dimentico mai – spiega ancora adesso con tratti di commozione – quanto l’ideale di Patria che avevo in me, alimentato in famiglia, poi irrobustito dalla formazione negli anni degli studi, fu fondamentale nella scelta di cosa fare dopo l’8 settembre. Appartengo alla generazione nata alla fine della Prima guerra mondiale, cresciuta nel clima opprimente del fascismo e da questo trascinata, insieme a tutto il popolo italiano, in una nuova tragica avventura bellica, con un epilogo più funesto della stessa disfatta militare: la ferocia di un’occupazione nemica e l’atrocità di una guerra fratricida” (ibidem, pp. 58- 59).
L’inno di Goffredo Mameli parla di Balilla, alias Giaovan Battosta Perasso, il ragazzo genovese che nel 1764 lanciò un sasso contro un drappello di austriaci che avevano occupato la citta di Genva, gridando “Che l’inse”, chi comincia? Il Fascismo si impossessò del mito con la creazione dell’Opera nazionale Balilla, lo strumento per l’educazione politica e militare dei giovani con cui il regime voleva plasmare le coscienze e adattarle al delirio del totalitarismo. Le parole Patria e Italia, scrive Ciampi, durante gli anni del fascismo ci avevano tanto nauseato perché accompagnate dall’aggettivo fascista. Nelle giornate della Liberazione la gente si riversò nelle strade e nelle piazze. Eravamo lì per difendere la Patria e la Patria erano quelle strade e quelle piazze, i nostri cari, la nostra infanzia e tutta la gente che passava” (pp. 64- 65).
La lingua italiana ha contribuito a fare l’Italia, scrive Carlo Azeglio Campi: “A differenza di altre nazioni, l’italiano non è nato come lingua di una capitale magari imposta all’intero territorio con le armi. È nata da un libro, dalla convergenza di circa settanta dialetti e linguaggi dell’epoca nel valore incommensurabile del testo di Dante Alighieri. Questa lingua si è evoluta nel tempo, rimanendo sempre sé stessa. Se leggiamo, dice Ciampi, e lui era solito farlo, quando andava in visita alle scuole, l’ode all’Italia di Francesco Petrarca o quella di Giacomo Leopardi, anche se tra i due autori ci sono cinque secoli di distanza, si stenta a capire quale testo sia di Petrarca e quale quello di Leopardi (pp. 72- 75).
Nel corso di tutto il settennato a presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi si è speso perché l’inno di Mameli, venisse cantato nelle manifestazioni pubbliche. Cantarlo è un segno di appartenenza. “Esso rappresenta quel filo rosso tra i sentimenti delle generazioni del Risorgimento e di quelle della Repubblica, quegli ideali che ancora oggi hanno la loro sintesi migliore nelle due scritte del Vittoriano: l’unità della Patria, la libertà dei cittadini. Sono valori conquisati dal nostro popolo e che il popolo italiano custodisce e garantisce con le sue istituzioni. L’inno rappresenta il legame tra Risorgimento, Resistenza e Costituzione. Altri volevano sostituirlo con il Va, pensiero, di Giuseppe Verdi, ma il canto di Verdi non è un inno, è una struggente e bellissima aria di un popolo vinto. Il senso è di grande sconfitta, di depressione. Non può essere la canzone della patria, del riscatto italiano” (pp. 78- 86).
Se c’è un italiano che ha saputo mettere in mostra i vizi e virtù del popolo italiano, questi, scrive Carlo Azeglio Ciampi, è senz’altro Alberto Sordi, come attore e regista. Italiani brava gente. Nel film “La grande guerra di Mario Monicelli, Aberto Sordi e Vittorio Gassman diventano eroi loro malgrado, un po’ consapevoli, un po’ no, ma in modo coraggioso, quanto basta a dare il senso di un riscatto per un intero popolo. L’Italia delle contraddizioni ha disegnato tante stagioni. Altro grande italiano per Carlo Azeglio Ciampi è stato Renato Guttuso, maestro di pittura che ha fatto grande l’Italia. Il libro gli dedica un intero capitolo (Guttuso garibaldino, pp. 95- 101). La scrivania di Quintino Sella e lo spread, l’euro, Mazzini e Kohl (pp.102- 120) sono i capitoli centrali del libro. Descrivono con dovizia di particolari le manovre finanziarie approntate da Ciampi, circondato da persone di tutto rilievo, da Mario Draghi a Saccomanni, per far entrare l’Italia nell’euro.
Carlo Azeglio Ciampi ha dato sempre tanta importanza all’educazione: “Senza l’educazione voi non potete scegliere giustamente fra il bene e il male; non potete acquisire coscienza dei vostri diritti; non potete ottenere quella partecipazione nella vita politica senza la quale non riuscirete a emanciparvi; non potete definire a voi stessi la vostra missione. L’educazione è il pane delle vostre anime”. La citazione mazziniana serve a Ciampi nel colloquio con Orioli per ripensare ai propri studi. Scrive infatti: “Ho studiato, a volte, fino a sfiorare l’esaurimento nervoso e lo sfinimento. Ma ne è valsa la pena. Lo rifarei. Rifarei tutto. Credo molto nello studio e nella possibilità che lo studio dà ad ognuno di seguire una sua strada, di emanciparsi. L’idea di Patria passa anche da qui, dall’identità delle culture che, per essere conosciute, vanno studiate” (pp. 121- 128).
Nel capitolo intitolato Anita oggi (pp.129 – 138), Ciampi e Orioli ripercorrono pagine di storia italiana, mettendo al centro del loro colloquio il lavoro e l’emancipazione della donna, partendo dalla mitica Anita che muore tra le braccia di Garibaldi, nella Cascina Guiccioli alle Mandriole di Ravenna, arrivando poi a molte figure femminili conosciute dal grande pubblico: Maria Montessori, Rita Levi Montalcini, Nilde Jotti, Lina Merlin, Teresa Noce, Teresa Mattei, Maria Federici, Angela Gotelli, Rosa Russo Iervolino, ministro della Pubblica istruzione, Mariapia Garavaglia, ministro della Sanità. “Non ho dubbi – scrive Ciampi – l’emancipazione femminile è sicuramente uno dei risultati più belli del Novecento. Proprio il maggior peso sociale conquistato dalle donne è stato uno dei più importanti fattori di progresso dell’ultimo secolo, ma è anche una delle più grandi speranze per un futuro di pace e di equità” (pag. 131).
I Mille e le autostrade del mare è il capitolo dedicato alla valorizzazione dei numerosi porti della penisola che possono e devono ritornare ad essere i punti di approdo di commerci. I Mille di Garibaldi scelsero la via mare per andare nel regno delle due Sicilie per scacciare i Borboni e unificare il meridione all’Italia. “Ho molto creduto nelle autostrade del mare, vale a dire i collegamenti via nave tra grandi capoluoghi e grandi porti in sostituzione della rete viaria stradale o ferroviaria. Uno schema riproducibile non solo nelle tratte Italia – Italia, ma anche Italia – resto del Mediterraneo, sia esso Nord Africa e, perché no, anche Turchia” (pag. 141).
“Nonostante la celebrazione dei 150 anni il dualismo sui dati di occupazione e disoccupazione resta evidente. Dunque l’unificazione nazionale sugli standard migliori del paese non si è ancora realizzata: l’Italia del lavoro resta disunita” (pag.149). Eppure, Ciampi nel corso del suo servizio reso allo Stato ha parlato sempre di concertazione, troppo sbrigativamente sostituita dall’espressione “dialogo sociale”. Nel libro, l’ex presidente della Repubblica ricorda la sala verde di palazzo Chigi, l’affollata partecipazione delle delegazioni, il confronto straordinario che vi si svolgeva. Il fine era sempre e comunque il raggiungimento del bene comune. Trentin, D’Antoni, Larizza da un lato, in rappresentanza del Sindacato e la Confindustria di Luigi Abete dall’altro riuscivano quasi sempre a trovare gli accordi necessari tra capitale e lavoro.
Nel capitolo L’Italia (poco) unita dell’industria, Ciampi e Orioli ripercorrono il divario industriale del Nord e del Sud d’Italia, ricordando anche i grandi marchi ultracentenari che sopravvivono; sono storie di territorio e genialità: Torino, Biella, Busto Arsizio, Varese, Brescia, Genova e le ditte: Ricasoli, Antinori, sigaro Toscano, la fonderia Pignone, Richard Ginori, Fernet Branca e altre realtà industriali. Carlo Azeglio Ciampi aveva vissuto da vicino per tutti gli anni Cinquanta del Novecento il decollo del modello marchigiano di sviluppo, in quanto lavorava nella Banca d’Italia, a Macerata, avvicinando i primi capitani d’industria: Merloni, Guzzin, Della Valle. Nel corso del colloquio con Orioli ricorda la propria frequentazione con Leopoldo Pirelli, Giovanni Agnelli, Luca Cordero di Montezemolo, Pietro Marzotto, Marco Tronchetti Provera, quando Ciampi ricopriva incarichi di governo.
Un po’ di Risorgimento c’è anche a piazza Affari di Milano. È un altro breve capitolo del libro. Scrivono Ciampi e Orioli: “Forse non tutti sanno che il titolo Bastogi è uno dei più antichi di piazza Affari, battuto solo dall’azione Generali, società nata prima dell’Unità d’Italia. È legato al conte Pietro Bastogi. Eletto alla Camera toscana nel 1848, si avvicina a Cavour fino a diventarne il ministro delle Finanze nel primo governo unitario del 1861. Nel capitolo, Carlo Azeglio Ciampi parla a lungo di Enrico Cuccia, del gruppo Cabassi, Guido Carli e di altri finanzieri. Dai Briganti alla mafia è il capitolo che tocca il tema annoso del Sud Italia: “L’unità d’Italia, nel Mezzogiorno, per i primi anni, ha significato soprattutto brigantaggio, un problema forte che per anni ha minato la riuscita del processo di unificazione … Se prima c’era il brigantaggio, ora c’è la criminalità organizzata. In ogni statistica internazionale sull’attrattività per gli investimenti esteri, l’Italia risulta penalizzata da eccesso di burocrazia e dal peso delle mafie che sono la vera zavorra per lo sviluppo del Sud e non solo” (pp. 170- 180).
Nel capitolo Biblioteca tricolore, Carlo Azeglio Ciampi ricorda i maestri del pensiero che lo hanno accompagnato nei suoi studi, leggendone le opere: Benedetto Croce, Omodeo, De Ruggiero, Salvatorelli, Chabot, Rosario Romeo, Guido Calogero, Norberto Bobbio, Piero Calamandrei. Non meno importante nella propria formazione culturale è stata la poesia: Dante, Petrarca, Boccaccio, tutti gli autori del Rinascimento, per arrivare a Leopardi. “Del nostro Novecento ho molto amato Caproni, Montale, Saba, Ungaretti, Corazzini. Per la prosa le preferenze di Ciampi vanno a Moravia, Gadda, Calvino, Vittorini, Ginzburg, Bontempelli”. Il grande amore per la lingua e la letteratura italiana non ha affatto impedito a Ciampi di leggere Rilke e tutte le opere di Goethe, passione che inizia a coltivare nel 1941 quando vive a Lipsia, in Germania, dove era arrivato per aver vinto una borsa di studio” (pp. 181- 185).
Raimondo Giustozzi
Bibliografia Alberto Orioli
Alberto Orioli è nato a Ferrara nel 1962 ed è giornalista professionista dal 1983. Ha frequentato l’Istituto per la formazione al giornalismo (Ifg), è vicedirettore e editorialista del Sole 24 Ore. A lungo capo della redazione romana, è vicedirettore dal 2008 e dal 2010 svolge le sue funzioni da Milano. Si occupa di temi legati alla politica e alla politica economica nonché di lavoro e temi sociali. Ha scritto per Feltrinelli Proposte per l’Italia. Sette protagonisti dell’economia per il paese di domani e per il Sole 24 Ore, Draghi, falchi e colombe con Donato Masciadaro sugli otto anni alla presidenza della Bce di Mario Draghi. Nel 2018 ha scritto Gli oracoli della moneta per il Mulino; per il Saggiatore Non è il paese che sognavo con il presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi sui 150 anni dell’Unità d’Italia (2010).



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