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“Per mettersi in viaggio c’è bisogno della nostalgia di qualcosa” Partire è un po’ morire ma anche occasione per conoscere nuove realtà

Cascina Torre, in “Giussano oggi, immagini che raccontano la nostra città”, i luoghi della vita civica, pp. 62-63, da A.G. Bellavite S.r.l. Missaglia (Lc), marzo 2024.

Cascina Torre, in “Giussano oggi, immagini che raccontano la nostra città”, i luoghi della vita civica, pp. 62-63, da A.G. Bellavite S.r.l. Missaglia (Lc), marzo 2024.

di Raimondo Giustozzi

Non piangere, ti dicevo, è vero che me ne andrò prima di te, ma quando non ci sarò più ci sarò ancora, vivrò nella tua memoria con i bei ricordi: vedrai gli alberi, l’orto, il giardino e ti verranno in mente tutti i bei momenti passati insieme “(Susanna Tamaro, Va’ dove ti porta il cuore). Non solo i luoghi rivivono nel ricordo, ma anche momenti, volti di persone che non ci sono più. A tutti questi aspetti si sommano anche stati d’animo e tristezza per il tempo trascorso. Giusto cinquant’anni fa, il 29 ottobre 1975, sostenevo la tesi di Laurea presso l’Università di Macerata.

Qualche settimana dopo festeggiavo con alcuni amici, in casa dei miei genitori e zii a Santa Lucia, frazione di Morrovalle, l’avvenimento, con gioia e felicità. Alcuni che erano con me in quella serata non ci sono più, ma restano per sempre nella mia memoria. L’anno successivo, il 10 febbraio 1976, partivo militare e terminavo la naia il 10 febbraio 1977. Poche settimane dopo, il tre marzo dello stesso anno, ripartivo da casa, ma per Giussano, in Brianza. La locale Scuola Media, intitolata ad “Alberto da Giussano” (Mb), mi aveva chiamato per tre mesi di supplenza come docente di lettere. Nei tre mesi di questa mia prima permanenza in terra brianzola abitai in un monolocale in via Gioacchino Rossini, nel comune di Giussano.

Nel successivo scolastico 1977 / 1978, prima venivo chiamato dalla Scuola Media di Macherio per una supplenza di poche settimane, 9 novembre – 21 dicembre 1977, richiamato a gennaio 1978 per supplenze nella stessa scuola, al mattino, e altre ore al pomeriggio per attività complementari. Nello stesso anno avevo altre supplenze al mattino in altre scuole della Brianza (Limbiate, Seregno). Nei dui anni successivi ho insegnato in un Istituto Tecnico Commerciale di Limbiate; dall’anno scolastico 1980 / 1981 fino al 1996, nella scuola di Verano Brianza. Il 1978 era il secondo anno del mio lungo soggiorno in Brianza. Abitavo a Giussano in piazza San Giacomo, al centro del paese, in un piccolo appartamento, composto da una sala, un cucinino, bagno e camera da letto. È stata la mia abitazione fino al giugno 1996 quando ottenni il trasferimento dalla Scuola Media di Verano Brianza, dove ho insegnato dal 1980 al 1996, prima incaricato annuale, di ruolo dal 1983, alla scuola Media “A. Caro” di Civitanova Marche.

 

Della Brianza non conoscevo quasi nulla, solo quello che avevo appreso a scuola: Lecco, il ramo del lago di Como, il Resegone, il fiume Lambro, l’Adda, i luoghi manzoniani e poche altre cose. Del mio ambiente di nascita mi mancavano soprattutto gli orizzonti lontani e il vento. Portata su la macchina, una Cinquecento, la prima, quando potevo, mi portavo sempre nella parte più alta del paese o risalivo verso l’alta Brianza. Quando il cielo era bello, citando Manzoni, mi si apriva tutta la corona delle Alpi dal Monte Rosa fino alle montagne della bergamasca. Uno spettacolo che rimarrà per sempre nella mia memoria. Avevo fatto amicizia con alcuni ragazzi del posto, Gian Vincenzo, Luigi, Carlo, Emilio, che mi aiutarono a conoscere il territorio. Uno di loro possedeva una casa a Sormano. Era la meta delle nostre scorribande.

 

Sul tavolo multiuso, dove mangiavo, leggevo, studiavo e preparavo la lezione del giorno successivo, troneggiava una grande macchina da scrivere. Era una Olivetti da ufficio, che usavo per correggere le bozze di una tesi di laurea. Dovevo solo perfezionare qualche periodo, impaginare i diversi capitoli e paragrafi, curare le note a piè di pagina. Era un lavoro che facevo solo nel tempo libero. Siccome di giorno insegnavo, scrivevo a macchina quasi sempre di notte. Quanto al rumore non c’era nessun problema. Ero il solo ad abitare sulla mia scala. Nel giorno libero, quando non andavo a scuola, trascorrevo gran parte della giornata nella vicina Biblioteca Civica “Don Rinaldo Beretta”. Col tempo divenni assiduo lettore de “I Quaderni della Brianza”, la rivista fondata dal senatore Vittorino Colombo. Doveva essere l’apripista per la costituenda provincia di Monza e Brianza, come poi è avvenuto. Mi piacevano soprattutto gli articoli di Maria Adelaide Spreafico sulla Brianza contadina. Mi servivano per un confronto tra le mie radici marchigiane con la vita materiale delle campagne brianzole: cascine, edicole votive, feste e giochi popolari.

 

La biblioteca era sistemata su un’altra ala del grande complesso edilizio che comprendeva: la porzione dove avevo il mio piccolo appartamento al secondo piano, di lato la casa di ringhiera a due piani, ai quali si accedeva con una scala interna e ballatoio comune; a piano terra c’erano negozi di tipografia, cartolibreria, oreficeria, da un lato, profumeria e ottico dall’altro lato, quello della mia scala. L’ingresso ai negozi era sulla piazza San Giacomo e sul breve tratto del corso che arrivava alla piazza Roma. Chiudeva il quadrato la Biblioteca di cui sopra. Il cortile nel mezzo era lo spazio comune ai condominii e a quanti frequentavano la biblioteca, che si trasferirà poi in un altro edificio poco lontano e in modo definitivo nella villa Sartirana, acquistata e ristrutturata dal Comune.

 

Quell’anno, ma anche negli anni successivi, mi faceva compagnia l’ascolto della radio. Due erano le emittenti sulle quali mi sintonizzavo quasi sempre: Radio Torre Lombardia 1 e Radio Lady International. Non ricordo più se era la prima o la seconda che trasmetteva per più volte al giorno la ben nota canzone di Franco Simone, Cara droga. Anche oggi ripeto a me stesso, per esercitare la memoria, alcuni versi: “Voglio maledirti / Raccolgo le forze per gridarti / La rabbia che sola posso darti / Con l’anima a pezzi ormai / Voglio che ti resti il mio disprezzo / Come sola mia eredità / Soltanto la rabbia posso darti / Con l’anima a pezzi ormai” (Franco Simone, cara droga, fonte Internet). Sempre di Franco Simone, mi faceva compagnia la canzone Respiro, con i versi: “Io vorrei / che il mio viaggio / di gran vagabondo / finisse con te / e per noi / diventasse respiro / quell’esserci amati, / annullati, divisi, / rincorsi, appagati”.

 

Di Radio Torre Lombardia 1, emittente di Giussano, seguivo invece due trasmissioni radiofoniche, La Grande Brianza ed È nato un poeta. Era una manifestazione di allegria generale e rumorosa di quanti si cimentavano, scrivendo testi poetici in dialetto locale e in lingua italiana. “Il successo riportato nel corso dei diversi incontri radiofonici ed il conseguente invio da parte degli autori dei loro scritti poetici” suggerì alla direzione dell’emittente di raccogliere le poesie in un libro pubblicato nel dicembre 1980 dalla tipografia Boffi di Giussano. Furono stampate 501 copie, a me toccò il numero cinquantaquattro. È un testo che ho tra quelli a me più cari, assieme a molti altri che mi ricordano la permanenza in terra lombarda per ben vent’anni. Alcuni autori li ho conosciuti negli anni successivi al 1978; con i fratelli Boffi ho avuto sempre buoni rapporti di amicizia e stima.

 

Radio Torre prendeva il nome dall’omonima Cascina Torre, situata nella parte alta di Giussano, immersa nel verde della campagna brianzola, salvata dalla cementificazione perché posta all’interno dell’area protetta del Parco Lambro. Il ricordo più bello che ho del posto è il profumo emanato dai tigli in fiore. L’ho visitata, in uno degli ultimi anni di permanenza a Giussano, assieme ad un suo abitante, Angelo Elli, poeta dialettale, che le ha dedicato una poesia, inserita nel libro: “Turr mia, cà de sass, / semper bella cont i tò / v’ottcenttrent’ann!… / Quanti te ne vist nass e murìi, / ma ti, Turr mia, / te set semper lì, / lì in mezz al verd! // Turr mia, cà de sass… tegn dur, / perché ti te set la sola / che cunta nel mé coeur. / Quella finestra lì, su al volt, / dua temp indree / me pareva de tuccà el ciel / sol v’alzand on po la man. // Se vet el Resegon, i do Grign, / el Legnon, San Primm, / mont Bisbin, mont Generus, / el lac d’Annon e la cava de Civà / e da la part de là / la guglia del Domm / cont la bella Madunnina / e dopu…, dopu, tant / caminun che fuma… // Oh, Turr, cà de sass, tegn dur! / El mund al butta foeu cement / compagna de lava… / e no’ se cava / on tocch de verd / in mezz a stò brusaa… / tegn dur, oh Turr, tegn dur / in mezz al verd! // Ti te me vist nass / e mi gh’hò ‘na speranza in coeur, / che, nel sarà i oecc… / sarò anmò chi…, nella mia… / nella mia… cà de sass! (Angelo Elli (Michel) da Giussano).

 

Traduzione: “Torre mia, casa di sassi, / sempre bella con i tuoi ottocento trent’anni! / Quanti ne hai visti nascere e morire, / ma tu, Torre mia, / te ne stai sempre lì, / lì in mezzo al verde! / Torre mia, casa di sassi, tieni duro, / perché tu sei la sola / che fai battere il mio cuore. / Quella finestra lì, lassù in alto / dove nel tempo andato / mi sembrava di toccare il cielo / soltanto alzando un po’ la mano. // Da lassù si vede il Resegone, le due Grigne, / il Legnone, San Primo, / Monte Bisbino e Monte Generoso, / il lago di Annone e la cava di Civate / e dall’altra parte / la guglia del Duomo / con la bella Madonnina / e dopo, tanti / camini che fumano // Oh, Torre, casa di sassi, tieni duro! / Il mondo butta fuori cemento / compagno della lava / e non rimane / un pezzo di verde / in mezzo a terreni bruciati / tieni duro, oh Torre, tieni duro / in mezzo al verde! // Tu mi hai visto nascere / io ho una speranza in cuore, / quando chiuderò gli occhi / sarò ancora qui, nella mia / nella mia casa di sassi”.

 

Noterelle al testo. La cascina in oggetto è una casa torre. Serviva come avvistamento degli eserciti invasori. Alla sua sommità, lo sguardo spazia a trecento sessanta gradi. Si vedono il Resegone, sopra Lecco, di manzoniana memoria, la Grigna e la Grignetta, altre due vette che fanno parte della Prealpi Lombarde, il monte Legnone, una montagna alta 2.609 m s. l. m. È la cima più alta della provincia di Lecco. La sua vetta si eleva ad un punto tale da essere chiaramente visibile da Milano e dalla Brianza. Il monte Bisbino è una montagna alta 1.325 m s. l. m. appartenente alla sezione delle Prealpi Luganesi e alla sottosezione delle Prealpi Comasche. È al confine tra la provincia di Como e il Canton Ticino. Il monte San Primo è una montagna lombarda situata nelle Prealpi Comasche. Raggiunge un’altezza di 1.682 m s. l. m. È la cima più alta del triangolo lariano e sovrasta le rive del lago di Como e Bellagio. Il monte Generoso è una montagna delle Prealpi Luganesi, situato al confine tra Svizzera e Italia. La sua vetta, conosciuta come punta Càdola, è condivisa tra il comune italiano di Centro Valle Intelvi e quello svizzero di Rovio. El lac de Annon è il lago di Annone si trova nella parte settentrionale della Brianza. Sul lago di Annone si affacciano i comuni di Annone di Brianza, Suello, Civate, Galbiate e Oggiono. La cava de Civà è il grosso scavo praticato nella parete della montagna, sopra il paese di Civate, per estrarne materiale utile per l’edilizia, lavorato nel vicino cementificio di Merone, oggi trasformato in un inceneritore. Il cemento della poesia è simile ad una colata di lava e non c’è più uno spicchio di verde in mezzo a tanta terra resa quasi simile ad un deserto.

 

La cascina Torre è costruita con le pietre della montagna vicina, ecco perché è chiamata cà de sass (casa di pietra). La torre era, verosimilmente, parte di una catena di “torri sentinelle” che attraversavano tutta la zona delle Prealpi lombarde”. Esiste da tempi immemorabili; gli ottocento trent’anni della poesia costituiscono solo una cifra generica, per dire che il manufatto è molto antico. Oggi è un’abitazione privata, restaurata pietra su pietra, inserita all’interno di un percorso che si snoda dal laghetto di Giussano e tocca le altre cascine della zona. “Gli attuali proprietari, nel corso delle opere di consolidamento e ristrutturazione, hanno fatto analizzare alcuni frammenti di una trave del tetto ed il responso del Carbonio 14 ha attribuito a questa trave una datazione fra l’XI e il XII secolo” (Cascina Torre, in “Giussano oggi, immagini che raccontano la nostra città”, i luoghi della vita civica, pp. 62-63, da A.G. Bellavite S.r.l. Missaglia (Lc), marzo 2024).

La guglia più alta del duomo di Milano ospita la Madonna, la Madunnina, nel dialetto brianzolo e meneghino. I camini che fumano sono le ciminiere delle fabbriche, disseminate in tutto il territorio brianteo i cui confini vanno, a sud il canale Villoresi, a nord le Prealpi Lombarde, ad ovest il fiume Seveso, in mezzo il fiume Lambro, ad est l’Adda. Il termine La Grande Brianza, dato dall’emittente radiofonica è un’iperbole. Il territorio non è grande ma è senz’altro uno dei più densamente popolati. Alcuni ritengono che non esiste una sola Brianza ma più Brianze, tanto che una rivista edita da Bellavite Editore in Missaglia, usciva alcuni anni fa con il titolo Brianze, distinguendo una Brianza Milanese, una Lecchese, un’altra fetta di Brianza Comasca e la Brianza vera e propria con Monza capoluogo di provincia. Ho ancora molti numeri della rivista. Una curiosità: “Le province di Fermo, di Monza e Brianza sono state istituite nel 2004, rispettivamente il 30 giugno e l’11 giugno 2004. Entrambe sono diventate pienamente operative nel 2009” (Fonte Internet).

 

L’antologia di testi poetici, dal titolo Amica Brianza… da parte dei nostri ascoltatori, a cura di Radio Torre Lombardia 1 FM 89 Giussano, raccoglie cinquantasei testi poetici in dialetto brianzolo e centosei in lingua italiana; cinquantacinque gli autori che hanno scritto una o più poesie. I temi sono quelli del ricordo, delle stagioni, degli affetti, della vita, dell’amore, dell’ambiente, tutti attraversati da una costante nostalgia per il tempo che passa inesorabilmente. Nostalgia intesa nel suo senso più classico. I nostoi, traslitterato dal greco, sono i ritorni, algos, anch’esso traslitterato, è il dolore. La nostalgia è quel sentimento che ci prende, quando ritorniamo al passato con il dolore per il tempo trascorso. Registriamo come uno spaesamento perché qualcosa di noi non esiste più o se esiste è solo nella memoria. Ma in un’epoca di cambiamenti repentini è importante di tanto in tanto fermarsi e ripensare da dove veniamo. La poesia ci aiuta in questa operazione. Il poeta è chi sa mettere in versi ciò che tutti avvertono ma non tutti sanno dirlo in termini poetici.

 

Sempre l’amicizia con Angelo Elli mi ha permesso di mettermi in contatto con l’associazione Acàrya di Como e di conoscere altri poeti: Antonio Curioni e Gigi Colombo. Quest’ultimo, di cui ho saputo solo qualche anno fa la morte, era l’anima culturale del paese. Organizzava spettacoli teatrali in dialetto e in lingua italiana. Quando perdiamo qualcuno che ci è stato caro, con lui muore anche una parte di noi. Per questo ho voluto scrivere queste piccole memorie. Sono bazzecole, quisquiglie e pinzillacchere. Ma sono anche queste piccole cose, le nugae (bagatelle) di virgiliana memoria, che ci aiutano a vivere per prepararci all’incontro con il nulla eterno, come cantava poeticamente Ugo Foscolo, uno che se ne intendeva di poesia come pochi altri e che non era affatto pessimista, come viene sbrigativamente definito nella scuola.

 

Le poesie della silloge sopra ricordata sono tutte belle ma un altro testo mi ha sempre suscitato emozioni e nostalgia: “Trent’anni incoeu”, di Caterina Sangalli Bianchi da Bovisio, un paesino della Brianza, alle porte di Milano. La poesia è stata riportata anche in un’altra pregevole opera dal titolo Poètta e Pittôr, pubblicata il 4 novembre del 1981 sempre dai tipi Grafiche Boffi di Giussano. Il libro contiene diciannove poesie e ventitré incisioni. L’espressione incoeu, nel dialetto milanese, significa oggi; c’è chi ritiene che sia una variazione dell’espressione latina hinc hodie, in questo giorno. Padanus latine loquitur. Parla in Latino l’abitante della Padania, altro che celtico e lumbard. Ma parlare di questo mi obbligherebbe anche di parlare di stagioni successive trascorse in Brianza, quelle del crollo di un sistema politico che vedeva la città di Milano governata, dal dopo guerra in poi, da sindaci socialisti e la provincia da giunte democristiane. Dedicherò altre pagine a questo.

 

Trent’anni incoeu

 

“Sont diventada mama, trent’anni incoeu! / Mama, la prima volta, mama anca mi. / Ma l’eri propri vera, l’era no on sogn / che mi podevi streng el mè fiueu? // Noev mes… de lunga attesa, / coi man, carezzà ‘l venter pian pianin / per nò fagh maa… e quand gh’eri paura, / andavi a ingenuggiamm, de corsa, in Gesa! // pensavi al so faccin, ai so oggitt, / o on bell nasin schisciaa a patatina, / la bocca tutta on fior, come una rosa, / al so crapin quatter cavejtt. // Vedevi già el manin a sgambettaa, / corromm incontra e rid e brasciamm su / coi brascitt e strengiumm in su ‘l coll / e ciammamm mama… e quasi buttamm là. // E ghe parlavin insemma tutti el dì / e intant coj so pugnitt… el respondeva / e stoo cicciarament, faa cont l’amor, / ona regina el me faceva sentì. // Poeu, quand l’è vegnuu al mond, in pienna nott, / e mi… sudaa… e morta de stanchezza / capivi pù nient… parevi on strasc…, / nanca pù donna s’eri, ma on pover fagott! // Sentivi la sua vôs che la strillava. / forse, per farse capii da la sua mama… / S’eromm giamò pù insemma…, s’eromm pù un, / ma do personn che ormai… se separava! // Podè tegnill cont mi, in di mè man, / ninnal, scaldall cont tanta devozion, / daghe l mè latt… e invece, par nò vera, / l’è staa el primm pass che l’ha portaa lontan!… // El temp… l’è volaa via come in d’on bott. / Incoeu…, trent’anni el gh’ha…, ormai l’è on omm, / l’è on omm coi so fastidi e i so penser / e mi, purtoppo, ghe poedi fa nagott. // Quand el venn chi, i oecc, che guardi semper / e cerchi de capii quel ch’el patiss, / perché l’è el mè bagaj come una volta, / ghe dervi anmò el mè coeur… el metti denter. //Trent’anni incoeu… Trent’anni per la tua mamma / che la venn veggia e la po’ pù parlà, / Ma mi, me vedi anmò in quella stanza / e senti… la toa vos… che la me ciama” (Caterina Sangalli Bianchi da Bovisio 4 novembre 1979, ibidem, pagg. 64- 65).

 

Traduzione: “Sono diventata mamma, trent’anni fa! / Mamma, la prima volta, anche io mamma. / Era proprio vero, non era un sogno / potevo stringermi mio figlio? // Nove mesi di lunga attesa, / con le mani, accarezzavo il ventre, pian pianino / per non fargli male e quando avevo paura, / andavo ad inginocchiarmi di corsa, in chiesa! // Pensavo al suo faccino, ai suoi occhietti, / al bel nasino schiacciato a patatina, / la bocca tutta un fiore, come una rosa, / alla sua testolina con quattro capelli. // Vedevo già la sua manina, a sgambettare, / corrermi incontro, ridere, abbracciarmi / con i braccini e stringermi al collo / e chiamarmi mamma e quasi buttarmi là. / Immaginavo che parlavamo insieme tutto il giorno / E intanto con i suoi pugnetti lui rispondeva / e questo chiacchiericcio era come se fosse amore, / mi faceva sentire una regina. // Poi, quando è venuto al mondo, in piena notte, / ed io sudata, morta per la stanchezza / non capivo più niente, sembravo uno straccio / non ero più una donna, ma un povero fagotto // Sentivo la sua voce che strillava, / forse per farsi capire dalla sua mamma / Non eravamo più insieme, non eravamo più una sola persona, / ma due persone che ormai si separavano! // Poterlo tenere con me, nelle mie mani, cantargli la ninna nanna con tanta cura, / dargli il mio latte e invece non sembra una cosa vera, / già il primo passo me l’ha portato lontano! // Il tempo è volato via come in un attimo. / Ora lui ha trent’anni, ormai è un uomo, / un uomo con i suoi fastidi ed i suoi pensieri / ed io, purtroppo non posso fare niente. // Quando viene a trovarmi, / lo guardo nei suoi occhi che mi guardano sempre / e cerco di capire quello per cui soffre, / perché è sempre mio figlio come una volta, / che abita nel mio cuore e metto tutto dentro. // Trent’anni sono trascorsi, trent’anni per la tua mamma / che sta diventando vecchia e non può più parlare. / Ma io mi vedo ancora in quella stanza / e sento la tua voce che mi chiama”.

 

Il contenuto della poesia è comprensibile. Chi scrive è diventata vecchia. Il suo compleanno coincide con i trent’anni compiuti dal figlio che ormai è un uomo con i suoi fastidi e i suoi pensieri. Eppure per lei è sempre ed ancora il proprio bagaj, il proprio figlio. Scruta i suoi occhi. Vorrebbe dirgli qualcosa, capire il suo stato d’animo, parlargli e dirgli che gli vuole bene. Quando aspettava che nascesse e l’aveva nella sua pancia, si sentiva con lui una cosa sola. Una volta nato, da una sola persona ne sono nate due. Sono le strade della vita che ci portano lontano l’uno dall’altro. È una esperienza che fanno tutti i genitori, mamma e papà, che, diventati vecchi o comunque anziani, si consolano pensando ai propri nipotini nei quali rivedono il proprio figlio o figlia. Il dialetto brianzolo è lontano dalla nostra parlata marchigiana. Eppure non è difficile leggerlo. Ricordo che Gigi Colombo apprezzava i miei progressi ogni volta che ci si incontrava. Attaccavo sempre con un “S’è gh’è de noeuv?”. E davo anche la risposta: “Tùcc coss de vecc”. Cosa c’è di nuovo? Niente di nuovo, tutte cose vecchie. Rideva divertito e mi incoraggiava a migliorare la dizione.

 

Molto belli anche i testi poetici in lingua italiana raccolti nella silloge pubblicata dalla direzione di radio Torre Lombardia 1, emittente radiofonica di Giussano. Ne ho scelti solo due. Il primo si intitola Ricordami, è il ricordo di un amore, il secondo L’agguato, è una riflessione sull’uccisione di un operaio ad opera delle Brigate Rosse, un gruppo armato che insanguinò l’Italia degli anni settanta.

 

Ricordami: “Non dimenticarmi / ricordami così: / col viso senza rughe / che ai tuoi baci sapeva arrossire. / Lo sguardo vivo di te, / la pelle morbida / alle carezze delle tue / ruvide mani. / Ricorda / i tuoi capelli biondi / già un poco radi e le mie trecce sfatte, / nere, tra papaveri e grano. / Ripeti / le parole di allora / che piano mi sapevi sussurrare / e non scordare mai / che io ti ho amato” (Virginia Favaro – Lanzetti da Lecco).

 

L’Agguato: Agiscono nel buio della notte / evitando il giorno con tutta la sua luce; / si chiamano bierre, / ma i sistemi loro / son proprio come quelli / che usava il duce. / Sicuri che non fosse uno sbaglio / lo hanno sottoposto a bersaglio, / strappandolo agli affetti dei suoi cari, / han soffocato la ragione con gli spari. / Non vi sarà sapone o detergente / per lavare la stella a cinque punte; / le vostre mani sono insanguinate, / sporche, sozze, unte. / Dormi all’ombra dei cipressi, / caro compagno Rossa, / medaglia d’oro alla memoria. / Con il sangue uscito dal tuo cuore / hai scritto una pagina di storia, / un capitolo d’amore. / Genova, unita alla Nazione, / ti ha reso omaggio, / ma quello che più vale / è l’Internazionale. / L’inno suona con rispetto, / un fiore rosso è fiorito / ed è sbocciato sul tuo petto” (Y – Franco Zanibelli da Giussano, ibidem, pag. 186).

 

Guido Rossa, operaio sindacalista, fu ucciso dalle Brigate Rosse il 24 gennaio 1979 alle 6,35 del mattino, mentre sta uscendo dalla propria abitazione in via Ischia 4 a Genova, per recarsi al lavoro con la sua Fiat 850. Fu un episodio che andò ad aggiungersi ai tanti giorni terribili propri della Notte della Repubblica, come definì quegli anni Sergio Zavoli, il grande giornalista della Rai.

 

Raimondo Giustozzi

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