
Internet : Deputies knew about Isla Vista killer’s videos during welfare check – ABC7 Los Angeles
di Anna Martha Conterno
Dall’estetica del corpo al culto della virilità, viaggio nei forum e sui social in cui la fragilità maschile diventa ideologia.
Scorri e un volto ti fissa: è quello di Elliot Rodger, il ragazzo che nel 2014, a Isla Vista, in California, trasformò la sua solitudine in strage. Per molti, non è un assassino ma un martire dell’invisibilità: il simbolo di un dolore che nessuno ha voluto vedere. Nella sua figura si condensa il sogno distorto di riscatto che attraversa l’intera manosfera: morire per esistere, distruggere per essere visti. Dietro quella foto profilo non c’è un terrorista, ma centinaia di ragazzi che in lui si riconoscono.
In Italia, molti di loro si ritrovano su un luogo preciso della rete, una comunità digitale nota come “Forum dei Brutti”, epicentro della sottocultura redpill e incel. Qui la disperazione si maschera da ironia, la vergogna da identità collettiva. Dietro nickname e avatar, si costruisce una comunità in cui il fallimento diventa rito di passaggio. Ci si misura a vicenda, ci si confessa, ma sempre con sarcasmo: l’autoderisione è l’unica forma accettabile di vulnerabilità. I thread si aprono come confessioni: foto del proprio volto, classifiche, consigli chirurgici, insulto e autoironia. Tutto convive nello stesso ambiente. La sofferenza comune si trasforma in codice e il codice in appartenenza.
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Ho condotto un’analisi etnografica digitale seguendo per mesi queste comunità su diversi forum, su Reddit e su X (ex-Twitter). Ho raccolto e classificato centinaia di post, organizzandoli secondo le emozioni espresse e la loro funzione ideologica. Ciò che emerge è un ecosistema che trasforma la rassegnazione in rabbia e la solitudine in ideologia.
La maggior parte delle interazioni ruota attorno a pochi hub centrali che agiscono come nodi di aggregazione emotiva. Qui l’ostilità diventa linguaggio comune, mentre l’insicurezza si trasforma in senso di superiorità. Non c’è solo odio, ma il tentativo di costruire un’immagine stabile di sé: l’idea di “essere un uomo vero” diventa un progetto identitario, un modo per recuperare un ruolo che si sente perduto.
È una radicalizzazione silenziosa, che inizia presto, tra gli schermi accesi. Nessuno è immune alla propaganda, ma cosa succede quando la prima lezione di mascolinità arriva da un feed?
In un linguaggio sempre più tecnico e spietato, il corpo diventa un progetto da ottimizzare e il rifiuto un difetto da correggere con chirurgia o palestra. Ogni miglioramento fisico è descritto come un investimento, ogni insuccesso come una perdita di valore.
Nel gergo del Forum, migliorare se stessi si chiama hardmaxxare: spaccarsi in palestra, risparmiare per la rinoplastica, diventare un “sette e mezzo” per meritare uno sguardo.
In questo processo di ottimizzazione incessante, anche le donne vengono misurate, classificate, valutate come fossero asset di mercato: le uniche accettabili sono quelle “belle ma non troppo”, desiderabili ma non promiscue. Le donne sono Stacy, oggetti di desiderio collettivo; ma chi non raggiunge il livello estetico è una np, una non-persona. Un lessico che non descrive il mondo, lo riduce.
Ci si misura, ci si confronta. La virilità diventa una valuta. La persona un prodotto.
La mascolinità egemonica si ricostruisce così: chi non si adegua alla scala di forza, bellezza e successo viene relegato in fondo alla piramide. In questa gerarchia, l’oggettificazione non riguarda più solo l’altro, ma ritorna su chi la esercita. Nel disumanizzare l’altro, si finisce per disumanizzare se stessi.
La sofferenza non si dice: si traduce in formule e classifiche, una corazza che trasforma l’insicurezza in strategia. Dietro l’apparente razionalità di questi codici c’è il tentativo di dare un ordine al caos del sentirsi rifiutati.
Questa è la grammatica di una generazione che si sente esclusa dal gioco non solo dell’amore, ma anche del lavoro, del successo, del riconoscimento. La frustrazione estetica si confonde con quella sociale: essere visti, oggi, significa esistere. E in una società che misura tutto in termini di produttività e successo, anche la mascolinità diventa una prestazione. La precarietà economica si somma a quella affettiva, creando un senso di fallimento che cerca un colpevole più che una cura.
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In Italia, più della metà dei suicidi riguarda uomini; eppure, nel discorso pubblico, la loro fragilità resta invisibile. Anche sul piano educativo e sociale il paradosso si ripete: nel 2023 il 13,1% dei ragazzi italiani ha abbandonato precocemente la scuola, contro il 7,6% delle ragazze. Le donne superano gli uomini nei percorsi universitari, ma restano penalizzate nel mercato del lavoro; gli uomini, invece, continuano a occupare posizioni più stabili, pur partendo da un tasso di istruzione più basso. Mentre le donne guadagnano una visibilità spesso scambiata per potere, molti uomini si sentono derubati.
È in questa crepa sociale che si infiltra la rete. Non hanno un linguaggio per dirlo, e allora lo trovano nei forum, nei meme, nei video motivazionali che promettono riscatto. Ma dietro quella promessa si nasconde una gabbia: la mascolinità come performance.
Ogni giorno, bambini e adolescenti accendono il telefono e si immergono in un mondo governato da regole invisibili: a loro insaputa, l’algoritmo decide cosa mostrare, cosa desiderare, cosa temere. Ai ragazzi vengono proposte immagini di forza, dominio, seduzione. Alle ragazze, un flusso ininterrotto di trucco, shopping e corpi perfetti. È una pedagogia silenziosa: insegna che il valore maschile sta nel saper fare, quello femminile nel farsi vedere.
Da quella pedagogia silenziosa si passa presto alla predicazione aperta. Non è solo misoginia: riaffiora una retorica bianca e nostalgica, quella dell’“uomo vero”, dell’“Italia di una volta”, del patriarcato presentato come ordine naturale. In questo immaginario, donne e migranti incarnano la decadenza del presente, i capri espiatori di una mascolinità che non ha più punti di riferimento simbolici.
Basta cercare parole chiave come redpill per finire in vere e proprie eco-camere del rancore, dove utenti anonimi riversano i propri fallimenti, le proprie fantasie, la rabbia che non trova altri linguaggi. Due emozioni dominano su tutte: l’odio e la rassegnazione. Eppure, dietro l’aggressività, si intravede qualcosa di terribilmente umano: la paura di essere irrilevanti, l’angoscia di non appartenere più a nulla. È una rabbia che non nasce dal potere, ma dalla sua perdita simbolica.
A volte, leggendo un post isolato, si prova quasi empatia: si intravede la solitudine, la frustrazione economica, la difficoltà di socializzare. Ma basta scorrere un commento più in basso, e quella vulnerabilità si trasforma in un grido feroce: il diritto a “riprendersi” ciò che si crede dovuto. È lì che la solitudine smette di essere confessione e diventa ideologia.
Scorri ancora e la stessa foto da cui siamo partiti riappare, in un altro profilo, con un altro nome. È un ragazzo qualunque, chiuso nella stanza, che scrive per non sparire. L’odio è la forma che ha preso la sua solitudine. E finché nessuno la vedrà, il forum continuerà a crescere: un villaggio di invisibili che alimenta odio e rancore per colmare il vuoto.



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