di Raimondo Giustozzi
Il secondo incontro, “Le case di Gesù e la chiesa accogliente”, proposto per venerdì 21 novembre 2025, alle ore 21,15, dall’Unità Pastorale San Petro – Cristo Re di Civitanova Marche, arcidiocesi di Fermo, presso la sala Oratorio Cristo Re, via Matteotti, Civitanova Marche, ha visto la partecipazione di cinquanta persone. Tutto si è svolto nell’arco di due ore circa, secondo il calendario e le modalità date all’incontro. Don Mario Colabianchi, parroco dell’Unità Pastorale San Pietro – Cristo Re, ha introdotto il tema della serata: Compito della Chiesa è di invitare tutti, credenti e non, a pensare, condividere e dialogare. Il dott. Stefano Cesetti, giornalista, responsabile Redazione il Resto del Carlino, Fermo, ha coordinato gli interventi e presentato gli ospiti: don Antonio Nepi, prof. di Sacra Scrittura presso l’Istituto Teologico Marchigiano, Emilia Bacaro, voce recitante (attrice), Maria Cristina Domenella, voce solista (cantante).
“La casa sulla roccia” ha scaldato subito tutti i presenti, grazie alla perfetta interpretazione di Maria Cristina Domenella, che accompagnava il canto al suono della chitarra: “… Scorre lento il fiume fra le sponde, / sembra placido e tranquillo e nella valle c’è gente / che fatica a costruire una casa / che non è per questo mondo. / impastate col cemento, s’alzano le mura; / piano, piano verso l’alto sale una casa / e si copre con un tetto. // E son lacrime e sudore per scavare fra le schegge, / sotto il sole ardente e la tormenta, / ma sulla roccia si costruiscono le fondamenta! // E il cielo si fa cupo, / dai monti scendono le acque turbinose; / urtano contro le case / costruite con fatica e con sudore. / Finisce la tempesta e la casa sta ritta sotto il sole” (La casa sulla roccia, Gen Rosso). La casa, che regge a tutte le forze avverse della natura, va costruita sulla roccia, non sulla sabbia. Così è anche per noi. Una casa (famiglia, chiesa, associazione) costruita sulla roccia è quella fondata sulla Parola di Dio. Dei Verbum è detta dal documento conciliare, non Sacra Scrittura.
Emilia Bacaro ha letto in successione i tre brani del Vangelo, scelti per la serata: “La casa di Zaccheo” (Lc. 19, 1- 10), “La casa di Pietro” (Mc. 1, 29- 34), “La casa dei discepoli di Emmaus” (Lc. 24, 13- 35). Il prof. don Antonio Nepi, al termine di ogni lettura, ha commentato e ha proposto delle riflessioni su ogni passo del Vangelo, con una nota introduttiva, valida per tutti i tre testi scelti, sulla domanda “Dove abita Gesù? Il Vangelo di Giovanni è folgorante. La prima domanda è dove abita Gesù e dove devono abitare i cristiani. Abbiamo tre risposte: Venite e Vedrete = Trinità (Gv 1,39), abitare Gesù “Rimanete in me” (Gv 15, 4), tendere verso la realizzazione estrema “Vado a prepararvi un posto” (Gv 14, 1- 3). La casa nel Nuovo Testamento esprime il desiderio dell’incarnazione e il cuore dell’essere Chiesa, quando nella predicazione apostolica e successiva, la famiglia era considerata come indispensabile per farsi generare kerygma (annuncio o proclamazione) e propagarlo”.
Il termine oikia (traslitterato dal Greco), abitazione / oikos (traslitterato dal greco), patrimonio, beni, ricorrono come sinonimi e corrispondono all’ebraico bayt, casa, palazzo, tempio, famiglia, discendenza. È un termine corporativo, per cui la benedizione o maledizione coinvolgeva tutto: beni e familiari. Per un filosofo giudeo – ellenista, come Filone, designa la dimensione interiore di chi abita il bene sicuro, per cui un malvagio è esiliato, diseredato, che non abita il bene. La consonante bet è la seconda dell’alfabeto ebraico. Indica il due, la coppia.
“La casa nei Vangeli è un altare che raccoglie attorno a sé sorrisi, confidenze, lacrime, perdoni e progetti, complicità e sacrifici. Sinagoga e tempio vengono dopo. La casa appare il luogo della fantasia e dell’amicizia di Gesù. Il rabbi amava i banchetti, durante i quali raccontava parabole che anticipavano il Regno, per i giusti e gli ingiusti di Israele, per donne con vasi di profumo e farisei austeri e distaccati. Mangiare insieme è il rito che ci rende umani, dove il cibo è sacro e il pane è sacramento, perché custodisce la vita, la cosa più sacra che esiste. La casa è anche “compagnia” (cum – panis). Riflessione: È un dolore vedere troppe eucaristie che, invece di un banchetto di gioia e condivisione, si trascinano come liturgie stanche, sterili, che parlano solo di sé stesse e a sé stesse. Le messe diventano “messe in scena”, come matrimoni di finzione. In un tempo come il nostro, disorientato e lacerato, in cui sembra prevalere la legge del più forte, la casa di Gesù sovverte categorie consolidate e propone un nuovo ordine, servizio e responsabilità. È l’invito ad entrare nella logica e nella sorpresa spiazzante del Magnificat e delle Beatitudini. La casa è abitare il Regno di Dio. Non è l’idillio ma il luogo della battaglia.
La casa di Zaccheo (Lc. 19, 1- 10).
Zaccheo, ironicamente, ha un nome che significa “puro, innocente”, in realtà non lo è, perché è il capo dei pubblicani, coloro che riscuotono le tasse, ma che si arricchiscono a proprio vantaggio sulla pelle dei propri concittadini. Per questo è odiato, non solo come traditore, insieme alle prostitute, come una persona inquinata, distante dalla Legge, che non si sarebbe salvata. Secondo i criteri del mondo è l’uomo che ce l’ha fatta. La tradizione ce lo dipinge come un corrotto, un collaborazionista dei romani. Tradisce il proprio popolo per convenienza personale. Questa lettura appare riduttiva. Zaccheo emerge come un uomo capace di riflettere sul contesto socio – politico in cui vive; è un innovatore che cerca un equilibrio tra identità e progresso, tra pragmatismo e fedeltà dinanzi a nuove istanze di senso. Questo approccio fa di Zaccheo non solo un individuo che sbaglia, ma anche un uomo che osa affrontare la complessità della propria realtà con intelligenza e coraggio.
Desidera incontrare Gesù che non disdegna di trovarsi a tavola con “mangioni e beoni”. Anche Gesù desidera incontrare Zaccheo. La novità cristiana sta proprio nel fatto che non solo l’uomo cerca Dio, ma anche Dio cerca l’uomo. Zaccheo è piccolo di statura. Non riesce a vedere Gesù. Perde ogni ritegno. Si mette a correre e sale su un sicomoro per poterlo vedere. Un uomo importane non si mette a correre né si arrampica sui rami di un albero come fa un ragazzino. Pur di soddisfare il proprio desiderio, Zaccheo è disposto a perdere la propria dignità. Smette di preoccuparsi di ciò che la gente può pensare di lui. Sceglie di abbracciare la propria piccolezza e di usarla a proprio vantaggio. Gesù lo vede subito, lo chiama per nome e gli dice: “Oggi voglio venire a casa tua”. La folla si scandalizza e mormora. A Zaccheo non importa la critica e dichiara: “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. La restituzione del maltolto non è nella misura prevista dalla legge, ma il quadruplo, il massimo possibile, il segno di un pentimento radicale. Zaccheo scopre che c’è più gioia nel dare che nel ricevere.
Riflessioni. Zaccheo rappresenta il cristiano che viene da una storia ferita; si entusiasma di Gesù ma non lascia tutto; rimane a casa sua facendo fruttare quello che ha a favore degli altri. La domanda che Zaccheo ci lascia, mentre scende in fretta dal suo albero col cuore pieno di gioia è questa: Qual è la folla che ci impedisce di vedere. Quale sicomoro, prova, siamo disposti a scalare oggi, non per meritarci l’attenzione di Dio, ma semplicemente per lasciarci trovare dal suo sguardo che già ci sta cercando? Zaccheo ci insegna ad aprire la porta della casa e non cadere nella trappola di pensare che non si possa cambiare. Per l’evangelista Marco, la casa nasconde il segreto del Regno di Dio, che è Gesù stesso, Messa, crocifisso e risorto (Mc. 4, 11). Il motivo della casa è centrale nel Vangelo di Marco. In tutte queste case le risposte dei diversi personaggi presentati sono due: adesione o rifiuto. La casa è luogo di guarigione, liberazione, perdono dei peccati, insegnamento, sin dall’inizio della sua attività fino all’ultima Cena.
La casa di Pietro e Andrea a Cafarnao (Mc. 1, 29- 34).
La casa di Pietro e di suo fratello, a Cafarnao, è quasi il quartier generale di Gesù in Galilea. Sono tre i momenti fondamentali: Gesù guarisce la suocera di Pietro, a letto con la febbre, rimette in piedi il paralitico, calato da quattro persone, che rompono il tetto della casa, perché Gesù possa guarire l’infermo. Gesù incontra i propri parenti che sono venuti a trovarlo. La sinagoga e il Tempio sono spazi ostili a Gesù. Li frequenta, ma se ne distanzia perché in essi avviene l’abuso della liturgia senz’anima, fatta di belle parole, come canzoni, ma pur sempre abitata dalla ricerca del potere e del guadagno. La casa di Pietro è il simbolo della prima comunità di discepoli. Marco scrive il proprio Vangelo mentre è a Roma. Attualizza la domus romana, come luogo di rapporti belli, ma anche di limiti e litigi. La casa urbana greco- romana era il luogo principale della vita, lo spazio dell’inclusività, del legame verso gli antenati. Marco mantiene questi connotati ma li sviluppa in forma di servizio reciproco, di entusiasmo evangelizzante, abolendo fattori di degrado e tabù religiosi.
La suocera di Pietro è una donna, quindi non troppo considerata dal punto di vista sociale. Rappresenta tutti coloro che sono malati a vari livelli. Letteralmente “è stesa”, depressa, non sta in piedi, soccombe, molla la vita, è sfinita. Alcuni si avvicinano al maestro e lo informano che la donna e infuocata dalla febbre. Gesù si fa prossimo, la fa risorgere, poi compie un gesto scandaloso. L’afferra con forza per mano. La restituisce alla vita perché possa servire. Si notano due cose: alcuni che intercedono per la donna, poi Gesù che rimotiva chi si stava spegnendo. La suocera guarisce perché sente di essere doppiamente amata e si rende disponibile con generosità. Gesù trasforma la casa in un’oasi di solidarietà e di condivisione, in cui è importante accorgersi dell’altro, farsi carico della sua solitudine tipica del walking dead man (morto vivente, morto che cammina), rialzarlo, sapendo che questo rialza anche noi.
Il paralitico e il tetto scoperchiato ( Mc. 2, 1- 5).
Nell’episodio della guarigione del paralitico e del tetto scoperchiato, per calarlo dall’alto, perché Gesù possa guarirlo, dal momento che è impossibile farlo passare dalla porta, ostruita da una folla immensa, le quattro persone (Simone. Andrea- Giacomo- Giovanni) sono il paradigma dei credenti, chiamati a farsi carico dei marginali, disabili squalificati. Il paralitico simboleggia chi zoppica, chi è paralizzato dalle paure, dalle situazioni, chi è costretto a dipendenze molto umilianti. Di nuovo, il messaggio è che non ci si salva da soli e la nostra fragilità ha bisogno del sostegno. “Voi farete cose più grandi di me, voi sarete me” (Gv. 14, 12). Abitare la casa significa solidarietà ed appartenenza, specie in contesti dove domina la tendenza ad isolarsi, a rimanere staccati, a non lasciarsi coinvolgere. La casa è il sentirci intimi a Lui, con il potenziale della nostra sete interiore.
La vera famiglia / casa di Gesù (Mc. 3,31 – 35).
“Il testo è stato definito una “icona sull’autentica famiglia di Gesù”. L’evangelista relativizza una casa che si fonda sui legami familiari originari. Va oltre e mette al centro i legami di fede (Mc. 3,35). I credenti della chiesa – casa sono i suoi parenti. La sinagoga con le sue regole è in contrapposizione tra i parenti venuti a cercare Gesù e coloro che lo ascoltano. Questi ultimi seguono i criteri dell’amore a Dio e ai fratelli. Le parole di Gesù non sono un rimprovero ma un elogio di Maria, sua mamma; chi meglio di Lei ha fatto la volontà di Dio? È da notare il contrasto tra i “suoi” che sono fuori casa e i discepoli che lui ha chiamato perché stessero con Lui. I primi lo ritengono matto o gli restano estranei, i secondi sono in comunione, ascoltando, obbedendo (ob – audire) alla sua parola dentro casa, che è il luogo più intimo. Perché i suoi cercano Gesù? Sono preoccupati per il troppo impegno che Gesù mette nell’annuncio? Vogliono sfruttare la sua fama? Nulla di tutto questo. Da notare che stanno in piedi, come degli estranei, non sono seduti, come lo sono i discepoli, che ascoltano il maestro. Gesù non chiede particolari meriti. Non guarda la posizione sociale di chi lo ascolta. Chiama tutti coloro che lo accolgono. Va oltre i confini etnici, senza distinzione di razze e culture. L’unico requisito è fare la volontà di Dio”.
Il tipo di relazione che Gesù vuole nella sua casa – famiglia è la fede, l’amicizia, non il rispetto di leggi e divieti, ma il sapore dell’intimità e della spontaneità con lui e tra loro, come tra genitori e figli, e tra fratelli, che vivono sotto lo stesso tetto. Questo è il principio di fraternità disinteressata, transculturale che identifica la chiesa. I “suoi” vorrebbero possederlo, ma Lui appartiene al Padre. Sorge allora la domanda: “Dove abita Gesù?”. Il IV Vangelo ci risponde con una ambiguità ironica: “Venite e vedrete” (Gv. 1,38). Gesù abita nel cuore della Trinità e lì vuole preparare il posto a chi vuole essere inquilino. Riflessioni. Le parole di Gesù sulla famiglia della Chiesa sono valide per la piccola chiesa domestica che è la famiglia. Dobbiamo essere attenti al ghetto del familismo, alla retorica della fede, a dire che Gesù è fuori, quando a stare fuori siamo noi con i nostri compromessi. Siamo pronti a superare il mito di Narciso? La famiglia del Vangelo esige che io esca da me e che mi spogli del mio io, per trovare un centro fuori, e sia capace di accettare il rischio di seguirlo, anche quando ci spiazza oltre le logiche o legami umani. Dio è legame: “Là dove due o più sono uniti, io sono in mezzo a loro” (Mt. 18, 20). Falso è credere che gli affetti e i legami ci allontanano da Dio. Dio è legame, passa per gli affetti e si sperimenta nei legami, quelli autentici, quelli che non ti afferrano ma ti abbracciano. Che senso ha la vita se non ci sono i trionfi dell’amore sul disfacimento delle freddezze, delle separazioni, sulla tanta forza organizzata del male! Ogni legame d’amore è una missione dall’alto. Questo è il marchio divino in noi”.
La casa di Emmaus (Lc. 24, 13- 35).
Il racconto è una catechesi (insegnamento approfondito e sistematico della vita cristiana). Nel viaggio dei due discepoli verso la loro casa di Emmaus (Fonte calda) possiamo leggere il “cammino” di chi ha scelto Gesù e cerca ancora di seguirlo pur nel crepuscolo della fede. È significativo che i due non fanno parte degli undici apostoli. Il loro viaggio di scoperta è quello di tutti. S’intreccia con il cammino di Gesù che si fa prossimo. Il problema che il racconto ci pone non è la presenza o l’assenza di Gesù risorto (egli si avvicina ai due discepoli e cammina con loro), ma come e dove riconoscerlo. La tradizione pensa ad un marito, di nome Cleofa (gloria del padre) e di sua moglie che rimane anonima. Se così fosse, si tratta di un nucleo familiare, oppure di amici. L’aspetto importante è la loro delusione e tristezza. Se avevano aderito con entusiasmo a Gesù, adesso ne hanno rottamato il ricordo e hanno perduto ogni speranza. Come accade a noi quando la nostra fede non è pienamente lucida e manca dei riscontri / prove che noi vorremmo avere.
Gesù si accosta a loro, senza farsi riconoscere. Fa sinodo, ovvero cammino insieme e raccoglie la loro amarezza di falliti, la loro frustrazione (Sal. 56, 9: “I passi del mio vagare tu li hai contati, nel tuo otre raccogli le mie lacrime”). Stanno tornando da dove erano partiti. Hanno lasciato e si volgono indietro. Si sentono abbandonati e traditi da Gesù. Qualcuno li trova simili a sé stesso, quando era sul punto di tagliare o mollare un’esperienza di Chiesa troppo spesso scandalosa e vuota per la sua noia, voglia di soldi, per gli abusi dove non si respira più entusiasmo e speranza. Chi presume che i due siano una coppia, pensa a un raffreddamento del loro amore. Cristiani con l’anima in riserva e il cuore che non parte. Il racconto ha una sequenza ternaria, tre affermazioni di delusione: discorrono, indagano, si contrastano nelle opinioni, ma lo fanno insieme. Questo ci dice che non si può capire l’accaduto, giungere alla fede da soli e che ciascuno ha qualcosa da dire all’altro e qualcosa da sentire dall’altro. Non riconoscono Gesù non perché Gesù si è camuffato, ma perché restano ancorati al passato. Sono loro che devono cambiare lo sguardo. Il Risorto rimane uno straniero se non si entra, attraverso la comprensione delle Scritture, nella verità de Crocifisso. Sanno ciò che è avvenuto ma non l’hanno capito. Se è la risurrezione che svela il lato nascosto della Croce, è vero anche il contrario. Il Risorto rimane nascosto se non si comprende il Crocifisso. Ai due sfugge il legame di continuità fra il profeta potente ed il Messia crocifisso.
I due discepoli capiscono, quando lo sconosciuto spiega loro le Scritture: il Crocifisso non è la sconfitta della speranza messianica, ma la rivelazione di una diversa speranza; non è la negazione della liberazione, ma un diverso modo di intenderla. Gesù rimprovera la loro ottusità, la lentezza e la superficialità nel capire. Questo è anche vero per a lentezza teologica. Si crede in Dio, poi non si riesce ad accettare la novità della sua azione. Lo sconosciuto parla per la prima volta di sé stesso, e si presenta come “il Cristo”. Il verbo “Doveva patire” significa che la passione è stata vissuta da Lui come un’obbedienza. Ciò che bisogna comprendere, altrimenti l’intero evento cristologico perde ogni senso, è proprio la divina necessità della Croce. Il fatto che ha indotto i due discepoli a perdere la speranza è, in realtà, il fatto che la compie, ma che anche la converte. Il piano salvifico è conforme alle Scritture, ma le Scritture non bastano. Solo il Risorto sa spiegarle ai due discepoli.
Luca usa due verbi per dire il modo in cui il Risorto spiega le Scritture: interpretare, far capire diermeneuein, traslitterato dal greco) e rendere chiaro, dischiudere (dianoigein, traslitterato dal greco) come uno scrigno. È lo stesso verbo usato per dire che “I loro occhi furono aperti”. Le Scritture non sono trasparenti per sé stesse, vanno schiuse, e si tratta di trarre da loro (esegesi) non di introdurre i nostri pensieri.
Giunti nelle vicinanze di Emmaus, Gesù finge di dove proseguire. Ma i due discepoli lo invitano con forza a rimanere con loro. L’amore gratuito di Dio gradisce di essere desiderato e cercato, non soltanto accolto. Il verbo rimanere, che significa anche “abitare”, ricorre due volte e si precisa “con noi”. I discepoli cercano la sua compagnia. Gesù rimane con loro. Una volta che è a tavola, compie quattro gesti: prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo distribuisce. Sono gesti che riportano indietro la celebrazione eucaristica, alla vita terrena di Gesù, una vita in dono come pane spezzato, alla Croce che di quella vita è il compimento. E riportano anche in avanti, alla vita della Chiesa, al tempo in cui i cristiani continueranno a “spezzare il pane” (At. 2, 46). Il verbo distribuire è usato all’imperfetto, perché nel gesto di dare, Gesù continuava a dare sé stesso, in quel preciso momento, e continua a dare. Gesù è sempre colui che dona, questo è il suo tratto caratteristico. È presente nella comunità, ma come colui che dà, non come colui che riceve: “Io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Lc. 22, 27). I due discepoli lo riconoscono e con loro tutti coloro che sono chiamati a credere senza vedere” (abstract relazione di don Antonio, prof. Nepi).
“Resta qui con noi il sole scende già, / resta qui con noi Signore è sera ormai. / Resta qui con noi il sole scende già, / se tu sei fra noi la notte non verrà” (Resta qui con noi, Gen Rosso). Sono i versi del canto finale della serata, suonato e cantato da Maria Cristina Domenella. Tutti gli interventi dei presenti sono ruotati attorno a questa speranza / certezza. L’incontro di Gesù con gli altri, nei passi dee Vangeli che sono stati letti e commentati, è reale. Oggi molti dei nostri incontri, in famiglia e non solo, vengono mortificati dall’uso sconsiderato che facciamo dei social e del cellulare, sempre acceso, anche quando siamo in famiglia, che sarebbe il luogo privilegiato per comunicare, discutere, incontrarsi. Nei servizi diversi verso chi è nel bisogno, materiale o affettivo, dobbiamo imparare da chi fa insieme a noi il nostro stesso lavoro, quando ha un diverso modo di avvicinare chi bussa alla sede della Caritas diocesana, sede di Civitanova Marche. Non tutti sappiamo accogliere le richieste, C’è chi sa farlo con garbo e sollecitudine. “Mi sono compagni solo le tenebre”, recita il salmo 88. Dobbiamo essere in grado di rincuorare, ma insieme, chi è circondato da sventure e spaventi. Dio ha bisogno di noi, come i quattro uomini che scoperchiano il tetto della casa per far passare il paralitico.
Raimondo Giustozzi



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