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Libri. John J. Mearsheimer, La grande illusione. Perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo

La grande illusionedi Raimondo Giustozzi

La grande illusione” che dà il titolo al saggio di John J. Mearsheimer è il sogno di esportare la nostra liberaldemocrazia – occidentale – in tutto il resto del mondo. Nel denunciare questa idea come pericolosa, dissennata, foriera di catastrofi, l’autore demolisce decenni di politica estera americana. A suo avviso, lungi dal promuovere la pace e i diritti umani, nel periodo della sua massima espansione la cosiddetta egemonia liberale ha rafforzato in America il complesso militare industriale, ha promosso guerre sbagliate, ha indebolito i valori democratici sia nel resto del mondo che all’interno degli Stati Uniti. Docente di Political Science presso l’università di Chicago, John J. Mearsheimer è uno dei più autorevoli esponenti della scuola geopolitica ispirata al realismo. La realpolitik, associata anche a Henry Kissinger, oggi ha in Mearsheimer un grande pensatore di grande influenza. Il saggio è stato scritto prima dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, dunque sarebbe sbagliato estrapolarne la legittimazione di un’aggressione criminale. Tuttavia, per quanto riguarda il periodo antecedente l’attacco all’Ucraina, Mearsheimer si schiera con coloro che considerano un grave errore l’allargamento della Nato a Est. La teoria dell’accerchiamento, cara a Putin, ha una sponda americana autorevole, e da molto tempo” (Federico Rampini, Prefazione in  “La grande Illusione”, pag. 7, Milano 2022).

E’ utile leggere il libro proprio in questo momento drammatico perché l’orrore della guerra tende a farci vedere ogni realtà in bianco e nero, con tutti i torti da una parte e tutte le ragioni dall’altra”. Ovviamente le esternazioni di Sergei Lavrov, ministro degli esteri russo, dichiarate nel corso di un’intervista a Rete 4, sono aberranti e disgustose, da gettare nel cestino della spazzatura (N.d.R.). Lo studioso americano rimprovera ai governi del proprio paese di aver voluto trasformare il mondo a propria immagine e somiglianza, questo soprattutto dopo la fine della guerra fredda, il crollo dell’Unione Sovietica. Non hanno saputo praticare la realpolitik di Henry Kissinger né hanno tenuto in nessun conto dei nazionalismi. Tutto il saggio ruota attorno a tre concetti: Liberalismo, Nazionalismo e Realismo. La teoria è indispensabile per capire come gira il mondo. La grande illusione è essenzialmente uno studio teorico. La premessa di base è che non si può prescindere dalla teoria per la comprensione dei problemi politici. Gli insuccessi della politica estera americana fin dal 1989, e in particolare dal 2001 in poi sono da ricondurre a questa mancanza di conoscenza.

L’illusione parte dalle guerre promosse da George W. Bush e da Barack Obama in quella parte del mondo compreso tra Afghanistan, Iraq, Libia e Siria. Alla base dei disastri c’è una visione errata del mondo: una filosofia liberale che concepisce gli esseri umani come individui atomizzati e cerca di calare su di loro dei principi universali, sottovalutando la dimensione sociale delle persone, l’importanza delle identità nazionali e i condizionamenti della geografia. L’ingegneria sociale di Bush e Obama è stata all’origine di catastrofi che hanno portato a corrodere la credibilità degli Stati Uniti anche in altre parti del mondo. Fra le cause degli errori, l’autore del libro indica la mediocre conoscenza del mondo islamico, nelle sue varianti sunnite e sciite, tra i massimi responsabili del Dipartimento di Stato o del Pentagono.

I passaggi del libro, pubblicato in America nel 2018 e in Italia nel 2019, sull’Ucraina sono i più controversi, addirittura esplosivi dopo quello che sta accadendo da settanta giorni in quella terra martoriata, distrutta da bombardamenti missilistici ad opera dell’esercito russo. Bisogna guardarli con il senno del poi. Mearsheimer non è affatto filo putiniano. L’autore ritiene che fu un errore l’allargamento della Nato ad Est e dedica alla questione ucraina molte pagine che vanno lette con grande attenzione. Kennan, storico e diplomatico americano, pioniere della politica di contenimento dell’Unione Sovietica agli albori della Guerra fredda, scomparso nel 2005, fece in tempo ad assistere all’allargamento della Nato, dal 1997 ad oggi, in una intervista definì l’espansione dell’alleanza militare un tragico errore. Aggiunse: “Non c’è nessuna ragione dietro l’allargamento perché nessuno sta minacciando nessuno”. Questo lo diceva nel 1998. Dopo l’aggressione dell’Ucraina ad opera della Federazione russa le cose sono terribilmente cambiate. Anche la Svezia e La Finlandia, nazioni tradizionalmente neutrali, hanno chiesto di poter entrare quanto prima nella Nato, temendo un’invasione della Russia, vedendo quanto sta succedendo in Ucraina.

“Mearsheimer entra nei dettagli (pagine 191- 198) dei vari interventi del Dipartimento di Stato USA negli affari interni dell’Ucraina. Juanukovyc, presidente dell’Ucraina dal 2010 al 2014, con un improvviso dietrofront rinunciò a un accordo economico con l’Unione Europea per accettare invece una controproposta della Russia. Da lì nacquero proteste popolari, appoggiate da Washington. L’episodio, agli occhi di Putin, fu un colpo di Stato con regia americana. La ricostruzione di quegli eventi, gravidi di conseguenze, è ancora controversa. L’appoggio americano alla rivolta di piazza Maidan avvenne alla luce del sole, con tanto di senatori Usa in visita a Kiev per portare un appoggio molto visibile alla rivolta popolare. Anche il  giudizio di Mearsheimer sull’allargamento della Nato verso Est può essere contestato.

I Paesi dell’Est erano stati traditi dall’Occidente quando al termine della Seconda guerra mondiale, il patto di Jalta fra RooseveltChurchillStalin li consegnò all’oppressione sovietica. Dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URS, i popoli dell’Europa centro – orientale, con una libera espressione di volontà collettiva e di sovranità, chiesero di essere ammessi nell’Unione Europea e nella comunità atlantica, cioè di tornare a far parte di una famiglia politica da cui li avevano separati la violenza di Hitler prima, di Stalin poi. Avremmo dovuto rispondergli di no, per non disturbare l’orso russo che allora sembrava in letargo? Capisco che la geopolitica deve fare i conti con la dura realtà di rapporti di forze. Mi chiedo tuttavia se sia giusto riconoscere che l’imperialismo russo ha un diritto di interferenza perenne sui Paesi vicini, colpevoli di esistere in prossimità de suoi confini. Mi permetto di suggerire un’ipotesi alternativa: oltre ad allargare la Nato avremmo forse dovuto credere nel suo ruolo e rafforzarla di conseguenza, in previsione di una rinascita delle pulsioni aggressive di Mosca. Nella mia versione alternativa è la debolezza dell’Occidente, non la sua prepotenza, ad aver incoraggiato Putin” (Federico Rampini, prefazione alla presente edizione (2022), pp. 9- 10, in “La grande illusione,” Milano, 2022).

Se è vero quello che dice Rampini a proposito dell’imperialismo russo, è anche vero che quello americano non ha mai tollerato, dal presidente James Monroe ad oggi, l’interferenza di altre potenze con la propria egemonia nel continente americano. “L’America agli americani” sintetizza bene questa ideologia. La crisi dell’installazione dei missili a Cuba insegna. L’appoggio a colpi di stato nell’America Latina, volti a sostituire governi poco amici degli USA, tra tutti il colpo di Stato in Cile ad opera di Augusto Pinochet contro Salvatore Allende, presidente democraticamente eletto, è stata ugualmente una costante dell’imperialismo americano. La colpa della Comunità Internazionale, per intenderci l’ONU, dove la Federazione Russa ha diritto di veto, è di non aver bloccato sul nascere l’imperialismo putiniano con l’aggressione della Cecenia, della Georgia, della Crimea e per ultimo l’Ucraina, senza considerare il condizionamento operato nei confronti del Kazakistan, dell’Uzbekistan, della Bielorussia, considerati suoi stati vassalli. Quale considerazione Putin ha dell’ONU si capisce chiaramente come ha trattato il suo segretario generale Antònio Gutierrez in visita al Cremlino quasi col cappello in mano. La sfida è continuata nel corso della visita dello stesso segretario a Kiev, quando sono caduti sulla capitale dei missili che hanno colpito un palazzo vicino all’ambasciata inglese (N.d.R.).

Nella narrazione russa si parla della guerra in corso come scontro di civiltà. La Federazione Russa si scaglia contro l’Occidente accusato di tutte le nefandezze: deriva della famiglia, feste del Gay Pride, teorie sul gender, libertà di stampa, democrazia. Gli oligarchi russi sono pieni di soldi. Vivono all’insegna del lusso più sfrenato. Hanno amanti in ogni angolo del mondo, figli nati fuori dal matrimonio, ville da nababbi, mega yacht di lusso con ogni comfort. Tanto è il livore contro l’Occidente. Eppure gli oligarchi russi vivevano nell’Occidente tanto vituperato, circondato da tutte queste cose. Le loro mogli e amanti frequentavano negozi dell’alta moda. I figli e le figlie studiano nelle più prestigiose università inglesi e americane. L’Occidente è malato. I suoi valori non valgono nulla. Valgono quelli proposti dalla Russia. Quali sono? La censura? L’avvelenamento dell’avversario politico? I crimini di guerra in Ucraina? La chiesa ortodossa del patriarca Kirill! Benedice le armi che portano morte e distruzione nelle città ucraine. Appoggia la guerra di Putin. Ha fatto scalpore papa Francesco quando ha detto chiaramente che l’autorità religiosa non fa da chierichetto del potere. Papa Francesco ha detto quello che doveva dire. Lo dice il Vangelo: Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio (N.D.R).

“Il patriarca di Mosca dovrà comparire davanti al Consiglio dei Primati delle Chiese Antiche Orientali, la più alta corte dell’ortodossia mondiale. E’ una richiesta avanzata da circa quattrocento sacerdoti della chiesa ucraina sotto la giurisdizione del Patriarcato di Mosca. I sacerdoti sostengono che Kirill predica la dottrina del “mondo russo”, che si discosta dall’insegnamento ortodosso e andrebbe condannata come eresia. Addebitano a Kirill crimini morali nel benedire la guerra contro l’Ucraina e sostenere pienamente le azioni aggressive delle truppe russe sul suolo ucraino” (Il Fatto quotidiano. Fonte Internet, 14.04.2022).

Il saggio di John J. Mearsheimer è  diviso in otto capitoli, declinati in paragrafi di diversa lunghezza, 333 le pagine comprese quelle dedicate alle note (pagine 257- 333) con una ricca bibliografia.

 

Indice del libro

Prefazione alla presente edizione

Introduzione

Prefazione

  1. Il sogno impossibile
  2. Natura umana  e politica
  3. Liberalismo politico
  4. Le crepe che affiorano nell’edificio liberale
  5. Il liberalismo espatria
  6. Il liberalismo come fonte di guai
  7. Teorie liberali sulla pace
  8. Perché scegliere la via della moderazione

Note

Nel primo capitolo del libro, il sogno impossibile, l’autore mette a confronto Liberalismo, Nazionalismo e Realismo. Gli Stati liberali hanno per natura una mentalità da crociati che è difficile da accantonare. Credono che i diritti individuali siano inalienabili e che valgano in ogni angolo del pianeta. Il liberalismo si scontra con il Nazionalismo, un’ideologia politica potentissima. Si impernia sulla divisione del mondo in un’ampia varietà di nazioni, che sono unità formidabili, ognuna delle quali ha una sua cultura specifica. Viviamo in un mondo popolato quasi esclusivamente da Stati nazionali. Questo significa che il liberalismo deve coesistere con il nazionalismo. Liberalismo e Nazionalismo possono coesistere, ma quando si scontrano vince quasi sempre il nazionalismo. Il liberalismo non si concilia nemmeno con il realismo. I membri di una qualunque società hanno profonde divergenze su ciò che si dovrebbe intendere  una buona vita. Queste divergenze possono portarli a tentare vicendevolmente ad uccidersi. Dunque occorre uno stato per mantenere la pace. Ma non c’è stato al mondo che possa tenere a bada dei Paesi quando sono divisi da gravi dissensi interni. La struttura del sistema internazionale è anarchica, non gerarchica; in altre parole, il liberalismo non può funzionare in politica internazionale, perché predica un credo politico che debba e possa valere per tutti. Non è così. Di conseguenza, se vogliono sopravvivere, i Paesi non possono che agire in base alla logica dell’equilibrio di potere (pag. 25).

Una road map (mappa stradale – mappa del libro)

John J. Mearsheimer stesso propone una sua recensione al libro in due paginette (pp. 34- 35), nel paragrafo road mappa: “Le mie visioni della natura umana e della politica vengono illustrate ampiamente nel secondo capitolo, dove spiego la mia teoria di base della politica, che uso nei capitoli successivi per analizzare il liberalismo, il nazionalismo e il realismo. Nel terzo capitolo descrivo il liberalismo politico, dedicando la massima attenzione alle affinità e alle differenze tra liberalismo come modus vivendi e liberalismo progressista. Nel quarto capitolo affronto i problemi principali del liberalismo politico, le relaziono tra liberalismo e nazionalismo, nonché i limiti delle pretese liberali sui diritti universali. Nella prima metà del libro, insomma, l’obiettivo che mi pongo è capire in che cosa consiste il liberalismo”. Frequenti sono i riferimenti a Hobbes, Hume, Dewey, Rousseau, Strauss, Locke, Fischer, Machiavelli, Platone, Aristotele, Fukuyama, Stuart Mill, Jeremy Bentham, Max Weber, Roger Smith, Montesquieu, ecc. “Nel capitolo cinque inizio a vedere come il liberalismo incide sul sistema internazionale, dove esamino in dettaglio la relazione tra liberalismo e realismo. La mia tesi di fondo è che nelle rare occasioni in cui gli Stati sono nella condizione di adottare l’egemonia liberale, di solito le conseguenze sono il fallimento della diplomazia e si perdono le guerre. Sono stati il nazionalismo e il realismo a creare un sistema di relazioni internazionali contemporaneo che è popolato quasi per intero da Stati nazionali. Nel  capitolo sei sostengo la tesi che è destinato all’insuccesso lo Stato che persegue l’egemonia liberale. Nel capitolo settimo affermo che quand’anche una politica estera liberale dovesse raggiungere i suoi obiettivi principali – diffondere ampiamente la democrazia liberale, creare un’economia liberale aperta, costruire tante istituzioni internazionali di alto profilo – ciò non produrrebbe necessariamente un mondo più pacifico. Nel capitolo ottavo concludo con alcune osservazioni sulla traiettoria futura della politica estera americana. Valuto la possibilità che gli Stati Uniti abbandonino l’egemonia liberale e adottino una politica estera più contenuta e basata sul realismo” (Ibidem, pp. 34- 35).

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