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Darwin, cinquant’anni fa la svolta del Banco del Mutuo Soccorso

Fonte Internet

Fonte Internet

di Valerio Calzolaio

Nel 1972, cinquant’anni fa, uscirono due album che segnarono una svolta nella storia della musica italiana, allora si diceva Long Playing, dischi in vinile a 33 giri e lunga durata, il primo non aveva un involucro quadrato o rettangolare ma la forma di un salvadanaio, il secondo aveva Charles Darwin nel titolo e s’intitolava solo Darwin!, proprio strani. Furono realizzati per la Ricordi con grande successo di critica e di pubblico, da un gruppo nuovo composto da sei musicisti, il Banco del Mutuo Soccorso: il compositore e tastierista Vittorio Nocenzi (gennaio 1951), il fratello pure pianista Gianni Nocenzi (dicembre 1952), il cantante voce solista Francesco Di Giacomo (1947-2014), il chitarrista Marcello Todaro (1946), il bassista Renato D’Angelo, il batterista Pierluigi Calderoni (1949). Che idea divulgare la scienza con l’arte della musica, versi e melodie indimenticabili!

L’album Darwin! ha in copertina un orologio antico ed elegante (con catenella), senza numeri per le dodici ore ma solo piccoli pallini che contornano volti culturalmente significativi, al centro la grande immagine di un paesaggio, un’imponente silhouette di spalle del cantante, con cappello e mansarda, come direttore d’orchestra sulla biodiversità naturale in attività. I primi suoni sono una pennellata di tastiera e un arpeggio di chitarra, evocano il brodo primordiale, poi ecco l’incipit delle parole cantate in registro alto nella suite d’apertura, biologia e finitudine, L’evoluzione:

Prova, prova a pensare un po’ diverso Niente da grandi dei fu fabbricato Ma il creato s’è creato da sé Cellule fibre energia e calore

…”. Nel prosieguo i sintetizzatori accennano a leggerezza astrale, aria cosmica, vento e fluidi terrestri, mentre il testo ricco di figure retoriche arriva alle prime cellule viventi, esseri strutturati senza ancora forma definita. Si tratta di un preludio, ci si prepara all’esplosione biologica e il ritmo diventa via via più sincopato e impetuoso, in parallelo a simbiotici testi che sintetizzano miliardi di anni senza pretese scientifiche, richiamando emotivamente il racconto non dogmatico dell’evoluzione della vita, fino alle specie umane, così approcciate:

Ma se nel fossile di un cranio atavico Riscopro forme che a me somigliano Allora Adamo no, non può più esistere E sette giorni soli son pochi per creare E ora ditemi se la mia genesi Fu d’altri uomini o di un quadrumane

…” Gli antenati più vicini erano quadrumani, lo sappiamo ormai bene, noi evolviamo molto lentamente in bipedi, prima alternativi, inizia la seconda suite, cambiamenti e adattamenti, frustrazione e volontà, divulgazione poetica dei nostri primi passi nello spazio e nel tempo, La conquista della posizione eretta:

Steli di giunco e rughe d’antica pietra Odore di bestia, orma di preda Nient’altro vede il mio sguardo prono Se curva è la mia schiena

Potessi drizzare il collo oltre le fronde E tener ritto il corpo opposto al vento Io provo e cado e provo E ritto sto per un momento

…”. Qui si parla poi delle emozioni dello sguardo diritto, poche parole prima di un lungo coerente intervallo di musica d’accompagno, per il pollice opponibile non era ancora venuto il momento, ma conta il contesto preistorico animale e vegetale della nostra vita terrena eretta: il terzo brano è solo strumentale, venature jazz d’effetto divertente e ironico, un colorato cartone animato acustico, funzionale alla drammaturgia dell’intera opera, La danza dei grandi rettili.

Il quarto brano, il più coinvolgente e omogeneo, un capolavoro di ritmo e sostanza, inizia a descrivere i gruppi umani, la sopravvivenza, la caccia, la lotta per la supremazia, le gerarchie, la solitudine, la cooperazione, il migrare, la curiosità permanente, s’incontrano ormai insieme anche Cento mani e cento occhi che possono anche abbozzare un coro alla bisogna:

“Laggiù altri ritti vanno insieme

Insieme stan cacciando carni vive Bocche affamate, braccia forti Scagliano selci aguzze con furore Devo fuggire o farmi più dappresso a loro

Sulla tua canna mi offri carni Che non ho certo conquistato io con la mia forza Che gesto è questo? Non s’addice a un forte La preda è vostra e dunque vostro il grasso pasto

Di cento mani è la mia forza E cento occhi fanno a noi la guardia Tu sei da solo La nostra forza è in cento mani E cento occhi fanno a noi la guardia Tu sei da solo

Tu ora se vuoi puoi andare Oppure restare e unirti a noi

E da un branco una tribù che va Da un villaggio una città Gente che respira a tempo Uomini rinchiusi dentro scatole di pietra Dove non si sente il vento E la voglia di fuggire che mi porto dentro Non mi salverà

Fate cerchio intorno ai fuochi, presto… Presto con le pietre, presto… Che siano pronte, taglienti e aguzze Altri mani uccideranno e ci sarà più cibo Ma la voglia di fuggire che mi porto dentro Non mi passerà”.

Tanto più che viaggiando altrove ci si può invaghire di un’umana di un altro gruppo, può nascere un amore, chissà? Il quinto brano vira appunto su un canto onirico e introspettivo, pensieri in prima persona di un singolo individuo (accompagnati dal pianoforte e dalla consapevolezza di un labbro “inerte” per parlare), un sentimento sessualmente orientato, collocato in un periodo lontano di una qualche specie umana in un qualche ecosistema, forse con più specie scimmionesche del genere Homo: 750.000 anni fa, l’ amore?

“…

Se fossi mia davvero Di gocce d’acqua vestirei il tuo seno Poi sotto i piedi tuoi Veli di vento e foglie stenderei Corpo chiaro dai larghi fianchi Ti porterei nei verdi campi e danzerei Sotto la luna danzerei con te.

…”

Il sesto brano è una mini suite a clessidra (con melodia di clarinetto) e ha un testo breve, soggetto a molteplici interpretazioni, comunque verte sulla tragica ironia di ricchezze e miserie del nostro genere e della nostra specie, sull’ambivalenza o plurivalenza della nostra sapienza, dei nostri sensi e dei nostri intelletti, con frequenti variazioni di tempi e ritmi: Miserere alla storia. Il testo del settimo conclusivo brano è poco più lungo, una sorta di valzer popolare, e ritorna sull’inesorabile scandire della ruota del tempo nell’evoluzione, anche umana: Ed ora io domando tempo al tempo ed egli mi risponde… Non ne ho!

Un bel volume ha riassunto a fine 2021 la svolta di Darwin! e la bella storia del gruppo dagli esordi del 1970 alle novità del 2022: Vittorio Nocenzi e Francesco Villari, Nati liberi. La storia del Banco del Mutuo Soccorso, Tsunami Milano 2021, pag. 224 euro 20. Il nome “Banco del Mutuo Soccorso” evoca molto ma nasce casualmente. L’aneddoto che a lungo è circolato è inesatto: non si trattò di un commento sarcastico dell’usciere della casa discografica RCA alla prima audizione, bensì di un suggerimento dell’amministratore delegato RCA, influenzato dall’allora nascente moda (inglese) di chiamare le band pop e rock con nomi bizzarri e possibilmente (in italiano) composti da tre parole, forse per agevolarne l’acronimo, accolto dai giovani musicisti perché “riportava alla mente le società di mutuo soccorso del primo Novecento, nate per tutelare gli operai, le vedove dei lavoratori, le famiglie, gli orfani”, ovvero una cassa solidale. Così qualche anno dopo, a inizio 1972 l’album di lancio ebbe immagine e forma di un salvadanaio, però con la Ricordi.

Villari ricorda le dinamiche musicali soprattutto internazionali degli anni sessanta e poi ci porta a Marino, un paese dei Castelli Romani, lontano dalla capitale. In una famiglia benestante e colta, vi sono cresciuti i due fratelli Nocenzi, Vittorio (1951) e Gianni (1953), che hanno studiato fin dalle elementari anche attraverso lezioni private di musica, divenuti polistrumentisti classici, virtuosi soprattutto col pianoforte. A fine scuole superiori il primo ha una collaborazione stabile con Gabriella Ferri, di cui scrive anche alcuni brani per l’album di esordio; il secondo ha una sua band beat, i Kriminal. Vittorio viene presto notato, sono invitati in studio con amici, i tre brani eseguiti finiscono in una raccolta pubblicata solo in musicassetta che ne comprende altri di due differenti gruppi. La RCA investe sul primo lavoro del gruppo ma decide di non pubblicare il risultato, i fratelli si esibiscono in vari festival, allestiscono una spaziosa mitica Stalla per le prove, cambiano spesso compagni musicisti, finché arrivano il chitarrista Todaro, la voce solista Di Giacomo, il bassista D’Angelo, il batterista Calderoni e uno degli esordi discografici più folgoranti della storia della musica italiana.

Il grande compositore e tastierista Vittorio Nocenzi (Marino, 23 gennaio 1951) continua ancor oggi ad arricchire di bei suoni (con uno dei figli) la vita e la cultura di connazionali e appassionati. Nel 1972 i due album che lo hanno reso famoso furono un trionfo e innovarono sostanza e forma della biodiversità musicale italiana, fondarono il nostrano progressive rock e non solo. Qualche mese dopo il salvadanaio, uscì appunto Darwin! e la svolta divenne epica. Decisero di riscrivere poeticamente il contributo scientifico di Charles Darwin, le sue ipotesi (rivelatesi fondamentalmente esatte e fertili) sull’origine delle specie e dei sapiens, dal creazionismo all’evoluzionismo. Partirono “dalla parabola, dal paradigma scientifico che dagli organismi monocellulari porta all’uomo, passando dalla scoperta della Terra, dell’aria, dell’acqua” e descrissero un percorso che, come abbiamo visto, enunciava le teorie e rifletteva sulle relative conseguenze esistenziali, pure moderne e contemporanee. Una meraviglia! Si trattò di un concept album, un prodotto musicale di canzoni splendide con un unico impegnativo filo conduttore: meditati concetti di divulgazione scientifica in poche parole (quella possibile cinquanta anni fa), ricerca compositiva, ampiezza melodica e timbrica, movimenti strumentali, costrutti lirici, solidi testi poetici ed evocativi (ai quali collaborarono l’attento colto produttore Alessandro Colombini e l’abbondante delicato barbuto Francesco Di Giacomo)!

Appare così opportuno che a fine 2021 il bravo giornalista e critico Francesco Villari (Reggio Calabria, 1973) abbia collaborato con Nocenzi per raccontare la storia del Banco del Mutuo Soccorso. Villari chiarisce il contesto musicale internazionale e spiega la “quarta via” adottata da Nocenzi e compagni. Il titolo prende spunto dal terzo album, Io sono nato libero (1973), che vale la chiamata a Londra agli Advision Studios di Emerson, Lake & Palmer e le versioni tradotte in inglese, Banco IV. Ovviamente i primi dieci anni (con una decina di album) occupano il settanta per cento delle pagine del volume, pur se la giusta attenzione viene lasciata alle produzioni successive e ai progetti in corso, sottolineando il peso della strada autonoma intrapresa dal fratello Gianni nel 1985, della morte nel 2014 sia dell’indimenticabile cantante Francesco che del chitarrista Rodolfo Maltese (dal terzo album). I 25 capitoli hanno un andamento cronologico e dedicano ampio spazio alle riflessioni di Nocenzi in corsivo, insieme ai testi delle canzoni più note.

Non è pienamente possibile trasferire emozioni musicali in frasi scritte. L’articolo è stato scritto riascoltando per l’ennesima volta quei suoni, leggere e scrivere si può ben fare ascoltando musica che si conosce già. Se c’eravate o avete conosciuto successivamente la migliore musica italiana degli anni del pop e del rock ci siamo intesi, altrimenti il suggerimento è di scoprirla e, qui, per gli appassionati di scienza ed evoluzionismo, il Banco del Mutuo Soccorso è forse una buona idea. Se volete provare cercate le versioni rifatte negli anni novanta, la prima registrazione fu tecnologicamente al di sotto della qualità del lavoro artistico, fu poi recuperato l’impianto compositivo originale, modificando però le partiture dei singoli strumenti, al servizio della rivisitazione delle armonie, un eccellente ascolto d’inizio d’anno.

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