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Carmine Curcio e Christian Barnard, 50 anni dopo il primo trapianto, luci e ombre

Barnard Luci e ombredi Raimondo Giustozzi

Commozione e emozioni condivise tra tutti i numerosi partecipanti al convegno su Christian Barnard, promosso dall’AIDO di Civitanova Marche e Montecosaro, venerdì 24 settembre 2021, alle 21,15, presso la sala don Lino Ramini, in via del Timone, in Civitanova Marche. Hanno portato il proprio saluto: il dott. Romano Mari, presidente dell’Ordine dei medici di Macerata, il dott. Giulio Fofi, presidente intercomunale AIDO (Associazione Italiana per la Donazione di Organi) di Civitanova Marche e Montecosaro, il dott. Elio Giacomelli, presidente dell’AIDO per la provincia di Macerata. Aldo Caporaletti, promotore e organizzatore della serata ha presentato tutti gli ospiti, tra i quali il dott. Carmine Curcio che ha avuto la grande fortuna di lavorare con Christian Barnard. Con la propria presenza, il dott. Carmine Curcio ha voluto onorare la memoria di Christian Barnard di cui è stato allievo nell’ospedale Groote Schuur di Città del Capo, in Sud Africa.

“Il medico deve fare il meglio per il proprio paziente, e quando il meglio non basta, deve cercare soluzioni nuove”. E’ il principio al quale si è ispirato Christian Barnard in tutta la sua lunga attività. “Lo spirito innovativo fu una delle sue forze motrici dominanti. Non c’è posto in cui abbia prestato la sua opera anche per breve tempo, dove non si sia messo in luce per la sua innata spinta innovativa. Il breve periodo trascorso all’ospedale per le malattie infettive di Cape Town, l’originale ricerca sulla meningite tubercolare contribuì ad approfondire la conoscenza e a migliorarne la terapia. Nel 1954, nel laboratorio di chirurgia sperimentale, quando era ancora un giovane specializzando in chirurgia, riuscì a riprodurre l’atresia intestinale congenita del bambino nel feto di cane, dimostrandone con assoluta certezza la genesi vascolare. Lo studio indusse a utilizzare una diversa strategia chirurgica, grazie alla quale la mortalità operatoria negli interventi sui neonati operati per atresia intestinale scese dal 90% al 10%. Diede anche un forte impulso alla nascente chirurgia intrauterina. Lo studio sulle protesi cardiache a Minneapolis, negli USA, ripreso poi a Cape Town, lo portò alla realizzazione di una protesi valvolare che venne adoperata per anni” (Carmine Alberto Curcio, Christian Barnard, 50 anni dopo il primo trapianto, luci e ombre, pp. 10- 11, Mario Adda Editore, Bari, 2017).

Il dott. Carmine Curcio, Antonio il suo secondo nome, nel cinquantesimo anniversario del primo trapianto di cuore umano, impiantato nella notte tra il due e il tre dicembre 1967 su Luis Washkansky, dopo averlo spiantato da Denise Darval, morta per un incidente stradale, ha voluto pubblicare nel 2017 questo libro per onorare il proprio maestro col quale collaborò, proprio presso l’ospedale Groote Schuur di Città del Capo dal 1975 al 1980, durante gli anni di specializzazione in chirurgia cardiaca, dopo il lungo lavoro fatto in chirurgia infantile presso l’ospedale Niguarda di Milano. Con questa pubblicazione, il dottore Carmina Curcio ha voluto dissipare tutte la falsità che sono state scritte su Barnard, conosciuto e frequentato “Quasi vent’anni dopo il primo trapianto, quando l’età e le distrazioni derivanti dal successo avevano in parte spento la sua giovanile forza propulsiva” (Ibidem, pag. 29). Quando Christian Barnard fece il primo trapianto di cuore aveva soltanto trentacinque anni. Attorno a lui venne a crearsi quasi un circolo mediatico. Gli attribuirono cose che il dott. Curcio smonta una ad una, soprattutto nelle pagine centrali del libro (pp. 73- 86), dedicate alla confutazione delle critiche al suo operato.

Christian Barnard, come lui stesso tenne a precisare, non era stato uno studente brillante negli anni dell’Università ma nel lavoro dimostrò tutta la propria preparazione. Il professore Jannie Louw, direttore del dipartimento di chirurgia del Groote Schuur Hospital e suo primo maestro, dichiarò: “Le ragioni del suo successo furono in gran parte dovute alla sua straordinaria carica interiore e alla sua fortissima disciplina, di conseguenza cercava di ottenere sempre il meglio sia da se stesso che dai suoi collaboratori, medici, infermieri o tecnici che fossero”.

Il dott. Carmine Curcio aggiunge. “Non condivido affatto il giudizio di chi lo descrive arrogante, immodesto, superbo, vendicativo e anche usurpatore di un traguardo che sarebbe spettato ad altri. Sono opinioni che né condivido né mi è capitato mai di ascoltare dalla bocca di suoi colleghi e collaboratori seri e degni di credibilità. Alcuni scambiano forse la franchezza per arroganza. Certamente non gli mancava la capacità di essere franco, anche in modo estremo, ma l’arroganza, nel senso di boria, prepotenza, presunzione, superbia o simili, non gli apparteneva. Né gli mancavano l’autoironia, lo spirito autocritico, la conoscenza dei propri limiti e quindi l’umiltà. La sera del primo trapianto, prima di iniziare l’intervento rivolse a Dio questa preghiera: Signore, non ti chiedo di farmi essere brillante, perché io non sono un chirurgo brillante, ti prego solo di aiutarmi a fare quest’intervento al meglio delle mie capacità. Dunque sapeva essere anche umile” (Ibidem pag. 29).

Aveva anche la sensibilità di chiedere scusa, come avvenne in una occasione in cui il dott. Carmine era stato aspramente rimproverato dal dott. Barnard. Era avvenuto che, durante un intervento di bypass aortocoronarico, “Al momento di fissare la cannula aortica con i tubi della circolazione extracorporea, questa era uscita dall’aorta e il getto di sangue verso l’alto arrivò fino alla lampada scialitica” (pag. 29). Il dott. Barnard non era presente all’intervento. Stava entrando in reparto quando sentì le voci concitate del chirurgo che aveva gridato all’indirizzo del proprio assistente, il dott. Carmine Curcio. In realtà la colpa non era di quest’ultimo ma del chirurgo stesso. Barnard capì e pochi giorni dopo l’accaduto chiese scusa di persona al dott. Carmine Curcio. Era accaduta la stessa cosa molti anni prima quando Barnard era assistente del professor Jannie Louw al Groote Schuur Hospital. Succedeva che, nelle fasi concitate degli interventi da fare, la tensione nervosa giocasse dei brutti scherzi anche in chi doveva avere i nervi ben saldi.

Questo episodio è narrato da Barnard stesso nel libro, Una Vita, edito in Italia da Arnoldo Mondadori nel 1969, alle pagine 254- 257 e riportato nel libro di Carmine Curcio (Carmine Antonio Curcio, Christian Barnard, 50 anni dopo il primo trapianto, luci e ombre, pag. 31, Mario Adda Editore, Bari, 2017). Si dice che Barnard fosse ingordo di soldi. Se questo fosse vero, i proventi del suo libro non sarebbero andati tutti in un fondo per la ricerca sul cuore e successivamente alla Christian Barnard Foundation, a favore dei bambini cardiopatici. Tanti ricercatori attinsero a questi fondi per le loro attività di ricerca che portarono a grandi risultati in campo scientifico.

Tanti critici sostenevano che Barnard fosse meno pronto dei colleghi americani. Scrive il dott. Curcio: “I risultati clinici dei primi trapianti, ovvero quelli che ci offrono il criterio più efficace per giudicare chi dei chirurghi in questione fosse all’inizio più pronto per passare dal trapianto sperimentale nei cani al trapianto sull’uomo, dimostrano il contrario. I risultati iniziali ottenuti dal Barnard furono chiaramente superiori a quelli dei colleghi americani. Vediamoli in sintesi: Barnard: i primo due trapianti vissero rispettivamente 18 e 593 giorni. Shumway: i primi due trapianti vissero rispettivamente 15 e 3 giorni. Kantrowitz: i primi 2 e unici trapianti vissero rispettivamente 6 e 10 ore” (Ibidem, pp. 73- 74).

Altri critici osservavano che Barnard fece meno trapianti sui cani e che questi sopravvivevano poco. A Barnard non interessava mettere insieme trecento cavie, tante furono quelle utilizzate dai colleghi americani, i cinquanta cani utilizzati per i suoi esperimenti gli bastavano ed avanzavano. A lui interessava mettere assieme la tecnica chirurgica studiata nella letteratura scientifica e le proprie esperienze di laboratorio. Non carpì nessun segreto come venne insinuato dal giornalista McRae. Gli studi di Lower e Shumway erano già stati pubblicati. Tutti potevano attingere dalla letteratura medica per utilizzarli secondo i propri scopi e per andare anche oltre. Barnard fece questo.

McRae sostiene che Barnard incominciò a pensare al trapianto del cuore quando andò a Richmond, in Virginia, da Hume, nell’estate del 1966. “Qui aveva visto il collega Lower che si preparava al trapianto cardiaco nell’uomo, allenandosi sui cani, e avrebbe pensato di mettersi in corsa anche lui per quello stesso traguardo. Non è assolutamente vero, ma se anche fosse vero, questo non cambierebbe nulla. In meno di un anno e mezzo avrebbe avuto tutto il tempo per arrivare al 2-3 dicembre 1967, la data del primo trapianto a Città del Capo. Al trapianto cardiaco sull’uomo, Barnard pensava già  nel 1965; a Richmond andò solo per imparare la terapia immunosoppressiva di Davide Hume, il quale la praticava già di rutine sugli operati di trapianto renale.

L’accusa, sempre sostenuta da McRae, di aver rubato il traguardo del primo trapianto ai colleghi americani è falsa. Lower e Shumway non avrebbero fatto il primo trapianto sul cuore umano perché la legge americana riconosceva come unici criteri per diagnosticare la morte erano solo quelli basati sulla cessazione del battito cardiaco e del respiro spontaneo, non bastava insomma la diagnosi della morte cerebrale. Shumway in una intervista rilasciata negli anni novanta precisò che se Barnard non avesse fatto il primo trapianto nel 1967, gli Stati Uniti avrebbero messo chissà quanto tempo prima di legiferare sulla questione. Anche McRae riconosce a Barnard il merito di aver fatto il primo trapianto: “Capì che lo poteva fare e lo fece. Fece bene. E all’inizio i suoi risultati furono i migliori di tutti. Barnard ebbe nella vicenda molto coraggio, una virtù che i colleghi americani praticarono forse con troppa parsimonia” (Ibidem, pp. 78- 79).

Attorno al primo trapianto del cuore umano fiorì anche la leggenda del giardiniere chirurgo. Era successo che Hamilton Naki, un tecnico del laboratorio di chirurgia sperimentale con contratto da giardiniere, divenne in realtà colui che avrebbe guidato Barnard nel primo trapianto della storia. Il fatto era stato tenuto segreto per l’esistenza dell’apartheid in Sud Africa. A questo mito abboccarono alcuni ambiziosi registi sudafricani che nel 2002 iniziarono a spacciare come vera questa notizia del tutto falsa, oggi si direbbe fake news. McRae, affatto tenero verso Barnard, smontò questa ricostruzione fantasiosa  e scrisse che “Dei miti costruiti attorno al primo trapianto di cuore, il più strano e il più brutalmente mendace è sicuramente questo” (Ibidem, pag.79).

Carmine Curcio nella sua difesa del dott. Barnard conclude scrivendo: “Nel caso del primo trapianto cardiaco fu proprio il coraggio a marcare la differenza tra Barnard e gli altri. Non si trattò dunque di un azzardo, ovvero di una scommessa ai danni del paziente. Si trattò invece di un grande atto di coraggio da parte del chirurgo, il quale mise a rischio la propria reputazione professionale e anche la propria carriera. Tutto andò bene e Barnard ne trasse indubbi vantaggi, ma se tutto fosse andato male, a pagarne le conseguenze sarebbe stato solo lui” (Ibidem, pag. 86).

Il libro di Carmine Curcio, Christian Barnard, 50 anni dopo il primo trapianto, luci e ombre si legge piacevolmente, scritto con un linguaggio semplice e chiaro. Consta di 125 pagine comprese quelle dedicate all’indice, è diviso in nove capitoli, suddivisi a loro volta in paragrafi di diversa lunghezza. Nelle prime pagine del libro c’è tutta la meraviglia di un giovane Carmine Curcio che da Milano vola a Città del Capo e ha il primo incontro con l’equipe del Groote Schuur Hospital, la sistemazione in un alberghetto poco distante, le note sul clima, il vento impetuoso il cape doctor che soffia almeno per sei mesi all’anno, da settembre a marzo, le prime conoscenze con Marius, il fratello di Barnard e con Hector Sanchez che parla speditamente l’italiano, essendo vissuto per tanto tempo a Buenos Aires, dove una persona su due è di origine italiana e la conoscenza di Christian Barnard. Nel corso della serata, Carmine Curcio ha attinto a piene mani dal libro, soffermandosi anche su aspetti poco conosciuti, come gli studi di Barnard a Richmond in Virginia.

Carmine Antonio Curcio, nato nel 1942 a Picerno in Basilicata, è un cardiochirurgo. Conseguita la laurea in Medicina e Chirurgia a Milano, trascorre molti anni all’estero, prima negli Stati Uniti, poi in Sud Africa, dove si specializza in Cardiochirurgia alla scuola di Christian Barnard, presso il Groote Schuur Hospital e l’Università di Cape Town. Consultant, specialista il cui ruolo equivale a quello di un primario, di cardiochirurgia e docente della stessa disciplina, prima a Cape Town, poi a Johannesburg e Pretoria, dove riceve l’incarico di professore associato alla Medical University of Southern Africa.

Rientrato in Italia nel 1987, esercita la professione di cardiochirurgo presso la Casa di Cura Villa Maria di Cotignola (RA), oggi capostipite di uno dei più grandi gruppi di sanità privata in Italia. In questo periodo contribuisce a fondare il reparto di cardiochirurgia presso la Casa di Cura Santa Maria di Bari, dove occupa il ruolo di primario cardiochirurgo dall’inizio dell’attività (1992) fino al 1998. Successivamente dirige il dipartimento di cardiochirurgia della casa di cura Villa Bianca, del gruppo CBH- Città di Bari Hospital, dove rimane fino all’età del pensionamento. Oltre a numerosi lavori scientifici, ha pubblicato nel 2009, Store di Santi, di eroi e di emigranti, Ed. La Matrice e nel 2013, Scienza e fede. Dove conduce la ragione, Ed. Schena, collana di filosofia, Sapientia (terza pagina di copertina del libro)

Raimondo Giustozzi

1 commento a Carmine Curcio e Christian Barnard, 50 anni dopo il primo trapianto, luci e ombre

  • carmine curcio

    Solo per segnalare al lettore due imprecisioni riguardanti la cronologia dei fatti: la prima concerne l’età di Barnard all’epoca del primo trapianto, 45 anni e non 35 ( essendo egli nato nel 1922); la seconda riguarda l’autore del libro, che entrò a far parte di quell’equipe, 7 anni dopo il primo trapianto e non 20 ( non che ciò abbia una qualsivoglia rilevanza, ma solo per chiarezza). Due dettagli che nulla tolgono alla qualità della recensione che oltre ad essere esaustiva, particolareggiata e meditata, mi sembra anche molto sentita.

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