Le strategie di “entrismo” nelle istituzioni democratiche della nuova destra introducono nel discorso pubblico concetti come quello di “remigrazione”.
di Vito Saccomandi
25 Febbraio 2026
La normalizzazione dell’estrema destra
Il nuovo fascismo globale si muove a un ritmo incessante e, frastornati dal flusso continuo di notizie che attraversano l’infosfera, fatichiamo a distinguere i contorni di ciò che sta realmente accadendo. György Lukács, in un celebre passo di Storia e coscienza di classe, ricordava che “perché la natura possa trasformarsi in paesaggio per l’osservatore, quest’ultimo deve trovarsi al di fuori di essa”. Era un modo per alludere alla necessità di uno sguardo d’insieme, di una presa sulla totalità, senza la quale l’accadere storico resta opaco e frammentato.
Un privilegio che oggi non abbiamo – o che ci è strutturalmente negato. Siamo così costretti a procedere per indizi, a individuare indicatori parziali, nel tentativo di ricostruire almeno alcune tendenze di medio periodo dentro al nostro presente.
Così, i giorni successivi alla grande manifestazione di Torino sono stati segnati dall’approvazione dell’ennesimo decreto autoritario di questo governo – di cui Peppe Allegri, sulle pagine del manifesto ripercorre brevemente la “genealogia” –, mentre un dibattito pubblico a tratti tragicomico su temi come il conflitto sociale e lo stato di diritto faceva da sfondo ad ulteriori passi avanti verso il consolidamento di una democrazia illiberale. I partiti di governo rivendicano e praticano una forma di controllo autoritario sempre più apertamente fascista. Così qualche giorno fa, Wanda Ferro, sottosegretaria all’Interno, annuncia trentamila nuove assunzioni nelle forze di polizia per fronteggiare una presunta “minaccia eversiva” e nello stesso gesto ricorda come nonostante tutto “noi siamo il Paese che ha concesso in Europa più libere manifestazioni”. A fargli eco è lo stesso Ministro dell’Interno che, nel corso di una recente intervista televisiva, ha dichiarato che “i magistrati hanno bisogno di uno shock culturale”, rimproverandoli per una presunta disparità di trattamento – dettata, a suo dire, da interessi politici di parte – in relazione alla scarcerazione dei giovani indagati per il corteo organizzato in risposta allo sgombero del centro sociale Askatasuna.
Salvini e l’estrema destra inglese
Ma la strada verso la democrazia illiberale non passa soltanto attraverso i decreti legge: procede anche attraverso la sempre più sfacciata normalizzazione delle radici fasciste dei partiti di governo – nelle sue parole d’ordine, nelle frequentazioni politiche e nei legami internazionali – ormai trasformate da motivo di imbarazzo in relazioni canoniche. Così non ha destato particolare scandalo l’incontro di qualche settimana fa tra il ministro dei trasporti Matteo Salvini e il neo-nazista britannico Tommy Robinson, all’anagrafe Stephen Christopher Yaxley-Lennon. Robinson è uno dei principali leader della galassia neo-nazista britannica, figura centrale dietro numerose formazioni politiche e iniziative razziste e xenofobe attive nel Regno Unito. Solo pochi mesi fa ha organizzato una marcia oceanica per le strade di Londra contro gli immigrati e contro il governo Labour: evento a cui ha partecipato, in differita e con un breve cameo sul maxischermo della piazza finale, anche Elon Musk, che più volte sul suo social X ha espresso sostegno all’operato dell’attivista xenofobo. La carriera dell’agitatore britannico fin dalle sue origini nella prima metà degli anni Duemila, è segnata da un registro apertamente razzista e dalla pretesa di mobilitare il “popolo britannico” contro i migranti e contro l’immigrazione. Proprio per conseguire questi scopi nasce l’English Defence League, prima creatura politica di una lunga sequenza di esperimenti fallimentari, tra cui il goffo tentativo di importare nel Regno Unito il movimento xenofobo tedesco PEGIDA (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes). Ma è proprio dopo questi insuccessi che Robinson tenta una metamorfosi: da leader di piazza a sedicente giornalista, o meglio a opinion leader – figura ormai strutturale nell’ecosistema dell’estrema destra digitale – collaborando con testate complottiste e sovraniste di lingua inglese, tra cui la canadese Rebel News. È in questa veste che diventa una star della galassia nera online, con una notorietà alimentata anche dai numerosi procedimenti giudiziari a suo carico e dalle conseguenti campagne di solidarietà segnate da slogan come “Free Tommy” e dal sostegno esplicito di figure come Steve Bannon. Al centro della sua retorica resta la crociata contro l’“immigrazione incontrollata”, intrecciata alla diffusione di teorie del complotto come quella della “grande sostituzione etnica”: ed è proprio su questo terreno che avviene l’incontro con il ministro leghista, sempre più sedotto dalla parola d’ordine transnazionale della remigrazione.
“Remigrazione e Riconquista”
Lo dimostra anche l’evento del 30 gennaio organizzato dal deputato leghista e vicecapogruppo alla Camera Domenico Furgiuele, quando una sala di Montecitorio era stata concessa al comitato “Remigrazione e Riconquista” per presentare una proposta di legge di iniziativa popolare proprio sulla remigrazione. Presentazione fatta saltare dopo l’occupazione dell’aula da parte di alcuni membri delle opposizioni e che ha scatenato un forte dibattito in tutto il paese. L’attenzione si è concentrata principalmente sul comitato promotore “Remigrazione e Riconquista”, che in realtà non rappresenta altro che il tentativo di alcuni settori dell’area neo-fascista di rielaborare e di appropriarsi in forma autonoma dell’idea della remigrazione. Tra i promotori compaiono nomi storici della galassia neo-fascista italiana: dai “fascisti del terzo millennio” di CasaPound – che esprimono anche il presidente del comitato, Luca Marsella – al Veneto Fronte Skinhead. Accanto a queste sigle storiche emergono nuove etichette del mondo identitario, come la Rete dei Patrioti – dove milita l’ex Forza Nuova Salvatore Ferrara – e Brescia ai Bresciani, comitato animato fondato da personaggi sempre vicini a Casapound e da altri fuoriusciti da FN tra cui Jacopo Massetti, indicato tra gli speaker della presentazione poi saltata. Nomi nuovi che, più che segnare una rottura, raccontano la capacità ricorrente di riorganizzazione e trasformismo dell’ecosistema neofascista italiano. Nel frattempo, nonostante le proteste, la proposta di legge ha raggiunto in meno di ventiquattr’ore le 50.000 firme necessarie alla presentazione: un’accelerazione che dice molto del ruolo assunto da questo neologismo – “remigrazione” – ormai divenuto il vettore politico privilegiato dell’estrema destra europea. Una traiettoria tutt’altro che sorprendente, che rivela ancora una volta quanto le nostre opinioni pubbliche e i già fragili equilibri della democrazia costituzionale siano esposti alla pressione di una egemonia culturale di segno reazionario. È qui che uno sguardo alla storia concettuale può tornare utile come strumento critico per comprendere i processi di normalizzazione e di dominio simbolico che stanno ridefinendo lo spazio della politica intorno a noi. Non si tratta infatti di una parola nata dal nulla. “Remigrazione” è diventata nel giro di pochi anni la formula capace di condensare e rendere politicamente operativa una lunga sedimentazione ideologica della destra europea.
La grammatica della sostituzione
La Remigrazione si conferma così come la parola d’ordine par excellence nelle agende politiche e culturali dell’estrema destra europea. Quella che fino a pochi anni fa era la proposta politica di sparuti gruppi neofascisti disseminati in tutta Europa è oggi diventata il perno di un programma condiviso dalle destre estreme su scala transnazionale – e anche l’indicatore della loro rinnovata capacità di costruire canali, reticoli e pratiche su scala transnazionale come segnalato recentemente dall’ottimo testo di Manuela Caiani.
In poco più di due anni con il concetto di “remigrazione” la destra europea è riuscita nel processo di attualizzazione delle teorie del complotto del Great Replacement. Cioè di tutte quelle narrazioni che alimentano una retorica razzista contro una presunta immigrazione di massa, descritta come parte di un progetto sistematico volto alla sostituzione etnica della popolazione europea. In questo quadro, la remigrazione si presenta come il rimedio “naturale” a un processo di islamizzazione e dissoluzione identitaria che si vorrebbe già in atto e sostenuto, più o meno consapevolmente, dalle élite politiche e culturali europee. Questa narrativa, apparentemente nuova, si innesta in realtà in un processo di ristrutturazione ideologico di lunga durata. Il discorso razzista su base biologica, che ha costituito l’ossatura del pensiero di destra tra Otto e Novecento, è stato progressivamente rimodulato, a partire dagli anni Settanta, secondo coordinate culturali e identitarie. Ed è proprio in questo passaggio che emerge l’ideologia dell’etnopluralismo differenzialista: non più una gerarchia esplicita tra le razze, ma la rivendicazione di un separatismo etnico fondato sul presunto diritto alla preservazione delle differenze culturali. Una svolta retorica che ha consentito al razzismo di riciclarsi in chiave “culturalista”, mantenendo intatta la propria funzione di esclusione e gerarchizzazione sotto il segno della differenza.
Alla radice del concetto di remigrazione vi è, in ultima analisi, l’idea di una deportazione forzata delle minoranze non europee verso i loro supposti paesi d’origine. Non si tratta soltanto del rimpatrio dei cosiddetti migranti irregolari o clandestini, ma anche – ed è questo l’aspetto più spaventoso – dell’espulsione di individui che, pur essendo cittadini regolari di paesi europei come la Francia, l’Italia o la Germania, vengono ritenuti definitivamente estranei al tessuto nazionale, in quanto etnicamente non assimilabili.
Storia concettuale della “remigrazione”
Questa idea, che oggi circola in modo sempre più esplicito nel discorso pubblico, è tutt’altro che nuova. Già negli anni Novanta, ambienti della destra radicale come il Front National francese ricorrevano a slogan come – “Quand nous arriverons, ils partiront!” – che annunciavano una volontà di epurazione etnica sotto le vesti della politica migratoria. Tuttavia, è solo negli anni Dieci del nuovo millennio che la remigrazione si è imposta come categoria politica riconoscibile, grazie anche alla fortuna editoriale del libro Le Grand Remplacement (2011) di Renaud Camus e alla diffusione militante del concetto da parte di figure come Martin Sellner, opinion leader della nuova estrema destra di lingua tedesca e promotore del movimento Identitäre Bewegung.
L’agitatore austriaco Martin Sellner, figura di spicco della galassia identitaria europea, è balzato all’attenzione dell’opinione pubblica nel 2023, grazie a un’inchiesta del collettivo giornalistico indipendente Correctiv. A novembre, il gruppo aveva rivelato i contenuti di un incontro riservato tenutosi in una villa nei pressi di Potsdam, alle porte di Berlino. Attorno allo stesso tavolo sedevano Sellner, alcuni membri di spicco del partito di estrema destra AfD, due rappresentanti della CDU e vari esponenti dell’imprenditoria tedesca.
È in quel contesto, protetto dalla riservatezza di un evento a porte chiuse, che Sellner ha illustrato le sue “linee guida” per un piano di remigrazione. Appena due anni fa l’incontro di Potsdam aveva suscitato un’ampia e diffusa mobilitazione della società civile tedesca, segno di una sensibilità antifascista ancora viva e diffusa. Nel giro di poco tempo il lessico della remigrazione ha iniziato a circolare in modo sempre più esplicito e normalizzato. Durante l’ultima campagna elettorale, è stato proprio il partito guidato da Alice Weidel – l’AfD – ad oltrepassare l’ennesima “linea rossa”: in alcune città tedesche sono stati recapitati ai domicili di cittadini tedeschi “non etnici” dei “biglietti di espulsione” (Abschiebungstickets), ricalcati nella forma e nella grafica su modelli storici della propaganda nazista.
In Italia è a seguito del capodanno milanese 2024 che la parola d’ordine inizia a circolare, dove all’indomani delle molestie denunciate da alcune ragazze in piazza Duomo il deputato leghista Roberto Sasso lancia lo slogan “Remigrazione unica soluzione”. A fargli eco, pochi giorni dopo, il capogruppo in regione Lombardia della Lega Alessandro Corbetta che parla della necessità di discutere della remigrazione anche in Italia. Il vero salto di qualità arriva però con il Remigration Summit 25 (ReSum2025), ospitato a Gallarate nel maggio dello scorso anno e organizzato dall’italiano Andrea Ballarati (leader del gruppuscolo dei Giovani Identitari Italiani ed ex membro di Gioventù Nazionale), iniziativa che ha rappresentato una novità significativa nel panorama dell’estrema destra italiana.
Infatti non si tratta della solita convention di partito o di una manifestazione militante: il target dell’evento appare quello di un pubblico selezionato, sensibile a narrazioni ideologiche che oscillano tra propaganda e produzione teorica. Più che a un raduno militante, il Remigration Summit assomiglia a un laboratorio metapolitico, una fucina di idee confezionate con linguaggio tecnico, frame accattivanti e strategie comunicative mirate da vendere ai giusti attori politici. Si tratta dell’universo fluido composto da influencer, opinion leader e intellettuali reazionari nati dentro l’ecosistema digitale. Eventi come il ReSum2025 sono i nuovi laboratori politici dell’estrema destra europea, animati da personaggi e figure altamente mediatiche che non emergono dai classici ambienti della destra neo-fascista quanto dal mondo della rete e dei social. Quello che accomuna figure come Martin Sellner, Dries Van Langenhove, Eva Vandlingerbroek, ma anche in qualche modo personaggi come Andrè Ventura (leader e fondatore di Chega) è il loro utilizzo delle nuove forme di comunicazione mediatica. Certo, l’uso strumentale della comunicazione non è una novità per l’estrema destra: già nel dopoguerra, Leo Löwenthal metteva in guardia contro la figura del “profeta dell’inganno”, capace di manipolare le masse attraverso l’uso strategico dei media. Ma la sfera pubblica digitale ha profondamente trasformato il contesto e la logica dell’algoritmo e sembra intrattenere rapporti essenziali con le strutture del pensiero di destra. Quella che doveva essere una promessa di emancipazione e pluralismo – la diffusione orizzontale delle tecnologie digitali – si è rivelata, nel tempo, anche un terreno fertile per la polarizzazione, la proliferazione di fake news e un valido strumento per la normalizzazione e la radicalizzazione. È in questi spazi ibridi tra il pubblico e il privato che si muove oggi l’estrema destra 2.0: una costellazione di attori capaci di intercettare il malessere, semplificare il conflitto e offrire soluzioni identitarie in risposta a una realtà percepita come complessa e minacciosa.
CREDITI FOTO: Presidio per le remigrazione ad Ancona, 8 novembre 2025. ANSA/Daniele Carotti.
Vito Saccomandi
Dottorando in Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza.



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