di Raimondo Giustozzi
“L’8 settembre (1943) è stata la prova più dura della nostra vita (…) ma non è stata, come qualcuno ha scritto, la morte della Patria. Certo ci fu la dissoluzione dello Stato. Vennero meno tutti i punti di riferimento ai quali eravamo stai educati. Ma fu in quelle drammatiche giornate che la Patria si è riaffermata nella coscienza di ciascuno di noi. Ciascuno di noi si interrogò, nel suo intimo, sul proprio far parte fi una collettività nazionale, su come tener fede al giuramento fatto alla Patria. Nelle scelte dei singoli italiani, in quei giorni la Patria rinacque nella nostra coscienza. Ho vissuto il collasso dello stato; ho vissuto lo smarrimento dell’assenza di ordini in Italia. Come tanti altri, trovammo nelle nostre coscienze l’orientamento; in quelle coscienze vibrava profondo il senso della Patria” (Carlo Azeglio Ciampi. Da Livorno al Quirinale. Storia di un italiano. Conversazione con Arrigo Levi, pag. 49, Il Mulino, 2010).
Ogni volta che Carlo Azeglio Ciampi (09 dicembre 1920, Livorno- 16 settembre 2016, Roma), da presidente della Repubblica (18 maggio 1999- 15 maggio 2006) pronunziava la parola “coscienza”, la voce si incrinava, un groppo alla gola lo frenava in un attimo di commozione, un singhiozzo represso, che tanto dava apprensione alla signora Ciampi, Franca Pilla. Carlo Azeglio Ciampi, da presidente della Repubblica, ha portato l’Italia nell’Euro, ha contribuito a risvegliare negli italiani il concetto di Patria, che la guerra scellerata di Mussolini aveva portato allo sfacelo. In un passaggio della lunga conversazione con Arrigo Levi ricorda le parole inscritte nel frontalone del Vittoriano: “All’Unità della Patria. Alla libertà dei cittadini”.
Il libro – intervista di Arrigo Levi consta di 182 pagine ed è diviso in nove capitoli. Carlo Azeglio Ciampi risponde in modo lineare e asciutto, come da buon livornese, alle domande del giornalista, che sono, in qualche caso, molto più lunghe delle risposte date dall’intervistato, soprattutto quando i due condividono temi e valori condivisi da entrambi. Arrigo Levi, nel settennato di Ciampi a presidente della Repubblica, ricoprì l’incarico di consigliere per l’informazione e la comunicazione. Lo staff del presidente includeva altre figure: Gaetano Gifuni, segretario generale della presidenza della Repubblica, Paolo Peluffo, giornalista, portavoce del presidente Ciampi, Francesco Alfonso, quest’ultimo era stato portato da Ciampi dalla Banca d’Italia. Oltre a questi collaboratori, che si incontravano spesso tra di loro e con il presidente in un clima di amicizia, Ugo Zampetti, Gianfranco Astori, Daniele Cabras completavano lo staff del presidente.
Indice del libro
- Le mie radici
- Dai Gesuiti alla Normale
- E poi fu guerra
- Il tempo della ricostruzione
- In provincia con la Banca: 1946- 1960)
- Via Nazionale, anni di studio e di carriera: 1960- 1979
- L’ufficio del Governatore: 1979- 1993
- Il tempo della politica
- Al Quirinale: un’idea dell’Italia
Nel primo capitolo, Carlo Azeglio Ciampi ricorda il suo ambiente di nascita, Livorno, città di mare, “Crogiuolo di mille diversità: di storie, di culture, di costumi, di tradizioni che avevano radici nella diversità del credo religioso” (Ibidem, pag. 8). La sua tesi di Laurea in Giurisprudenza, relatore, il professore Costantino Jannaccone, portava come titolo: “La libertà delle minoranze religiose”. Livorno era sede di una comunità valdese ed ebraica. Elio Toaff, rabbino e partigiano, era livornese. Sadun, di religione ebraica, era uno dei suoi più grandi amici. Sarà con lui a Scanno, piccolo paesino dell’Abruzzo, dove Carlo Azeglio Ciampi, giovane sottotenente dell’esercito, ripara dopo l’8 settembre 1943. Assieme ad altri militari, che non avevano aderito alla Repubblica Sociale di Mussolini, in compagnia di soldati inglesi evasi dal campo di prigionia di Sulmona, affronta la difficile ascesa della Majella, in pieno inverno (marzo 1944), per raggiungere, con l’aiuto di una guida di Sulmona, gli anglo americani e il nucleo del C.I.L. (Corpo Italiano di Liberazione), la Puglia, per risalire la penisola, combattendo contro i nazi fascisti fino alla liberazione dell’Italia (25 aprile 1945). “Al mare di Livorno, di cui sono figlio. Alle montagne d’Abruzzo, che mi hanno adottato”. È la dedica che Ciampi mette in un suo libro “La libertà delle minoranze religiose”.
Carlo Azeglio Ciampi ha tenuto sempre la barra dritta nella difesa di due grandi valori che devono animare una comunità di cittadini: La Libertà e la Giustizia. Che gusto ha ancora oggi per te la libertà, gli chiede Arrigo Levi: “La libertà è il senso della vita di una comunità. Se non c’è la libertà non c’è la capacità di esprimere liberamente i propri pensieri e al tempo stesso la libertà di ascoltare il pensiero altrui, non c’è vita politica vera! Non c’è la città, la civitas. La libertà è fondamentale, lo pensavo allora e lo penso anche oggi. Le libertà deve accompagnarsi con la giustizia sociale. È chiaro che non si può essere completamente liberi quando c’è una situazione sociale inique, perché per poter esercitare la libertà occorre essere liberi dal bisogno: le famose quattro libertà proclamate da Roosevelt” (Carlo Azeglio Ciampi. Da Livorno al Quirinale. Storia di un italiano. Conversazione con Arrigo Levi, pag. 72, Il Mulino, 2010).
“Franklin Delano Roosevelt, nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 1941, delineava quattro diritti fondamentali per ogni persona nel mondo: la libertà di parola, la libertà di culto, la libertà dal bisogno (garantire una vita dignitosa e sicurezza economica), e la libertà dalla paura (sicurezza globale da aggressioni e minacce). Queste libertà, ispirate dalla guerra e dagli ideali democratici, hanno influenzato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” (Fonte Internet). La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani viene approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Leggere un libro del passato, pubblicato appena quindici anni fa, non è un’operazione dettata dalla nostalgia, ma il desiderio di capire alla luce del presente, dove sta andando il mondo oggi e cosa possiamo sperare per il futuro. In ordine alle quattro libertà di cui parla Franklin Delano Roosevelt, oggi si può affermare senza timore di essere smentiti che tutte le quattro libertà sono minacciate, e non solo dalle dittature ma anche da sistemi politici che si chiamano democratici.
Nel suo celebre saggio “La democrazia in America”, pubblicato in due volumi nel 1835 e nel 1840, Alexis de Tocqueville, prevedeva che le due superpotenze, URSS e USA, pur partendo da punti diversi, sembravano avanzare verso lo stesso fine, tenere nelle proprie mani i destini di mezzo mondo. La conclusione era di diffidare apertamente delle due superpotenze. Oggi non esiste più l’Unione Sovietica, ma la sua naturale erede, La Federazione Russa che non vede l’ora di ritornare al proprio glorioso passato. La guerra scatenata contro l’Ucraina non è solo una rivendicazione di territori ma la volontà di ritornare ad essere una superpotenza, non una semplice potenza territoriale, come infelicemente sosteneva Barack Obama. Donald Trump, il nuovo inquilino della Casa Bianca per la seconda volta, ossessionato di passare alla storia come il presidente americano che ha messo fine a tutti i conflitti mondiali, sette, otto, nove e più non fa differenza, un giorno dice una cosa per smentirla il giorno dopo. Un buono a nulla ma capace di tutto. Difende la libertà di parola e di opinione quando questa riguarda sé stesso e i propri amici. Non riconosce nessuna libertà ai propri nemici politici.
Vladimir Putin, l’inquilino a tempo indeterminato del Cremlino, è ossessionato anche lui di passare alla storia come il nuovo zar, che ha fatto giustizia dei torti subiti, colpa dell’Ucraina e dell’Occidente Collettivo, che non vogliono piegarsi al vecchio e nuovo imperialismo russo – sovietico. Ambedue parlano degli stati vicini con disprezzo e albagia. Considerano il loro territorio come il proprio cortile di casa o il tinello, secondo i casi. Il secondo bombarda, quando gli viene in mente, ora l’Iran, ora la Nigeria, ora minaccia il Venezuela. Il primo bombarda tutta l’Ucraina da circa quattro anni, si impossessa con la forza di territori che sono riconosciuti a livello internazionale come parte dell’Ucraina. Sostiene che l’operazione militare speciale, da lui scatenata, poggia sulla verità e sulla giustizia. Si fa beffe del diritto internazionale, e parla dell’ONU come unica istituzione valida rimasta. Riceve al Cremlino il suo segretario al Cremlino, costretto quasi a presentarsi con il cappello in mano. Chiede che l’ONU condanni l’attacco con droni di Kiev su un albergo ristorante di Kherson, città occupata dall’esercito russo, ma dimentica di dire che la Federazione Russa ha distrutto in circa quattro anni di guerra tutto quello che poteva distruggere in Ucraina: abitazioni, civili, condomini, strutture energetiche, rubato grano e bambini ucraini.
Dove sono finite le quattro libertà rivendicate da Franklin Delano Roosevelt, la libertà di parola, di culto, la libertà dal bisogno, la libertà dalla paura? Cosa ha fatto l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) per fermare la tragedia della guerra contro l’Ucraina? Il termine tragedia è stato usato da Putin stesso. Siamo alla paranoia più completa. Secondo lui è dovuto intervenire con la forza nelle due regioni di Lugansk e di Donetsk, per difendere la popolazione russofona. La stessa cosa venne fatta da Hitler quando intervenne per annettere i Sudeti perché abitati da tedeschi. Quanto scrivo è anche sostenuto ripetutamente dal presidente della Repubblica (NDR).
Ritornando al libro – intervista, Carlo Azeglio Ciampi ricorda la cultura cattolica liberale della propria famiglia e la suggestione che Giustizia e Libertà, terza o quarta formazione partigiana per numero di aderenti nella lotta di liberazione, trasformatasi poi nel Partito D’Azione, aveva sempre avuto su di lui: “Azionista com’ero, sostenevo che non c’è libertà senza giustizia, non c’è giustizia senza libertà e di questo ero convinto, allora lo professavo, forse ero un po’ ingenuo, ma portai questa mia convinzione anche nelle conferenze che m capitò di tenere su questo tema a Livorno. Però lo penso anche oggi. Non ho cambiato opinione, rimango convinto che la base fondamentale del vivere civile consista in questo: non esiste libertà, se non c’è giustizia sociale. Questo è rimasto immutato in me, quello che pensavo allora lo penso anche oggi” (Ibidem, pag. 72).
Sono tentato di andare avanti nella recensione, riassumendo i contenuti più importanti di ogni capitolo. In questo modo snaturerei però il piacere della lettura. Aver riportato i capitoli del libro è già un’indicazione. Invito il potenziale lettore dell’articolo a riprendere in mano il libro intervista di Arrigo Levi e leggerlo con un’attenzione al nostro presente. Diversamente la lettura sarebbe solo una pura nostalgia per il passato. Credo che, quanto scritto in quarta pagina di copertina del libro, basti e avanzi per la presentazione dello stesso: “In una schietta conversazione con Arrigo Levi, amico e collaboratore nei sette anni della Presidenza della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi racconta sé stesso. Dalle radici livornesi alla Normale di Pisa, all’Abruzzo che lo accolse nel tempo della vita alla macchia e dell’avventuroso passaggio delle linee per raggiungere l’esercito al Sud già liberato. Dal lungo apprendistato in Banca d’Italia a Macerata alla chiamata a Roma, dove sarebbe iniziata, dall’Ufficio Studi, la graduale ascesa fino all’ufficio del Governatore. E poi ancora una sfida inattesa, che lo porta dalla Banca d’Italia alla Presidenza della Repubblica, con un passaggio ai vertici del governo, alla Presidenza del Consiglio e al Ministero del Tesoro, in tempo per portare l’Italia nell’euro. Tutto sembra accadere “per caso“, una svolta nella vita dopo l’altra, con occasioni impreviste che si offrono all’intelligenza, alla tenacia, all’integrità, all’indipendenza politica di Carlo Azeglio Ciampi, che saprà riportare nel cuore degli Italiani l’amor di patria che lo ha animato per tutta la vita. Una lezione di storia, una lezione di metodo, una lezione di vita, in un racconto punteggiato di eventi curiosi, stampati nella memoria del ragazzo livornese che diventò Ciampi, il Presidente” (Quarta pagina di copertina).
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Biografia di Arrigo Levi
Arrigo Levi (Modena, 17 luglio 1926 – Roma, 24 agosto 2020) è stato un giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano. Fu il primo giornalista a condurre in Italia un telegiornale. Apparteneva ad una famiglia della comunità ebraica di Modena. Nasce nella residenza estiva di famiglia, a San Martino di Mugnano, ad otto chilometri da Modena. Il padre Enzo è un noto avvocato, ricordato negli annali dell’automobilismo, per aver redatto l’accordo fondativo che sancisce la nascita della Scuderia Ferrari. La madre, Iva Donati, discende da Donato Donati, mercante arrivato da Modena nel XVII secolo da Finale Emilia (MO), che aveva introdotto il grano saraceno nel Ducato degli Estensi. Lo zio materno Pio Donati, avvocato antifascista, era deputato del Partito Socialista Italiano; a causa della sua ostilità al regime era stato costretto all’esilio in Belgio, dove morì nel 1927.
La serena adolescenza di Arrigo Levi viene improvvisamente interrotta dalle leggi razziali, che entrano in vigore all’inizio dell’anno scolastico 1938/39, quando Levi frequentava il ginnasio al Liceo classico “Muratori” (lo stesso in cui avevano studiato un fratello e due sorelle, e prima di loro il padre): lì sostiene privatamente l’esame di fine anno. Dall’anno successivo, come allievo della «Scuola media ebraica paterna», continua a sostenere gli esami privatamente presso il Liceo scientifico “Tassoni”, fino alla maturità. Nel 1942 emigra in Argentina insieme ai genitori, per salvarsi dalla deportazione in Germania. A Buenos Aires inizia gli studi universitari e nel 1943 intraprende la carriera giornalistica, come collaboratore de L’Italia Libera, giornale del Partito d’Azione.
Dopo la guerra ritorna con la famiglia a Modena, appena in tempo perché suo padre potesse partecipare, il due giugno 1946, al referendum istituzionale, che sancisce la vittoria delle Repubblica sulla Monarchia. A Modena completa gli studi universitari, laureandosi in filosofia e continua la sua carriera giornalistica presso il giornale L’Unità Democratica, diretto dal conterraneo Guglielmo Zucconi. Trasferitosi in Israele, si arruola come volontario nelle brigate del Negev e partecipa alla prima guerra arabo- israeliana, scrivendone le vicende, inviando ai quotidiani Libertà e Gazzettino di Modena, con Guglielmo Zucconi ancora direttore, le corrispondenze del conflitto in corso. Le stesse corrispondenze sono inviate alla rivista socialista Critica Sociale, diretta da Ugo Guido Mondolfo.
Si trasferisce successivamente a Londra, dove lavora al programma Radio Londra per la BBC. Diventa poi corrispondente del quotidiano torinese Gazzetta del Popolo. Dal 1953 al 1959 invia le sue corrispondenze da Roma al quotidiano Correre d’informazione, edizione pomeridiana del Corriere della Sera. Nel 1960 si trasferisce a Mosca. Qui, fino al 1962, è corrispondente del Corriere della Sera e poi, fino al 1966, corrispondente del Giorno. Nel 1966 passa alla Rai, dove conduce il telegiornale fino al 1968; questa fu questa un’innovazione, in quanto fino ad allora apparivano sul video annunciatori professionisti e non giornalisti. Torna alla carta stampata nel 1969, come inviato del quotidiano torinese La Stampa, incarico che ricopre fino al 1973, quando diventa direttore dello stesso. Rimane a Torino fino al 1978. Dal 1979 al 1983 collabora con il Times, curando la rubrica di affari internazionali. Nel 1988 diventa capo editorialista del Corriere della Sera e dal 1998 al 15 maggio 2013 è Consigliere per le relazioni esterne, prima con Carlo Azeglio Ciampi, poi con Giorgio Napolitano.
Televisione
Oltre al telegiornale, al quale si dedica nella metà degli anni sessanta, Levi lega il suo nome a molte trasmissioni televisive in gran parte realizzate per la RAI. Tra queste: Tam Tam (1981), Punto sette e punto sette, una vita. In seguito lavora per Canale 5, guidando il programma Tivù Tivù con Angelo Campanella (dal 1987 al 1988). Lavora di nuovo per la RAI con le trasmissioni I giorni dell’infanzia (1993), Emozioni Tv (1995) e Gli archivi del Cremlino di cui è anche autore. Nel 199, su Rai 1, conduce C’era una volta la Russia.
Libri di Arrigo Levi
Il potere in Russia, Bologna, il Mulino, 1965; 1967, Il comunismo da Budapest a Praga 1956-1968, con Enzo Bettizza e Ennio Ceccarini, Edizioni della voce, Roma, La televisione all’italiana, Milano, ETAS Kompass, 1969, Viaggio fra gli economisti, Bologna, il Mulino, 1970, PCI, la lunga marcia verso il potere, Milano, ETAS Kompass, 1971, Un’idea dell’Italia, Milano, A. Mondadori, 1979, Ipotesi sull’Italia. Undici diagnosi per una crisi, Bologna, il Mulino, Intervista sul capitalismo moderno, a Giovanni Agnelli, Roma – Bari, Laterza, 1984, La DC nell’Italia che cambia, Roma-Bari, Laterza, 1984. Intervista sulla DC, a Ciriaco De Mita, Roma-Bari, Laterza, 1986, Noi: gli italiani, Roma-Bari, Laterza, 1988, Tra Est e Ovest, Milano, Rizzoli, 1990, Yitzhak Rabin. 1210 giorni per la pace, Milano, A. Mondadori, 1996, Le due fedi, Bologna, il Mulino, 1996, La vecchiaia può attendere, ovvero L’arte di restare giovani, Milano, A. Mondadori, 1998, Rapporto sul Medio Oriente, Bologna, il Mulino, 1998, Russia del Novecento. Una storia europea, Milano, Corbaccio, 1999, Dialoghi di fine millennio. Arrigo Levi, Andrea Riccardi, Eugenio Scalfari si confrontano con Carlo Maria Martini, Milano, Biblioteca universale Rizzoli, 1999, Dialoghi sulla fede, con Vincenzo Paglia e Andrea Riccardi, Bologna, il Mulino, 2000, Cinque discorsi tra due secoli, Bologna, il Mulino, 2004, America latina. Memorie e ritorni, Bologna, il Mulino, 2004, Un paese non basta, Bologna, il Mulino, 2009, Da Livorno al Quirinale. Storia di un italiano, intervista a Carlo Azeglio Ciampi, Bologna, il Mulino, 2010, Gente, luoghi, vita, Torino, Aragno, 2013 (Fonte Internet).
Raimondo Giustozzi