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Dai giorni della merla alla Candelora e alla festa di San Biagio Tradizioni uguali sotto qualsiasi cielo d’Italia e a latitudini diverse

Giorni-della-Merladi Raimondo Giustozzi

I giorni della merla

Pochi giorni fa si è celebrata la giornata dei dialetti. Il testo riportato nel link sottostante è in dialetto brianzolo – meneghino. Il video mi è stato inviato proprio l’anno scorso da un carissimo amico di Giussano (Mb), cittadina brianzola dove ho vissuto per venti anni. Ho tradotto subito, all’impronta, il testo in lingua. La traduzione è dopo il video. Per guardarlo ed ascoltare la leggenda, basta cliccare il link qui sotto riportato

I tre giorni della merla

Traduzione del testo Dialettale

“I tre giorni della merla. Di leggende attorno ai tre giorni della merla ce ne sono tante. Io vi racconto questa. La storia dice che una volta, i merli avevano il piumaggio bianco. Succede che una merla, che volava di qua e di là per la città, incontra un giorno gennaio con la barba bianca e gli dice: gennaio, non mi fai più paura con i tuoi mercanti della neve. Adesso i miei piccini sono capaci di volare. I tre mercanti della neve, rappresentati tutti e tre con la barba bianca, sono: Sant’Antonio Abate, al 17 di gennaio, San Gaudenzio al 22 di gennaio e San Giulio al 31 di gennaio. Intanto che andava via, la merla dice a gennaio: “Acchiappali ora i miei piccoli, se sei capace”. Gennaio, rapido e maledetto pensa alla vendetta. Siccome aveva ancora tre giorni a disposizione, 29, 30, 31, scatena un gran freddo e abbondanti nevicate. La bianca merla, per non fare morire i suoi piccoli dal freddo, li porta dentro un camino e sta con i suoi piccoli per tutti e tre i giorni.  Merla, gli dice gennaio: Tu che sei così bianca faccio diventare te e i tuoi piccoli, neri come la fuliggine. Passati i tre giorni, la merla, uscita con i propri piccolo fuori dal camino, trova che il proprio piumaggio è diventato nero come quello di un corvo. Da quei giorni, i merli sono diventati neri, non più bianchi”.

Note: scurbatt è il corvo. La purisma è la fuliggine.

 

I giorni della merla, testo in dialetto brianzolo – meneghino (Fonte Internet)

Hin finì i dì de la Merla,

Han dervì finalment la gerla!

I milanes hin andà a spass

Al Covid han tirà i sass!

L’è mei peró fidas nó

el virus l’è in gir ancamó.

Duman l’è la Candelora

ma dal virus sem minga fora.

E dopu ariva San Bias

che cura la gula e il nas.

Disemegh a lù un’urasiun

ch’el guarisa da sta maledisiun!

Milanes brava gent

Gh’è ammó de stàa atent!

Madunina tuta d’ora e splendenta

insema san Bias

cascia via sta pestilenza

e num cun tanta reverenza

turnerem a ves gent cuntenta (Fonte Internet).

Traduzione

Sono finiti i giorni della merla / hanno aperto finalmente la gerla! // I Milanesi sono andati a spasso / al Covid hanno tirato i sassi! // È meglio però non fidarsi / il virus gira ancora. // Domani è la Candelora / ma dal virus non siamo ancora fuori. // Dopo arriva San Biagio / che cura la gola e il naso. // Rivolgiamo a lui un’orazione / che ci guarisca da questa maledizione. // “Milanesi brava gente / C’è ancora da stare attenti! // Madonnina tutta d’oro e // splendente / insieme a San Biagio / caccia via questa pestilenza // e noi con riverenza / torneremo ad essere contenti”.

Nel link qui sotto riportato, un articolo sui giorni della merla, secondo i ricordi di chi scrive e con una certa nostalgia, pubblicato nel 2016 sulla Voce delle Marche. Il quadro di riferimento è la campagna maceratese, meglio Santa Lucia, frazione di Morrovalle, dove sono nato. Basta cliccare.

I giorni della merla – La Voce delle Marche

La Confraternita del SS. Sacramento e la festa della Candelora

 

La Confraternita del SS. Sacramento di Civitanova Marche Alta invita alla partecipazione della festa della Candelora, lunedì 02 febbraio 2026, alle ore 18,30, presso la Chiesa del SS. Sacramento, pl. Garibaldi, Civitanova Alta.

 

Con l’arrivo di febbraio, al due del mese, arrivava e arriva anche oggi la festa della Candelora: “A Cannelora / dell’inverno semo fòra / Se ce negne e se ce pioe / ce ne stà quarantanove”. Un’altra versione del proverbio, meno conosciuta, recitava così: “Cannelora, Cannelora / dall’inverno semo fora / se ce da’ lu solarellu, trenta di’ de’ ‘nvernarellu”. Si sa che i detti popolari di un tempo, permeato dalla cultura contadina, nascevano e si affermavano dopo ripetute osservazioni del tempo atmosferico. Si era giunti a stabilire che se il tempo era cattivo il due febbraio, l’inverno sarebbe continuato ancora per mesi. Il proverbio brianzolo recitava così: “A la Madonna de la Seriòla / de l’inverna sèm föra, / ma se piöf o tira vent / de l’inverna sèmm dent”. La Madonna della Seriòla è la Madonna della cera, materiale usato per produrre le candele. La candela accesa fa luce tutto intorno. La festa della Candelora è la festa della luce.

 

Secondo alcuni studiosi, la festa della Candelora fu istituita nel 492 d. c. da Papa Gelasio I per cancellare le volgarità delle feste dedicate al dio Luperco che i romani celebravano proprio in questo periodo dell’anno. Col tempo queste feste si erano trasformate in manifestazioni licenziose e assai lontane dallo spirito delle origini. La giovane religione cristiana si innestava sulle tradizioni esistenti per trasformarle e piegarle al nuovo corso. Cristo era la luce del mondo, quindi non c’era altra festa che poteva ricordarlo se non quella della Candelora. Con febbraio, anche le giornate si allungano. La luce vince, anche se di poco, sulle tenebre delle lunghe notti, dominanti nei mesi di dicembre e gennaio. “Per Sand ’Andò, un cargio de vò / Per Pasquetta, ‘na mezz’oretta”, recitava l’antico adagio popolare. La festa di Sant’Antonio, protettore degli animali cade al 17 di gennaio.

 

“Nel 1497 il conquistatore Alonso Fernandez de Lugo fece celebrare la prima festa della Candelora, dedicata in particolare alla Vergine Maria, in concomitanza con la festa della Purificazione, il due febbraio” (Fonte Internet). La chiesa cattolica al due febbraio di ogni anno festeggia anche la Presentazione di Gesù al Tempio, secondo le usanze dell’epoca, previste dalla legge giudaica per i primogeniti maschi. Molti pittori hanno reso celebre l’episodio narrato dall’evangelista Luca con dipinti unici al mondo. Tra i grandi artisti si segnalano: Andrea Mantegna, Ambrogio Lorenzetti, Beato Angelico, Giovanni Bellini, Gentile da Fabriano, Giotto di Bondone, Lorenzo Lotto, Jacopo Tintoretto.

 

Nello stesso giorno nelle chiese si benedicono le candele che il contadino una volta appendeva nella stalla o esponeva all’aperto per scongiurare il flagello della grandine o le scariche dei fulmini che si abbattevano sui pagliai. La candela benedetta si passava sotto la gola. Avrebbe tenuto lontano ogni malanno. Nella tradizione popolare brianzola, accanto a questo rito è rimasto l’uso di mangiare le ultime fette di panettone. Sembrano più buone di quelle natalizie. Fanno bene alla gola, come sostiene la devozione a San Biagio patrono appunto della gola. Zia Faustina e zia Lena, due anziane signore di Giussano (Mb), che abitavano in un appartamento contiguo al nostro, le chiamavamo zie in segno di rispetto, passate le feste di Natale, riponevano via fette di panettone per San Biagio.

 

“Il culto verso San Biagio sembra che si sia sviluppato solo cinque secoli dopo la sua morte. Venerato come uno dei Quattordici Santi Taumaturghi in Francia e soprattutto in Germania, san Biagio è famoso per l’ininterrotto ricorso al suo patrocinio da parte di chi soffre di patologie alla gola. Si narra che sia stato vescovo di Sebaste, in Armenia, e che sia stato condannato a morte durante la persecuzione di Diocleziano: la sua carne venne dilaniata con pettini di ferro da cardatore prima della decapitazione. La particolare associazione del santo con i mali legati alla gola deriva dalla leggenda (forse attribuita a lui perché il giorno della sua commemorazione cade nel periodo dell’anno in cui, almeno in Europa, tali disturbi raggiungono in genere il loro apice) secondo cui, mentre era in prigione, curò un ragazzo che aveva una lisca di pesce conficcata in gola.

 

Ciò ha determinato lo sviluppo del rito di benedizione, in cui si tengono due ceri incrociati sotto la gola dei malati e si pronunciano le seguenti parole: “Per l’intercessione di san Biagio Dio ti liberi dalle malattie della gola e da ogni altro male” Tale pratica pare sia sorta nel XVI secolo ed è ancora in uso nei nostri giorni. Secondo una leggenda, prima di morire egli promise che chiunque avesse acceso una candela in sua memoria sarebbe stato libero da infezioni. È anche invocato per il singhiozzo, il torcicollo, la tosse e la pertosse; protegge dall’angina pectoris e, in Germania, anche dai mali della vescica (in tedesco, Blase). Esiste a Subiaco anche una cappella a lui dedicata. Il suo patrocinio a favore dei cardatori della lana ha dato origine al suo emblema iconografico” (AA.VV. I grandi libri della Religione, Santi guaritori salute e serenità, pag. 35, Mondadori Editore, 2006).

 

Raimondo Giustozzi

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