
Questo articolo è tratto da MicroMega 6/2025 “Almanacco della scienza. Le frontiere della conoscenza”.
Riflessioni dalla metà del XVIII secolo
Erano gli anni in cui Voltaire immaginava il personaggio di Micromega, un giovane filosofo molto intelligente proveniente da Sirio. Tre anni dopo la pubblicazione del racconto, nel 1755, il primo di novembre, un sisma di magnitudo 7,7 della scala Richter si abbatté su Lisbona, radendo al suolo gran parte della città, uccidendo decine di migliaia di persone e piegando per sempre le ambizioni coloniali della corona portoghese. Seguì uno tsunami catastrofico che non risparmiò le coste africane con onde alte 15 metri. Un incendio incontrollabile completò l’opera iniziata dal sussulto geologico, come sempre impietoso.
Morirono in molti anche dentro le chiese – donne, vecchi e bambini – durante le feste della Rimembranza. Una strage di innocenti. Qualcuno allora pensò a una vendetta di divinità adirate, a una ribellione degli elementi, a un avvertimento contro la dissolutezza. Giustificare il male, per rimuoverlo, è una struttura universale della mente umana che si erge orgogliosa e penitente dinanzi alla disgrazia. Abbiamo avuto ciò che meritavamo, c’è alfine una giustizia trascendente, sia essa divina o mediata dall’ideale di Madre Natura. Qualche fanatico lo ha sostenuto anche a proposito della pandemia da Covid-19. La Natura ci sta punendo, o ci sta mandando un messaggio, come se fosse una persona, come se avesse intenzioni e finalità.
Le parole di commento e i concetti evocati durante il trauma prodotto dai grandi disastri contemporanei sono simili a quelli che gli illuministi usarono per ragionare e confrontarsi attorno al terremoto di Lisbona. Voltaire di fronte al tragico accadimento abbandonò l’ottimismo che aveva sostenuto in scritti precedenti. Dopo la catastrofe portoghese, il suo sarcasmo nei confronti della dottrina leibniziana – circa la natura del male naturale come illusione del singolo e come componente necessaria per il bene complessivo, nel migliore dei mondi possibili scelto moralmente da Dio – si era già manifestato nel Poème sur le désastre de Lisbonne del 1756 e si condenserà poi nel Candide del 1759. Nessun “bene superiore” o “legge eterna” poteva spiegare quel dolore fine a sé stesso, tuonò Voltaire. Il senso del terremoto di Lisbona è che, rispetto a ogni categoria etica umana, esso non ha alcun senso.
In una lettera dell’agosto 1756, Jean-Jacques Rousseau obiettò però a Voltaire che l’umanità non poteva per questo andare assolta e che la natura aveva avuto un ruolo assai marginale nella vicenda: il male fisico che si era prodotto era opera nostra e solo gli uomini potevano essere imputati di quel massacro. Non era colpa della natura se una moltitudine di imprevidenti aveva ammassato l’una sull’altra casupole malferme e catapecchie di legno. I veri responsabili della catastrofe erano i “Signori della Città” – i campioni di quei miserabili vincoli sociali e di quell’amor proprio che ci hanno tolto dallo stato di natura – e il male è dunque solo morale. Non vi è alcun colpevole in senso stretto oltre all’uomo stesso. Infatti nelle campagne e nel deserto, dove si è più vicini allo stato di natura, le vittime sono state molte di meno, notò Rousseau. Se è così, non dovremmo arrenderci alla rassegnazione e alla disperazione dinanzi alla catastrofe improvvisa, perché se essa non è naturale ma umana, allora possiamo fare qualcosa per – se non proprio evitarla – almeno mitigarla, renderla meno dolorosa.
Stato di vulnerabilità permanente
C’è qualcosa di profondo e disturbante nella permanenza di questo dibattito fino all’età contemporanea, passando prima per l’analisi di Kant e poi attraverso il prisma oscuro e terribile dei mali del Novecento. Per il non credente, la questione non è più la teodicea, ma esattamente l’attribuzione del male alla natura o altresì alle azioni della specie umana, che di quella natura è parte integrante. Se la natura non è un agente intenzionale, bensì un insieme di fenomeni e di leggi che li regolano, il “male” che essa può apportare non avrà alcun connotato etico, ma sarà sempre commisurato agli effetti che avrà su di noi che lo subiamo. Del resto, chi ama la natura si trova nella paradossale condizione di amare chi prima o poi lo ucciderà. Senza contare che Voltaire e Rousseau non sapevano che la stessa presenza umana sulla Terra dipende direttamente da immani ecatombi e contingenti catastrofi accadute in passato, come l’estinzione di quasi tutti i dinosauri causata dall’impatto di un asteroide e da altri sconvolgimenti ecologici 66 milioni di anni fa. Noi siamo i figli della fine del mondo degli altri.
Ma l’attualità di quel dibattito illuministico è ancor più stringente. La caldera vulcanica dei Campi Flegrei è attiva da almeno 80 mila anni, cioè da prima che esseri umani della nostra specie mettessero piede in Europa; è tra le più grandi al mondo; ha periodi di quiescenza di centinaia di migliaia di anni; e in passato le sue simili (come quella del lago Toba a Sumatra, 74 mila anni fa) furono protagoniste di gigantesche eruzioni vulcaniche che portarono quasi all’estinzione la specie umana. Dinanzi a un tale colosso geologico millenario, del tutto indifferente alle sorti di un mammifero di grossa taglia uscito recentemente dall’Africa, in quale senso possiamo imputare alla “natura” i danni connessi al bradisismo?
Sull’argomento specifico, ha ragione dunque Rousseau, al netto della sua fiducia cieca e irrazionale nella Provvidenza. Più di due secoli e mezzo dopo il terremoto di Lisbona, le mappe del rischio sismico sono diventate così precise e dettagliate che se un edificio non è costruito secondo le norme di sicurezza in una certa zona, per esempio dell’Italia centrale, nel momento in cui i suoi occupanti venissero uccisi da una scossa e dal crollo conseguente, possiamo tranquillamente affermare che la natura non ne avrebbe alcuna responsabilità. Non sarebbe una catastrofe “naturale”, ma interamente “umana”.
Il problema è che la nostra percezione del rischio è cognitivamente ed emotivamente molto carente. Pretendiamo dalla scienza previsioni certe e puntiformi, che nel caso dei terremoti sono notoriamente al di fuori della portata di qualsiasi modello. Non capiamo che simili previsioni non sono necessarie. Se le evidenze sperimentali ci dicono che le probabilità di un evento avverso in un dato territorio (il rischio, appunto) sono molto alte, significa che quell’evento accadrà, che ci piaccia o no, in un certo lasso di tempo medio. Possiamo esserne sicuri e prepararci affinché non ci faccia troppo male, anche senza impossibili vaticini su quando e dove accadrà esattamente. Ma il calcolo delle probabilità, lo sappiamo, non è il nostro forte, e nemmeno quello delle nostre classi dirigenti.
Nel caso dei terremoti, la letteratura scientifica su rischi e norme antisismiche è molto consolidata da decenni e nei paesi in cui la razionalità ha ancora un posto nel dibattito pubblico si prendono le misure preventive necessarie per proteggere persone e cose. Non è così invece nel caso dei rischi dovuti al cambiamento climatico di origine antropica e all’aggravamento del dissesto idrogeologico che ne deriva. Se costruiamo case abusive, poi puntualmente condonate da qualche ministro a caccia di facili consensi, sul letto di un fiume o sugli argini di un torrente, quando arriva la marea di fango e si porta via tutto, la natura non ha alcuna responsabilità. Se i Comuni continuano a lottizzare per incassare tributi, consumando suolo e impermeabilizzando i terreni con cemento e asfalto, i danni della prossima alluvione non saranno da imputare a Giove Pluvio.
E invece in Italia continuiamo ogni volta ad assistere, in regioni invariabilmente governate dalla destra come dalla sinistra, alla vergognosa pantomima antilluministica della finta sorpresa davanti alla disgrazia, del cordoglio formale delle istituzioni, della conta delle vittime e dei danni, della richiesta di fondi speciali, della dichiarazione di “stati di calamità”. Ma non c’era nulla di ineluttabile in quella sciagura, in quella calamitas. Dopo i funerali, e qualche volta anche prima, iniziano i litigi su chi gestirà i soldi della ricostruzione e su chi farà il commissario. È disgustoso, anche se politicamente lucroso.
Sempre a posteriori, sempre davanti al fatto compiuto. Intanto il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato con estrema lentezza a fine 2023, giace in un cassetto. Ignorato dalle leggi di bilancio. Per quello non si trovano mai le risorse. Nel frattempo, il mar Mediterraneo nel 2024 si è scaldato anche più di quanto previsto negli scenari peggiori. Di fronte all’aumento della frequenza e dell’intensità dei fenomeni atmosferici estremi (studiato, analizzato, quantificato da decenni), bisognerebbe dichiarare non lo stato di emergenza, ma uno “stato di vulnerabilità permanente”. Al contrario, le classi dirigenti che mirano solo alla propria auto-perpetuazione continueranno a preferire l’emergenza, l’elargizione a pioggia di aiuti e l’invocazione della “catastrofe naturale”. Insomma, una questione di sfortuna e di destino.
Umano, doppiamente umano
Rousseau peraltro aveva ragione anche in un altro senso, sorprendente. Se il riscaldamento climatico attuale non esistesse o non fosse causato dalle attività umane – se fosse cioè “naturale”, come propagandano molteplici testate giornalistiche italiane e come allegramente vanno sostenendo schiere di opinionisti bugiardi ospitati ogni giorno nei talk show televisivi – allora dovremmo essere davvero preoccupati e disperati, perché non potremmo farci nulla. Non siamo in grado di regolare il Sole, l’attività vulcanica, l’orbita terrestre. Al contrario, poiché il problema sono proprio i gas serra emessi dalle attività umane, soprattutto nelle ultime tre generazioni, non tutto è perduto, non dobbiamo disperare né rassegnarci – come Rousseau scrive a Voltaire – perché possiamo ancora cambiare la situazione, intervenire, proteggerci, adattarci e mitigare gli effetti di questo processo.
Questo è il punto. Rispetto all’insensatezza che giustamente Voltaire attribuisce al terremoto di Lisbona, la crisi ambientale e climatica in corso è differente: ha un senso, e quel senso ce lo abbiamo messo noi. Si chiama avidità, sfruttamento sconsiderato delle risorse, mancanza di lungimiranza, incapacità di fare prevenzione. Si chiama colonialismo, diseguaglianza, ingiustizia globale. Quindi, nell’esempio della casa abusiva costruita nell’alveo di un fiume, il disastro non è naturale ma umano per due ragioni: perché non andava messa in quel luogo a prescindere; e perché la frequenza e l’intensità di quelle alluvioni improvvise sono aumentate in seguito al riscaldamento climatico di origine antropica. Una tragedia doppiamente umana.
Si noti la costruzione dell’argomentazione: a) frequenza e intensità; b) aumentano; c) in seguito al cambiamento climatico. Non è come dire che il singolo evento è causato direttamente dal cambiamento climatico. La distinzione tra una media (o una tendenza) e un fatto puntiforme non è così difficile da cogliere, eppure persino autorevoli editorialisti nazionali nello scorso gennaio si sono profusi in imbarazzanti elucubrazioni negazioniste circa il fatto che gli incendi di Los Angeles non c’entravano nulla con la “religione del clima”, essendo stati causati dai venti caldi, dai piromani, dai barbecue californiani e dalla rete elettrica difettosa. Ovviamente queste sono tutte possibili cause di innesco del singolo rogo, ma ciò non toglie affatto che le condizioni al contorno in California (come in Canada, Australia, Siberia) siano oggi modificate dal riscaldamento climatico antropico al punto da rendere gli incendi più frequenti, più intensi e catastrofici. Come ha scritto John Vaillant documentando il terribile incendio del 2016 a Fort McMurray in Alberta e intervistando centinaia di esperti (e non scegliendo pregiudizialmente una singola fonte parziale e controversa da sbandierare al volgo come verità assoluta), «in tutta la storia del genere umano non c’è mai stato un momento migliore di questo per essere un incendio» 1.
Gli studi statistici di attribuzione (come quelli del progetto World Weather Attribution diretto dalla scienziata del clima di Oxford Friederike Otto) hanno raggiunto livelli di robustezza tali, che chi comunica la scienza del clima non dovrebbe essere costretto ancora a perdere tempo nel ripetere per l’ennesima volta come funzionano. Ma sappiamo che l’obiettivo dei negazionisti è lo sfinimento. Gli studiosi mettono insieme un’enorme mole di dati (i dati fisici e climatici di lungo periodo, lo storico dei dati meteo in una regione, i dati attuali, i dati sull’evento estremo accaduto, i dati sul territorio e sulla popolazione, mappature satellitari dopo il disastro eccetera) e simulano due mondi: uno in cui non esiste il riscaldamento climatico antropico e uno in cui esiste. Se si scopre che nel mondo senza riscaldamento climatico uno o più eventi estremi (un incendio colossale, un’ondata di calore abnorme, un’alluvione) sarebbero stati pressoché impossibili, mentre adesso hanno maggiore frequenza e intensità, allora significa che il riscaldamento climatico ha avuto un’incidenza nell’aumentarne la probabilità. A chi ancora mette in dubbio il fenomeno generale del riscaldamento perché sopra la sua testa piove da una settimana andrebbe applicata una tassa. Le casse dello Stato ne risentirebbero molto positivamente.
Una cometa di ingiustizia
Lo stesso vale per un’inondazione in Pakistan e per una siccità in Madagascar, e qui le cose si fanno ancora più difficili. Nella nuova normalità di un pianeta più caldo di un grado e mezzo, ciò che prima era del tutto improbabile diventa possibile. Come argomenta in modo efficace proprio Friederike Otto in Ingiustizia climatica, il riscaldamento globale ha smesso da tempo di essere una questione tecnica e scientifica ed è ormai un problema eminentemente e fondamentalmente politico e sociale 2.
Sul piano sperimentale dei dati, infatti, non c’è molto da aggiungere. Sapevamo che sarebbe successo, conosciamo bene le cause antropiche, le emissioni di gas che alterano il clima aumentano anziché diminuire, gli accordi internazionali non vengono rispettati, le misure necessarie di adattamento e mitigazione sono state spiegate in ogni modo, gli andamenti sono in linea con gli scenari peggiori e gli effetti sono quelli previsti. Insomma, le conoscenze ci sono. Le risorse economiche per intervenire pure ci sarebbero (basterebbe una tassazione più equa su un’esigua minoranza di grandissimi profitti e patrimoni), ma sono destinate altrove. Non resta che continuare nei monitoraggi, informare il pubblico, raffinare ulteriormente i modelli. In filosofia della scienza si chiama “fase di scienza normale”.
Quel che non è per nulla normale è il lato economico, sociale e politico della faccenda, che si condensa in un concetto centrale: immani diseguaglianze. L’aumento antropogenico dell’effetto serra si traduce in “pericoli naturali” per le popolazioni umane, sostiene Otto, ma la dimensione naturale finisce qui: il resto è dato dal “grado di esposizione” a quel pericolo di ciascuna popolazione e dalla sua “vulnerabilità”, cioè il grado di fragilità con cui affronta quel pericolo. Questa tripartizione terminologica è molto utile. Lo stesso pericolo naturale può colpire una regione ben attrezzata e fare pochi danni, o diventare devastante in un paese povero e malmesso. Le stesse condizioni meteorologiche estreme possono rappresentare solo un grosso spavento per qualcuno e trasformarsi in una catastrofe per qualcun altro.
Dinanzi alla minaccia climatica, noi ci stiamo comportando esattamente come la folla inebetita, i politici narcisisti e i giornalisti sonnambuli descritti nel film del 2021, Don’t Look Up, del regista e sceneggiatore Adam McKay. Gli scienziati vengono presi per Cassandre e gli ecologisti bollati come menagramo, ingenui e isterici. La gente si informa sui social o sulle tv di regime. Fin quando non arriva la cometa e non resta che pregare, o godersi gli ultimi scampoli di una stolta esistenza. Ma c’è una differenza cruciale: l’asteroide è un fenomeno naturale; ogni tanto capita che intercetti l’orbita terrestre, i dinosauri ne sanno qualcosa. Il collasso climatico al contrario è un processo indotto dalle attività umane, è una cometa che ci siamo fabbricati da soli. Non abbiamo un nemico che sfreccia verso di noi dallo spazio esterno, ma un nemico interno. Lo spiraglio di buona notizia è che come tale è anche meno inevitabile e meno ineluttabile di una cometa.
Una cometa di ingiustizia. Più siamo ricchi e viviamo una vita privilegiata, meno saremo soggetti alle conseguenze fisiche del surriscaldamento. E viceversa. Chi è più fragile oggi nel mondo non può stipulare alcuna assicurazione, vive in abitazioni di fortuna senza isolamento termico, non ha uno Stato che predisponga piani di informazione e prevenzione, non ha infrastrutture a disposizione, non ha assistenza sociale né un servizio sanitario pubblico funzionante. Nel 2020 lo abbiamo già visto: la pandemia ha acuito terribilmente le diseguaglianze già esistenti e i paesi ricchi non hanno reso disponibili i vaccini per il Sud del mondo. Ma ci siamo già dimenticati di quell’egoismo cinico. Succederà lo stesso con il clima.
Li porteremo in tribunale
La tesi forte di Friederike Otto è che gli stili di vita dei paesi ricchi – a base di consumo di carne, serbatoi pieni a basso costo, voli low cost e carrelli straboccanti di roba inutile – letteralmente uccidono. I favori elettorali spendibili nell’immediato uccidono. Gli aiuti e gli investimenti che finiscono nelle mani di pochi uccidono. I governi attendisti e negazionisti sono, a suo avviso, direttamente responsabili di più alti tassi di mortalità e dovrebbe essere citati in giudizio attraverso le cause giudiziarie ambientali (che cominciano a registrare qualche successo: in Brasile, contro le politiche criminali di Bolsonaro, in Australia, Svizzera). Quelle morti infatti non sono “naturali”, ma frutto di incuria, inadempienza e indifferenza umane. Aveva proprio ragione Rousseau. Le auto a combustione interna hanno una potente lobby, i polmoni ancora no. Secondo Otto, i morti da riscaldamento climatico antropico adesso si possono anche contare, e sono molti di più di quelli indicati nelle stime ufficiali. Per questo, la scienziata ritiene che giornalisti, opinionisti e politici che diffondono attivamente menzogne sul clima debbano essere considerati non soltanto degli irresponsabili, ma anche potenzialmente colpevoli di un illecito sul piano giuridico.
I gruppi più vulnerabili, anche nei paesi ricchi, sono le persone anziane, i bambini, i malati di patologie pregresse, chi soffre di isolamento sociale, chi lavora a lungo all’aperto. Le ondate di calore colpiscono nel mondo molto di più i paesi poveri e, al loro interno, assai più le donne degli uomini. Le nazioni colpite sono quelle depredate da secoli di colonialismo, poi abbandonate e ora ricattate dal debito (che andrebbe abolito seduta stante, per ragioni anche solo di dignità etica, oltre che di giustizia riparativa). Quindi non dobbiamo salvare né il pianeta (che se la caverà benissimo senza di noi), né l’umanità (che non si estinguerà nonostante tutto), ma la giustizia, i diritti e la dignità delle persone che hanno meno soldi e mezzi per difendersi.
Per chi ha fame e sete, l’ambiente è l’ultimo dei problemi, è comprensibile. Ma sfruttando le risorse in modo insostenibile per un’economia di sussistenza, i figli di chi pensa così avranno ancora più fame e più sete. Questa logica perversa va spezzata, ma è difficile che possa riuscirci chi proviene da paesi che hanno causato il problema. Se la questione è primariamente politica e sociale, allora non ne usciremo nemmeno con qualche soluzione tecnologica miracolosa: argini, dighe, compensazioni, stoccaggio di CO2, bombardamenti delle nuvole non saranno sufficienti. C’è prima una “narrazione colonial-fossile” da sradicare.
Anche per la scienza è un inedito del XXI secolo: non vuole fare politica, ma ha scoperto che c’è un baco nel sistema di sviluppo e di consumo capitalistico che dal 1989 tutti davamo per scontato, e come se non bastasse propone una serie di ricette (energie rinnovabili democratiche, fine dei monopoli, riduzione degli sprechi, tassazioni ambientali, redistribuzione delle ricchezze, fondi di risarcimento, investimenti in ricerca e formazione, depavimentazione, riforestazione, restauro degli ecosistemi) dal sapore decisamente socialista e illuminista. La scienza ha rotto l’incantesimo. Imbarazzante, infatti non la sta ad ascoltare quasi nessuno. A forza di allarmi, siamo preoccupati per la crisi climatica e ambientale, ma non siamo ancora disposti a cambiare i nostri comportamenti di conseguenza, da qui le reazioni scomposte e irritate contro chi ci fa notare la contraddizione. Non riusciamo a vedere, e a far vedere, che in fondo alla transizione potrebbe esserci un mondo più giusto e con una migliore qualità della vita e delle relazioni per tutti.
Sotto sotto, noi dell’emisfero boreale ci sentiamo ancora invulnerabili, ma ignorare la cometa dell’ingiustizia è in ultima istanza profondamente miope anche per chi adesso sta in cima alla piramide della ricchezza. Le diseguaglianze crescenti generano instabilità, profughi climatici e conflitti, minacciando la sicurezza di tutti. Come sostiene l’attivista nigeriana Adenike Titilope Oladosu, citata da Otto: «Se l’Africa non è un luogo sicuro, allora neanche l’Europa lo è. Nessun luogo è sicuro».
La porta è stretta e molto dipende da come e se le democrazie sopravvivranno al successo delle scorciatoie populiste e autoritarie. Se dati alla mano il problema è profondo e sistemico come sostengono Otto e un numero ormai crescente di analisti, e se le diseguaglianze acuiranno tragicamente i conflitti, la transizione difficilmente sarà una passeggiata graduale e pacifica. Come nell’abolizione della schiavitù, come nelle battaglie per i diritti civili, come nella lotta al patriarcato, qualcuno deve rinunciare al suo potere, e non è mai stato facile. E anche il ritorno volontario allo stato di natura, con buona pace di Rousseau, sembra una strada preclusa.
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1 John Vaillant, L’età del fuoco [2023], Iperborea, 2024.
2 Friederike Otto, Ingiustizia climatica. Perché combattere le diseguaglianze può salvare il pianeta [2023], Einaudi, 2025.