Romanzo russo miti e le leggende usate da Putin per giustificare l’invasione dell’Ucraina

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23593369-small-1200x799da Raimondo Giustozzi

Dal vichingo Rørek alla «nazione fraterna», il Cremlino reinventa la storia per cancellare l’identità nazionale ucraina. Timothy Snyder spiega come la post-verità russa abbia trovato in Trump il suo miglior alleato

 

Da anni Vladimir Putin insiste sulla vecchia storia della Grande Russia, un passato che include anche l’Ucraina e gli ucraini in un solo Stato unitario. Non lo fa per mandare un messaggio di fratellanza e vicinanza tra i due Paesi: per lui unità è sinonimo di russificazione, di controllo di tutto ciò che c’è intorno a Mosca. È un modo per far scomparire l’identità nazionale degli ucraini, ma anche di georgiani, kazaki, tatari di Crimea e altre popolazioni distribuite tra l’Europa orientale e l’Asia centrale. Anche al vertice in Alaska di Ferragosto, il dittatore russo ha descritto gli ucraini come «una nazione fraterna» con «le stesse radici» – che però deve essere liberata militarmente dalla convinzione di essere un popolo separato da quello russo.

Per costruire questa narrazione fasulla in grado di giustificare l’invasione dell’Ucraina, Putin si affida spesso a miti e leggende. Uno dei più citati è “Cronaca degli anni passati”. Si tratta di un racconto che narra storia della Rus’ di Kyjiv, il più antico Stato slavo orientale, dall’850 al 1110. Un’opera probabilmente datata 1116 d.C.

Nella Cronaca appare il danese Rørek, a cui i monaci medievali attribuirono l’origine della dinastia russa. Perché la Rus’ di Kyjiv fu il primo esempio di entità ucraina che si estendeva oltre l’attuale Ucraina fino a comprendere anche la Bielorussia e buona parte della Russia europea.

In realtà è altamente improbabile che l’uomo della leggenda sia stato davvero nell’attuale Ucraina in quegli anni: ci sarebbe voluto un altro secolo prima che gli scandinavi iniziassero a stabilirsi a Kyjiv.

Ma questo non conta, a Putin non importa. La Russia oggi usa questa storia per giustificare la sua invasione dell’Ucraina e tanto basta. Come se la Romania, che ha preso il nome dalla capitale dell’Impero romano, oggi pretendesse di conquistare l’Italia perché proprio da Roma ha preso il nome. O come se la Francia decidesse di invadere il Belgio sulla base della storia carolingia.

Quella di Putin è, più semplicemente, manipolazione della storia e di un’opera di finzione. Niente di nuovo, sono strumentalizzazioni già viste in passato dai dittatori. Solo che Putin ha portato questo metodo a un livello successivo. L’operazione di mistificazione del passato e dell’arte è stato descritto dallo storico Timothy Snyder in un lungo articolo pubblicato sul Financial Times: «Il capo danese Rørek non fondò la Rus’ di Kyjiv né alcun altro Stato; anche se lo avesse fatto, sarebbe assurdo immaginare che la sua storia medievale giustifichi i bombardamenti sulle città ucraine di oggi».

Il personaggio di Rørek non compare solo nelle “Cronache”, ma anche nelle “Gesta Danorum”, un’opera latina del XII secolo. Lì viene descritto come un capo vichingo che entra in contatto con i popoli slavi del Baltico e, attraverso la figlia Gerutha, entra in una genealogia che porterà fino ad Amleto. Insomma, Rørek si trova nel più grande dei drammi shakespeariani, ma non si trova all’inizio della statualità russa. Per Snyder questo dettaglio ha un significato particolare: l’arte, come la tragedia shakespeariana, può aiutare a comprendere la politica dei miti, mostrando come racconti inventati di dinastie, sangue e vendetta possano orientare scelte storiche e politiche. Putin, secondo lo storico autore del saggio “Sulla libertà”, appare sinceramente coinvolto nella sua stessa narrazione storica: «Si può credere in qualcosa di irreale e poi metterlo in atto, trascinando gli altri in una trasformazione violenta. Hannah Arendt lo chiamava totalitarismo».

Se un dittatore può stabilire arbitrariamente che il passato si è fermato a un certo punto sulla linea del tempo, allora tutto ciò che è accaduto in qualsiasi altro momento diventa inevitabilmente sbagliato, quindi passibile di punizioni violente. Se fosse vero che l’Ucraina appartiene alla Russia negli anni Venti del Duemila perché un dittatore russo conosce una leggenda su un vichingo medievale, allora quelle decine di milioni di persone che effettivamente vivono in quel territorio non avrebbero altra scelta che accettare le esecuzioni, le torture, il rapimento di bambini e tutte le atrocità commesse della Russia in Ucraina in questi anni.

Nella versione di Putin, la metafisica medievale si fonde anche con la propaganda post-verità. Quando scoppiò la guerra in Ucraina, nel 2014, la rivendicazione di antichi diritti coincise con un’ondata di attività sui social media. «Prima si nascose l’invasione russa della Crimea e di altre parti dell’Ucraina meridionale e sudorientale, poi si sostenne la Brexit, infine si sostenne la campagna presidenziale di Trump», scrive Snyder. «L’assistente di Putin, Vladislav Surkov, fu in gran parte responsabile della svolta post-verità nella politica russa e in politica estera: verso un modello in cui un Paese poteva invaderne un altro sulla base di una favola sul passato, negare di farlo usando sofisticate tattiche sui social media nel presente e ottenere effettivamente un discreto successo».

Il «successo» di cui parla Snyder non è roba da poco. La risposta dell’amministrazione Obama all’invasione russa del 2014 è stata fragile e inadeguata; c’è stata la Brexit; è stato eletto Donald Trump alla Casa Bianca. «Oggi facciamo fatica a ricordare che l’invasione russa dell’Ucraina è in realtà iniziata più di un decennio fa e ha coinvolto la regione del Donbas. Questa perdita di memoria, causata dalla guerra ibrida del Cremlino, potrebbe avere conseguenze enormi. Trump oggi presenta il Donbas come un elemento che l’Ucraina potrebbe semplicemente cedere [alla Russia], sebbene le parti che l’Ucraina ancora detiene contengano le sue linee difensive, le sue città fortificate e importanti risorse naturali, quando in realtà la Russia sta cercando di conquistare la regione da undici anni e mezzo», si legge nell’articolo.

La Russia sta vincendo la competizione psicologica e diplomatica con il suo più forte rivale, gli Stati Uniti. E questo sta avvenendo, come detto, all’interno della guerra all’Ucraina e al mondo occidentale. L’amministrazione Trump si permette una concessione dopo l’altra: Putin non ha più bisogno di temere la condanna per la sua invasione illegale e per i gravi crimini di guerra commessi dalla Russia; le garanzie di sicurezza che dovrebbero scoraggiare guerre future sono un miraggio; gli aiuti militari statunitensi all’Ucraina sono stati interrotti due volte e, probabilmente, a un certo punto si fermeranno del tutto.

La trappola russa in cui è caduto Trump è stata tesa nel 2016. Durante la campagna elettorale presidenziale, il Cremlino fece di tutto per far perdere Hillary Clinton. Gli americani, dice Snyder, nascondono questa consapevolezza: Trump ha addestrato il suo popolo a usare la parola “bufala” e la stampa è stata attaccata di continuo dall’amministrazione.

Trump era l’uomo della Russia fin dall’inizio. Il Cremlino aveva tutte le ragioni per credere, un decennio fa, che una presidenza Trump sarebbe stata nei loro interessi, come veicolo di caos e debolezza negli Stati Uniti.

Snyder conclude la sua analisi riprendendo l’incontro in Alaska dello scorso Ferragosto tra Putin e Trump. Quell’episodio ha mostrato la convergenza tra due storie: da un lato il mito medievale di Rørek, dall’altro la politica post-verità di Trump. «La visione di Putin dell’Ucraina è folle, ma – scrive Snyder – ha un suo metodo. Affermare che l’Ucraina è una “nazione fraterna”, come ha fatto Putin in Alaska, significa sia fare riferimento alla vecchia storia di Rørek, sia avanzare una pretesa di potere: io, signore della guerra e dittatore, posso rendere vero il falso, uccidendo persone, eliminando le prove che dicono il contrario».

Trump è lontano da questo tipo di narrazione, ma ha un ruolo centrale a sua volta: in una dinamica di inganno e autoinganno, il presidente americano finge che la Russia, in quanto nazione antica e grande potenza, farà in ogni caso ciò che vuole nel suo vicinato. Trump vuole suggerire che questo è semplicemente il modo in cui va il mondo e non il risultato di una politica statunitense sottomessa. «In Alaska le due storie si sono unite, sotto gli occhi di tutti», si legge nell’articolo.

La propaganda di Putin reinterpreta i miti medievali per giustificare un’invasione criminale. La fragilità degli Stati Uniti sotto Trump diventa un’eco per la narrazione russa. Chi paga il prezzo più alto sono gli ucraini, le vittime che nessuno sta ascoltando.

 

Linkiesta, Esteri, 27 agosto 2025

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