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Anne Applebaum sulla guerra in Ucraina: «Putin? Non so se ha paura della morte oppure di perdere il potere»

Fonte Internet

Fonte Internet

Beppe Severgnini by Corriere

La giornalista premio Pulitzer è tra i più informati su questioni sovietiche e sul perché è scoppiata la guerra tra Russia e Ucraina: «Il timore è che usi così tanta brutalità da cancellare ogni resistenza, come Stalin negli anni ‘30»

Anne Applebaum risponde all’alba dalla nuova casa di Washington DC, la città dov’è nata. Ha vissuto a lungo a Londra e in Polonia, dove ha conosciuto il marito Radek Sikorski, già ministro della Difesa e degli Esteri, ora europarlamentare. Anne è tra i più informati e ascoltati commentatori su questioni russe e sovietiche, conosce a fondo l’Europa orientale, in particolare l’Ucraina. Oggi è staff writer a The Atlantic, fellow dell’Agora Institute alla Johns Hopkins University e autrice di «Il tramonto della democrazia. Il fallimento della politica e il fascino dell’autoritarismo». Nel 2004 ha vinto il premio Pulitzer con «Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici» («Gulag: A History»). Ci siamo conosciuti a Varsavia nel 1989. Da allora ci siamo incontrati in molte parti del mondo: a Londra, a Mosca, in Polonia, negli Usa, in Italia. «I miei appuntamenti iniziano fra un paio d’ore», dice al telefono.«Quindi, eccomi. A disposizione del Corriere».

Avevi ragione su Vladimir Putin. Molti di noi, leggendoti e ascoltandoti, hanno pensato che tu fossi troppo pessimista.

«Perché avete giudicato Vladimir Putin usando i nostri criteri. Errore. Lui non funziona come noi».

L’Ucraina è grande due volte l’Italia e ha quasi gli abitanti della Spagna. Se anche Putin la occupasse militarmente, come potrebbe sottometterla e controllarla?

«Con una combinazione di estrema violenza e calcolo. È troppo presto per capire lo scenario. È tutto possibile, anche che Putin metta Kiev sotto assedio e dica: se non mi lasciate metà dell’Ucraina, distruggo la città. Ma anche metà Ucraina sarebbe difficile da controllare, certo. Non dimentichiamo però che stiamo parlando di una persona che potrebbe aver ucciso un milione di persone in Cecenia e decine di migliaia in Siria, dove le forze russe bombardavano gli ospedali. Il timore è che Putin usi così tanta brutalità da cancellare ogni resistenza, come ha fatto Stalin negli anni ‘30. Ma lui non conosce quasi l’Ucraina, non frequenta ucraini, forse pensa che non combatteranno. Potrebbe scoprire di aver torto».

Perché l’Ucraina è diventata l’ossessione di Putin?

«L’Ucraina è una democrazia, e questo per lui è un pericolo. Putin è spaventato all’idea che a Mosca possa ripetersi quello che è accaduto a Kiev nel 2014. Lo considera una minaccia personale».

 

Poi c’è la sua lettura storica: inquietante.

«L’idea che l’Ucraina non sia una vera nazione, che sia stata inventata da Lenin, è veramente strana. Mai sentito niente del genere».

 

Putin oggi è una persona mentalmente stabile?

«Ho sempre pensato che Putin fosse razionale, a suo modo. Non ha mai preso grossi rischi, in fondo. Era brutale, magari, ma non si è mai buttato in sfide che non potesse vincere. Oggi è diverso. L’invasione sembra un azzardo. E le tre uscite pubbliche questa settimana erano davvero folli».

Cosa gli è successo?

«Non lo so. Sembra ossessionato e pieno di odio. Sembra entrato in una fase nuova. Non so di cosa abbia paura, se della morte o di perdere il potere. Di certo è vissuto isolato per due anni, a causa della pandemia. Chi lo incontrava doveva restare in quarantena per due settimane. Mi chiedo cos’abbia fatto, cos’abbia letto e guardato, per tutto quel tempo, da solo. Oggi sembra un uomo malato, disturbato».

E le persone che, grazie a lui, hanno accumulato ricchezze e privilegi? Vivranno nel panico, in questi giorni.

«Potrebbero pensare di farla franca ancora una volta. Quando abbiamo imposto sanzioni, sono riusciti ad aggirarle. Hanno trasferito denaro e proprietà a mogli e prestanomi, ottenuto passaporti di altri Paesi. Ma hai ragione, questo è l’altro mistero: l’elite russa, le 500 persone che controllano quasi tutto, approva questa guerra? Difficile da credere. Per gli oligarchi, però, il tempo dei mega-yacht, dei grandi alberghi e delle ville a Cap Ferrat potrebbe essere finito».

Pensi che i putiniani — lì in America e qui in Europa — continueranno a sostenere Putin?

«Alcune formazioni hanno legami finanziari con la Russia, o amici che fanno affari là. Ma ci sono anche persone — in politica, nei media — che ammirano genuinamente Putin. Ammirano il fatto che distrugga le regole. Che non rispetti la democrazia, i tribunali, i media. Che sia un autocrate. Continueranno ad ammirarlo? Dipende dalla reazione dell’opinione pubblica».

Qual è stato l’errore più grande dell’Occidente democratico?

«Non capire che tipo sia Putin. Abbiamo creduto di esserci lasciati alle spalle il XX secolo. Abbiamo pensato che non esistessero più, almeno in Europa, leader capaci di ricorrere alla brutalità di massa per raggiungere i loro scopi. Abbiamo pensato che il nostro mondo basato sulle regole fosse reale, rispettato, compreso da tutti. Ci siamo illusi che Putin pensasse come noi. Ma lui non pensa come noi, lui non è come noi. Diversi leader politici in buona fede – non corrotti da lui, intendo – hanno pensato che Putin rientrasse nel nostro compasso morale. Non è così. Non è mai stato così».

Cosa dovrebbe fare adesso l’Occidente, secondo te?

«Ripensare la strategia verso la Russia. Completamente. Non possiamo limitarci a reagire a ciò che fa Putin, come negli ultimi dieci anni. Dobbiamo agire. Trovare il modo di parlare ai russi. Lavorare sui media russi. Sostenere l’opposizione in Russia. Dobbiamo capire chi, tra gli oligarchi e nel cerchio intorno a Putin, è insoddisfatto o spaventato».

Dal punto di vista militare?

«La Nato deve ripensare tutto: basi, posizioni, esercitazioni. Perché potrebbe toccare alla Polonia e alla Germania».

Non stai esagerando?

«Non dico queste cose a cuore leggero, né volentieri. Ricordo una frase del ministro degli esteri russo Lavrov alla conferenza di Monaco di Baviera sulla sicurezza, sette o otto anni fa: “Voi sapete, vero, che la riunificazione della Germania è illegale?”. I tedeschi presenti si fecero delle grasse risate. Ma Putin ha vissuto a lungo a Berlino. I russi quella città l’hanno già avuta una volta, perché non dovrebbero provare a riaverla? Certo, le forze armate ucraine potrebbero fermare l’invasione, e tutto cambierebbe. Ma le ambizioni di Putin sono enormi. Non dimentichiamolo mai».

 

Nella mente di Putin: cosa l’ha spinto a una scommessa tanto pericolosa?

Paolo Valentino

Tra tutti gli zar, Putin ama Alessandro III. E cita il suo motto: «La Russia ha due soli alleati: il suo esercito e la sua flotta». Di lui dicono: «Neppure Stalin era così isolato». Storia di un’evoluzione autoritaria

Nel 2017, tre anni dopo l’annessione della Crimea, una statua in bronzo alta quattro metri dello zar Alessandro III venne inaugurata alla presenza di Vladimir Putin a Jalta, sulle rive del Mar Nero. Sul piedistallo sopra il quale è seduto con la spada sguainata, è scritta la sua frase più celebre: «La Russia ha due soli alleati: il suo esercito e la sua flotta».

 

Alessandro III è lo zar preferito di Putin, il quale non perde occasione per ripeterne il motto, che evoca orgoglio, solitudine armata, disponibilità al sacrificio per la propria giusta causa, tratti distintivi della Russia di fronte all’Occidente decadente e viziato.

 

L’avventura ucraina suona plastica conferma di una certa idea del potere e della Russia, che Putin ha progressivamente maturato nei suoi ventidue anni al Cremlino. Ma se finora, dalla Crimea alla Siria, il presidente russo aveva sempre saputo minimizzare gli azzardi geopolitici e vendere abilmente i successi sul palcoscenico interno, il lancio dell’offensiva militare contro Kiev segna un cambio di passo, dove i rischi e i costi appaiono molto più alti di una vaga definizione di successo. Cos’è cambiato nell’approccio mentale di Putin, da spingerlo a una scommessa tanto ambiziosa, pericolosa e non del tutto condivisa perfino da molti dei suoi più stretti collaboratori?

 

Due dipinti

Per capirlo può essere utile partire da due quadri di Ilya Glazunov, considerato il più grande artista russo del XX secolo e molto amato da Putin, che nel 2010 lo insignì dell’Ordine per il merito alla Patria. Sono due dipinti a olio enormi, esposti l’uno di fronte all’altro a Mosca in un piccolo museo a lui dedicato, proprio di fronte al Pushkin. Il primo ha per titolo «Il mercato della nostra democrazia» e nello stile realista che è la cifra di Glazunov, morto nel 2017, descrive il quadro caotico, inquietante e drammatico della Russia degli Anni Novanta, un Paese completamente allo sbando. Ci sono gli oligarchi e le prostitute, la povertà e l’invasione culturale americana, Eltsin e Clinton, la Nato e i bombardamenti in Bosnia, i bimbi abbandonati e i criminali, la droga e l’alcolismo, la privatizzazione bugiarda e i comunisti nostalgici.

Ancora più importante è l’altro dipinto, che riesce a cogliere il senso profondo dell’operazione politico-identitaria di Putin. Il titolo è «La Russia Eterna». È una composizione ordinata e popolata di santi e scrittori, zar e leader sovietici, principi guerrieri ed eroi del lavoro socialista, patriarchi, scienziati, i morti della Grande Guerra Patriottica come i russi chiamano il secondo conflitto mondiale che costò loro venti milioni di vite umane. Il tutto è dominato da un grande crocefisso, con il Cremlino a far da sfondo e le icone di fianco ai razzi Sputnik. È una tela fiammeggiante, che trasmette orgoglio nazionale in ogni sua parte. È il Russkij Mir, di cui Vladimir Putin si vuole ricostruttore e garante, una visione dove tutto si tiene.

Più narrazioni

In oltre due decenni al vertice, Putin ha cavalcato diverse narrazioni per la costruzione e il mantenimento del consenso. Prima la crescita economica, perseguita grazie agli alti corsi dei prezzi dell’energia. Poi la polemica con l’Occidente, accusato di voler far rivivere la Guerra Fredda con l’ampliamento della Nato ai baltici e agli ex Paesi del Patto di Varsavia. Quindi il patriottismo nazionalista con l’annessione della Crimea e il sostegno ai separatisti russofoni del Donbass nella guerra finora ibrida e a bassa intensità con l’Ucraina. E ancora la nuova alleanza (geopoliticamente contro-natura) con la Cina, superpotenza emergente. Ma quando ognuno di questi racconti ha cominciato ad esaurire la propria spinta propulsiva, l’ex agente del Kgb fattosi zar è tornato alla sua grammatica originaria: l’autoritarismo, il restringimento quasi totale di ogni spazio di libertà, la mano dura verso gli oppositori di cui il caso di Alexeij Navalny è l’emblema.

Due anni nella bolla

Ma l’isolamento forzato dalla pandemia, due anni vissuti praticamente in una bolla impenetrabile ai più, sembrano aver ulteriormente trasformato il leader russo, accentuandone aspetti messianici e quasi mistici. E se già dopo l’annessione della Crimea aveva fatto riferimento al mondo russo, alla necessità di riunificare i fratelli separati dalla «più grande tragedia geopolitica del XX secolo», cioè la fine dell’Unione Sovietica, solo negli ultimi anni Putin si è sempre più immedesimato nel ruolo dell’unto del Signore: «Ha cominciato a parlare della sua missione in termini storici, è diventato meno pragmatico e più emotivo», dice la politologa Tatiana Stanovaya. La sua distanza fisica e mentale da consiglieri e collaboratori è diventata siderale, facendone un autocrate a tutti gli effetti: «Putin è isolato, più isolato di Stalin», spiega Gleb Pavlovski, che lavorò con lui e con Dmitrij Medvedev prima di diventare un critico del sistema.

L’ttuale accelerazione

Ora Vladimir Putin ha fretta. Sente l’età avanzare, la salute vacillare. Il tempo non è più dalla sua parte. Vuole di più e lo vuole subito. Ed è disposto a pagare e far pagare al suo Paese un prezzo molto alto. «La sua è una guerra non solo per l’Ucraina, ma per il sistema europeo — dice l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer — vuole ristabilire la Russia come la potenza prevalente nello spazio ex sovietico, cancellando le umiliazioni degli Anni Novanta».

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