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Festeggiamenti per il quinto centenario della nascita di Annibal Caro (1507- 2007).

Annibal_Carodi Raimondo Giustozzi

Tutto il 2007, a Civitanova Marche, fu un anno di iniziative culturali volte a ricordare il quinto centenario della nascita di Annibal Caro. Tanto era il desiderio, di ricordare nel migliore dei modi uno dei propri cittadini più illustri. Tutte le competenze si amalgamarono tra loro in una unica volontà di intenti. Mi piace ricordarlo perché, quando si vuole, si superano campanilismi e protagonismi sena aggettivi. Torri, piazze e campanili sono sempre tanti in ogni angolo d’Italia. Il sito http://www.centrostudicariani.it/ è un valido strumento per documentarsi su tutte le iniziative. Il sito è un link del http://www.centrostudicivitanovesi.it/. Qui di seguito sono solo riportate alcune proposte formative che coinvolsero principalmente le scuole di ogni ordine e grado.

 

Annibal Caro e la comunità di Civitanova

 

Continuano le iniziative per ricordare il quinto centenario della nascita di Annibal Caro. Mercoledì 7 Novembre 2007, alle ore 17.30, presso il teatro Annibal Caro di Civitanova Alta, presentazione del saggio di Riccardo Scrivano: “Ritratto di Annibal Caro”, relatori, Riccardo Scrivano, Giulio Ferroni, Marcello Verdenelli. Anche la gente comune va scoprendo un lato del carattere del figlio più illustre di Civitanova Marche che era sconosciuto ai più. Annibal Caro non è solo il traduttore dell’Eneide, ma autore di divertenti lettere scritte ai Familiari: parenti, amici, conoscenti, uomini illustri del suo tempo. Alcune di esse riguardano i contatti continui avuti con la Comunità di Civitanova.

 

Giunto all’apice della sua fortuna letteraria, ben inserito presso la Corte di Pier Luigi Farnese, profondo conoscitore della Curia Romana, usò tutto il suo ingegno per sollevare la sua patria da tasse e gabelle d’ogni genere, sia quando questa era governata direttamente da Roma con un suo Commissario, poi quando il Papa la diede in feudo al Duca Giuliano Cesarini. Spulciando tra le lettere che riguardano direttamente le vicende civitanovesi,  si viene a conoscenza di alcuni suoi fiduciari con i quali era in profonda sintonia: ser Maro, ser Cenzio, e ser Masseo, tutti di Civitanova. In una lettera datata 2 dicembre 1538, indirizzata a messer Vanni Lelio, ricorda “la fatica che io ho fatto, durata tre giorni continui per la spedizione alla nostra Comunità”. La Comunità di Civitanova era stata liberata per opera del Caro dal pagamento di un tributo alla Camera Apostolica.

 

Il Caro aveva convinto il cardinale Giandomenico de Cupis a scrivere una lettera da inoltrare a Bernardino Tempestini di Montefalco, vescovo di Montepeloso e vicelegato della Marca, perché usasse i suoi buoni uffici verso il Commissario. Affatto convinto che questa lettera bastasse per chiedere il favore, Annibal Caro si era adoperato perché fosse coinvolto nell’operazione anche il tesoriere, Mario Favonio di Spoleto, che in seguito si prese cura di comporre “le dissenzioni ed i civili tumulti” di Civitanova. Nel prosieguo della lettera scritta a messer Vanni Lelio, il Caro aggiunge: “Se la lettera del Cardinale non giova, non avrete come meglio rimediare che con unger le mani al Commissario, poiché il mondo si governa oggi per questa via”.

 

Così andava il mondo alla metà del 1500, ma per un certo verso va così anche oggi. “Nihil sub sole novi”. Non c’è niente di nuovo alla luce del sole. La raccomandazione, i buoni uffici messi in atto da chi conta e comanda!. C’è sempre un “Deus qui nobis haec otia fecit”. Basta il titolo di studio, il merito acquisito sul campo, per aver accesso al lavoro come ad un diritto o serve anche qualche cosa d’altro? Ognuno può rispondere liberamente. La sincerità non guasta. Sarebbe da mettere sempre al primo posto. Qualcuno invece preferisce parlare di profitto, sposando la retorica del merito. Quest’ultimo da solo non basta. Lo sanno tutti anche i più sprovveduti.

 

Non era sufficiente tuttavia che Annibal Caro avesse brigato per due anni continui per liberare la Comunità di Civitanova dal pagamento del tributo, come ebbe a scrivere lui stesso in un’altra lettera indirizzata al Cardinal Michele de Silva di Macerata, ambasciatore del Re del Portogallo presso il Pontefice e nel 1546 Legato nella Marca. Annibal Caro infatti venne calunniato da alcuni suoi stessi concittadini che lo avevano accusato di frode fiscale.  Nella lettera inoltrata al Cardinale, Annibal Caro supplica Sua Eccellenza Reverendissima di informarsi sulla sua reputazione e su quella dei suoi calunniatori, offrendosi di chiarire a voce quello che non può mettere per iscritto.

 

In una lunga lettera del maggio 1546 indirizzata alla Comunità di Civitanova Annibal Caro manifesta tutto il proprio dispiacere “de la calunnia che nuovamente m’è stata data appresso a le Signorie Vostre, vedendo da un canto, ch’io son perseguitato, e ripreso di quello che debbo esser lodato, e riconosciuto”. E’ sicuro comunque di aver fatto sempre il proprio dovere e di poter andare a testa alta: “in ogni caso mi risolvo che a me basti d’essere quel ch’io sono, e d’aver sempre cercato di fare, e fatto con effetto tutto quello che ho potuto a beneficio de la mia patria, cosa notissima ad ognuno… Sono imputato che, per avervi fatto sgravare in Camera Apostolica di 200 scudi l’anno, io abbia frodata la Comunità di due annate”.

 

Annibal Caro ricorda come più volte lui aveva manifestato tutte le difficoltà dell’impresa: “la prima cosa, voi vi dovete ricordare che più volte m’avete scritto ch’io dovessi entrare in questa impresa, e che io da prima ve lo disdissi, e vi feci intendere le difficoltà, e quasi l’impossibilità di condurla. Mi replicaste, più volte, mandaste a Roma prima ser Maro, di poi ser Cenzio, a l’ultimo Masseo con ambasciata, e con ordine risoluto che io non guardassi di spendere tre o quattro annate, se bisognava, perché vi togliessi a qualche tempo da dosso quel peso insopportabile… Dio sa con quante pratiche, con quante fatiche, e con quanto obbligo co’ padroni, e con quanto disturbo degli amici, che per servirvi ci ho speso tutto quel favore, e tutto quel credito che ho potuto mai acquistare in quindici anni in quella Corte”.

 

La Corte a cui fa riferimento il Caro è sempre quella dei Farnese di cui era dipendente. I calunniatori sostenevano che i duecento scudi fatti risparmiare alla Comunità civitanovese li avrebbe intascati lui stesso. Questo non è vero, precisa il Caro, ma aggiunge anche:  “quando ben fosse, come sono di tanta sfrenata passione, di tanto corrotto giudizio, e di sì dissoluta lingua, che lo chiamino furto? Essendo di vostra saputa, di vostra volontà, cosa offerta, ed ordinata pubblicamente da voi, e per mercede di tante fatiche che si so messe ad ottenerla, e per ricompensa del grande utile che ve ne risulta? Perché ne fanno costoro tanto rumore, ancora che fosse? Ma io vi replico, che non è vero”.

 

Per i servizi resi alla Comunità, la stessa dispensò il Caro e la sua casa “di tutte le gravezze pubbliche, fino alla terza generazione”. In una parola venne liberato dal pagamento delle imposte. Ma se questo era visto da alcuni come un privilegio e se la cosa poteva essere motivo di disordine o di una “nuova ruggine in Civitanova”, si dichiarava pronto ad eliminare ogni occasione di scandalo augurandosi che gli venisse revocato “rimettendosi all’arbitrio” della Comunità stessa. Incaricava il fratello Giovanni, che risiedeva a Civitanova, “di portare con gli altri, tutti quei pesi che gli saranno imposti. Solo vi priego a non voler sopportar che un vostro amorevol cittadino, sia così lacerato innocentemente, e disonorato in questo negozio per avervi servito. Che facendolo, come buon figliuolo che vi sono, con tutto che me ne venga persecuzione, mi ingegnerò d’obbedirvi, e di giovarvi sempre quanto io posso”. Bella la dichiarazione di sottomissione alla volontà popolare che era poi quella di pochi potentati civitanovesi.

 

 

 

 

Le lettere burlesche e “I capricci letterari” di Annibal Caro

 

Personaggio inquieto e anticonformista Annibal Caro, questo l’identikit delineato dalla dott.ssa Tiziana Temperini nel corso della terza conferenza dedicata all’illustre letterato civitanovese, Lunedì 19 Marzo  2007, dalle 15.30 alle 18.30, presso la sala della Delegazione Comunale di Civitanova Alta. Fuori dai soliti cliché dell’uomo di corte, impegnato a coltivare la discrezionalità, la piacevolezza, la cautela, la compostezze e la prudenza, virtù che si addicevano al perfetto cortigiano, così come delineato da Baldassar Castiglione, Annibal Caro nascondeva un’altra personalità fatta di facezie, scherzi, mattane che irrompevano ogni volta che l’uomo era di umore nero.

 

E’ un lato della personalità che trapela nelle lettere di Annibal Caro; costituiscono uno dei più importanti epistolari del ’500. Sono 850 lettere che spedisce ai più svariati uomini e donne del tempo con i quali era in rapporto di amicizia e di frequentazione, tra tutte Giulia Gonzaga della quale aveva frequentato la società letteraria  napoletana. Assente da Civitanova Alta, era comunque in contatto con le famiglie più importanti della città verso la quale si adoperò non poco per esentarla dal pagamento dell’imposta alla Camera Apostolica, date le alte conoscenze che aveva presso la Curia Romana. Si propose più volte quale mediatore ogni volta che a Civitanova si aveva bisogno del suo intervento per comporre le discordie e le lotte all’interno delle fazioni cittadine.

 

Non disdegnava di ritornare di tanto in tanto a Civitanova anche per curare da vicino i suoi beni: la casa natale, un’altra casa, con orto, cisterna e colombaia presso porta Girone, un forno, nel medesimo quartiere, una bottega aromataria, veri terreni in contrada Cicciarina, un terreno in contrada “Fontis lactis”, tutti beni che aveva in comproprietà  con gli altri due fratelli, Giovanni, Fabio ed una sorella.

 

Annibal Caro aveva voluto e scelto la carriera del Cortigiano. Sapeva bene che questo comportava di uniformarsi alle richieste dei signori che furono di volta in volta i Gaddi, il Guidiccioni, i Farnese ai quali offriva i propri servizi, ma verso i quali non ebbe mai buoni rapporti. Era anzi spesse volte scontento. Amava ripetere che il suo lavoro era quello di “tirare la carretta”, servire, patire e tacere. Era conscio di dover sacrificare la propria libertà in cambio della protezione ed anche di una discreta agiatezza. Di tanto in tanto però tirava fuori l’anticonformismo e la propria bizzarria anche se manifestati in ambiti ristretti, legati ai circoli delle Accademie, tra tutte, quella “Della Virtù” alla quale facevano riferimento altri intellettuali del tempo: Claudio Tolomei, Francesco Maria Molza, il Porrino ed altri “padri virtuosi” i quali beffeggiavano ed indirettamente contestavano, non solo i generi e gli schemi tradizionali, ma anche e soprattutto i miti e gli ideali del classicismo, voluti dal Bembo.

 

L’Accademia della Virtù, tutto era tranne un sodalizio dove si praticavano le virtù della moralità, e dell’integrità , ma era un ambiente nel quale le discussioni serie si alternavano a passatempi frivoli e a piaceri erotici. E’ proprio in questo contesto che nascono le cosiddette opere minori del Caro: la Nasea, la Ficheide, la Statua della Foia, opere nelle quali Annibal Caro dà libero sfogo alla propria fantasia e scrive tutto quello che mai avrebbe potuto proporre negli ambienti paludati delle corti che lui frequentava come servitore di chi gli offriva cariche ed onori. La caricatura, il gusto per l’inverosimile, la licenziosità sboccata prendono il sopravvento in un crescendo di fuochi pirotecnici e danno del Caro un’immagine diversa da quella dell’uomo di corte.

 

Sono “Capricci” e fantasie che trovavano nel Berni il principale ispiratore e come nel caso del più noto intellettuale e comune referente dei Virtuosi, anche in Annibal Caro, queste opere sono la manifestazione letteraria ed esistenziale di un cortigiano che aspirava ad un’impossibile indipendenza intellettuale e credeva di averla trovata nella vita gaia e godereccia di storie del tutto inventate, ben lontane dalla vita quotidiana fatta di umili servigi resi ai potenti del tempo.

 

 

Annibal Caro e le arti figurative

 

Lunedì 26 Marzo 2007 ha chiuso in bellezza  anche il quarto corso d’aggiornamento sulla storia ed i beni culturali di Civitanova Marche. Il prof. Stefano Papetti ha tenuto desta l’attenzione dei molti presenti convenuti nella sala della Delegazione Comunale di Civitanova Alta con una dotta relazione su “Annibal Caro e le arti figurative”. Tra queste ultime: pittura, scultura, architettura e le cosiddette arti liberali, tra le quali spiccava la letteratura, c’era un abisso per tutto il corso del Medioevo. Una mentalità comune poneva le prime in un gradino infimo rispetto alla letteratura. Pittori come Giotto ed Ambrogio Lorenzetti, quando dipingevano, l’uno la Cappella degli Scrovegni a Padova, l’altro l’Allegoria del Buon Governo a Siena, avevano bisogno di consulenti esterni che sapevano riferirsi con dovizia di particolari alla Repubblica di Platone o ad altre opere classiche, fonti ed ispiratrici delle opere d’arte cosiddette minori. Nel corso del 1400 il rapporto tra letteratura ed arti figurative inizia a cambiare e la distanza tra i due universi di pensiero si va accorciando. Nel colmo del ‘500 si annulla del tutto grazie alla figura di Giambattista Alberti che era letterato, pittore ed architetto.

 

Annibal Caro tratta con i pittori e gli scultori del proprio tempo ed ha con loro un rapporto paritetico, anche se in alcune lettere sembra trasparire una maggiore considerazione per la pittura a discapito della scultura. In una lettera del 1538 indirizzata alla scultore Nicolò Tribolo che aveva decorato gli spazi esterni del giardino di Boboli a Firenze, lo saluta alla “sculturesca” lasciando trasparire in questa espressione un tono familiare che non si trova invece nelle lettere indirizzate ai pittori. C’era ancora una gerarchia ben precisa tra le due arti figurative. Era il contrasto già evidenziato tra Raffaelo e Michelangelo, il primo che lavorava contornato anche dalla allegra brigata di donne e di amici, il secondo invece costretto a lavorare da solo con il sudore che gli colava sulla fronte e con le mani sporche di gesso, marmo o di altro materiale usato per la creazione delle proprie opere d’arte.

 

Le lettere che Annibal Caro spedisce invece a Giorgio Vasari o a Taddeo Zuccari sono di un tono superiore, anche se con il secondo c’era un rapporto di confidenza e d’amicizia cementato anche dal fatto che ambedue erano di origine marchigiana. Annibal Caro aveva un rapporto di grande familiarità con Giorgio Vasari che aveva decorato gli interni del Palazzo Vecchio a Firenze, con l’apporto di Benedetto Varchi, il grande letterato del tempo. Taddeo Zuccari era originario di Sant’Angelo in Vado; di famiglia nobile, trasferitosi a Roma, si ritaglia un ruolo di primo piano nella città eterna, chiamato a decorare la residenza dei Farnese a Caprarola e precedentemente da Felici Orsini per le decorazioni nei giardini di Bomarzo.

 

La famiglia dei Farnese era originaria di Viterbo, grandi proprietari terrieri. Il termine Farnese sembra che derivi dalle farnie, i boschi di querce di cui è ricco tutto il territorio attorno a Viterbo. La casata raggiunge l’apice della notorietà con l’elezione di Paolo III a Papa sul trono pontificio. Sangallo e Michelangelo vengono chiamati a progettare e a decorare il palazzo Farnese a Roma. L’architetto Andrea Sangallo viene successivamente incaricato di progettare a Caprarola, nel viterbese, una struttura militare, una sorta di fortezza che fosse a presidio e controllo della regione. La costruisce a forma pentagonale. In corso d’opera, viene chiamato l’architetto Iacopo Barozzi, detto il Vignola perché nativo della città modenese, il quale crea un accesso scenografico alla residenza di Caprarola con un sistema di rampe a tenaglie e costruisce all’interno un cortile  di forma circolare. Il risultato della costruzione, chiamata impropriamente Villa Farnese o Palazzo Farnese è un ibrido: l’esterno ha l’aspetto di una vera e propria fortezza, l’interno invece va assumendo nel corso degli anni un aspetto sontuoso, nella decorazione del quale vengono chiamati i più famosi artisti del tempo, finanche El Greco che prima di approdare definitivamente in Spagna a Toledo, transitando per Roma, lavora anche a Caprarola. Taddeo e Federico Zuccari lavorarono soprattutto al piano nobile della villa Farnese di Caprarola.

 

Annibal Caro suggeriva a Taddeo Zuccari i temi da riprodurre, collegando eventi storici reali che avevano per protagonista la famiglia dei Farnese ad eventi mitologici. Tanta era la familiarità che i due marchigiani avevano l’uno verso l’altro che il Caro si permetteva di suggerire a Taddeo Zuccari che cosa dovesse dipingere, quali colori utilizzare e come utilizzarli. I suggerimenti si spingevano anche nell’indicare che cosa mettere negli spartiti o spazi bianchi nelle volte del soffitto. Annibal Caro si può dire che sia stato l’ultimo letterato che ha affiancato pittori e scultori nella realizzazione pratica delle loro arti figurative. Va riconosciuta a lui la capacità di aver intuito che le immagini potevano essere uno strumento unico per celebrare i fasti di una famiglia nobile e potente quale era quella dei Farnese. Anticipa quella civiltà delle immagini di cui noi oggi sappiamo cogliere anche gli aspetti deteriori.

 

Ventisette anni dopo la morte del figlio più illustre di Civitanova Marche, avvenuta nel 1566, non sarà più così. Pittori e scultori faranno tutto da soli, grazie alla pubblicazione nel 1593 di un trattato scritto da Cesare Riva e ristampato nel 1603, manuale nel quale veniva descritto fin nei particolari come rappresentare la mitologia classica e quali scene raffigurare. Federico Zuccari, il fratello di Taddeo, non seguirà più i suggerimenti di Annibal Caro e questo è ben visibile nelle pitture successive della villa Farnese a Caprarola. Si può però ben dire con certezza che molto del lavoro, anche se riportato su scala ridotta, continuerà nel palazzo di città, di Giovan Battista Pallotta di Caldarola, nel quale opererà anche Antonio Tempesta affiancato da un letterato se pur di minore fama di Annibal Caro, lo stesso Tempesta che aveva lavorato a Caprarola. Il palazzo dei Pallotta di Caldarola ospitò, dal 4 Aprile 2007, la grande mostra di Simone De Magistris, curata da Vittorio Sgarbi. La visita alla mostra ed al palazzo ha rappresentato un motivo in più per onorare questi grandi del passato che hanno fatto grandi le Marche fuori dalle Marche.

 

Annibal Caro: dai documenti al documentario

 

Relazione più tecnica, quella del Prof. Massimo Angelucci Cominazzini, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata, dipartimento montaggio documentari e film, tenuta Lunedì 12 Marzo, alle ore 15.30, sempre presso il palazzo della Delegazione Comunale di Civitanova Alta.

In epoca non sospetta, nel 2003, quando i festeggiamenti per i cinquecento anni della nascita di Annibal Caro erano ancora di là da venire, il professore aveva iniziato i lavori per un documentario su alcune figure di illustri marchigiani, tra i quali, oltre a  Pietro Paolo Floriani, di Macerata e Ciarrocchi, di Civitanova, aveva inserito anche Annibal Caro.

 

Il backstage realizzato dalla sua troupe è stato girato a Caprarola, a Frascati, luoghi nei quali si esplicò l’attività di Annibal Caro e nell’Asola presso la casa di Arnaldo Ciarrocchi. L’intento del documentario è quello di trattare i documenti scientifici, cartacei o d’altra natura, attribuendo ad essi un fine diverso. Il documentario nasce dal cinema che è un insieme di parole, immagini in movimento e musica. I documenti ripresi e fatti propri dal documentario cambiano di segno. Nel documentario si vuol comunicare al grande pubblico qualcosa che non sempre è quello della carta stampata. In questo mezzo di comunicazione ci sono documenti, ma anche fiction, interpretazione libera del regista, in un quadro di aderenza e di fedeltà ai documenti utilizzati.

 

In un documentario, come nel cinema sono importanti tutte le fasi di preparazione prima delle riprese vere e proprie e del set cinematografico. Una di queste fasi è la sceneggiatura che viene stesa a tavolino. Una stessa sceneggiatura data in mano a cinque diversi registi, produce cinque diversi film o documentari perché in questo tipo di comunicazione visiva e sonora, importante è l’interpretazione del regista. Annibal Caro, possiamo dire, quando scriveva come dovevano essere affrescate le stanze del palazzo di Caprarola destinate al cardinale Farnese, scriveva minuziosamente come, cosa dovevano dipingere i pittori incaricati di trasformare in immagini visive quello che lui aveva scritto a parole. Il suo interlocutore del momento era il pittore Taddeo Zuccari, anche lui marchigiano, incaricato degli affreschi. Floriani, Zuccari, Annibal Caro, Ciarrocchi, sono tanti i marchigiani che sono diventati famosi fuori dai confini regionali. Floriani, ingegnere militare presso le più alte case regnanti europee, venne chiamato a rifortificare la fortezza di Malta dopo l’assedio dei Turchi.

 

La prima cinta muraria era stata costruita dall’ingegnere Laparelli di Cortona. Cinge la città di una seconda cinta muraria distante dalla prima circa tre chilometri, una terra di nessuno nella quale si poteva prendere di infilata gli assalitori che avanzavano allo scoperto. Ora, questa porzione di terreno è diventata una cittadella nella città, chiamata appunto Floriana, come la capitale La Valletta, in onore del Gran Maestro dell’Ordine di Malta Frà Jean de la Vallette. Nella costruzione di un documentario è il punto di interpretazione, quello che cambia rispetto ai documenti che di per se stessi sono freddi, un po’ come i pesci allineati sul banco del pescivendolo. E come non si può scrivere la storia con  forbici e colla, al modo vagheggiato dai positivisti, tagliando i documenti ed incollandoli sulla carta, così non si può fare un documentario allineando i documenti uno dopo l’altro per impressionarli sul nastro o su supporto digitale.

 

Sarebbe un documentario arido e freddo, annoierebbe da morire il fruitore. Come nella storia è importante il punto di partenza, l’ipotesi fatta da chi si accinge a scrivere, così è per il  documentario, importante è l’interpretazione di tutta la massa documentaria di cui uno dispone, farsi conquistare dal materiale, ma non lasciarsi mai condizionare dallo stesso. Annibal Caro, quando scriveva come dovevano essere dipinte le stanze private del cardinale nel palazzo di Caprarola suggeriva i temi: l’Aurora, la Notte, l’Alba e finanche i colori che il pittore avrebbe dovuto usare. Quest’ultimo, quando dipingeva, metteva in atto quello che Annibal Caro aveva scritto, ma ci metteva anche molto del suo. Questo lo si può notare chiaramente quando la committenza dei lavori di pittura passò nelle mani di diversi pittori, a seguito della morte di Taddeo Zuccari. Pur rifacendosi tutti agli scritti di Annibal Caro, ognuno interpretò secondo un suo punto di vista quello che aveva letto negli scritti.

 

 

Annibale e Fabio Caro a Montegranaro

 

Terza ed ultima conferenza proposta dall’Archeoclub d’Italia, sede di Civitanova Marche, alla sala “Ciacco” presso l’hotel Miramare, Sabato 31 Marzo 2007, alle ore 18.00, per ricordare Annibal Caro nel quinto centenario della nascita. Il dott. Daniele Malvestiti, cittadino di Montegranaro, autore di una storia sul paese del Fermano ha  tratteggiato nel corso di una sua dotta conferenza il priorato di Annibale e Fabio Caro nel comune Verengrese, parrocchia dei Santi Filippo e Giacomo.

 

Annibal Caro ottiene il priorato della parrocchia, grazie all’interessamento di mons. Giovanni Gaddi, fratello del vescovo di Fermo Nicolò Gaddi. Il Caro stringe amicizia con la potente famiglia dei Gaddi nel corso del suo soggiorno a Firenze, quando vi si reca ancora giovanissimo nel 1525, grazie ad una pensione accordatagli dal padre. E’ il Varchi che lo introduce nella casa del banchiere Luigi Gaddi, quale precettore dei suoi nipoti, Lorenzo e Antonio Lenzi. Attraverso Luigi, stringe amicizia con il fratello Mons. Giovanni Gaddi che gli fa ottenere il priorato della parrocchia di Montegranaro, prima di portarlo con sé a Roma dove lo inserirà nella corte della nobile famiglia dei Farnese.

 

In una lettera datata 4 maggio 1539, Annibal Caro scrive: “Sono pressoché dieci anni che il mons. mio mi ha conferito l’incarico di priore della parrocchia dei Santi Filippo e Giacomo”. E’ facile pensare quindi che il beneficio l’avesse ricevuto nel 1529, ad appena ventitré anni. Si trattava della parrocchia più grande di Montegranaro. Il beneficio di cui Annibal Caro viene in possesso apparteneva all’ordine dei Cavalieri Gerosolimitani o di San Giovanni, proprietà con annesso bosco, terreno e case, che consentiva non poche agiatezze.

 

Annibal Caro soggiornò a Montegranaro solo sporadicamente e per brevi periodi, giusto il tempo per rendersi conto che la proprietà con gli annessi benefici stava andando alla malora per colpa di amministratori inetti che avevano trascurato il patrimonio a loro affidato permettendo anche che altri entrassero in possesso di porzioni di terreno che appartenevano alla parrocchia dei Santi Filippo e Giacomo. Annibal Caro non esitò a ricorrere alle aule di giustizia per rientrare in possesso di ciò che gli era stato tolto in modo fraudolento, incolpando un po’ tutti finanche il Comune di Montegranaro che si era appropriato di alcuni beni non suoi. Riorganizzò pertanto la parrocchia, eleggendo cappellani di sua nomina, ma soprattutto riuscì nel suo intento dal momento che poteva contare sulle amicizie assai influenti che gli permettevano di spuntarla sui prepotenti di turno.

 

Non era insomma una persona debole, tutt’altro, godeva fama di essere un uomo inflessibile ed integerrimo e fu anche per questo che venne chiamato dalla famiglia dei Farnese ad amministrare i beni della Commenda di S. Vittore e S. Giovanni di Montefiascone che andava difesa dagli attacchi di altri proprietari del luogo che avevano fatto del tutto per dividere e smembrare il ricco beneficio della potente famiglia romana. Nella amministrazione del beneficio, Annibal Caro mise lo steso impegno che aveva messo nel difendere la Commenda dei Santi Filippo e Giacomo di Montegranaro, che lasciava. definitivamente nella mani del fratello sacerdote, Fabio Caro, nel 1549, dopo averla amministrata per ben vent’anni.

 

Don Fabio Caro, più giovane del fratello di cinque anni era completamente diverso. In alcune lettere, Annibal Caro si dimostra molto indispettito e stanco delle stranezze del fratello il quale rivendicava a sé il merito di aver pensato per la parrocchia dei Santi Filippo e Giacomo al registro dei battesimi, cosa che non corrisponde affatto al vero perché la creazione di un registro dei battesimi risale al periodo in cui priore della parrocchia era Annibal Caro e questo lo si è visto chiaramente per la nascita del beato Serafino da Montegranaro, collocabile attorno al 1540.

 

Fabio Caro tenne il priorato della parrocchia dei Santi Filippo e Giacomo per circa trent’anni fino alla sua morte avvenuta a Roma il 2 aprile del 1579, tredici anni dopo la morte di Annibal Caro. La chiesa attuale dei Santi Filippo e Giacomo di Montegranaro risale al 1570, non è quella quindi del priorato di Annibale ma appartiene al periodo in cui priore della parrocchia era don Fabio Caro. L’altro fratello, Giovanni era a Roma ed Animal Caro ne seguiva i figli nello studio, soprattutto Lepido Caro, il nipote a cui Annibale era più affezionato.

 

 

Raimondo Giustozzi

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