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Cultura. Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino

Italo_Calvino

Nella prefazione all’edizione del 1964, lo stesso Italo Calvino, tra le altre cose, scriveva: Avevamo vissuto la guerra, e noi più giovani – che avevamo fatto appena in tempo a fare il partigiano – non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, “bruciati”, ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi d’una sua eredità. Non era facile ottimismo, però, o gratuita euforia; tutt’altro: quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche una nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l’accento che vi mettevamo era quello d’una spavalda allegria. L’essere usciti da un’esperienza – guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca” (pag. VI). Italo Calvino si arruola, dopo l’8 settembre 1943, assieme al fratello, in una formazione garibaldina. L’antifascismo, sempre dichiarato ma vissuto nella quiete della propria famiglia borghese, diventava impegno e scelta di campo. Le zone di combattimento che lo videro coinvolto furono le Prealpi Liguri, dietro Sanremo, la città dove risiedeva. “Di Sanremo cancellavo polemicamente il lungomare con palmizi, casinò, alberghi, ville – quasi vergognandomene; cominciavo dai vicoli della Città vecchia, risalivo per i torrenti, scansavo i geometrici campi dei garofani, preferivo le « fasce » di vigna e d’oliveto coi vecchi muri a secco sconnessi, m’inoltravo per le mulattiere sopra i dossi gerbidi, fin su dove cominciano i boschi di pini, poi i castagni, e cosi ero passato dal mare – sempre visto dall’alto, una striscia tra due quinte di verde – alle valli tortuose delle Prealpi liguri. Avevo un paesaggio. Ma per poterlo rappresentare occorreva che esso diventasse secondario rispetto a qualcos’altro: a delle persone, a delle storie. La Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone. Il romanzo che altrimenti mai sarei riuscito a scrivere, è qui. Lo scenario quotidiano di tutta la mia vita era diventato interamente straordinario e romanzesco: una storia sola si sdipanava dai bui archivolti della Città vecchia fin su ai boschi; era l’inseguirsi e il nascondersi d’uomini armati; anche le ville, riuscivo a rappresentare, ora che le avevo viste requisite e trasformate in corpi di guardia e prigioni; anche i campi di garofani, da quando erano diventati terreni allo scoperto, pericolosi ad attraversare, evocanti uno sgranare di raffiche nell’aria” (IX).

Il Sentiero dei Nidi di Ragno è il primo romanzo scritto da Italo Calvino nel 1947 di genere neorealista. E’ ambientato a Carrugio Lungo, un paesino in provincia di Genova, ai tempi della resistenza partigiana. All’inizio del libro, Pin, il personaggio principale del romanzo, appena dieci anni, vive ancora con la sorella Rina, chiamata da tutti nel paese “la Nera del Carrugio Lungo”. Le scene si sviluppano nei posti più frequentati dagli abitanti, come ad esempio la locanda degli adulti del vicolo e la casa di Pin, dove la sorella esercita il mestiere della prostituta o la bottega del ciabattino Pietromagno dove Pin lavora come garzone, ma in modo precario perché il titolare è di solito in prigione. Successivamente ci si sposta per un breve periodo in carcere, da cui il giovane riuscirà a scappare e andrà a unirsi al distretto del Dritto, comandante di un distaccamento partigiano, in un casolare nascosto nei boschi. Il luogo da cui il libro prende il titolo, è appunto il sentiero dei nidi di ragno, un posto quasi magico conosciuto da Pin, l’unico, come dirà più volte all’interno della storia, dove fanno il nido i ragni.

Personaggi del romanzo

Il protagonista del racconto è un bambino di 10 anni di nome Pin. Ha perso i genitori e vive con la sorella, una prostituta conosciuta da tutti in paese. Frequenta per lo più persone adulte che si ritrovano a discutere tutti i giorni all’osteria del paese. Tra le persone da lui frequentate ci sono personaggi meschini, tra cui “Miscèl, il francese“. Proprio all’osteria, Pin inizia a scoprire il mondo e spesso per farsi notare dagli adulti inventa canzoncine su tematiche come il sesso e la guerra, argomenti di cui spesso sente parlare ma di cui, il più delle volte, non capisce il significato, data l’età. E’ un bambino vivace e con l’esigenza di scoprire sempre di più. La sua esperienza nel distretto del Dritto lo farà maturare e verrà a conoscenza sempre più del mondo degli adulti, ma dai quali è sempre rifiutato perché lo considerano un bambino. Tra i personaggi che lui conosce c’è Lupo Rosso, un giovane di sedici anni antifascista e sempre pronto a combattere anche a costo della vita, molto apprezzato dai partigiani per le sue azioni eroiche. Questo, conosciuto da Pin in prigione, lo aiuterà a fuggire con lui, ma dopo essere usciti dal carcere, i due si perderanno di vista e si incontreranno di nuovo dopo molto tempo. I personaggi del distretto del Dritto sono però quelli con cui lui maturerà: Mancino, il cuoco che cucina per tutti, insieme alla moglie Giglia. Il Dritto, comandante sempre serio e attento, si innamorerà di Giglia, mandando i compagni in rovina. Pin conosce un posto per lui magico, scoperto da lui, in cui ci sono le tane dei ragni. Membro singolare del gruppo è Pelle, un ragazzo con la passione per le armi, che alla fine finirà per tradire i compagni. Esilaranti per la loro scurrilità e autenticità sono invece i quattro partigiani calabresi che parlano quasi esclusivamente in dialetto: Duca, Marchese, Conte e Barone. Ci sono poi: Ferriera, ex operaio, pragmatico, diretto e sicuro di sé, è comandante di una brigata partigiana, e Kim, commissario politico, studioso e logico, una sorta di “psicologo”. Lo stesso Kim stupisce per l’incredibile precisione con cui analizza le situazioni. Il personaggio più importante è Cugino, un omone dello squadrone del Dritto, il primo componente dello squadrone che Pin conosce dopo essere uscito dalla prigione. È spesso silenzioso, ma in realtà ha un buon carattere. Questo diventerà il migliore amico del bambino e alla fine del romanzo Pin gli dirà, dove si trovano i nidi di ragno, fidandosi di lui. Tra loro due nascerà spontaneo un dialogo. Anche Cugino non ha più la mamma, persa quando lui aveva soltanto quindici anni. Pin l’aveva persa invece quando era ancora troppo piccolo. Il papà, dopo un po’ di tempo se ne era andato lontano, di là dal mare, unendosi a un’altra donna. Lui era rimasto solo con la sorella. Cugino si appassiona del mondo di Pin. Il finale del libro: “E continuano a camminare, l’omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano” (Italo Calvino, Il Sentiero dei Nidi di Ragno, pag. 148, Milano 2015). Chissà se Francesco Guccini si sia rifatto a questo passo nella composizione de “Il vecchio e il bambino”?

Trama

Ci troviamo in un paese della Liguria negli anni della Resistenza. Pin è un bambino di dieci anni, orfano dei genitori, che vive con la sorella, una prostituta. In questo periodo la sorella intrattiene momenti d’intimità con gli ufficiali tedeschi, tra i quali un marinaio, originario di Amburgo, per questo motivo è considerata traditrice dalle persone dell’osteria che Pin frequenta. Il ragazzo, per riconquistare le simpatie, dovrà rubare la pistola all’amante della sorella. Pin riesce nell’impresa. E’ una P38, una pistola pesante. La sotterra poi in un luogo segreto che solo lui conosce, dove fanno il nido i ragni, e torna all’osteria a vantarsi dell’impresa. Scoperto dai tedeschi, è arrestato e messo in carcere. Qui incontra Lupo Rosso, un giovane della Resistenza, riconosciuto da tutti come un eroe, ripetutamente percosso in prigione. I due, con un astuto stratagemma di Lupo Rosso, riescono a uscire dalla prigione. Una volta fuori, Lupo Rosso dice a Pin di aspettarlo in un luogo e che arriverà dopo due giorni, ma non mantiene la promessa. Pin disperato cammina nel bosco da solo, finché non incontra Cugino. Questi lo condurrà al gruppo di militanti partigiani cui appartiene, il distretto del Dritto. Qui conosce il resto del gruppo: Dritto, Pelle, Carabiniere, Mancino, Giglia, Zena il lungo detto Berretta-di-Legno, Kim e Ferriera, Duca, Marchese, Conte e Barone. A rallegrare la scompaginata compagnia di partigiani c’è anche Babeuf, un piccolo falco, tenuto con una catenella per una zampa, come fosse un pappagallo. E’ di proprietà di Mancino. Una sera, a causa della baldoria scoppiata nel bel mezzo della compagnia, Mancino non si accorge che mettendo ripetutamente legna sul fuoco, le fiamme arrivano a lambire il soffitto della baracca fino a quando il fuoco avvolge ogni cosa. Il Dritto costringe i compagni partigiani ad insediarsi in un vecchio casolare dal tetto sfondato. Un litigio col capo brigata irrita Pelle a tal punto da spingerlo al tradimento dei suoi compagni. Parte per il villaggio e rivela ai tedeschi la posizione del distaccamento partigiano. Presto la Resistenza provvede a freddarlo. Il giorno dopo, i comandanti decidono di bandire il Dritto del suo incarico a causa del danno creato all’accampamento, ma solo dopo la guerra. Casualmente Pin viene a conoscenza di una relazione tra lo stesso Dritto e Giglia, che spia durante una mattina in cui gli altri sono in guerra. La sera stessa arrivano vittoriosi tutti gli altri partigiani e, visto che l’accampamento è ormai stato distrutto, decidono di andare a far visita ad altri partigiani. Qui, tutti iniziano a parlare e la discussione si accende quando Pin comincia a rivelare quello che ha visto la mattina, mordendo la mano di Dritto che tentava di zittirlo. Con quel gesto rabbioso esce dal casolare e scappa via di corsa. Deluso nuovamente decide di tornare a casa. Ancora una volta si rifugia nel suo luogo segreto, ma vi trova tutta la terra rimossa e la pistola scomparsa. E’ quasi sicuro che sia stato Pelle, un ex compagno a cui aveva spiegato dove aveva nascosto il suo piccolo tesoro. Rattristato, si reca dalla sorella, suo unico contatto con il mondo, molto sorpresa di vederlo. I due parlano, e il giovane scopre che lei possiede una pistola che le ha donato un giovane delle brigate nere sempre raffreddato. Pin capisce che si tratta di Pelle e che la pistola è proprio la P38 che lui aveva sottratto al tedesco e aveva sotterrata presso il sentiero dei nidi di ragno. Se la riprende con rabbia e gridando contro la sorella va via di casa. Si sente ancora più solo, fugge verso il sentiero dei nidi di ragno, dove incontra nuovamente Cugino. Mentre parlano, Pin si rende conto che ha trovato un amico fedele, un adulto che si interessa persino ai nidi di ragno scoperti da Pin. Parlano della sorella prostituta, Cugino è interessato e si fa indicare la sua abitazione perché è passato molto tempo dall’ultima volta che è andato con una donna. Si allontana portandosi proprio la pistola dicendo che aveva paura di incontrare dei tedeschi. Dopo pochi minuti Pin sente degli spari venire dalla città vecchia. Ma ecco, invece, che Cugino ricompare; troppo presto rispetto a quello che aveva detto di voler fare con la prostituta. Il bambino è felice: Cugino gli dice che ci ha ripensato, che non ha voglia di andare con una donna. Questo probabilmente dipende dal fatto che la donna sia ormai alleata con i tedeschi, il che provoca un disprezzo profondo da parte di Cugino. Nonostante ciò Pin, che non se ne rende conto, è felice di aver ritrovato una figura di adulto che lo protegge e lo capisce, i due si tengono per mano e si allontanano.

Incipit del romanzo

“Per arrivare fino in fondo al vicolo, i raggi del sole devono scendere diritti rasente le pareti fredde, tenute discoste a forza d’arcate che traversano la striscia di cielo azzurro carico.  Scendono diritti, i raggi del sole, giù per le finestre messe qua e là in disordine sui muri, e cespi di basilico e di origano piantati dentro pentole ai davanzali, e sottovesti stese appese a corde; fin giù al selciato, fatto a gradini e a ciottoli, con una cunetta in mezzo per l’orina dei muli. Basta un grido di Pin, un grido per incominciare una canzone, a naso all’aria sulla soglia della bottega, o un grido cacciato prima che la mano di Pietromagro il ciabattino gli sia scesa tra capo e collo per picchiarlo, perché dai davanzali nasca un’eco di richiami e d’insulti. – Pin! Già a quest’ora cominci ad angosciarci! Cantacene un po’ una, Pin! Pin, meschinetto, cosa ti fanno? Pin, muso di macacco! Ti si seccasse la voce in gola, una volta! Tu e quel rubagalline del tuo padrone! Tu e quel materasso di tua sorella! Ma già Pin è in mezzo al carrugio, con le mani nelle tasche della giacca troppo da uomo per lui, che li guarda in faccia uno per uno senza ridere:  – Di’ Celestino, sta’ un po’ zitto, bel vestito nuovo che hai. E – di’, quel furto di stoffa ai Moli Nuovi, poi, non si sa ancora chi sia stato? Be’, che c’entra. Ciao Carolina, meno male quella volta. Si, quella volta meno male tuo marito che non ha guardato sotto il letto. Anche tu, Pasca, m’han detto che è successo proprio al tuo paese. Sì, che Garibaldi ci ha portato il sapone e i tuoi paesani se lo son già mangiato. Mangiasapone, Pascà, mondoboia, lo sapete quanto costa il sapone? Pin ha una voce rauca da bambino vecchio: dice ogni battuta a bassa voce, serio, poi tutt’a un tratto sbotta in una risata in i che sembra un fischio e le lentiggini rosse e nere gli si affollano intorno agli occhi come un volo di vespe. A canzonare Pin c’è sempre da rimettere: conosce tutti i fatti del carrugio e non si sa mai cosa va a tirar fuori. Mattina e sera sotto le finestre a sgolarsi in canzoni e in gridi, mentre nella bottega di Pietromagro la montagna di scarpe sfondate tra poco seppellisce il deschetto e trabocca in istrada. – Pin! Macacco! Muso brutto! – gli grida qualche donna. – Mi risuolassi quelle ciabatte invece di starci ad angosciare tutto il giorno! È un mese che le avete lì nel mucchio. Lo dirò un po’ io al tuo padrone, quando lo metteranno fuori! Pietromagro passa metà dell’anno in prigione, perché è nato disgraziato e quando c’è un furto nei dintorni finiscono sempre per mettere dentro lui. Torna e vede la montagna di scarpe sfondate e la bottega aperta senza dentro nessuno. Allora si siede al deschetto, piglia una scarpa, la gira, la rigira, la ributta nel mucchio; poi si prende la faccia pelosa tra le mani ossute, e sacramenta. Pin arriva fischiando e ancora non sa niente: ed ecco che si trova davanti Pietromagro con quelle mani già alte nell’aria e quelle pupille incorniciate di giallo e quella faccia nera di barba corta come pelo di cane. Grida, ma Pietromagro l’ha acciuffato e non lo molla; quando è stanco di picchiarlo lo lascia in bottega e s’infila all’osteria. Per quel giorno nessuno lo rivede” (Pag. 4).

Il mondo di Pin

Il ragazzo passa tutto il tempo all’osteria. Sente i loro discorsi. Non ci capisce nulla. Sta con i grandi perché si sente troppo diverso dai suoi coetanei, lui che è cresciuto in mezzo alla strada, eppure sogna di tanto in tanto di poter avere dei coetanei ai quali spiegare dove i ragni fanno i loro nidi. E’ un posto che lui solo conosce. Per stare in mezzo alla compagnia degli adulti, quelli dell’osteria, deve pagare un prezzo. Lo invitano a cantare canzonacce che conosce perfettamente. Lo fa per farsi accettare. Non ha paura di nessuno né della sorella, né di Frick, l’ufficiale tedesco con il quale lei trascorre lunghi momenti di intimità. Deride, canzona tutti, ha sempre la parola pronta, non sussurrata, ma gridata con veemenza, densa di parolacce. Ma “A volte il fare uno scherzo cattivo lascia un gusto amaro, e Pin si trova solo a girare nei vicoli, con tutti che gli gridano improperi e lo cacciano via. Si avrebbe voglia d’andare con una banda di compagni, allora, compagni cui spiegare il posto dove fanno il nido i ragni, o con cui fare battaglie con le canne, nel fossato. Ma i ragazzi non vogliono bene a Pin: è l’amico dei grandi, Pin, sa dire ai grandi cose che li fanno ridere e arrabbiare, non come loro che non capiscono nulla quando i grandi parlano. Pin alle volte vorrebbe mettersi coi ragazzi della sua età, chiedere che lo lascino giocare a testa e pila, e che gli spieghino la via per un sotterraneo che arriva fino in piazza Mercato. Ma i ragazzi lo lasciano a parte, e a un certo punto si mettono a picchiarlo; perché Pin ha due braccine smilze smilze ed è il più debole di tutti. Da Pin vanno alle volte a chiedere spiegazioni su cose che succedono tra le donne e gli uomini; ma Pin comincia a canzonarli gridando per il carrugio e le madri richiamano i ragazzi: – Costanzo! Giacomino! Quante volte te l’ho detto che non devi andare con quel ragazzo cosi maleducato! Le madri hanno ragione: Pin non sa che raccontare storie d’uomini e donne nei letti e di uomini ammazzati o messi in prigione, storie insegnategli dai grandi, specie di fiabe che i grandi si raccontano tra loro e che pure sarebbe bello stare a sentire se Pin non le intercalasse di canzonature e di cose che non si capiscono da indovinare. E a Pin non resta che rifugiarsi nel mondo dei grandi, dei grandi che pure gli voltano la schiena, dei grandi che pure sono incomprensibili e distanti per lui come per gli altri ragazzi, ma che sono più facili da prendere in giro, con quella voglia delle donne e quella paura dei carabinieri, finché non si stancano e cominciano a scapaccionarlo. Ora Pin entrerà nell’osteria fumosa e viola, e dirà cose oscene, improperi mai uditi a quegli uomini fino a farli imbestialire e a farsi battere, e canterà canzoni commoventi, struggendosi fino a piangere e a farli piangere, e inventerà scherzi e smorfie cosi nuove da ubriacarsi di risate, tutto per smaltire la nebbia di solitudine che gli si condensa nel petto le sere come quella” (pag. 8, 9).  E’ il testo dato all’esame di maturità nel 2015. Nell’osteria, Miscèl il francese, il Giraffa, Gian l’Autista lo canzonano perché lui e sua sorella se l’intendono con il Fascismo e con i Tedeschi e quando verrà il giorno che tutto cambierà: “Tua sorella la facciamo girare rasata e nuda come una gallina spennata. E per te, studiamo un servizio che non te lo sogni neppure” (pag. 10). Pin non si scompone e ribatte: “Quando viene il giorno che diventate più furbi, dice – vi spiegherò come stanno le cose. Primo, che io con mia sorella non sappiamo niente l’uno dell’altro e il ruffiano lo andate a fare voi se ne avete voglia. Secondo, che mia sorella non va coi tedeschi perché tiene coi tedeschi, ma perché è internazionale come la crocerossa e alla maniera che va con loro poi andrà con gli inglesi, i negri e tutti i sacramenti che verranno dopo. Questi son tutti discorsi che Pin ha imparato ascoltando i grandi, magari quelli stessi che ora parlano con lui. Perché ora tocca a lui spiegarlo a loro? Terzo, che io col tedesco tutto quel che ho fatto è stato scroccargli delle gran sigarette, e in cambio gli ho fatto degli scherzi come quello di quest’oggi che ormai m’avete fatto girar l’anima e non ve lo racconto più”(pag. 10). Pin ruba la pistola al tedesco, ma decide di tenerla con sé e di non farla vedere a nessuno di quelli che frequentano l’osteria perché questi ritengono che se si tratta di una pistola non serve a niente, se poi è un modello antiquato: “Ormai è sicuro che non darà loro la pistola; ha i lucciconi agli occhi e una rabbia gli stringe le gengive. I grandi sono una razza ambigua e traditrice, non hanno quella serietà terribile nei giochi propria dei ragazzi, pure hanno anch’essi i loro giochi, sempre più seri, un gioco dentro l’altro che non si riesce mai a capire qual è il gioco vero. Prima sembrava che giocassero con l’uomo sconosciuto contro il tedesco, adesso da soli contro l’uomo sconosciuto, non ci si può mai fidare di quel che dicono” (pag. 20). Pin nell’osteria ha incontrato un uomo che fa parte del Comitato. Non sa che cosa sia il Comitato. Chiama l’uomo con il nome Comitato. Vorrebbe darla a lui la pistola se lo dovesse incontrare. Ma decide di andarsene via da solo, senza dire a nessuno quello che porta sotto il maglione: “È notte: Pin ha scantonato fuori dal mucchio delle vecchie case, per le stradine che vanno tra orti e scoscendimenti ingombri d’immondizie. Nel buio le reti metalliche che cintano i semenzai gettano una maglia d’ombre sulla terra grigio-lunare; le galline ora dormono in fila sui pali dei pollai e le rane sono tutte fuor d’acqua e fanno cori per tutto il torrente, dalla sorgente alla foce. Chissà cosa succederebbe a sparare a una rana: forse resterebbe solo una bava verde schizzata su qualche pietra. Pin va per i sentieri che girano intorno al torrente, posti scoscesi dove nessuno coltiva. Ci sono strade che lui solo conosce e che gli altri ragazzi si struggerebbero di sapere: un posto, c’è, dove fanno il nido i ragni, e solo Pin lo sa ed è l’unico in tutta la vallata, forse in tutta la regione: mai nessun ragazzo ha saputo di ragni che facciano il nido, tranne Pin”(pag. 21). Forse un giorno, Pin troverà un amico, a lui solo mostrerà il posto delle tane dei ragni. Questo vero amico sarà Cugino. Al campo del distaccamento partigiano dove Pin giunge assieme a Cugino, conosce quasi subito Mancino e sua moglie Giglia: “Chi sei bambino? – dice la Giglia passandogli una mano nel crespo dei capelli irti, nonostante Pin si scrolli perché non ha mai sopportatole carezze delle donne. Poi gli dispiace sentirsi chiamare bambino. – Tuo figlio sono: non ti sei accorta stanotte, che stavi partorendo qualcuno?“ (pag. 59). Mancino applaude alla battuta del ragazzo. Lui, troskista convinto ritiene che “A un partigiano non si domanda mai: chi sei? Sono figlio del proletariato, rispondigli, la mia patria è l’Internazionale, mia sorella è la rivoluzione” (pag. 59). Il distaccamento partigiano del Dritto è un miscuglio di personaggi che vengono da situazioni diverse: “Pin ha sempre desiderato di vedere dei partigiani. Ora sta a bocca aperta in mezzo allo spiazzo davanti al casolare e non può fissare l’attenzione su uno che ne arrivano altri due o tre, tutti diversi e bardati d’armi e di nastri di mitraglia. Possono sembrare anche dei soldati, una compagnia di soldati che si sia smarrita durante una guerra di tanti anni fa, e sia rimasta a vagare per le foreste, senza più trovare la via del ritorno, con le divise a brandelli, le scarpe a pezzi, i capelli e le barbe incolti; con le armi che ormai servono solo a uccidere gli animali selvatici. Sono stanchi e incrostati di una pasta di sudore e polvere. Pin s’aspettava che arrivassero cantando: invece sono zitti e seri, e si buttano sulla paglia in silenzio” (pag.63). I partigiani rientrano tutti alla spicciolata nell’accampamento: “Pin corre e si sporge dai cespugli. Sotto di lui è lo stradale e una fila d’uomini sta salendo. Ma son uomini diversi da tutti gli altri visti fin allora: uomini colorati, luccicanti, barbuti, armali fino ai denti. Hanno le divise più strane, sombreri, elmi, giubbe di pelo, torsi nudi, sciarpe rosse, pezzi di divise di tutti gli eserciti, ed armi tutte diverse e tutte sconosciute. Passano anche dei prigionieri, mogi e pallidi. Pin crede che tutto questo non sia vero, che sia un abbaglio del sole sulla polvere della strada”. (pag. 64, 65). Lo conforta solo il fatto che tra i partigiani riconosce subito Lupo Rosso che lo aveva portato fuori dalla prigione fascista e tedesca dove era stato imprigionato per aver sottratto la pistola all’ufficiale tedesco. Con i partigiani, Pin impara a conoscere qualcosa di nuovo che negli uomini all’osteria non aveva mai trovato. Questi uomini sono diversi da quelli perché hanno dei nemici contro cui combattono: “Nel vicolo c’erano urli e liti e offese di uomini e di donne giorno e notte, ma non c’era quell’amara voglia di nemici, quel desiderio che non lascia dormire alla notte. Pin non sa ancora cosa vuoi dire: avere dei nemici. In tutti gli esseri umani per Pin c’è qualcosa di schifoso come in vermi e qualcosa di buono e caldo che attira la compagnia. A Pin non chiedono che canti loro canzoni d’amore, o canzonette da ridere: vogliono i loro canti pieni di sangue e di bufere, oppure le canzoni di galere e di delitti che sa solo lui, oppure anche canzoni molto oscene che bisogna gridare con odio per cantarle. Certo, essi riempiono Pin d’ammirazione più di tutti gli altri uomini: sanno storie di autocarri pieni di gente sfracellata e storie di spie che muoiono nude dentro fosse di terra” (pag.68).

I partigiani e la guerra contro i Nazi Fascisti

Il distaccamento partigiano comandato dal Dritto è composto da una umanità variegata. Mancino, solo lui è forse il più politicizzato del gruppo, ma non è ascoltato da altri suoi compagni. Ritiene che la colpa della guerra è da addossare alla borghesia imperialista. Zena, il Lungo, detto Berretta di Legno non sa niente di borghesia e di comunismo, “un mondo dove tutti devono lavorare non l’attira, preferisce un mondo dove ognuno s’arrangi per conto suo lavorando il meno che può” (pag. 92). “Carabiniere continua a esporre la sua concezione della storia: ci sono due forze in lotta, i carabinieri, povera gente che vuoi tenere l’ordine, e gli studenti, la razza dei pezzi grossi, dei cavalieri, degli avvocati, dei dottori, dei commendatori, la razza di quelli che hanno stipendi che un povero carabiniere non si sogna neanche, e non ne hanno ancora basta e mandano loro a fare la guerra per aumentarli. Mancino non è d’accordo. “E’ la sovrapproduzione la causa dell’imperialismo”. – Va’ a fare il cuoco! – gli gridano. – Sta’ attento che il riso non s’appiccichi anche stavolta” (pag.93). Quando sarà tutto finito, sarà l’Internazionale a trionfare. Di questo è sicuro Mancino. Ma tutti gli altri hanno altro a cui pensare: “Gli uomini sono abbovati tra i rododendri, con le magre facce mangiate dalla barba, i capelli spioventi sugli zigomi, portano indumenti spaiati, i cui colori vanno tendendo a un uniforme grigio-unto: giacche da pompieri, da milizia, da tedeschi con i fregi strappati. Sono gente venuta lì per vie diverse, molti disertori dalle forze fasciste o presi prigionieri e assolti, molti ancora ragazzi, spinti da un impeto caparbio, con solo una voglia indistinta di dar contro a qualcosa”( pag. 93).

Giacinto, un altro partigiano del gruppo, sa perché fa il partigiano: “- Ragazzi, – comincia a parlare, rassegnato, come se non volesse scontentare nessuno, nemmeno Mancino, – ognuno lo sa perché fa il partigiano. Io facevo lo stagnino e giravo per le campagne, il mio grido si sentiva da distante e le donne andavano a prendere le casseruole bucate per darmele da aggiustare. Io andavo nelle case e scherzavo con le serve e alle volte mi davano uova e bicchieri di vino. Mi mettevo a stagnare i recipienti in un prato e intorno avevo sempre bambini che mi stavano a guardare. Adesso non posso più girare per le campagne perché mi arresterebbero e ci sono i bombardamenti che spaccano tutto. Per questo facciamo i partigiani” (pag. 95). Il capitolo IX del romanzo è quello in cui si dibatte di più la guerra partigiana. Calvino venne anche rimproverato dai primi lettori del romanzo per aver dedicato un intero capitolo a riflessioni ideologiche. E’ il commissario Kim che riveste questo ruolo, commissario che arriva nel distretto del Dritto assieme al comandante Ferriera, il primo studente, il secondo operaio, “nato in montagna, sempre freddo e lucido” (pag.98). Il loro arrivo coincide con la diserzione di Pelle passato alle brigate nere. Kim in un dialogo con Ferriera dice: “Questo non è un esercito, vedi, da dir loro: questo è il dovere. Non puoi parlar di dovere qui, non puoi parlare di ideali: patria, libertà, comunismo. Non ne vogliono sentir parlare di ideali, gli ideali son buoni tutti ad averli, anche dall’altra parte ne hanno di ideali. Vedi cosa succede quando quel cuoco estremista comincia le sue prediche? Gli gridano contro, lo prendono a botte. Non hanno bisogno di ideali, di miti, di evviva da gridare. Qui si combatte e si muore cosi, senza gridare evviva…- Vedi, – dice Kim, – a quest’ora i distaccamenti cominciano a salire verso le postazioni, in silenzio. Domani ci saranno dei morti, dei feriti. Loro lo sanno. Cosa li spinge a questa vita, cosa li spinge a combattere, dimmi? Vedi, ci sono i contadini, gli abitanti di queste montagne, per loro è già più facile. I tedeschi bruciano i paesi, portano via le mucche. È la prima guerra umana la loro, la difesa della patria, i contadini hanno una patria. Cosi li vedi con noialtri, vecchi e giovani, con i loro fucilacci e le cacciatore di fustagno, paesi interi che prendono le armi; noi difendiamo la loro patria, loro sono con noi. E la patria diventa un ideale sul serio per loro, li trascende, diventa la stessa cosa della lotta: loro sacrificano anche le case, anche le mucche pur di continuare a combattere. Per altri contadini invece la patria rimane una cosa egoistica: casa, mucche, raccolto. E per conservare tutto diventano spie, fascisti; interi paesi nostri nemici” (pag. 104). Kim vede che nei partigiani del Dritto, anche se non c’è nessuno politicizzato, tranne Mancino, c’è in tutti un furore: “Il distaccamento del Dritto: ladruncoli, carabinieri, militi, borsaneristi, girovaghi. Gente che s’accomoda nelle piaghe della società, e s’arrangia in mezzo alle storture, che non ha niente da difendere e niente da cambiare. Oppure tarati fisicamente, o fissati, o fanatici. Un’idea rivoluzionaria in loro non può nascere, legati come sono alla ruota che li macina. Oppure nascerà storta, figlia della rabbia, dell’umiliazione, come negli sproloqui del cuoco estremista. Perché combattono, allora? Noia hanno nessuna patria, né vera né inventata. Eppure tu sai che c’è coraggio, che c’è furore anche in loto. È l’offesa della loro vita, il buio della loro strada, il sudicio della loro casa, le parole oscene imparate fin da bambini, la fatica di dover essere cattivi” (pag. 105). Ferriera vuol sapere quale sia la differenza tra lo spirito dei partigiani e quello della brigata nera. Sono la stessa cosa? “— La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa… – Kim s’è fermato e indica con un dito come se tenesse il segno leggendo; – la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere conia stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? Uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti; degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo. Quel bambino del distaccamento del Dritto, come si chiama? Pin? Con quello struggimento di rabbia nel viso lentigginoso, anche quando ride. Dicono sia fratello di una prostituta. Perché combatte? Non sa che combatte per non essere più fratello di una prostituta. E quei quattro cognati « terroni » combattono per non essere più dei «terroni», poveri emigrati, guardati come estranei. E quel carabiniere combatte per non sentirsi più carabiniere, sbirro alle costole dei suoi simili. Poi Cugino, il gigantesco, buono e spietato Cugino, dicono che vuole vendicarsi d’una donna che l’ha tradito. Tutti abbiamo una ferita segreta per riscattare la quale combattiamo” (pag. 106, 107, 108). Non c’è nulla di più doloroso al mondo di essere cattivi, come lo è Dritto che sarà fucilato dai suoi stessi comandanti partigiani perché ha permesso che l’accampamento dove erano alloggiati i suoi uomini bruciasse, mettendo a repentaglio la loro vita. “Kim cammina per un bosco di larici e pensa a Pelle laggiù nella città, con la testa da morto sul berretto, che gira di pattuglia per il coprifuoco. Sarà solo, Pelle, con il suo odio anonimo, sbagliato, solo col suo tradimento che gli rode dentro e lo fa essere ancora più cattivo per giustificarsi. Sparerà raffiche ai gatti, nel coprifuoco, con rabbia, e i borghesi sussulteranno nei letti, svegliandosi agli spari. Kim pensa alla colonna di tedeschi e fascisti che forse stanno già avanzando su per la vallata, verso l’alba che porterà la morte a dilagare su di loro, dalle creste delle montagne. È la colonna dei gesti perduti: ora un soldato svegliandosi a uno scossone del camion pensa: ti amo, Kate. Tra sei, sette ore morirà, lo uccideremo, anche se non avesse pensato: ti amo, Kate, sarebbe stato lo stesso, tutto quello che lui fa e pensa è perduto, cancellato dalla storia. Io invece cammino per un bosco di larici e ogni mio passo è storia; io penso: ti amo, Adriana, e questo è storia, ha grandi conseguenze, io agirò domani in battaglia come un uomo che ha pensato stanotte: « ti amo, Adriana ». Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano” (pag. 109, 110). Kim si chiede anche cosa faranno dopo i partigiani del Dritto, quelli che si salveranno: “Cosa faranno «dopo», per esempio? Riconosceranno nell’Italia del dopoguerra qualcosa fatta da loro? Capiranno il sistema che si dovrà usare allora per continuare la nostra lotta, la lunga lotta sempre diversa del riscatto umano? Lupo Rosso lo capirà, io dico: chissà come farà a metterlo in pratica, lui cosi avventuroso e ingegnoso, senza più possibilità di colpi di mano ed evasioni? Dovrebbero essere tutti come Lupo Rosso. Dovremmo essere tutti come Lupo Rosso. Ci sarà invece chi continuerà col suo furore anonimo, ritornato individualista, e perciò sterile: cadrà nella delinquenza, la grande macchina dai furori perduti, dimenticherà che la storia gli ha camminato al fianco, un giorno, ha respirato attraverso i suoi denti serrati. Gli ex fascisti diranno: i partigiani! Ve lo dicevo io! Io l’ho capito subito! E non avranno capito niente, né prima, né dopo” (pag. 110). La conclusione di Kim è la stessa di Italo Calvino che nella presentazione, pubblicata nel 1964, in occasione di una nuova edizione del  romanzo, scriveva: “A poco più d’un anno dalla Liberazione già la rispettabilità ben pensante era in piena riscossa, e approfittava d’ogni aspetto contingente di quell’epoca – gli sbandamenti della gioventù postbellica, la recrudescenza della delinquenza, la difficoltà di stabilire una nuova legalità – per esclamare: Ecco, noi l’avevamo sempre detto, questi partigiani, tutti cosi, non ci vengano a parlare di Resistenza, sappiamo bene che razza d’ideali. Fu in questo clima che io scrissi il mio libro, con cui intendevo paradossalmente rispondere ai ben pensanti. D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del mio romanzo un reparto tatto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!”.

Raimondo Giustozzi

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