Il grande inganno Lo stato vannacciano della politica italiana, e il trionfo del bipopulismo

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da Raimondo Giustozzi

Nessuno si occupa dei problemi reali del paese, come la sanità e la sicurezza, tutti fanno propaganda e raccontano frottole. Il problema non è Vannacci, perché tranne Mattarella e qualche rara eccezione, sono tutti precursori e complici del generale. A destra come a sinistra

Qualche giorno fa abbiamo raccontato, grazie a Giacomo Di Girolamo, come in provincia di Trapani (anche se non credo che sia un fenomeno soltanto siciliano) i dirigenti sanitari locali inaugurino case di comunità e reparti ospedalieri non ancora operativi, ma anzi con i muratori ancora dentro, con i servizi inesistenti, con le suppellettili prese in prestito da altri reparti e poi, a taglio del nastro eseguito, trasportate in altre case di comunità da inaugurare in fretta e furia perché così prevedono le scadenze imposte dal Pnnr.

Le case di comunità e i reparti inaugurati ovviamente sono ancora cantieri inaccessibili e senza nessun paziente, anche se entro il 31 agosto dovranno essere operativi a pieno regime, sempre secondo i termini previsti dal Pnrr. E allora ci saranno altri tagli di nastri, altri brindisi con bande civiche, altre fotografie di autorità civili, politiche e religiose, altre magie della sanità siciliana, ma sempre nessun posto letto a disposizione della comunità.

Non mi risulta che la notizia sia stata ripresa da altri giornali, né che siano state fatte interrogazioni parlamentari a Palermo o a Roma, perché la politica anziché occuparsi di minuzie quali un servizio sanitario funzionante per i cittadini o la sicurezza territoriale, infrastrutturale e democratica minacciata da potenze straniere ostili preferiscono parlare di fantasiose invasioni barbariche marocchine, di primarie di coalizione, di premi di maggioranza, di generali da operetta e di avvocaticchi del popolo, e mai e poi mai delle cose che impattano direttamente sul benessere e lo stile di vita degli italiani.

Ora tutti dicono che il problema è il generale Roberto Vannacci, uno stereotipo da commedia all’italiana che domina il dibattito politico perché tutti gli altri lo inseguono verso gli abissi morali della convivenza civile.

Ma il problema non è il generale, non è Vannacci. Certamente Vannacci non è la cura ai problemi del paese, ma non è nemmeno il sintomo di una malattia incipiente. Vannacci semmai è la patologia, è la fotografia esatta del dibattito politico e pubblico italiano.

Tranne Sergio Mattarella, sono tutti Vannacci. O volete ancora credere alla favoletta per bambini non particolarmente dotati secondo cui Giorgia Meloni è una statista draghiana e una leader conservatrice europea di alto rango, anche se – oltre allo spettacolo indecoroso su Ceuta e sul gioielliere giustiziere, per non dire del sostegno a Trump – lei e i suoi camerati dopo 46 anni non riescono nemmeno a riconoscere la natura fascista della strage di Bologna?

Oppure credete che Antonio Tajani sia davvero una forza liberale dentro il governo, nonostante spari a pallettoni contro il trattato di Schengen?

Lasciamo perdere Matteo Salvini per carità di patria, ma anche dall’altra parte sono tutti vannacciani nel modo di fare politica, o meglio di non fare politica e quindi di devastare il discorso pubblico con fregnacce e propaganda di ogni tipo.

O vogliamo parlare di Giuseppe Conte? Uno che si atteggia a leader della sinistra forte di un curriculum di best friend di Trump (ben prima di Meloni), di alleato di Salvini, di autore dei decreti di sicurezza e della chiusura dei porti agli immigrati che annegavano nel Mediterraneo, di firmatario di un pre-accordo per cedere il controllo delle infrastrutture strategiche italiane a quel noto progressista di XI Jinping, di grande scialacquatore di denaro pubblico con il bonus 110 per cento per ristrutturare la villetta e la tessera annonaria di cittadinanza, nonché di primo e indimenticabile premier occidentale a far sfilare le truppe russe sul territorio europeo dopo la seconda guerra mondiale.

Anche la sinistra-sinistra è vannacciana, non solo nella perfetta e oscena coincidenza programmatica con il generale, e i fascio nazisti di tutta Europa, contro l’Ucraina e contro la difesa continentale, ma anche grazie alla sottovalutazione della crisi di Ceuta per rispondere alle panzane della governo con altre panzane, come se i morti annegati nel mare di Ceuta fossero meno importanti dei morti al largo di Lampedusa (su questo scrive oggi su Linkiesta Marco Campione).

Insomma, il problema non è Vannacci, ma lo stato vannacciano della politica italiana, e a guardare bene non solo italiana. Ovunque ci si gira c’è una destra neo, ex, post fascista che si scontra con una sinistra nostalgica dei brutti tempi andati.

Basta guardare alla Francia di Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon o alla crescita in America di un inedito movimento socialista, che nel linguaggio politico americano equivale a dire comunista, per cui la principale alternativa alla barbarie criminale di Donald Trump sarebbe il radicalismo anticapitalista dei nipotini di Bernie Sanders. Senza capire che Zohran Mamdani e gli altri astri nascenti dell’ala socialista del Partito Democratico americano sono la più efficace assicurazione sulla vita per il trumpismo post Trump.

Lo schema vale anche alle nostre latitudini: se a una destra populista e pasticciona si contrappone una sinistra radicale e demagogica, l’alternativa non può che essere ingannevole. E ci sarà sempre un generale o un Di Battista, un Salvini o un Conte, una Retequattro o una La7, che abbasseranno sempre di più l’asticella del decoro civile.

È il bipopulismo perfetto italiano, bellezza, e non possiamo farci niente. Salvo smettere di esserne complici.

 

Linkiesta, editoriale di Christian Rocca, 03 agosto 2026

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