di Paolo Ghisleni
Il vicepresidente nazionale delle Acli, invita ad approfondire i contenuti della legge oggetto della consultazione popolare del 22 e 23 marzo e illustra le motivazioni per cui l’associazione che rappresenta ha preso posizione per il no
“Questa riforma ha parecchie anomalie. Se al referendum sulla giustizia dovesse vincere il sì l’indipendenza della magistratura non sarebbe più così garantita: si aprirebbe una fessura che potrebbe portare anche a un crollo dell’impianto, quindi siamo di fronte a rischi importanti”. Così Italo Sandrini, vicepresidente nazionale delle Acli, invita ad approfondire i contenuti della legge oggetto della consultazione popolare del 22 e 23 marzo e illustra le motivazioni per cui l’associazione che rappresenta ha preso posizione per il no.
Questa decisione è il frutto di un accurato approfondimento, perché “le Acli sono sempre per riformare, aggiornare e migliorare, non assumono scelte pregiudiziali, ma in questo caso sono state rilevate significative criticità sia per quanto riguarda il metodo, perché non c’è stata interlocuzione tra le diverse forze politiche in Parlamento, sia a livello dei contenuti”.
Abbiamo intervistato Italo Sandrini per saperne di più.
Come mai nelle scorse settimane le Acli si sono espresse per il al referendum?
Siamo in un’epoca in cui si ragiona per slogan e meme, ma in questo caso bisogna fermarsi e approfondire i temi del referendum perché tocca argomenti delicati. È importante sapere cosa prevede la legge oggetto della consultazione popolare il prossimo 22 e 23 marzo, capire che cosa cambia se si vota sì oppure no e riflettere su quale sia la scelta migliore. Noi delle Acli, storicamente, siamo sempre per riformare, aggiornare e migliorare, pertanto non assumiamo posizioni pregiudiziali verso qualsiasi riforma, ma dopo una lunga e attenta riflessione siamo propensi a votare no a questo referendum.
Perché?
La nostra posizione scaturisce dal fatto che abbiamo rilevato diverse anomalie. Non ci schieriamo come se fosse una questione di tifoseria da stadio e non ci mettiamo da una parte o dall’altra, ma siamo concentrati sul bene dei cittadini che tutti i giorni si rivolgono ai nostri sportelli. La prima anomalia riguarda il metodo, mentre le altre i contenuti della legge.
Ci spieghi
Per quanto riguarda il metodo, si va al referendum con una riforma blindata. Questa legge è stata approvata con quattro votazioni in Parlamento senza che vi fosse un’interlocuzione tra le varie forze politiche. È un modus operandi che tradisce lo spirito con cui è nata la nostra Costituzione, che è stata concepita e scritta grazie al confronto e alla convergenza tra le varie componenti dell’arco costituzionale. Il dibattito tra maggioranza e minoranza era fondamentale, soprattutto considerando che si sta trattando un argomento delicato come la giustizia, uno dei tre poteri dello Stato. La sua indipendenza è essenziale e per poterla garantire in una democrazia che funziona devono essere presenti pesi e contrappesi, mentre questa riforma li indebolisce. Va aggiunto che si tratta di un referendum confermativo, quindi non serve il raggiungimento del quorum: viene chiesto ai cittadini semplicemente se sono d’accordo o meno anche se è un tema di estrema delicatezza.
E quali anomalie avete riscontrato nel contenuto della riforma?
Ce ne sono diverse, a cominciare dal fatto che quando vengono illustrati i contenuti del referendum si parla di separazione delle carriere ma quest’ultima c’è già, quanto meno a livello di funzioni, da più di dieci anni. Il passaggio da giudice (parte giudicante) a pubblico ministero (parte requirente) riguarda una percentuale minima di magistrati ed è piuttosto complicato. Un’altra anomalia, che desta parecchie preoccupazioni, riguarda la pratica del sorteggio per eleggere i membri che faranno parte del Consiglio Superiore per la Magistratura dei giudici, quello dei pm e l’Alta Corte disciplinare.
Quali sono le criticità che rileva?
L’elezione dei membri che compongono gli organi di governo della magistratura non può essere lasciata al caso. Si dice che questa pratica servirebbe a togliere il peso delle correnti ma ci sono diverse obiezioni. Innanzitutto non è detto che le correnti abbiano un ruolo necessariamente negativo, in secondo luogo non si può sostenere con certezza che con il sorteggio vengano depotenziate e infine si rischia di peggiorare le cose. Per farsi un’idea, potrebbe facilmente accadere che venga sorteggiato un magistrato che non abbia le prerogative a svolgere quel tipo di funzione: guardando ad altre professioni, per esempio, non è detto che il miglior chirurgo al mondo sia automaticamente un ottimo insegnante di chirurgia. A tutto ciò va aggiunta una considerazione: questa riforma prevede che per eleggere i magistrati si ricorra al sorteggio puro mentre, fatalità, per i membri laici a un sorteggio vincolato o temperato, cioè all’interno dei nomi inseriti in un elenco approvato dalla maggioranza in Parlamento e si può facilmente capire che non è un sistema equo. Ma c’è un altro aspetto ancor più pericoloso.
Quale?
L’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Di fatto si tratta di un tribunale speciale perché le sue pronunce non possono essere impugnate in nessun’altra sede – nemmeno in Cassazione – e non se ne capisce il motivo. La composizione delle commissioni di questo organismo viene demandata a una legge ordinaria senza specificare alcun criterio e i rischi sono molteplici. Se una commissione avesse una prevalente maggioranza di membri laici sorteggiati da un elenco di nomi approvati dalla maggioranza politica, probabilmente il giudice sarebbe meno libero nello svolgimento del proprio operato rispetto a chi è più potente. Per esempio, se fosse chiamato a pronunciarsi sul caso di un licenziamento illegittimo da parte di una multinazionale potrebbe essere condizionato. Insomma, questa legge non va a vantaggio delle classi più deboli e rischia di penalizzarle. Il fatto che il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, abbia affermato che se dovesse vincere il no “non sarebbe una vittoria di Schlein” ma “delle procure” e il Pd in un eventuale futuro governo del centrosinistra si troverebbe “ancora una volta con questa sovranità limitata dalle interferenze e dalle pressioni della magistratura” conferma la volontà della politica di indebolire l’indipendenza della magistratura. Noi non vogliamo che questo accada sia in un contesto in cui governi il centrodestra sia qualora dovesse governare il centrosinistra. Al netto di ciò, nessuno nega che la giustizia ha dei problemi che però non vengono affrontati da questo referendum.
Che cosa intende?
Questa riforma non incide sulla lentezza dei processi e sui concreti problemi della giustizia. Non migliora la vita dei cittadini e nemmeno delle aziende, anzi le storture che possono scaturire da tale legge potrebbero rappresentare un freno per le aziende che vorrebbero investire nel nostro Paese.
Quanto incidono le correnti nella magistratura?
In realtà i magistrati che ne fanno parte sono pochi. Inoltre le giovani generazioni di giudici e pubblici ministeri non vogliono nemmeno sentirne parlare, quindi è un falso problema.
Ma secondo lei dietro a questo referendum c’è un disegno più ampio per giungere a una svolta autoritaria?
Non saprei. A volte ho l’idea che chi propone un determinato provvedimento come questa legge non abbia idea del pericolo che sta mettendo in atto. In ogni caso ritengo che non si possa fare nulla sulla pelle dei cittadini: approvare una legge come questa a colpi di maggioranza non è indice di un buon funzionamento della democrazia.
Per concludere, quale sarebbe lo scenario qualora vincesse il sì?
L’indipendenza della magistratura non sarebbe più così garantita. Si aprirebbe una fessura che potrebbe portare anche a un crollo dell’impianto, quindi siamo di fronte a rischi importanti.



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