da Raimondo Giustozzi
La scia di omicidi che attraversa la storia americana non appartiene solo al passato. L’assassinio di diverse figure pubbliche conferma che il Paese è immerso in una nuova stagione di conflitto interno con conseguenze devastanti per la tenuta democratica
Siamo abituati a pensare che l’America conviva da sempre con una sua liturgia della violenza politica, una scia di sangue che ogni tanto cancella i personaggi scomodi e poi prosegue come se nulla fosse. Dall’omicidio di Abraham Lincoln a teatro nel 1865, all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy nel 1963, mentre attraversava Dallas in corteo presidenziale. Ma anche Malcolm X, freddato nel 1965 durante un comizio a New York, e Martin Luther King, colpito a morte nel 1968 sul balcone di un motel a Memphis. Lo stesso anno cadde Robert Kennedy, candidato del Partito democratico alla Casa Bianca, ucciso subito dopo un comizio a Los Angeles. Persino Ronald Reagan, nel 1981, fu ferito gravemente da un proiettile sparato a pochi metri di distanza davanti a un hotel di Washington: sopravvisse per miracolo, ma l’attentato mostrò che nessuno era intoccabile.
Da questa parte dell’Atlantico ci siamo convinti che quella stagione fosse chiusa, che la violenza politica fosse stata consegnata agli archivi del Novecento, mentre l’America di oggi sembrasse ridotta «solo» al solito repertorio di massacri scolastici, di folli isolati armati fino ai denti, di risse parlamentari trasformate in reality. Persino i due attentati subiti da Donald Trump nel 2024 – uno a Butler, in Pennsylvania, con un proiettile che gli sfiorò l’orecchio, e l’altro in Florida, quando un uomo armato venne fermato a pochi metri da un campo da golf – ci erano sembrati deviazioni spettacolari, ma isolate. Era un’illusione: non avevamo guardato con attenzione alla nuova scia di sangue, meno fragorosa nelle sue prime manifestazioni e quindi incapace di attraversare con tutta la sua eco mediatica l’oceano. Negli ultimi anni la politica americana ha ricominciato a contare i suoi morti, e l’assassinio di Charlie Kirk in un campus dello Utah, trentun anni, volto della destra trumpiana, conferma che il piombo resta parte della grammatica politica del Paese.
Nel giugno 2025, in Minnesota, un attentatore uccise la deputata democratica Melissa Hortman e suo marito, e ferì gravemente il senatore John Hoffman e la moglie, lasciando dietro di sé una lista di quarantacinque obiettivi. Due mesi dopo, ad Atlanta, un uomo armato ossessionato da teorie complottiste sul Covid aprì il fuoco nella sede della agenzia federale Cdc, uccidendo un agente di polizia. In maggio, a Washington, un attivista sparò contro due dipendenti dell’ambasciata israeliana, colpendoli a morte e rivendicando il gesto in nome di Gaza.
Già nel 2017 un militante di sinistra aveva aperto il fuoco contro deputati repubblicani durante una partita di baseball ad Alexandria, ferendo gravemente Steve Scalise, allora capogruppo alla Camera. Nel 2020 il figlio ventenne della giudice federale Esther Salas, Daniel Anderl, venne ucciso a colpi di pistola da un uomo travestito da corriere; lo stesso aggressore ferì gravemente il marito della giudice. Nel 2022 un uomo armato fu arrestato davanti alla casa del giudice della Corte Suprema Brett Kavanaugh, dopo aver confessato di volerlo uccidere. Sempre nel 2022 il clima era evidente: in quell’anno il marito della speaker Nancy Pelosi, Paul, fu aggredito nella sua casa di San Francisco da un uomo armato di martello che lo colpì al cranio, provocandogli una frattura. L’aggressore, David DePape, venne poi condannato nel 2024 all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale.
Per non parlare di un altro episodio inquietante avvenuto la notte del 13 aprile: un uomo armato di molotov ha dato fuoco a una parte della residenza del governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, in un tentativo di assassinio politico mentre lui e la sua famiglia dormivano all’interno. L’attentatore, Cody Allen Balmer, arrestato e incriminato per terrorismo, tentato omicidio e incendio doloso aggravato, dichiarò di aver agito per motivazioni politiche e di voler colpire fisicamente il governatore con un martello.
Tentati e riusciti omicidi, pestaggi, aggressioni e incendi: stiamo assistendo a una nuova guerra civile americana a bassa intensità. Non è un conflitto dichiarato, ma una catena di episodi che segnalano come i due poli della società statunitense abbiano smesso di riconoscersi reciprocamente come avversari politici e abbiano iniziato a percepirsi come nemici irriducibili. È la spirale che Linkiesta denuncia da anni: un’America divisa in blocchi ostili, incapace di mediazione, pronta a legittimare l’uso della forza in nome di una visione esclusiva della democrazia.
Gli studiosi confermano che questo ritorno della violenza politica non è un fenomeno marginale. Mike Jensen, dell’Università del Maryland, ha calcolato che, nei primi sei mesi del 2025, gli attacchi politicamente motivati siano stati circa centocinquanta, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Robert Pape, direttore del Chicago Project on Security and Threats, ha scritto sul New York Times di «era di populismo violento»; secondo i suoi sondaggi, il quaranta per cento dei democratici e il venticinque per cento dei repubblicani considera legittimo l’uso della forza per obiettivi politici. Un Paese pronto a esplodere.
Una recente ricerca di Ravi Varma Pakalapati e Gary E. Davis mostra che la violenza politica non è un lampo imprevedibile, ma segue logiche territoriali. Gli episodi non si distribuiscono in modo uniforme, ma si concentrano in cluster geografici: alcune contee diventano veri e propri epicentri, con tassi sproporzionati di aggressioni. I ricercatori parlano di un «campo di upsetness», un accumulo di risentimento sociale che si addensa in certe aree e si propaga nel tempo. Usando i dati dell’Armed Conflict Location & Event Data Project, hanno costruito modelli in grado di prevedere i luoghi dove gli episodi letali sono più probabili: dalla cintura degli Appalachi e del Midwest, tra Pennsylvania e Ohio, al Sud profondo di Georgia e Louisiana, fino agli agglomerati urbani dell’Ovest come Los Angeles e Phoenix e all’area di Washington Dc, epicentro simbolico e pratico.
Oggi gli Stati Uniti non sono davanti a un’emergenza passeggera, ma immersi in una guerra civile a bassa intensità che spezza equilibri, semina vendette, alimenta sospetti. Non servono le condanne rituali, né le bandiere a mezz’asta: la violenza politica è diventata una struttura permanente, radicata nei territori e nelle comunità. E in questa struttura, tra memoria e presente, i nomi continuano ad aggiungersi: Lincoln, Kennedy, King, Kirk. L’America è tornata a stagioni simili a quelle degli anni Sessanta di Ottocento e Novecento. E non è una buona notizia.
Linkiesta, Politica, 12 settembre 2025



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