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Cinema: la paura dello schermo nero

Fonte internet

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di Giuseppe Saccà by huffingtonpost.it

Black Mirror, come molti ben ricordano, è quella serie di culto che immaginava le conseguenze, a volte destabilizzanti, che le nuove invenzioni tecnologiche avrebbero potuto generare in un futuro più o meno prossimo. Certi timori collettivi, efficacemente rappresentati nell’immagine dello “schermo nero”, connessi alle novità che coinvolgono il mondo dei media e dell’intrattenimento sono un fenomeno ciclico e ricorrente: un secolo fa c’era chi avrebbe voluto fermare l’avvento del cinema perché insidiava il primato del teatro, in seguito si osteggiò l’introduzione del sonoro perché avrebbe svilito l’arte cinematografica o la televisione perché la radio bastava e avanzava, il colore perché costoso e non indispensabile, Napster (e derivati) perché avrebbe mortificato l’industria discografica, e così via.

A guardarle con un certo distacco temporale, queste forme di resistenza si rivelano quasi sempre fatiche di Sisifo, vanificate regolarmente da un progresso ineluttabile, a prescindere dal giudizio che si possa dare sulle sue conseguenze. Uno dei principali dibattiti che in questa fase anima il settore dell’industria audiovisiva riguarda il ruolo delle piattaforme e dei broadcaster e in particolare se questi siano destinati a sostituire del tutto la sala, condannandola, appunto, allo schermo nero.

Come spesso accade, attorno a questo dibattito si sono formate tifoserie e fazioni, composte da chi vede un futuro radioso per sé e per la propria impresa e chi, dal fronte opposto, si sente minacciato da questa nuova modalità di fruizione. C’è una certa dose di sadismo, o di autolesionismo, quando superficialmente dichiariamo ormai morta la sala cinematografica o al contrario denigriamo la piattaforma, sminuendo il valore dei contenuti proposti e identificando il piccolo schermo come uno spazio in cui tutto rischia di appiattirsi.

Comunque la si pensi è un fatto che, attraverso le piattaforme, la pandemia abbia permesso alle storie di entrare sempre più nelle nostre case, conquistando anche le generazioni più diffidenti nei confronti di questo mezzo. Le piattaforme e i broadcaster hanno aiutato l’industria e nello stesso tempo hanno rafforzato una tendenza già in atto da almeno una decina d’anni, che vede un miglioramento costante nella qualità e un sempre maggiore coinvolgimento di autori e registi di primo piano nella realizzazione delle serie tv.

In ogni caso, questa crisi ha accelerato tanti processi a cui bisogna sforzarsi di guardare senza pregiudizio. Non è solo il cinema in sala a essere stato colpito: negli ultimi due anni ben pochi hanno avuto la fortuna di andare a una mostra, di assistere a un concerto dal vivo, di godersi uno spettacolo a teatro. Ognuno di questi mondi, al di là degli evocati ristori di Stato, ha cercato una strada per continuare a esistere: lo spettacolo dal vivo, in Italia, ha trovato addirittura conforto negli studi televisivi, mutuo soccorso nella famiglia dell’entertainment, mentre l’arte ha visto evolvere la sua fruizione nel mondo anche attraverso la realtà aumentata e gli NFT, i Non-Fungible-Token certificati dalla tecnologia della blockchain, dei quali capiremo presto se si tratta di realtà o di bluff.

In genere nelle crisi più profonde, quando tutto sembra fermarsi, si sviluppano nuove tendenze in grado di cambiare il corso della storia. Il cinema lo dimostra: la grande depressione coincise con la fine del muto, gli anni decisivi della seconda guerra mondiale con il fiorire del nostro neorealismo. Non hanno senso, quindi, i ragionamenti manichei e le contrapposizioni tra bianco e nero, per cui tutti, per paura o per necessità, ci sentiamo legittimati a fare previsioni, vista la profonda incertezza che caratterizza il nostro presente e la difficoltà nel dare contorni certi al futuro davanti a noi. Ciò che la pandemia ha posto in evidenza è che, citando John Lennon, la vita è ciò che ti capita mentre sei impegnato a fare altro. Per questo è arduo stabilire ora se il rapporto del pubblico con la sala muterà definitivamente in favore di una fruizione più diretta e disintermediata dei prodotti audiovisivi.

Le sale sono certamente stremate da una crisi di due anni ma dobbiamo fare attenzione perché forse non consideriamo che se malauguratamente lasciassimo andare la sala, sarà difficile farla rinascere. Dobbiamo quindi capire quale sia la strada migliore per tutelare un patrimonio così importante, che deve tuttavia ritrovare una sua identità in questo nuovo mondo. Fare ciò è fondamentale non solo perché senza la sala certi prodotti e alcuni generi rischiano di non avere più un adeguato spazio a disposizione, ma anche perché rimanendo sempre connessi e potendo fruire comodamente su schermi grandi e ben definiti di ogni tipo di contenuto, potrebbe perdersi il senso delle esperienze collettive, quelle che, attraverso il rito della condivisione delle visioni di ciascuno, ci permette di fruirne come elemento di socialità e di scambio di idee avvicinandoci al “sacro”. Il rischio è perdere i nostri riti e di barattarli con delle abitudini.

Ma non ha senso fasciarsi la testa in questo momento: l’esperienza di un colosso come Amazon, che ha puntato sull’ibridazione delle modalità di acquisto dei suoi prodotti, insegna. Chi poteva immaginare che la più grande internet company al mondo un giorno iniziasse a promuovere l’apertura di spazi fisici in cui acquistare i suoi prodotti? Forse la piattaforma e la sala hanno bisogno l’una dell’altra più di quello che pensiamo oggi. Una cosa è certa: arroccarsi nella difesa di ciò che era, e che inevitabilmente non sarà più, è una scelta perdente. Il futuro lo dobbiamo immaginare e soprattutto lo dobbiamo costruire, insieme.

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