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Dialoghi in corso. Scienza e pseudoscienza: “Il confine sta nel metodo”

ilbolive.unipd.it

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di Monica Panetto

Previsioni astrologiche, contatti con extraterrestri, fenomeni paranormali, teorie complottiste (e qui l’elenco sarebbe lungo, dai terrapiattisti ai negazionisti dello sbarco sulla Luna o dei cambiamenti climatici) sono temi che non di rado trovano spazio sui giornali o in televisione, con una significativa amplificazione sui social media. Sono teorie pseudoscientifiche che non faticano ad attecchire, nonostante ne sia stata dimostrata l’infondatezza. Nel suo ultimo libro, Breve storia delle pseudoscienze (Hoepli 2021), lo storico della scienza Marco Ciardi conduce il lettore alle origini del fenomeno, illustrando i modi e i tempi – spesso molto distanti non solo dal punto di vista cronologico, ma anche sociale e culturale – in cui tali teorie hanno preso forma. E mettendo in evidenza il loro percorso evolutivo, in una visione organica che unisce le une alle altre.

L’autore prende in esame discipline tradizionali come l’astrologia che – sviluppatasi enormemente in Europa dal Medioevo fino al Rinascimento – si basava sul principio che gli astri potessero influire non solo sui fenomeni naturali ma anche sul carattere degli uomini. Proprio l’interazione tra macrocosmo e microcosmo, tra pianeti, regioni dello Zodiaco e organi umani divenne un principio fondamentale anche per la medicina dell’epoca. Al tempo stesso l’astrologia si legò al sapere alchemico che via via cedette il passo alla chimica moderna, grazie al lavoro di uomini come Paracelso nel Cinquecento e Lavoisier nel Settecento. Sono discipline queste, come la visione creazionista del mondo, che “hanno avuto un senso e una dignità in un determinato periodo storico”. La scienza però, nel tempo, ha compiuto molti passi in avanti.

Si prenda – una su tutti – l’omeopatia a cui l’autore dedica un capitolo. Nasce alla fine del Settecento, quando la diagnostica medica era ancora basata sulla teoria dei quattro umori (sangue, flemma, bile gialla, bile nera) e le terapie più frequenti erano i salassi, le purghe e i diuretici. Curarsi non era affatto un’esperienza piacevole allora. Per trattare la malaria, per esempio, si usava la china, sebbene non fossero note le ragioni del suo benefico effetto. Per questo Samuel Hahnemann (1755-1843), medico della Sassonia, decise di studiare gli effetti della sostanza in un individuo sano, rilevando la comparsa di febbre, brividi e debolezza dopo la somministrazione, dunque di sintomi molto simili a quelli di chi contraeva la malattia. Hahnemann ritenne, a quel punto, che la china riuscisse a curare la malaria, perché capace di indurre una patologia simile in grado di eliminare quella in corso.

Guarda l’intervista completa allo storico della scienza Marco Ciardi. Servizio di Monica Panetto, montaggio di Elisa Speronello

Chiamò “omeopatia” il nuovo approccio terapeutico. A quel punto diventava fondamentale esaminare i sintomi del paziente – indipendentemente dalla causa della malattia – per individuare le sostanze capaci di produrre quegli stessi sintomi in un individuo sano. Ma in che quantità somministrare quelle sostanze al malato? I preparati, infatti, in molti  casi sembravano essere dannosi e niente affatto curativi. Hahnemann si convinse che fosse necessaria una dose blanda del rimedio: una piccolissima quantità della sostanza curativa doveva essere diluita in una parte molto più grande di acqua o alcol, secondo uno specifico rapporto di 1 a 100. Questo procedimento andava ripetuto per almeno 30 volte. Ebbene, negli anni successivi venne dimostrato in realtà che le convinzioni del medico sassone non avevano fondamento scientifico: gli studi di John Dalton, Joseph-Louis Gay-Lussac, Amedeo Avogadro e Jean-Baptiste Perrin contribuirono a far capire, numeri alla mano, che in un prodotto portato alla trentesima diluizione non rimane più nulla della sostanza iniziale. “Solo acqua”.

Nello stesso modo, chiaro e articolato, Marco Ciardi nel volume discute di molte altre discipline, dal mesmerismo, alle teorie del complotto fino al mito di Atlantide. Illustra come nacque la convinzione che potessero esistere gli alieni e gli ufo. Parla di spiritismo e fenomeni paranormali. Sempre contestualizzando l’argomento in una prospettiva storica e aiutando, così, il lettore a capire come tali teorie siano poi state smentite con l’acquisizione di nuove conoscenze.

Non mancano, di capitolo in capitolo, le riflessioni più generali. Le discipline pseudoscientifiche, osserva per esempio l’autore, hanno la caratteristica di rimanere sempre uguali a se stesse. Non esiste avanzamento del sapere o evoluzione della conoscenza. L’alchimia, l’astrologia, l’omeopatia continuano a fondarsi sugli stessi principi che ne sono stati all’origine, secoli fa. “Il paradosso dunque – si legge – è che le pseudoscienze, che in genere si presentano come saperi contro il dogmatismo e la chiusura della scienza contemporanea, sono quanto di più fondamentalista possa esistere. Non cambiano mai. Non a caso, si rifanno a una concezione del sapere di tipo magico, nella quale l’autorità e la tradizione contano più di qualsiasi cosa”. Ciò al contrario del sapere scientifico che, invece, mette costantemente in dubbio se stesso ed è in continua evoluzione. Il confine tra scienza e pseudoscienza è dunque una questione di metodo e non di contenuto, sottolinea l’autore, e va sempre interpretato nel contesto storico del tempo, non secondo parametri di valutazione contemporanei.

“Si può capire meglio la scienza partendo dallo studio degli errori che sono stati commessi o dei contesti, complessi e diversificati, in cui ha preso forma”

Le pseudoscienze inoltre, continua Ciardi, continuano a sopravvivere pure quando se ne dimostra l’infondatezza, anche perché, come sosteneva Francis Bacon, “l’uomo crede più facilmente vero ciò che preferisce vero” e respinge “le cose difficili perché è impaziente nella ricerca”. E questo spiega la ragione per cui serva a poco porre i sostenitori di una pseudoscienza davanti alle prove che confutano ciò in cui credono.

L’autore spiega che un nodo cruciale è l’educazione: una ristrutturazione complessiva dei sistemi educativi ormai non è più rinviabile. Serve far capire cos’è la scienza moderna, come si è originata e quali sono i principi che l’hanno animata alle sue origini. “Piero Angela – spiega Ciardi a Il Bo Live, rifacendosi al grande divulgatore – ha ribattuto più volte che noi non insegniamo la scienza, insegniamo molte discipline scientifiche, ma non la scienza nei suoi metodi, nei suoi valori, non insegniamo come si raggiunge un risultato scientifico, qual è la storia. La mancanza di questa comprensione genera però cittadini incapaci di valutare effettivamente un approccio di tipo scientifico rispetto a uno di diverso tipo”. E aggiunge: “Io insisto su un punto: per capire la scienza non è necessario essere scienziati. La scienza è continuo specialismo, nessuno potrà mai conoscere tutto. Un archeologo o un fisico teorico non ne sanno molto più di un umanista rispetto al funzionamento di un vaccino per esempio (e a volte ci sono casi di tendenza pseudoscientifica anche all’interno del mondo scientifico). Serve, invece, capire come si arriva a un’evidenza scientifica: in questo periodo in cui tanti scienziati si sono pronunciati in televisione o sui social, possedere gli strumenti consente di capire quali siano le posizioni espresse in maniera corretta e quali invece non lo siano. E a scuola si dovrebbe lavorare molto più su questi aspetti, superando il semplice nozionismo”.

Ciardi osserva, per esempio, che si può capire meglio la scienza partendo dallo studio degli errori che sono stati commessi o dei contesti, complessi e diversificati, in cui ha preso forma.  “A scuola si studia la scienza secondo un percorso storico fatto di verità, in cui gli errori vengono eliminati dal ragionamento, così come le problematiche e le situazioni difficili. Invece partendo dall’analisi di situazioni complesse – cioè ponendosi nell’ottica della ragione per cui sono state sostenute determinate idee – si può capire meglio il funzionamento della scienza in sé”.

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