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Dialoghi in corso. “L’errore italiano: puntare sui call center e non sul tech”

Fonte Internet

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L’economista Ocse Andrea Garnero:  spiega perché le aziende delocalizzano. “Né cassa integrazione né multe salveranno i lavoratori”

By Giuseppe Colombo

 

“Se la soluzione per le crisi industriali e per i licenziamenti è solamente l’estensione della cassa integrazione è un po’ come giocare al casinò: dico questa è la volta buona e poi smetto, ma poi non smetto mai. Con un po’ di pressione e soldi pubblici magari si riesce occasionalmente a salvare la situazione in corner, ma questa non è una strategia di lungo periodo: va ripensato il ruolo dello Stato nello stimolare e incentivare l’intervento del privato e nel costruire una politica industriale”. È Andrea Garnero, economista dell’Ocse, al momento in sabbatico di ricerca, a offrire uno spunto di riflessione sulla grande questione che è esplosa con i licenziamenti alla Gianetti Ruote, alla Gkn e alla Whirlpool. “La proposta del ministro Orlando di multare le multinazionali in fuga – dice in un’intervista a Huffpost – va specificata: si può certamente pensare a vincolare il privato a un qualche impegno se riceve soldi pubblici, ma è illusorio pensare che questo basti per impedire le chiusure”.

Partiamo dalla proposta del ministro del Lavoro sulle multinazionali. Per Orlando bisogna “legare le imprese con più forza al Paese nel quale operano e dal quale ricevono sussidi”. La sanzione è uno strumento che può servire a contenere il fenomeno della delocalizzazione?

Il titolo dell’intervista al ministro è molto forte, ma bisogna capire concretamente cosa si intende. Come funzionerebbe in pratica la sanzione? Non è assurdo pensare di vincolare a qualche impegno chi riceve sostegni dal pubblico: per esempio, già prima del Covid in alcuni Paesi europei chi usava un sistema simile alla cassa integrazione non poteva licenziare per un determinato numero di mesi, anche dopo la fine del sussidio. Ma nessuna sanzione può impedire materialmente a un’azienda di chiudere. E soprattutto bisognava pensarci prima, nel momento in cui si concedono sussidi, incentivi o altri aiuti.

L’altra mossa del Governo per non innescare un effetto domino delle chiusure e dei licenziamenti è l’estensione della cassa integrazione. Il paracadute degli ammortizzatori sociali per imprese di “interesse strategico nazionale” dà più tempo al Governo per provare la strada della reindustrializzazione. Basta?

L’esperienza recente ci dice di no: non possiamo pensare che basti la toppa della cassa integrazione. Il problema del welfare italiano è che per decenni, dal Dopoguerra in poi, si è fondato quasi esclusivamente sulla cassa integrazione e non sui sussidi di disoccupazione e sulla ricollocazione. La cassa integrazione è uno strumento prezioso ed efficace in tempi di crisi temporanea, ma non è una soluzione in situazioni in cui ci sono problemi strutturali. Per anni non avevamo un’alternativa: ora abbiamo un sussidio di disoccupazione, ma ci mancano le politiche attive e quelle di formazione. E poi c’è un elemento controverso nella misura adottata dal Consiglio dei ministri.

Cioè?

La cassa integrazione aggiuntiva è legata alle attività che hanno almeno uno stabilimento di “interesse strategico nazionale”. Chi definisce questo interesse? Il rischio è di generare una discriminazione. E, comunque, all’ex Ilva, all’ex Embraco e a molte altre crisi industriali non basta la cassa integrazione: i lavoratori vanno presi in carico, capire quali sono le competenze che desiderano acquisire o che sono loro utili, dare loro un’opportunità di formazione e, anche semplicemente, aiutarli a scrivere un curriculum. La cassa è uno strumento per mantenere il legame tra lavoratore e impresa in caso di crisi temporanea, ma se un’impresa chiude o va verso una forte ristrutturazione che legame si mantiene?

Il Governo, quantomeno una parte, spinge per allungare la cassa integrazione a tutela dei lavoratori. Insomma meglio con la cassa che licenziati. Questa logica non è condivisibile?

Una cassa integrazione che dura per molto tempo, addirittura per anni, non è una soluzione per i lavoratori. I massimali sono bassi (800 euro, alla meglio 1200) e ai lavoratori non è offerto nulla per provare a ricollocarsi o per le meno ripensare il proprio lavoro. Nel Nord Europa i sindacalisti non sono a favore di tenere in piedi imprese decotte perché questo significa precarietà, salari bassi e stagnazione locale. Piuttosto si assicurano di prendere dall’impresa decotta il più possibile e quindi soldi per chi viene licenziato, la ricollocazione, la formazione.

In Italia intanto si registrano 900 licenziamenti ad appena due settimane dallo sblocco dei licenziamenti per le grandi imprese. Siamo di fronte a un trend?

Molti di questi licenziamenti sono legati a situazioni che non hanno nulla a che fare né con il blocco né con il Covid perché derivano da problemi ben più strutturali. Il licenziamento è sempre un dramma, in Italia ancora di più perché non tutti i lavoratori hanno gli ammortizzatori né la certezza di essere aiutato nella ricerca di un nuovo lavoro, anzi! I licenziamenti collettivi lo sono ancora di più perché su molti territori non ci sono alternative. Ma dobbiamo ricordare che pre Covid i licenziamenti erano 40mila al mese in media, non cento o duecento. Il rischio, ora, è di focalizzarsi su alcuni casi emblematici e pensare che il problema siano solo alcune multinazionali e non la mancanza di alternative valide.

Spostiamo la prospettiva dai lavoratori all’azienda. Perché a fronte di un congelamento delle crisi attraverso la cassa integrazione non si riesce a tirare dentro nuovi investitori nella cosiddetta reindustrializzazione?

In Italia ci sono acquisizioni, nazionali o straniere, praticamente ogni settimana, ma il problema è l’equilibrio delicato tra il preservare l’esistente e la transizione verso qualcosa di nuovo che ancora conosciamo poco. La produzione di acciaio, di elettrodomestici e di auto ha subito forti cambiamenti legati alla globalizzazione, alla domanda dei consumatori e alle regole. In questi settori ci sono costi fissi di ricerca, sviluppo e produzione importanti da ammortizzare e il mercato nazionale non basta alle aziende. Il problema è che alla fase di distruzione non segue quella di creazione.

Ci spieghi meglio.

In tutto il mondo e in ogni momento ci sono aziende che chiudono per ragioni  varie. A Taranto il problema più grave non è tanto l’ex Ilva in sé, ma il fatto che a parte l’ex Ilva non c’è un’alternativa. In un’altra città, invece, se un’azienda chiude la situazione può essere più gestibile perché esistono altre opzioni o se ne creano.

Cosa bisogna fare quindi per concretizzare la reindustrializzazione e più in generale per costruire o forse per ricostruire una politica industriale in Italia?

 

Politica industriale significa orientare e accompagnare il cambiamento, non preservare tutto l’esistente a prescindere. Una politica industriale, quindi, deve soprattutto favorire la creazione di nuove aziende, magari in settori e aree che consideriamo strategici per ragioni economiche o geopolitiche. Ci abbiamo provato, abbiamo messo in campo strategie per attrarre investimenti esteri, dagli incentivi alle semplificazioni, ancora agli interventi nell’ambito della giustizia civile, ma questi processi richiedono tempo e, soprattutto, continuità.

Come?

Le faccio un esempio. In tutti i Paesi sviluppati, da molti anni, l’industria non è più il settore principale in termini di contributo al Pil e occupazione, anche se rappresenta ancora un traino per l’economia, le relazioni industriali e la buona occupazione. Spesso ci troviamo a parlare di crisi industriali. Ma in Italia quello che manca sono i servizi ad alto valore aggiunto. Abbiamo scelto un modello di sviluppo basato su servizi a basso valore aggiunto, a partire dal “turismo petrolio dell’Italia” ma in troppi casi pensando che significasse solo aprire un bed&breakfast alla buona. Prima del Covid avevamo il paradosso di un’occupazione che cresceva a fronte di un Pil poco più che stagnante, mentre di solito il problema è opposto. La ragione di questa dinamica peculiare è il lavoro che si concentra in settori a basso valore aggiunto. Quando si fanno le lotte per tenere aperti i call center bisogna ricordarsi che certamente dietro ci sono tante famiglie, ma anche che non è su settori come quello dei call center che si farà la ricchezza dell’Italia e dei suoi lavoratori.

Qual è stato l’effetto di questo modello di sviluppo di fatto non focalizzato?

Lavori di bassa qualità e il perenne rischio di delocalizzazione. Molti dei servizi a basso valore aggiunto, in particolare quelli più ripetitivi, possono essere spostati all’estero, dove il costo del lavoro è molto più basso, o magari rimpiazzati da chat e robot. La difesa dei posti di lavoro è importante, ma come strategia industriale non si può pensare che il call center abbia un’importanza strategica: aggiunge troppo poco in termini di produttività, salari e qualità del lavoro.

Quando si è materializzato questo errore?

Negli anni Ottanta e Novanta. Con la fine delle grandi aziende di Stato e dei grandi gruppi che rispondevano comunque a una logica di interesse pubblico, alle volte anche troppo, ci siamo ritrovati con poche aziende leader in grado di trascinare un’intera filiera di piccole e medie imprese. E negli stessi anni abbiamo mancato la rivoluzione informatica e la transizione all’economia dei servizi. Non è una nostalgia del passato, nell’industria molte aziende sono rimaste alla frontiera, inserendosi in catene del valore europee. Ma non sono molte le aziende che sono leader di mercato, alla frontiera dell’innovazione e lo sviluppo, in particolare nei servizi.

Insomma abbiamo perso il treno dell’innovazione. Cosa ha comportato questo tentativo andato a vuoto?

Abbiamo largamente mancato la rivoluzione informatica degli anni Novanta, non abbiamo puntato sulla ricerca, pochissima formazione, gli investimenti sono ancora scarsi nonostante Industria 4.0. Questo significa che una fetta importante della nostra economia compete essenzialmente sui costi, dove però non abbiamo grandi margini perché i salari sono già bassini e il cuneo fiscale resta molto elevato. Inoltre, anche nell’industria, nonostante alcune imprese campioni mondiali nel proprio settore, il nostro sistema beneficerebbe comunque di un salto in alto nella catena del valore.

 

Come?

Prendiamo pezzi e materie prime, ma poi il prodotto finale si fa in Germania o altrove. Se avessimo in Italia più imprese finali, cioè nella parte alta della catena del valore, saremmo in grado di estrarre una fetta maggiore del valore aggiunto e guidare il processo.

Ora però abbiamo i soldi del Recovery e anche l’impegno a costruire una transizione calibrata sul digitale e sul green. Come si guida questa transizione?

Dall’Europa ci arrivano tanti soldi ma soprattutto l’occasione di fare riforme di cui parliamo da anni. La transizione ecologica e digitale non sarà senza costi e comunque può essere fatta in tanti modi. Un modo è limitarsi a cambiare i consumi, comprando dall’estero pannelli solari, pc, fibra ottica e poi montare tutto in Italia. Un altro modo è sviluppare una capacità industriale nostra, capace di aggiornarsi costantemente: oggi c’è la fibra ottica, magari nel 2030 sarà già una tecnologia desueta e da sostituire. Il salto lo facciamo se acquisiamo la capacità di guidare questi processi, non di subirli.

Giuseppe Colombo  Business editor L’Huffington Post

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