
di Raimondo Giustozzi
Venerdì 26 giugno 2026, la conferenza, promossa dall’Unità Pastorale San Pietro – Cristo Re sul tema “Povertà e Umiltà in Albino Luciani, Papa “Francescano”, ha visto la presenza di un buon numero di persone, circa sessanta, nella sala parrocchiale “Don Lino Ramini” di Civitanova Marche. Tutto ha avuto inizio alle 21,15, come da programma. Don Mario Colabianchi, parroco dell’Unità Pastorale, ha ricordato due parole iconiche della spiritualità francescana, fatte proprie da Papa Luciani: l’umiltà e l’amore che si dona fino alla fine, senza misura, né confini. Il video, con la testimonianza di mons. Fabio Dal Cin, vescovo e delegato apostolico presso la Santa Casa di Loreto, e unitamente il ricordo del proprio zio da parte di Pia Luciani, hanno permesso di avere altre preziose informazioni su Giovanni Paolo I.
Emilia Bacaro, attrice, ha letto i testi scelti, dove traspare la spiritualità francescana di mons. Albino Luciani. Aldo Caporaletti, curatore degli incontri di spiritualità, ha coordinato tutti i diversi momenti della serata. Don Davide Fiocco, teologo e membro della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I, docente di patrologia a Treviso e a Bolzano, ha sviluppato il tema dell’incontro con grande professionalità, commentando ogni singolo testo, dopo la lettura fatta da Emilia Bacaro. I testi, da lui scelti, sono riportati qui di seguito, anche per dare una informazione completa sulla serata. Il cognome di don Davide è lo stesso di Maria Fiocco, la levatrice che battezzò “In articulo mortis” il piccolo Albino Luciani, alla nascita gracile d’aspetto. Anche don Davide Fiocco, come Albino Luciani, è nato a Canale D’Agordo. All’età di nove anni, era a Roma con la propria famiglia per festeggiare il Patriarca di Venezia, appena eletto pontefice il 26 agosto 1978. Dal 2012 collabora alla causa di canonizzazione di papa Luciani, è uno degli autori – curatori della Positio. Nella sua diocesi dirige l’Ufficio per la pastorale delle comunicazioni e della cultura.
La morte improvvisa di Papa Giovann Paolo I ha fatto gridare al complottismo. Il referto medico parla di infarto miocardico acuto, avvenuto la sera del 28 settembre 1978, dopo appena 33 giorni di pontificato. Il decesso fu constatato la mattina successiva dal medico pontificio. L’omissione dell’autopsia generò quasi subito molteplici teorie cospirazioniste, i cui principali sostenitori rispondono ai nomi di David A. Yallop, Johm Cornwell, rispettivi autori di due libri: “In nome di Dio” (1984) e “Un ladro nella notte” (1989). I due saggi sono frutto di supposizioni non suffragate da nessun documento storico. Nella storia della famiglia Luciani c’erano già state tre casi di morte apparentemente improvvisa. La morte di Papa Luciani fu un evento naturale causato da problemi di salute pregressa. La memoria di Papa Luciani fu oscurata per molti anni da stereotipi diffusi: Papa ingenuo e sprovveduto, isolato e debole. Albino Luciani non era niente di tutto questo. Altro danno fu l’aneddotica con cui fu subito circondato: “Il Papa del sorriso”, “Il Papa dell’umiltà”. Albino Luciani era uomo mite, ma estremamente preparato e fermo nelle proprie decisioni.
I santi, stelle per tempi bui
“La gente reclama una vita autenticamente cristiana. «Ma una vita santa la si vive solo imitando Gesù», dice Francesco e si sforza di far di sé stesso una copia del Signore. Questo il messaggio di Francesco ai tempi suoi. Ma vale anche per i nostri. Anche oggi la società ha impressione di essere sull’orlo di un abisso. […] Molti si interrogano: di dove ci verrà il rimedio? San Francesco risponde: «Dai santi: da cristiani, che, sul mio esempio, si sforzino di riprodurre in sé la vita di Cristo, che vivano nell’amore di Dio e del prossimo, nell’umiltà e nello spirito di povertà” (A. Luciani, S. Francesco e il nostro tempo. 21 settembre 1976, in Opera Omnia VII, 453-454).
Anche i nostri tempi sono difficili. Basti pensare ai numerosi problemi di geopolitica che hanno portato ad una guerra chiamata tragedia da chi l’ha scatenata, a guerre commerciali, al conflitto medio orientale tra Iran, USA e Israele. La Chiesa appare un po’ troppo sfilacciata, ma parla anche di sinodalità. Come nella Torino del 1800, attraversata da un anticlericalismo anche becero, nacquero santi uomini che lavorarono nel sociale: San Giovanni Bosco, San Giuseppe Cafasso, San Benedetto Cottolengo, San Leonardo Murialdo, Santa Maria Domenica Mazzarello, Giuseppe Allamano, fondatore dell’istituto “Missioni della Consolata”. Don Bosco mandò (11 novembre 1875) i primi missionari salesiani in Argentina, che aprirono scuole professionali per i migranti italiani. Dalle campagne lombarde partiva, per gli Stati Uniti d’America, Francesca Saverio Cabrini (Sant’Angelo Lodigiano 15 luglio 1850 – Chicago 22 dicembre 1917). Si spera che anche nel secolo attale possano nascere uomini e donne, che, facendo proprio il grido dei poveri, promuovano unità e pace tra stati, popoli e nazioni.
Madonna povertà
“Aveva sognato di essere cavaliere. Lo divenne. Ma di Gesù Cristo, che volle seguire e imitare, la cui vita si sforzò di riprodurre nella propria vita secondo la lettera e lo spirito del Vangelo. I cavalieri dei suoi tempi, a un certo punto, sposavano la dama, nel cui nome avevano compiuto gesta ardite e imprese gloriose. Francesco sposò madonna Povertà, dama ch’era stata di Cristo, ma che dopo Cristo se ne stava «dispetta e scura» e «sanza invito» di cavaliere alcuno. La povertà, per Francesco, non si esaurì nel solo «non possedere»: significò mantenersi distaccato e libero per potersi dare intero a Dio e alle anime” (A. Luciani, In occasione dell’omaggio delle genti venete a san Francesco in Assisi, 3 ottobre 1970, in Opera Omnia V, 87).
La famiglia di Albino Luciani era povera. Il padre emigrò più volte, prima in Germania, poi in Svizzera per lavoro e provvedere al sostentamento dei figli, di cui due bimbe con handicap grave. Diventato Papa, Albino Luciani disse: “Posso confermarvi che durante l’anno dell’invasione ho patito veramente la fame, e anche dopo; almeno sarò capace di capire i problemi di chi ha fame”. In famiglia, il piccolo Albino Luciani respirava il credo socialista del babbo, che non era ateo ma chiedeva più giustizia. Lavorava ed anche sodo, ma desiderava che venisse retribuito perché quello che prendeva come paga per il proprio lavoro serviva per mantenere la famiglia. Albino Luciani. diventato patriarca di Venezia, sarà vicino agli operai di Porto Marghera. Si interesserà dei loro problemi ed anche in molte occasioni chiederà giustizia e lavoro. “Sobrietà della vita e attenzione ai poveri sono due aspetti del cardinale Luciani a cui la Causa di canonizzazione ha dato la giusta rilevanza”.
L’impegno di Albino Luciani verso la soluzione dei problemi sociali veniva anche dal paese di nascita, dove operava un grande sacerdote, l’arciprete Antonio Della Lucia, che, per frenare il fenomeno emigratorio della propria gente, aveva fondato in paese la prima Cooperativa Lattiera, secondo un modello che sarà esportato poi in tutto il Regno d’Italia. Un altro sacerdote che influenzò positivamente Albino Luciani da ragazzo, prima che entrasse nel seminario minore di Feltre (1923) e successivamente nel seminario gregoriano di Belluno (1928), fu don Filippo Carli, che aveva rinnovato la pastorale verso i più giovai con l’uso di video e di cortometraggi, che per quei tempi erano davvero delle novità. I bambini, che frequentavano il catechismo, erano entusiasti. Il nome Albino è stato il papà a darglielo, in ricordo di un ragazzo bergamasco, suo compagno di lavoro, che aveva visto morire in un altoforno (Andrea Tornielli, Il papa dell’umiltà, “profilo francescano” di Albino Luciani, Edizioni francescane italiane, Perugia, 2025).
Pace e bene
«Pace e bene» è il suo augurio. Lo ha rivolto agli uomini del suo tempo. Continua a rivolgerlo – lo ricordava qui ad Assisi or sono diciassette anni il cardinale Roncalli – alle anime del nostro tempo, le quali sono «spoetizzate di un progresso che […] ci procura, sì, certamente qualche miglioramento di ordine economico e sociale […], ma che non riesce a toglierci l’affanno delle quotidiane miserie, e a dare agli spiriti e ai popoli la vera e cristiana pace». Continua a rivolgerlo soprattutto all’Italia, della cui religiosità e del cui genio Francesco è l’espressione più tipica e felice. Il Signore faccia che il nostro amato paese accolga l’invito di Francesco e lo traduca in pratica, attuando insieme progresso e pace, benessere e fraternità” (A. Luciani, In occasione dell’omaggio delle genti venete a san Francesco in Assisi, 3 ottobre 1970, in Opera Omnia V, 87).
La scelta di Albino Luciani di dedicare la propria vita al sacerdozio nasce dopo un incontro del tutto casuale con un frate cappuccino, padre Remigio Braiato, venuto a Canale D’Agordo per predicare la Quaresima. I bambini rimangono impressionati dall’abilità del religioso nell’utilizzare la fionda. Sapeva colpire con precisione pietre poste lungo il sentiero che stavano percorrendo. Padre Remigio, prima di ritornare al convento, chiede ai presenti chi vuole andare con lui. Albino si propone subito, manifestando anche il desiderio di fare il missionario. Viene distolto dal proprio parroco. Sa che il piccolo non gode di molta salute. Il parroco, avuta la certezza della vocazione, ottenuta l’approvazione del padre, indirizzava Albino Luciani alla vita sacerdotale. Quello della salute sarà un problema che lo accompagnerà sempre nel corso di tutta la vita.
I ladroni affamati
“Francesco torna dalla cerca al convento di monte Casale con la tasca del pane e con un vasello di vino e fra Agnolo, giovane guardiano, gli racconta, ancor tutto sdegnato, come abbia cacciato tre famigerati ladroni venuti a chiedere da mangiare. «Ti sei comportato crudelmente – lo riprende Francesco – perché i peccatori meglio si riconducono a Dio con dolcezza che con crudeli riprensioni. Anche Cristo mangiava con i peccatori. Riparerai. Prendi questa tasca del pane e questo vasello del vino: va’ loro dietro per monti e per valli. Trovatili, presenta loro tutto questo pane e questo vino da mia parte e poi t’inginocchia loro dinanzi e di’ loro umilmente tua colpa di tua crudeltà». Il guardiano obbedisce e intanto Francesco prega Dio che ammorbidisca i cuori di quei ladroni e li converta a penitenza. Sembra la parabola del buon pastore parafrasata!” (A. Luciani, Solenne liturgia nella basilica di san Francesco in Assisi, 4 ottobre 1970, in Opera Omnia V, 89).
I Fioretti di San Francesco, celebre raccolta di racconti e miracoli sulla vita di San Francesco d’Assisi e dei suoi primi seguaci, ritornano quattro volte negli scritti di Albino Luciani. Il papà, Giovanni Luciani, aveva conosciuto anche lui, fin da quando aveva 11 anni, la via dell’emigrazione in Germania. Nei cantieri di lavoro si era avvicinato ai sindacati e ai socialisti, gli unici che si occupavano della condizione operaia. Il partito socialdemocratico tedesco non aveva le connotazioni anticlericali ostentate in Italia. Il tema della giustizia fu particolarmente caro ad Albino Luciani; arrivò a sostenere che anche i sagrestani dovevano avere un contratto sindacale.
Da vescovo di Vittorio Veneto (1959 – 1969), mons. Albino Luciani vive un periodo fecondo: visite pastorali nelle parrocchie, sensibilità verso i problemi sociali del territorio veneto, che conosceva il passaggio epocale dal mondo rurale antico e quello industriale moderno, formazione dei sacerdoti nei seminari. Affrontò anche con fermezza ma anche con serenità un episodio che aveva gettato nella costernazione alcuni fedeli. Era successo che due sacerdoti della diocesi, finiti nei maneggi di un faccendiere, avevano girato allo stesso prestiti dei fedeli e anche risorse della diocesi. Il vescovo Albino Luciani decise di risarcire i fedeli truffati, accollandosi l’onere dei debiti contratti, pagati dalla diocesi.
Sora nostra madre terra
“L’uomo è inseparabile dall’ambiente naturale; di esso ha bisogno per vivere più sano e sereno, per ricrearsi, per elevarsi. «Guardate i gigli del campo… gli uccelli dell’aria» (Lc 12,17) diceva Gesù. San Francesco lo capì, guardò con occhio ammirato, amoroso e grato fiori e animali, chiamò fratelli e sorelle, l’acqua, il fuoco, il sole. Un po’ di questo francescanesimo sarebbe bene che fosse diffuso in tutti” (A. Luciani, Ai cavalieri di Malta, 23 giugno 1977, in Opera Omnia VIII, 176).
Papa Luciani era molto legato al proprio ambiente di nascita. Tutta la macro Regione del Triveneto era allora un territorio vocato all’agricoltura. Oggi il Veneto, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia sono regioni altamente industrializzate. Là dove negli anni Cinquanta del secolo scorso c’erano campi di grano, granoturco, vigne, filari di viti, alberi da frutta, ora sorgono grandi capannoni industriali. È stato un cambiamento epocale. Il progresso ha portato benessere ma ha alterato la cultura di una volta. Mons. Albino Luciani era molto attento agli avvenimenti nazionali. “L’omicidio di Moro”. Il testo, pubblicato da Albino Luciani sulle pagine de “Il Gazzettino”, raccoglie la pietà dell’uomo di Dio di fronte alla via crucis del grande statista e l’orrore del cittadino per la deriva terroristica, con una provocazione valida anche per l’oggi: “Se un popolo buono lo si gonfia per anni di odio”, si arriva allo spargimento di sangue. “Gli intellettuali, i giornalisti ricordino che ogni loro pensiero, ogni parola è un seme dal quale può nascere un frutto buono o malvagio: quanto viene detto, scritto, recitato, trasmesso non cade in terra di nessuno, ma opera su uomini vivi, permea situazioni di esistenza e decisioni di vita”.
Il riformatore contesta sé stesso
“Il tempo di Francesco d’Assisi è definito da Daniel Rops «il secolo delle cattedrali e delle crociate». Secolo di splendori a prima vista; invece, dietro la facciata, quante vicende e situazioni dolorose! […] In questo quadro si inserisce, con la sua vita e il suo messaggio, Francesco. Contestatore in mezzo a una società e a una chiesa così sbagliata? Sì, ma contestatore di sé stesso, non degli altri. […] C’è il potere temporale dei papi; lui non lo attacca. Sono molti i prelati viziosi; lui non denuncia i loro vizi. Anzi; nei vescovi e nei preti, anche peccatori, egli vede il Figlio di Dio; chiama la chiesa romana «nostra madre» e prescrive che i suoi frati, soprattutto i superiori, «promettano rispetto e obbedienza al signor papa e alla chiesa romana” (A. Luciani, San Francesco e il nostro tempo, 21 settembre 1976, in Opera Omnia VII, 452-453).
Nel corso del suo episcopato a Vittorio Veneto, Luciani partecipò a tutte le quattro sessioni del concilio Vaticano II (1962- 1965), riportando in dicesi le indicazioni conciliari, impegnandosi anche nella redazione di documenti collegiali, tra i quali quello sulla contraccezione, richiesto all’assemblea da papa Paolo VI. Il lavoro collegiale confluì poi nella enciclica del papa “Humanae Vitae”. Tra il 1967 e il 1969 risolse da vescovo lo scisma di Montaner, il paese nel quale, alla morte del parroco, i fedeli della parrocchia pretendevano di nominare al suo posto il cappellano. La nomina del nuovo parroco spettava solo al vescovo. La maggioranza del paese gli si oppose, ma alla fine decise di ritornare nell’ortodossia. Altro che debole. Albino Luciani sapeva rispondere al male con l’autorevolezza del buon pastore, umile, ma affatto sprovveduto.
Mons. Abino Luciani desiderava una Chiesa coesa. Sapeva distinguere quando era il tempo di parlare, di confrontarsi, ma anche quando era il tempo di assumere una unità di intenti quando si parlava a tutto il popolo di Dio. Non aveva la stessa opinione di Paolo VI sulla contraccezione ma accettava il magistero del Papa. Non pensava che in occasione del referendum sul divorzio i cattolici dovessero essere mossi solo dall’irrefrenabile desiderio di contarsi. Il risultato fu la sconfitta. Con il sofferto ma necessario intervento, mons. Albino Luciani, in qualità di patriarca di Venezia, sciolse la FUCI che si era schierata per mantenere la legge sul divorzio. Anche in questa occasione Albin Luciani si dimostrò tutt’altro che debole.
“Io sono la polvere”. Papa Giovanni Paolo I pronunciò la frase nel corso della sua prima omelia da vescovo a Canale d’Agordo, dichiarando: “Io sono la polvere. Se qualche cosa mai di bene salterà fuori da tutto questo, sia ben chiaro fin da adesso: è solo frutto della bontà, della grazia, della misericordia di Dio”. L’ispirazione più profonda del testo affonda le sue radici nella Sacra Scrittura. Brillante la relazione di don David Fiocco, profondo conoscitore di Papa Luciani. Ha utilizzato alcune slides per arricchire quanto di volta in volta andava commentando attorno ai testi scelti. Spiegazione chiara, ricca anche di battute, tanto che qualcuno dei presenti in sala non pensava davvero che fosse del Nord, secondo uno stereotipo diffuso secondo il quale, le persone del Nord si presentano quasi sempre sì preparate, ma con un piglio professorale. Niente di tutto questo. Davide Fiocco ha dimostrato anche di conoscere bene la nostra regione declinata al plurale. Le domande poste da alcuni verso il relatore hanno contribuito ad arricchire quanto detto dallo stesso nel corso della relazione. La segnalazione dell’Opera Omnia su Papa Luciani ha forse convinto qualcuno a documentarsi ulteriormente attorno a Giovanni Paolo I.
Raimondo Giustozzi