
di Raimondo Giustozzi
Al Festival Milano Incontrami un dialogo tra lo scrittore e insegnante Alessandro D’Avenia e Matteo Severgnini, rettore della scuola Regina Mundi. Un confronto a tutto campo sul gusto di crescere e le sfide di oggi. Intelligenza artificiale compresa
Nessuna pianta fiorisce senza radici. Vale in botanica, vale quando i “virgulti” sono ragazzi in cammino verso l’età adulta. E vale per chi li accompagna. Non è scontato, dunque, che Alessandro D’Avenia, insegnante, scrittore ed editorialista del Corriere della Sera, e il rettore della scuola Regina Mundi, Matteo Severgnini, abbiano scelto di mettere in gioco il proprio vissuto per parlare di educazione oggi. Lo hanno fatto all’interno dell’incontro “Tu sei un valore”, organizzato dal Festival Mim, sabato 16 maggio a Milano.
D’Avenia, se è diventato insegnante, lo deve, oltre all’educazione ricevuta in famiglia, a quel professore di italiano che a Palermo gli ha prestato la sua raccolta preferita di poesie di Hölderlin, da restituire entro due settimane, introducendolo così al gusto della letteratura, la sua più grande passione. Non tanto o non immediatamente per la bellezza di quelle poesie che allora gli parvero quasi «incomprensibili», quanto piuttosto per le note a margine che aveva scritto e che gli avevano fatto intuire, forse per la prima volta, di «appartenere a qualcosa», di «stare al mondo sentendo su di sé un amore che ti vuole esistente a prescindere da qualsiasi cosa tu sia o faccia». È la stessa esperienza che ha vissuto quest’anno con i suoi studenti quando, «finita la lettura integrale dell’Odissea, c’è stato un applauso corale e una di loro ha estratto da sotto il banco una torta al cioccolato a forma di cuore, la “torta Odissea”, con al centro la lettera “O” di Odisseo!», ha raccontato. Osservando: «Quand’è che l’umano decide di fare festa? Quando vuole sottolineare qualcosa che non muore mai, cioè quando ha fatto un’esperienza di filiazione».
Un «amore incarnato», ha detto ancora D’Avenia, come quello testimoniato lungo tutta la sua vita da don Pino Puglisi, il parroco del quartiere Brancaccio, oggi beato, ucciso dalla mafia nel settembre del 1993, poco prima che iniziasse l’anno scolastico. Insegnava religione nell’istituto frequentato da D’Avenia, prima di morire sorridendo a chi gli stava sparando. «Sorrideva sempre anche quando ti incontrava in corridoio», ha ricordato lo scrittore – che a don Puglisi ha dedicato un libro, Ciò che inferno non è (Mondadori 2024) – e faceva respirare a tutti quel senso di «appartenenza alla vita ed educazione liberante» che ai suoi studenti piaceva così tanto e che la mafia, invece, temeva perché gli erodeva il terreno di azione. I suoi ragazzi li portava sempre a vedere le stelle cadenti sulla spiaggia: «Don Pino, è caduta una stella!», gli aveva gridato uno di loro. E il sacerdote gli aveva risposto, sempre con quel sorriso: «Sì, ma anche a Brancaccio!». «Quel sorriso mi ha cambiato la vita, ha deciso tante cose di me», ha confidato D’Avenia. E ha cambiato anche quella del suo assassino che, con quel sorriso negli occhi, non ci ha più dormito la notte.
Maestro, per Severgnini, che oltre a guidare la Regina Mundi a Milano è responsabile nazionale di Gioventù Studentesca, è stato innanzitutto don Giussani, del quale al Mim ha scelto di citare una sua conversazione con il laico Giovanni Testori: «Non si può dare a un figlio il sentimento dell’essere voluto, se non si comunica la gioia di un destino». E a lui l’hanno trasmessa, di nuovo, quando dieci anni fa è partito in missione per l’Uganda, le “donne di Rose” (Busingye, ndr) che al Meeting Point di Kampala spaccano le pietre per garantire un futuro ai loro figli, loro che sono state rifiutate da tutti, tranne che da quell’infermiera tanto cara al fondatore di Cl. Da pochi giorni destinato all’opera educativa che da quella vicenda è nata, quelle donne l’hanno accolto sollevandolo in braccio e facendolo ballare per ore. «Fino a farmi male le gambe – ha ricordato –, fino a ricevere in dono un nuovo nome, che, nella lingua locale, significa “uomo di Dio”». Lo hanno fatto sapendo che a lui avrebbero affidato l’istruzione dei loro figli, anche se a malapena lo conoscevano. I loro volti li conserva nel cuore ancora oggi che è rientrato in Italia.
«Noi veniamo al mondo generati da un amore che è dono totale», ha commentato Severgnini, «e l’educazione è il “come” quotidiano di questa generazione». È solo dentro legami di questo tipo, ha proseguito, che si può crescere, fare un passo, cioè quando «qualcuno ci guarda veramente negli occhi, nella profondità dell’anima e ci dice che tu hai un valore per il fatto che ci sei, che sei un dono». «Il valore di ciascuno di noi lo si scopre solamente dentro un rapporto», ha ribadito, un «rapporto che porta dentro un compito, una responsabilità. È questa la grande scoperta dell’educazione: scoprire che il valore che sei ha dentro un compito per il mondo».
Su queste premesse, la sfida educativa è per entrambi un’avventura fatta di gesti «semplici e potenti». Anzi, di più: «L’educazione – così sempre Severgnini – è un gesto continuo, è dono di sé», è «ciò che non fa morire quella promessa d’amore». Immagini ed esempi non sono mancati. Su tutti quello dell’appello in classe, secondo D’Avenia «il momento più importante della giornata scolastica», perché «se il tuo e il mio nome sono stati detti bene, allora sono bene-detti». E ha aggiunto: «Allenandosi a rispondere alla domanda “perché sei qui?”, piuttosto che a giustificare l’assenza come di norma avviene a scuola, si irrobustisce il “sistema immunitario” per non essere oppressi dal mondo». Che è qualcosa di molto importante per i più giovani, a maggior ragione al tempo della rivoluzione digitale, altro argomento sul quale i due relatori sono stati incalzati.
A tal proposito, secondo D’Avenia, la «sfida dell’algoritmo non va presa di petto, ma affrontata indirettamente, ritornando a ciò che è insostituibile dell’umano». E qual è la cosa più importante per i giovani, forse meno frequentemente sperimentata? «Quando ci dite la verità con affetto». È la risposta di un suo alunno che all’insegnante-scrittore è rimasta impressa. Per adulti ed educatori, si tratta, dunque, per dirla con un’altra immagine a cui ha fatto ricorso durante l’incontro, quella del diapason, di «capire qual è la lunghezza d’onda che ci consente di entrare in contato con quella parte di noi che non muore mai. E quando ciò accade, se metti un altro diapason vicino, anche quello inizia a vibrare. L’educazione, per me, è questo fenomeno di risonanza», ha spiegato D’Avenia.
In conclusione, due suggerimenti di metodo, più volte sottolineati: innanzitutto, per essere un buon educatore o insegnante, lo ha ricordato Severgnini, non serve «essere perfetti», nessuno lo è. Piuttosto, bisogna essere consapevoli che non si educa da soli, ma, come recita il proverbio africano tanto caro a papa Francesco, «per educare ci vuole un villaggio». Detto altrimenti: «Il valore della comunità educante». In secondo luogo, l’importanza di accompagnare e valorizzare i giovani ascoltandoli: non è un caso, ha osservato D’Avenia citando una recente ricerca statunitense in campo educativo, che una correzione rivolta in modo diretto a una determinata persona ottiene il risultato che si prefigge solamente dopo l’89esima ripetizione; mentre quando la stessa osservazione viene formulata all’interno di una valorizzazione dell’interessato, il cambiamento di rotta è immediato.
D’Avenia, prima di salutare la platea, ha voluto ricordare anche la vicenda umana dello psichiatra austriaco, Viktor Frankl, che, «sopravvissuto al campo di concentramento, ha inventato un nuovo modo di fare terapia: la logoterapia, da Logos, che rimanda alla domanda di senso, di pienezza, a una ragione di vita cui, lui e i suoi amici, nemmeno in un campo di concentramento, hanno voluto rinunciare per non venir ridotti a numeri». Come a dire: è questo il livello al quale occorre aiutarsi, anche di fronte alle sfide del digitale. Educazione. Ciò che non muore mai – Comunione e Liberazione – Sito ufficiale 28.05.2026, Società, Matteo Rigamonti