
di Raimondo Giustozzi
“La giovane donna che scende da un vagone di terza classe in quel gelido pomeriggio del febbraio 1884 ha già molte vite alle spalle, quando vede Napoli per la prima volta. Anna Kuliscioff è fuggita dalla sua terra natale, la Russia, per sottrarsi al destino scritto dall’agiatezza di famiglia, ma anche all’attenzione della polizia zarista, che non gradisce gli spiriti liberi. Ha vissuto in Svizzera prima, in Francia poi, unendosi agli anarchici e ai loro aneliti di rivoluzione, e ora è a Napoli, dove le sarà consentito frequentare la facoltà di medicina, il suo sogno di sempre. Audace e integerrima, è anche la madre amorevole di una bambina di tre anni: per le compagne di partito un grave impedimento alla lotta, per Anna il dono più prezioso della sua esistenza. È così che la conosce Filippo Turati, avvocato milanese di buona famiglia che, dopo una giovinezza segnata da gravi problemi di salute e un’incompresa predilezione per la poesia, sta muovendo i primi passi sulla scena politica. Il loro incontro non sancisce solo l’inizio di un amore tenero e appassionato che durerà tutta la vita, ma anche l’alleanza inscindibile tra due anime opposte eppure affini, che condividono ardori e battaglie. Nell’Italia che non dà il voto alle donne, Turati porterà le loro idee in un Parlamento in cui Kuliscioff – la pasionaria, la “dottora dei poveri” – non potrà mai entrare. A quattro mani firmeranno la rivista Critica sociale, con un gruppo di compagni fonderanno nel 1892 il Partito socialista italiano. Insieme lotteranno strenuamente contro l’uomo che si prenderà l’Italia distruggendo per sempre il loro sogno di un mondo più giusto” (Pier Francesco De Robertis, Un amore socialista, il romanzo di Anna Kuliscioff e Filippo Turati, risvolto prima pagina di copertina, Neri Pozza Editore, 2025, Vicenza).
Romanzo Socialista avvincente, quello scritto da Pierfrancesco De Robertis, giornalista, già direttore del quotidiano La Nazione di Firenze e scrittore per varie testate nazionali. Sono 520 pagine che si leggono con passione, declinate in sedici capitoli, ognuno dei quali viene introdotto con frasi estratte da lettere e scritti originali di Anna Kuliscioff e Filippo Turati. Il prologo riporta le testimonianze di entrambi. Il quadro storico fa da quinta agli avvenimenti che attraversano l’Italia dal 1884 al 1932, quando, persa, nel dicembre 1925, la compagna di una vita, Filippo Turati viene convinto da alcuni compagni di partito, Rosselli, Buozzi, Saragat, Nenni, Pertini, di emigrare in Francia, dove muore da esule nel 1932. La lettera che chiude l’epilogo è un appunto autentico di Filippo Turati a Velia Titta, vedova di Giacomo Matteotti. Personaggi realmente esistiti, avvenimenti individuali e collettivi vengono rivisitati dal narratore, esterno alla storia raccontata, con dialoghi che rappresentano un valore aggiunto al testo. La prosa scelta, vicina al linguaggio giornalistico, è fluente e scorrevole. Domina la paratassi con frasi coordinate. La sintassi con periodi subordinati viene usata per quel tanto che basta per creare un armonico quadro di insieme. I titoli dei sedici capitoli sono legati al contenuto storico, ricostruito con le fonti utilizzate per la narrazione.
- Non è questa la vita che voglio (pp. 11- 67).
- La mia esistenza cominciava quel giorno (pp. 71- 86).
- Con te non rimango mai indietro (pp. 89- 121).
- Certe volte non la capisco (pp. 125- 147).
- Fuori da questo carcere ti aspetto (pp. 151- 189).
- Abbiamo vinto assieme la nostra battaglia (pp.193- 212).
- Del mondo me ne infischio (pp.215- 232).
- Non condivido niente di quello che fate (pp.235- 266).
- Mussolini è la negazione del socialismo (pp. 269- 294).
- Di fronte al cannone sei un pulcino bagnato (pp.297- 341).
- Tutto il paese è diventato un manicomio (pp.345- 382).
- A Livorno la tua rivincita morale (pp.385- 398).
- Andiamo filati verso una dittatura (pp. 401- 422).
- Tra poco i fascisti prenderanno il potere (pp. 425- 454).
- Piangiamo Giacomo, povero figlio nostro (pp. 457- 498).
- Non ci resta che emigrare all’estero (pp. 501- 518).
Epilogo (pp.519- 523).
Tutto è compiuto (lettera di Filippo Turati a Velia Matteotti, Milano, 24 agosto 1926).
Nota finale (pp. 527- 528).
Protagonisti (pp. 529- 533).
Avvenimenti principali (pp. 535- 540).
Anna Kuliscioff (Simferopoli 9 gennaio 1855 – Milano, 29 dicembre 1925), anarchica, socialista, dopo due esili in Svizzera e uno in Francia, sceglie l’Italia come sua terra di elezione. Da una relazione con Andrea Costa (Imola, 29 novembre 1851 – Imola, 19 gennaio 1910), anarchico rivoluzionario, conosciuto durante il suo secondo esilio in terra elvetica, nasce Andreina Costa (Imola, 1881 – Roma, 1959). La bimba è il tesoro della mamma. Vive per lei, la porta con sé ogni volta che cambia abitazione: Napoli, Pavia, Milano. Quando se la sente strusciare addosso e le prende la gonna è felice. Non lo è invece con il compagno, sempre in giro per l’Italia a fare comizi. Vorrebbe che stesse con lei, per farla crescere insieme. Anche un socialista può e deve avere una famiglia e i figli, protesta Andrea Costa. Ma quella che vive Anna Kuliscioff non è la vita che vorrebbe. Si sente di combattere per l’emancipazione della donna, un tabù anche per i maschi socialisti. Eppure, il sol dell’avvenire dovrebbe riguardare uomini e donne, l’una e l’altra metà del cielo. Kuliscioff, che si era già iscritta alla facoltà di Medicina, a Berna, in Svizzera, vuole diventare dottoressa. Si iscrive a quella di Napoli. Sostiene alcuni esami che supera brillantemente. Lasciata la città partenopea, chiede di iscriversi alla facoltà di Medicina a Pavia. Ottiene un rifiuto per cavilli burocratici ma sostanzialmente perché alla donna è preclusa l’Università. Rientrata a Napoli, si laurea in Medicina. Diventa così la “dottora”, dei poveri. Eserciterà la professione presso l’ospedale dei poveri, a Milano, che diventerà così la città dove risiederà in modo definitivo.
Filippo Turati (Canzo, 26 novembre 1857 – Parigi, 29 marzo 1932), proviene da un piccolo ma industrioso paese della Lombardia. Canzo, capoluogo della Comunità Montana del Triangolo Lariano, con Asso, terminale della Ferrovia Nord Milano, mi è caro per aver trascorso circa vent’anni a Giussano. Ho visitato più volte tutti i paesi che si distribuiscono ai piedi delle Prealpi Lombarde: Canzo, Asso, Magreglio, Longone al Segrino, Caslino d’Erba, Pusiano, Castelmarte, Sormano, Bellagio. La famiglia di Filippo Turati è di stampo borghese, Pietro, il padre è prefetto del regno. La madre, Adele, proviene da una ricca famiglia. Sono diversi per carattere e mentalità. Pietro è un libero pensatore, anticlericale dichiarato. Adele è cattolica, anche un po’ bigotta. Filippo studia al Liceo Classico Ugo Foscolo di Pavia e nel 1977 con la laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, diventa avvocato. Non è lo studio che lo preoccupa, ma il suo precario stato di salute. Soffre di insonnia, è in preda ad una nevrastenia diffusa che gli procura ansia. La mamma si consiglia con don Genesio, il parroco del paese. Il papà, se fosse per lui, manderebbe al diavolo tutti i preti, don Genesio compreso, vescovi, cardinali e papi. Il padre, grazie alle conoscenze, lo fa visitare dai più illustri dottori del tempo, ricorre fra l’altro anche al Lombroso. Dopo diversi tentativi riescono a trovare il rimedio per la nevrastenia. La cura consiste in prolungati soggiorni in alta montagna. Ci sono poi i compagni di una vita che non lo abbandonano mai: Leonida Bissolati e Arcangelo Ghisleri che lo fanno divagare. Lo porteranno fino a Bologna dove si celebra il processo contro gli anarchici, tra i quali Andrea Costa. Filippo lo conosce proprio in questa occasione; a fare l’avvocato, se mai sarà, c’è tempo. Intanto Filippo Turati scrive poesie e si dedica alla letteratura, passione per altro ereditata dal padre, che traduce poeti tedeschi.
Filippo Turati per un po’ lavora a Milano presso uno studio legale, ma di fare l’avvocato a tempo pieno c’è sempre tempo. Si avvicina con grande interesse alla politica. Agostino Bertani, uno dei fondatori della Sinistra storica, vedendolo interessato anche al mondo dell’informazione, gli propone di svolgere un’inchiesta nel Meridione sulle condizioni igieniche dei contadini. Turati accetta l’incarico e parte per Napoli, dove spera di poter incontrare Anna Kuliscioff, di cui aveva sempre sentito parlare. Questa gli fissa un appuntamento, dicendole subito che era disponibile per incontrarlo solo nel tardo pomeriggio, dopo aver terminato il suo lavoro all’ospedale e dopo essersi occupata della figlia Andreina.
L’incontro con Anna Kuliscioff gli cambia la vita. Da ora in poi sarà sempre al suo fianco. Ricorrerà a lei ogni volta che si sente sfiduciato e stanco. Ha bisogno di lei, delle sue parole, della sua vicinanza. Anche Anna, seppur diversa di carattere e di formazione, si abituerà a lui. Dopo il primo incontro, i due si rivedono ancora. Andreina, chiamata affettuosamente Ninetta, impara anche lei ad avere in casa della mamma la figura di Filippo Turati. Lo chiamerà col tempo anche con il nome affettuoso di Filippinoo, lo vede come se fosse per lei un altro padre. Turati si affezionerà alla ragazza, la seguirà in tutto il suo percorso di crescita. Si feliciterà con lei quando la ragazza, a ventitré anni, si sposa in chiesa con Luigi Gavazzi, cattolico, rampollo di una delle famiglie più importanti della Brianza. I compagni di partito evitano di parlare con lui della questione.
I giornali del tempo si gettano a capofitto sulla notizia. Una ragazza, figlia di un socialista, ateo e rivoluzionario, sposa un cattolico. Filippo tratta tutti i denigratori come pettegoli e ficcanasi. Se due ragazzi si amano, è giusto che si sposino e stiano insieme. Non vuol dire nulla se da un lato c’è troppo la presenza di Dio e dall’altro non c’è affatto. L’amore è ben altro che sposare una ideologia: “Ragazzi – dice a Luigi e ad Andreina – ma voi vi volete bene?”. Gli occhi di Luigi si riempiono di gioia, il sorriso si apre. Fino a quel momento era rimasto ad ascoltare. “Onorevole Turati, noi ci vogliamo bene come mai nessuno su questa terra”. Allora non vi preoccupate. È quello che conta. Il babbo è una persona intelligente e alla fine capirà. È un po’ all’antica. Viene dalla Romagna, e lì quando i socialisti sentono parlare di matrimonio religioso vanno su tutte le furie. Sapete come sono fumantini da quelle parti” (Ibidem, pag. 221).
Poi, Andreina ha completato il proprio percorso scolastico presso istituzioni private gestite da suore, nella città di Como. La famiglia di Gavazzi inoltre, leader nel settore della tessitura, ha dotato le proprie aziende di mensa, asilo per i figli dei dipendenti e giorni di assenza dal lavoro per le proprie lavoratrici che devono accudire i figli nei primi mesi di vita. Una famiglia illuminata va rispettata per quello che è e non per altre cose che non hanno nulla a che fare con l’amore. Anche Anna concorda con lui. Andreina si sposa nel 1904 nella chiesa di Desio, altra cittadina nel cuore della Brianza. Luigi Gavazzi, il giovane sposo di Andreina, muore nel 1917. Dal matrimonio nascono cinque figli, due dei quali sceglieranno, da grandi, la vita religiosa. Anna e Filippo fanno in tempo ad interessarsi anche di loro, accompagnandoli fin che possono, come se fossero dei genitori aggiunti. Altra tenera storia d’amore che si intreccia con quella dell’onorevole Turati e della passionaria Anna Kuliscioff. Grande Romanzo d’amore, quello di Turati e Kuliscioff. Altro che mattone, il libro di Pierfrancesco De Robertis, come può sostenere chi non l’ha letto, come mi è capitato di sentire in questi giorni da un occasionale interlocutore. Era rimasto allibito per le cinquecento quaranta pagine. Si leggono con vivo interesse. Non annoia nulla di quanto scritto.
Per Anna Kuliscioff, l’incontro con Filippo Turati è l’inizio di una nuova vita. Scrive alla propria amica: “Cara Beppina, sorella mia, ho proprio l’impressione che la mia esistenza inizi adesso, con questo incontro. E magari tra molti anni non mi sentirò ancora vecchia. Sarà come far partire a trent’anni l’orologio della vita”. Qualche giorno dopo questo scritto, Anna incontra ancora Filippo e scrive di nuovo all’amica: “Ripenso all’avvocato di cui ti avevo parlato. L’ho incontrato ancora. Dopo qualche ora insieme vedo ciò che sogno senza averlo sognato, e che senza saperlo forse vado cercando. L’armonia tra genialità e cuore è così rara, questo mi pare sia il suo dono. L’anima inasprita si riposa incontrando nature come la sua, e principia a riconciliarsi con quel genere umano che nella maggior parte degli individui è una brutta bestia. E poi, sai, con lui ho ripreso a ridere” (Ibidem, pag. 85).
Passano gli anni. Anna Kuliscioff, rifiutata dall’Università di Pavia, ritorna a Napoli e si laurea in Medicina, la prima donna, per altro straniera, laureata in una università del Meridione. Filippo rientra a Milano con Anna. Nel 1892, i due vanno ad abitare in Portici Galleria (Corso Vittorio Emanuele II N° 23), in un piccolo appartamento che si affaccia sulla piazza del duomo. Fondano una rivista, “Critica Sociale”, con sede nella propria abitazione. La loro casa è frequentata da Giuseppe Modigliani, Claudio Treves, Leonida Bissolati e da altri dirigenti socialisti. Anna Kulisciof fa pratica presso l’ospedale dei poveri. Avvicina e stringe amicizia con Alessandrina Ravizza, Laura Solera Mantegazza, Ersilia Bronzini Majno, Ada Negri, filantrope che dedicavano tempo e denaro per la causa dei poveri. Turati e Kuliscioff fondano il Partito Socialista nel 1892 e Filippo viene eletto deputato per la prima volta nel giugno del 1896 nel Collegio V di Milano. Verrà riconfermato per nove legislature, dal 1896 al 1924.
Anna Kuliscioff non si limita ad assistere i poveri nei bassifondi della grande città di Milano che si avviava a diventare alla fine del 1800 e gli inizi del 900 città industriale. Kuliscioff visita gli ammalati dei quartieri più poveri. Si spinge verso la Bassa Lodigiana per toccare con mano lo sfruttamento delle mondine. Vene a contatto con una umanità dignitosa ma disperata. Le giovani mondariso sono costrette ad un lavoro massacrante, mal pagate, senza nessuna tutela nel lavoro, nessuna assistenza. Conosce la storia di Gisella Biolcati e di altre ragazze impiegate nella coltivazione e raccolta del riso. Alcune di loro hanno partorito in mezzo al fango, alla melma, ai miasmi delle risaie e non c’era stato nessuno che avesse preso le loro difese. No, non poteva durare una tale servitù, ragionava tra sé la passionaria cosacca, che aveva nel sangue la ribellione contro tutti i soprusi del più forte ai danni dei più deboli. Nel proprio testamento Anna scrive che Gisella Biolcati e atre tre mondine l’accompagnino nel giorno del proprio funerale. Sarà proprio così il 29 dicembre 1925 in una gelida giornata milanese. Delinquenti fascisti cercano di intralciare finanche il corteo funebre, buttando a terra le corone di fiori. Tutto viene risolto con l’intervento della forza pubblica. Anche su un cadavere si scagliava la marmaglia fascista.
Anna Kuliscioff frequenta il Filologico di Milano, un circolo aperto solo ai maschi. Filippo tergiversa. I compagni di partito non avrebbero mai approvato la scelta di Anna. Poi dice a sé stesso: “In fondo Anna è una rivoluzionaria, è una cosacca, rifletteva, affronta ogni discussione come fosse una carica di cavalleria, con lo stesso impeto. Non si era innamorato di lei proprio per questo? Per quel furore così diverso dal suo torpore borghese? (Ibidem, pag. 132). Turati si convincerà. Anzi presenterà in parlamento una legge sul voto alle donne. Se lo Statuto Albertino riconosce l’uguaglianza, c’era bisogno di una legge che disciplinasse questo diritto. Anna è la sua musa. La legge non viene approvata ma è stata Anna Kuliscioff ad aprire la breccia.
Milano, nel 1898, diventa il palcoscenico delle proteste di piazza per il rincaro del pane. La repressione è brutale. Il generale Pelloux autorizza di sparare sulla folla ad alzo zero. Non l’aveva fatto il maresciallo Radeskj nel corso delle cinque giornate di Milano. Lo fa un generale italiano ai danni di un gruppo di poveracci che andavano a mendicare un piatto di minestra alla mensa del convento. Anna Kuliscioff viene arrestata in casa sua, presente la figlia Andreina, e tradotta in strada, caricata su una carrozza, viene portata davanti al tribunale, assieme a don Davide Albertario.
Anna Kuliscioff e don Davide Albertario, il direttore dell’Osservatore Cattolico, siedono uno accanto all’altro nel processo intentato contro di loro, accusati di sedizione e insurrezione contro lo Stato. La vena creativa di Pierfrancesco De Robertis imbastisce un dialogo tra i due imputati. Dire che è bello è poco, è molto di più: “Buongiorno padre, pure lei qui. Non è una bella occasione per conoscersi”. “Dottoressa, buongiorno. Si è molto favoleggiato di lei. Spero solo che in carcere l’abbiano trattata con riguardo e le abbiano portato rispetto”. “Padre, alla galera sono abituata, non mi fa più paura. Piuttosto sono preoccupata per l’onorevole Turati, che ha nervi più fragili dei mei”. Filippo Turati era stato rinchiuso in carcere. Andreina, la figlia di Anna Kuliscioff era andata a trovarlo. Aveva provato a rincuorarlo, ma non c’era stato verso. Filippo versava nella più cupa disperazione. Solo Anna aveva il potere di sollevarlo.
Continua il dialogo tra i due imputati: “Comunque, padre, volevo dirle che ammiro moltissimo il suo impegno per i poveri. Se tutti preti e i vescovi fossero come lei, il mondo sarebbe meno ingiusto”. “Dottoressa, non mi dica questo, fa crescere solo il mio dolore e strofina sulle mie ferite. La Chiesa è per i poveri o non è Ciesa. Almeno così dovrebbe essere”. “Vuol dire che Cristo era anche un po’ socialista?”. Anna prova a sorridere, se non altro per non dare agli altri la soddisfazione di vederla arrabbiata. “Ci ho pensato qualche volta anch’io. Cristo forse sì, ma di certi preti e dei vescovi non sarei certo” (Ibidem, pp.167- 168).
Al termine del processo, Anna verrà condannata per sedizione, senza che ci fosse la benché minima prova. Viene condannata solo perché aveva scritto degli articoli, aveva tenuto conferenze, era andata alle assemblee e alle riunioni. Tutte attività fatte alla luce del sole. Anna fa in tempo ad allungare la testa e ad avvicinarsi a padre Albertario: “Vede, padre, non hanno argomenti, e dunque mi attaccano sul piano personale. Perché si deve dire che ho avuto una relazione intima con Costa e adesso con Turati? E perché sono così ipocriti da chiamarlo amico? Che importanza ha? Di un uomo direbbero con chi è sposato, con chi vive, con chi ha figli? Eppure sono tutti bigami o trigami, questi genali, lo sanno pure i muri. Parlano di Dio, patria e famiglia ma sono circondati da concubine più o meno conosciute”. “Dottoressa, ha ragione. Solo prepotenza e falsità” (pag. 170).
Filippo Turati, condannato anche lui, viene rinchiuso nel carcere di Pallanza, sul lago Maggiore, dove viene raggiunto da Anna, che lo rincuora. Le sue parole sono sempre un balsamo per lui. Kuliscioff, ritorna a Milano, in Portici Galleria dove è la loro abitazione. Il carcere ha debilitato il suo uomo, ma c’è sempre lei al suo fianco. Turati esce dal carcere per un indulto. Sono due anime diverse ma unite per sempre. Assieme affrontano gli anni difficili della prima guerra mondiale, quelli del dopoguerra, quando si profila all’orizzonte tempi difficili. Ma prima di questi eventi, la coppia vive l’impegno politico e sociale. Anna conosce la storia di Regina Terruzzi, prima maestra, poi professoressa. Da una relazione con Gangitano era nato il figlio Paolo, non riconosciuto dal padre. Regina, con la solidarietà delle compagne, era riuscita a rendere pubblico il proprio problema. A scuola veniva evitata dai colleghi maschi. Chiedeva solo che il padre naturale si assumesse le proprie responsabilità. Gangitano non lo fa perché la legge è dalla sua parte. I due non sono sposati. Gli alimenti poi per il figlio non glieli dava perché Regina Terruzzi percepiva uno stipendio, quindi era in grado di mantenerlo: “Regina, la accusano di aver avuto un figlio fuori dal matrimonio, ma anche di essersi ribellata e di aver reclamato i suoi diritti. Non le perdonano di aver intaccato l’idea che il maschio possa fare sempre i propri comodi” (pag. 239).
Filippo Turati da deputato del Regno fa la spola tra Roma e Milano. I due comunicano attraverso lettere e telegrammi, quando Filippo è a Roma e lei è a Milano, dove non è mai sola. Il suo salotto è sempre frequentato da amici di partito e da altre donne, tra le quali Margherita Sarfati, una critica d’arte, che all’inizio, Anna accetta di averla in casa, col tempo, quando incomincia a capire chi è davvero Sarfati, la evita, facendole capire che la sua presenza a casa propria non è accettata, ma glielo dice con lo sguardo e con frasi che non offendono ma che sono buttate là per tenerla lontana. Margherita Sarfati diventerà con l’avvento di Mussolini al potere una delle tante amanti del duce.
Si arriva al fatidico 1921. Al Congresso di Livorno si consuma la spaccatura del Partito Socialista. Nasce il Partito Comunista Italiano con i suoi leaders: Antonio Gramsci, Amedeo Bordiga, Nicola Bombacci, Palmiro Togliatti: “Cari amici – esordisce Filippo Turati – quando avrete fatto il Partito comunista, ricordatelo: quando avrete impiantato i Soviet d’Italia, se vorrete fare qualcosa che sia rivoluzionaria davvero, voi sarete forzati a vostro dispetto a percorrere completamente la nostra via, quella dei social traditori e lo dovrete fare perché questo è il socialismo, l’unica cosa immortale”. Nessuno fiata. Alla fine applaudono tutti, a parte i comunisti, che si mettono a intonare l’Internazionale. I socialisti cantano l’Inno dei lavoratori. Filippo torna sulle tribune. Giuseppe Modigliani lo abbraccia stretto” (Ibidem, pag. 394). Come se non bastasse, si consuma anche un’altra divisione tra i Socialisti massimalisti di Giacinto Menotti Serrati e i Socialisti riformisti di Filippo Turati, Modigliani, Giacomo Matteotti e Claudio Treves. Tutti contro tutti, ma a tutti sfugge il pericolo fascista che si materializza di giorno in giorno, fino al 1922 con la Marcia su Roma.
Imperversano le violenze fasciste. Anna Kulisciof ha il terrore dei disordini che imperversano nella città di Milano. Sempre nel 1921 una bomba anarchica distrugge il teatro Diana di Milano, causando ventuno morti. Per vendetta, i fascisti devastano la sede dell’Avanti. Nel 1922, dopo la Marcia su Roma, Mussolini riceve l’incarico di formare il governo. Nel giugno del 1924 sicari fascisti, legati direttamente al governo, sequestrano e uccidono Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario.
Filippo Turati, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, non sa darsi pace. La voce si incrina, le mani gli tremano: “Me l’hanno ammazzato sotto gli occhi. Anna, sotto gli occhi. E io all’inizio non avevo eppure compreso che erano stati loro. Pensa come mi sono ridotto. Quando Giacomo ha fatto quel discorso alla Camera ero a due metri da lui e non ho capito che si stava scavando la fossa, e ho permesso che andasse in giro da solo invece di procurargli una scorta dei nostri. A differenza sua, che l’aveva intuito benissimo. Hanno scelto il migliore di noi, e per me è un’accusa. Non sono così ingenuo da non rendermene conto” (ibidem, pag. 496). Filippo Turati si sentiva il padre di tutti i socialisti riformisti. Aveva aperto lui la strada, fondando nel 1892 il Partito Socialista, Giacomo Matteotti era il più giovane.
Anna Kuliscioff cerca di consolarlo: “Ma tu sei diverso, Filippo, non hai lo spirito che aveva Giacomo, e non è una questione di età. Non l’hai mai avuto, neppure a trent’anni. Hai tante altre doti, l’intelligenza politica, la rettitudine morale, hai sempre scelto la via della mediazione. Giacomo era uno che andava subito all’attacco”. Non c’è niente che consoli Filippo: “Mi sento un vinto, so di aver fallito su tutta la linea. Sono un generale che arriva alla battaglia decisiva e subisce una sconfitta catastrofica, e così tutta la sua carriera finisce sotto accusa, anche quando magari aveva fatto bene. Finirò nel dimenticatoio, ed è ciò che merito. Avevo due figli, Giacomo e la Ninetta e uno me l’anno ammazzato. Amore mio, questa è la verità”. “Alla Camera hai fatto un discorso memorabile, e quando si ha ancora una mente e dei nervi così brillanti, quando si ha l’arte di far vibrare le anime delle persone, non ci si può considerare delle vecchie carcasse votate alla morte. Hai dimostrato di essere così forte che anch’io mi sono sentita di essere tornata a vivere, e bada che sono morta ben più di te” (pp.496- 497).
Anna Kuliscioff, consumata da una tubercolosi ossea che si trascina da anni, contratta nelle fredde carceri di mezza Europa e d’Italia, muore a Milano nello stesso anno della morte di Giacomo Matteotti. Il funerale, partecipatissimo da una folla immensa di cittadini di ogni ceto sociale, ma soprattutto dei più poveri, si celebra il 29 dicembre del 1925, Un vento gelido accompagna il corteo. La marmaglia fascista si abbatte sulle ghirlande di fiori che alcuni più facinorosi tentano di sbatterle in terra. Gisella Biolcati, con altre tre mondine che vengono da Molinella, segue il corteo funebre. L’avvocato è accanto a lei, sta camminando insieme alla figlia e ai nipoti della signora. Ne tiene uno per mano. Alza lo sguardo e trova la forza per aprire bocca. “Ma come è possibile che non ci lascino neppure seppellire i nostri morti. Perché non ci lasciano in pace almeno oggi?” (ibidem, pag. 521).
“Gisella non avrebbe mai creduto che così tanta gente insieme avrebbe potuto restare muta. Poi la bara viene presa in spalla e trasferita per essere cremata. Gisella la guarda andare via e ricorda quando quarant’anni prima Anna aveva lasciato la sala della casa del popolo del suo paesino sperduto del Lodigiano dove aveva tenuto la sua conferenza e le aveva invitate a non avere paura. “Rammentate sempre che i diritti sono di chi se li sa conquistare”, aveva detto a lei e alle sue compagne di risaia. Poi le aveva salutate a una a una con il suo solito sorriso, e loro erano rimaste in sala, sperando che prima o pi un mondo migliore ci sarebbe stato per tutti. In quel giorno freddo, silenzioso, mentre una bara stava bruciando in un forno crematorio dopo essere scampata all’oltraggio di una masnada di barbari fascisti, Gisella si incammina verso la stazione e non riesce a non pensare che è anche grazie alla dottoressa Anna Kuliscioff e a quelle come lei che il sol dell’avvenire era iniziato a sorgere davvero” (pag. 523). È la conclusione del romanzo, bello nelle tragedie che racconta ma anche per l’amore che pervade ogni pagina, dalla prima all’ultima. Un romanzo da leggere per tentare almeno di essere migliori.
Raimondo Giustozzi