Libri Albino Luciani, semplicità e umiltà Testi scelti e presentati da Davide Fiocco

2026-05-11 164309

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“Giovanni Paolo I non può essere ricordato solo per la brevità del pontificato. Prima dell’elezione ci sono 65 anni: la vita di un uomo di Dio che fin da bambino orientò la sua esistenza al servizio della Chiesa con eroico impegno. L’umiltà fu il suo programma di vita, il valore che sentiva specifico del cristianesimo, in cui si è discepoli di quel Maestro che dice: “Imparate da me che sono mite e umile”. Fu vescovo del Concilio e leale collaboratore di papa Paolo VI nell’applicazione dei documenti. Questo volume raccoglie alcuni testi significativi, che permettono di ricostruire il percorso biografico e il pensiero di papa Luciani” (Albino Luciani, semplicità e umiltà. Testi scelti e presentati da Davide Fiocco, quarta pagina di copertina, Edizioni Messaggero, Padova, 2019).

Percorso biografico

“Albino Luciani nasce il 17 ottobre 1912 a Canale d’Agordo, un piccolo paese a 976 metri sul livello del mare, che allora si chiamava Forno di Canale, a 45 chilometri da Belluno. Il borgo sorge all’incrocio di due valli alpine, contornate da massicci dolomitici. Paese di montagna e. all’inizio del secolo scorso, paese di emigrazione. Il papà, Giovanni Luciani, aveva conosciuto anche lui, fin da quando aveva 11 anni, la via dell’emigrazione in Germania. Nei cantieri di lavoro si era avvicinato ai sindacati e ai socialisti, gli unici che in quel tempo si occupavano della condizione operaia. Il partito socialdemocratico tedesco non aveva le connotazioni anticlericali ostentate in Italia” (Ibidem, pp. 6- 7, op. cit.).

Giovanni Luciani, nel 1902 si sposa in prime nozze con Rosa Fiocco. Dal matrimonio nascono due femmine, entrambe sorde e tre maschietti, che morirono solo dopo pochi mesi di vita. I tre bambini vennero chiamati tutti con il nome di Albino, per ricordare un amico morto sul lavoro. Scrive Davide Fiocco: “La sordità delle figlie e la moria dei maschi dipendeva probabilmente dalla consanguineità. Nel 1906 muore anche la madre Rosa Fiocco, lasciando il marito Giovanni Luciani, vedovo e con due figlie disabili. Giovanni emigra nei cantieri svizzeri per lavoro, ma si rende conto che le due bambine hanno bisogno di una nuova mamma che si occupi di loro. Rientra in Italia e trova lavoro in una vetreria di Murano. Si sposa in seconde nozze con Bortola Tancon, che lavorava a Venezia. I due si sposano il 2 dicembre 1911. Nella nuova famiglia c’è posto anche per le due bambine sorde, nate nel primo matrimonio. Trovano in Bortola la seconda mamma. Il 17 ottobre 1912 nasce Abino Luciani. Il neonato è gracile d’aspetto. Tanto che viene battezzato in articulo mortis dalla levatrice Maria Fiocco, sorella della prima moglie di Giovanni Luciani.

La famiglia attraversa tutti gli anni della prima guerra mondiale, affrontando con coraggio tutte le difficoltà del momento, finanche la fame, come ricorderà Albino Luciani, quando diventerà Papa Giovanni Paolo I: “La mia famiglia era povera. Io posso confermare che, durante l’anno dell’invasione, ho patito veramente la fame, e anche dopo; almeno sarò capace di capire i problemi di chi ha fame” (pag.). Passata la guerra, il 26 settembre 1919, Albino Luciani riceve la cresima dal vescovo di Belluno e la prima comunione dal parroco don Filippo Carli, che lo accompagna nella sua crescita religiosa. Alla richiesta, fatta al papà Giovanni che era all’estero per lavoro, se poteva entrare in seminario, il padre gli dà il consenso, dicendogli anche: “Spero che quando sarai prete starai dalla parte dei poveri, perché Cristo era dalla loro parte” (pag. 8).

Il 17 ottobre 1923 Albino Luciani comincia il percorso ginnasiale nel seminario di Feltre. Cinque anni dopo passa agli studi liceali, filosofici e teologici nel seminario di Belluno. Il giovane Abino dimostra notevoli capacità e un ottimo profitto negli studi. Il 7 luglio 1935 viene ordinato prete nella chiesa di San Pietro a Belluno e inizia il suo primo ministero come cooperatore di Canale d’Agordo, per diventare poi, a dicembre, cappellano ad Agordo. Nell’autunno del 1937, appena venticinquenne, don Albino Luciani viene richiamato a Belluno per l’incarico di vicerettore del locale seminario, chiamato “Gregoriano”, in onore del primo papa bellunese, Gregorio XVI. In seminario si impegna nell’insegnamento di teologia dogmatica, di patristica, di liturgia, di diritto canonico, di arte sacra, catechetica e pastorale. Dispensato eccezionalmente dall’obbligo di frequenza, si iscrive all’Università Gregoriana di Roma. Il 16 ottobre 1942 ottiene la licenza in teologia e nel febbraio 1947 consegue il dottorato in teologia. Torna da Roma, stremato e affetto da polmonite, con sospetto di tubercolosi. Ricoverato in sanatorio, alla fine dell’estate dello stesso anno, si ristabilisce completamente.

Cessati gli incarichi di insegnante, nel novembre del 1947, il vescovo Girolamo Bortignon lo nomina pro – cancelliere vescovile, perché curasse come segretario il sinodo interdiocesano di Belluno – Feltre. Nel febbraio 1948 sempre lo stesso vescovo lo nomina pro vicario generale e direttore dell’Ufficio catechistico. Il lavoro confluisce nella pubblicazione del volume Catechetica in briciole, sussidio per la formazione dei catechisti, stampato nel 1949. Contemporaneamente collabora con il settimanale diocesano. Pubblica articoli, avvia il cineforum, imparato dall’amato parroco don Filippo Carli. Gioacchino Muccin, il successore di Bortignon, conferma mons. Luciani in tutti gli incarichi e l’8 febbraio 1954 lo nomina vicario generale della diocesi bellunese. Il 27 dicembre 1958 riceve dalle mani del papa la consacrazione a vescovo di Vittorio Veneto. Il suo ingresso in diocesi avviene l’11 gennaio 1959. Il motto episcopale di Albino Luciani è Humilitas, umiltà assieme alle tre stelle: fede, speranza e carità.

Il periodo di Vittorio Veneto (1959 – 1969) è un periodo fecondo nella vita di Albino Luciani: visite pastorali nelle parrocchie, sensibilità verso i problemi sociali del territorio veneto, che viveva il passaggio epocale dal mondo rurale antico e quello industriale moderno, formazione dei sacerdoti nei seminari. Affrontò anche con fermezza ma anche con serenità un episodio che aveva gettato nella costernazione alcuni fedeli. Era successo che due sacerdoti della diocesi, finiti nei maneggi di un faccendiere, avevano girato allo stesso prestiti dei fedeli e risorse della diocesi. Il vescovo Albino Luciani decise di risarcire i fedeli truffati, accollando alla diocesi l’onere dei debiti contratti.

Nel corso del suo episcopato a Vittorio Veneto, Luciani partecipa a tutte le quattro sessioni del concilio Vaticano II (1962- 1965), riportando in dicesi le indicazioni conciliari, impegnandosi anche nella redazione di documenti collegiali, tra i quali quello sulla contraccezione, richiesto all’assemblea da papa Paolo VI. Il lavoro collegiale confluì poi nella enciclica del papa “Humanae Vitae”. Tra il 1967 e il 1969 risolse da vescovo lo scisma di Montaner, il paese nel quale, alla morte del parroco, i fedeli della parrocchia pretendevano di nominare al suo posto il cappellano. La nomina del nuovo parroco spettava solo al vescovo. La maggioranza del paese gli si oppose, ma alla fine decise di ritornare nell’ortodossia. Ma per Albino arrivava un altro importante incarico. Il 15 dicembre 1969, Paolo VI lo nomina patriarca di Venezia. L’ingresso nella nuova diocesi avviene domenica 8 febbraio 1970. Il 5 marzo 1973 Albino Luciani diventa cardinale.

In qualità di presidente della Conferenza Episcopale Triveneta, mons. Albin Luciani faceva parte di diritto del Consiglio permanente della CEI, di cui nel giugno 1972 fu eletto vice presidente. Ricopre l’incarico fino al giugno 1975, quando chiese di non essere confermato per dedicarsi con più impegno nella sua diocesi. Viene ancora eletto tra i rappresentanti dell’episcopato italiano per il quarto sinodo del 1977, dedicato ai problemi della catechesi, un settore coltivato da sempre dal patriarca di Venezia, fin dai primi anni di sacerdozio. “Anche a Venezia resta fedele all’impostazione di lavoro e allo stile pastorale di sempre. Il suo stile di vita sobrio a beneficio dei poveri e l’attenzione agli ammalati, uniti al temperamento aperto al dialogo con la gente comune. Non fece mancare il suo appoggio agli operai di Marghera, coinvolti in agitazioni sindacali. Nei suoi viaggi all’estero incontra la comunità di emigrati italiani in Svizzera, Germania, Brasile. Pubblica articoli su temi ecclesiali e di attualità sulle colonne de “Il Gazzettino”, “L’Osservatore Romano”, nel 1976 dà alle stampe un’opera letteraria, Illustrissimi, silloge di epistole indirizzate ai grandi personaggi del passato (pag. 14). Durante gli anni della contestazione e delle derive post conciliari, Teologia della Liberazione, interviene fermamente per correggere errori dottrinali di teologi e prese di posizioni in modo chiaro su vari aspetti della vita diocesana (pp. 14-15).

Alla morte di Paolo VI, avvenuta la sera del 6 agosto 1978, il cardinale Luciani lascia Venezia. Il 25 agosto entra in Conclave e al quarto scrutinio viene eletto papa. Prende il doppio nome di Giovanni Paolo I, un atto di affetto verso i due pontefici che l’hanno preceduto: Giovanni XXIII e Paolo VI. Il 27 agosto dello stesso anno rivolge il suo primo radiomessaggio Urbi et Orbi, nel quale dichiara le linee programmatiche del suo pontificato: dare seguito all’eredità del Concilio, conservare integra la disciplina della chiesa nella vita dei preti e dei fedeli, indicare la priorità dell’evangelizzazione nella missione ecclesiale, mantenere vivo l’impegno ecumenico, continuare il dialogo con il mondo avviato da Paolo VI, incoraggiare le iniziative per la pace nel mondo (pag. 16). Nella tarda sera del 28 settembre 1978, dopo appena 34 giorni di pontificato, Giovanni Paolo I muore improvvisamente.

Subito dopo la sua morte si avviò una raccolta di firme, provenienti dai paesi più diversi del mondo, per iniziare il processo di canonizzazione. Il 9 luglio 1990 l’intera Conferenza episcopale del Brasile presentava a Giovanni Paolo II la petizione per l’introduzione della Causa. Non se ne fece nulla. Nel 2003, il vescovo di Belluno – Feltre, mons.  Vincenzo Savio, avvia l’inchiesta diocesana e ottiene il consenso perché il processo potesse svolgersi nella sua diocesi e non presso il Vicariato di Roma. L’inchiesta si è chiudeva nel 2006, ad essa ne seguiva un’altra per integrare la precedente ricerca archivistica. In questo modo si avviava la redazione della Positio, cioè del dossier che ordina tutto il materiale acquisito nel processo canonico. Vengono acquisite agli atti anche le deposizioni extraprocessuali di ventuno testimoni, soprattutto in riferimento al periodo del pontificato e della morte.

Notevole rilievo storico assumeva la testimonianza di Benedetto XVI, papa emerito, rilasciata il 26 giugno 2015. Il 17 ottobre 2016 la Positio veniva depositata al protocollo della Congregazione per le Cause dei Santi. Il primo giugno 2017 i teologi della Congregazione esprimevano voto positivo e unanime, ribadito il 7 novembre dello stesso anno dall’assemblea dei cardinali e vescovi. Papa Francesco autorizzava, l’indomani, la pubblicazione del decreto riguardante le virtù eroiche di papa Luciani, che diventava così Venerabile. Nel 2018, Falasca S, Fiocco Davide, Velati M. pubblicavano per i Tipi Edizioni di Belluno, Albino Luciani – Giovanni Paolo I, biografia “ex documentis”. Dagli atti del processo canonico (ibidem, pp. 18- 19).

Il pensiero di Albino Luciani attraverso i suoi scritti

In questa seconda parte del saggio, Davide Fiocco, riporta, cura e commenta, dodici scritti del Venerabile Albino Luciani: Humilitas, il programma di vita, io partecipo alla Messa così, Misura e carità, la libertà religiosa del Concilio, lo studioso leale, ritorno di fiamma del tradizionalismo, un pane per amor di Dio, anni di piombo, l’omicidio di Moro, in comunione con papa Paolo VI, Dio è padre e madre. Umiltà e semplicità costituiscono il programma di vita del vescovo Albino Luciani. Lo dichiarava apertamente in una riflessione dettata nel giugno del 1960 ai suoi preti, dove commentava il salmo 130: “Signore, non si insuperbisce il mio cuore” e “non si levano con superbia i miei occhi”, “Come bimbo in braccio a sua madre, / come un bimbo è l’anima mia” (Salmo 130). Il sermo humilis di ispirazione agostiniana era una delle sue più forti convinzioni. Ammoniva i sacerdoti e li invitava a mettere da parte ogni superbia: “Noi sacerdoti siamo esposti alla superbia; ci vengono dati molti segni di ossequio; ci chiamano reverendo, reverendissimo, monsignore; la nostra bontà viene facilmente esagerata; una predica appena passabile ci viene lodata come capolavoro di eloquenza” (pag. 24).

Nello stesso testo richiamava l’invito del Vangelo: “Chi si umilia sarà esaltato” (Lc 18,14), “Ha esaltato gli umili” (Lc 1,52), “Gli ultimi saranno i primi” (Mt. 19,30). “Noi siamo sacerdoti; ci è stato dato un potere, ma ci sono direttive precise a regolare l’esercizio del potere: “Dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14), “Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo” (Mt 23,11). L’umiltà si coniuga alla semplicità. Il semplice non è lo sprovveduto. Come ultima esortazione invitava i suoi preti a non cercare cose grandi, superiori alle proprie forze, ma fare dell’ordinario qualcosa di straordinario e sperare sempre come recita il Salmo: “Spera, Israele, nel Signore, ora e sempre”.

Nell’articolo “Io partecipo alla messa”, pubblicato sul settimanale diocesano bellunese, nell’aprile del 1956, si “assaporano i temi del Movimento liturgico, che Luciani certamente attingeva dalle sue vaste letture”. Invitava a partecipare alla Messa, spiegandone i diversi momenti: la proclamazione della parola, dove ci si sente scolari, quasi in una vera e propria scuola di religione, dall’Offertorio al Pater Noster, in cui ognuno si sente scelto “quasi mezzo sacerdote che rende culto a Dio”, l’ultima parte è quella della mensa eucaristica, trovarsi “attorno alla tavola di famiglia”. Certo, oggi tutto questo è scontato, ma ciò che scriveva va collocato nel contesto storico del tempo, quando la Messa era ancora detta in Latino.

Nell’articolo “Misura e carità” ripensa al raggiro subito dai due sacerdoti diocesani ad opera del faccendiere che li aveva imbrogliati, causando un danno economico. I prestiti dei fedeli vennero ripianati dalla diocesi. Il testo è del 9 agosto 1962. Il vescovo si pronuncia sui fatti, evidenziando la spietatezza con cui i due preti e i fedeli erano stati trattati dalla stampa e dal cicaleccio di provincia. Richiama perciò tutti a quel senso di misura e di carità cristiana, che dovrebbe moderare il linguaggio mediatico (pag. 38). L’esperienza del Concilio chiamò il “dottor” Luciani a rivedere la teologia che aveva sempre appreso. Il testo, la libertà religiosa al Concilio, è lungo. Al gustoso quadretto iniziale segue una corposa sezione dottrinale. Il libro ne riporta alcuni passi, suddivisi in paragrafi con titoli redazionali (pp.41- 52).

Lo studioso leale” è un contributo del vescovo Albino Luciani sulla regolazione della natalità, tema affrontato da Paolo VI nell’enciclica Humanae vitae. Luciani aderì lealmente al magistero del papa. Altri ambienti ecclesiali invece al religiosum obsequium (religioso ossequio) preferirono l’obsequiosum silentium (l’ossequioso silenzio) oppure l’aperta contestazione. Non così Albino Luciani che pubblicò, il 13 aprile 1968, il proprio testo a commento dell’enciclica. Nell’articolo Ritorno di fiamma del tradizionalismo, dato alla stampa nel giugno del 1967, Luciani rispondeva ad un seguace di mons. Lefebvre che contestava le deliberazioni del concilio Vaticano II e in modo particolare la riforma liturgica, che aveva tolto il latino. Nell’articolo Un pane per amor di Dio, pubblicato nel febbraio del 1976 sul settimanale diocesano di Venezia, lanciava un appello, promovendo una colletta domenicale per i terremotati del Guatemala. “Sobrietà della vita e attenzione ai poveri sono due aspetti del cardinale Luciani a cui la Causa di canonizzazione ha dato la giusta rilevanza” (pp. 60- 65).

Anni di piombo” è una lunga riflessione sugli anni più bui che imperversarono in Italia per tutti gli anni settanta ed oltre del secolo scorso. Il 23 febbraio 1978 una bomba uccideva il giornalista Franco Battagliarin. “Il patriarca Albino Luciani intervenne con parole che riassumevano lo sconcerto di tutto il Veneto. Pochi giorni dopo pubblicò su “Il Messaggero di sant’Antonio” una riflessione più distesa, in cui evidenziava come quegli attentati abbiano un preludio nelle parole acide, come spesso la società non si accorga che con e parole viene seminato lentamente un vento, che diventa inesorabilmente tempesta” (pag. 65). “L’omicidio di Moro”. Il testo, pubblicato da Albino Luciani sulle pagine de “Il Gazzettino”, raccoglie la pietà dell’uomo di Dio di fronte alla via crucis del grande statista e l’orrore del cittadino per la deriva terroristica, con una provocazione valida anche per l’oggi: “Se un popolo buono lo si gonfia per anni di odio”, si arriva allo spargimento di sangue (pag.72). Leone XIV, quando invita tutti a disarmare le parole, è sulla stessa lunghezza d’onde.

Nel prosieguo dell’articolo il patriarca di Venezia invitava tutti ad uscire dalla pusillanimità, che non si dichiara per nessun ideale, che non si interessa dei valori supremi. “Gli intellettuali, i giornalisti ricordino che ogni loro pensiero, ogni parola è un seme dal quale può nascere un frutto buono o malvagio: quanto viene detto, scritto, recitato, trasmesso non cade in terra di nessuno, ma opera su uomini vivi, permea situazioni di esistenza e decisioni di vita” (pag. 78).

In comunione con Paolo VI” è un pronunciamento fatto da Giovanni Paolo I all’indomani della sua elezione a successore di Paolo VI, che lo aveva voluto patriarca di Venezia e lo aveva fatto cardinale. L’affetto e la lealtà nei confronti di papa Montini sono una delle caratteristiche più brillanti della testimonianza di Luciani” (pag. 79). Paolo VI è stato per papa Luciani: Maestro della fede, fedele al Concilio Vaticano II, papa del dialogo. Dopo la morte di Paolo VI avvenuta il 6 agosto 1978, Albino Luciani pubblicava ne “Il Gazzettino” l’articolo “Il suffragio per Paolo VI”. La morte di Paolo VI non era solo la fine di un pontificato ma anche di una parabola storica nella quale anche Luciani si era identificato nel travaglio del post- concilio.

Per Albino Luciani, Paolo VI non era “Paolo mesto”, come era stato scritto da qualcuno, in modo del tutto irriverente, perché non aveva affatto pesato le parole. Scriveva il futuro papa del suo predecessore: “E’ il papa che ho incontrato nelle udienze private: non mesto e pessimista, ma ottimista, sorridente e perfino lievemente scherzoso. Per me, un grande Papa, cui però è toccato di svolgere l’alta missione in tempi difficili” (pag. 85).

Davide Fiocco compaesano di papa Luciani e prete diocesano, ha conseguito il dottorato in teologia con una tesi sull’epistolario agostiniano ed è docente di patrologia a Treviso e a Bolzano. Ha ricordato spesso che, all’età di nove anni, era a Roma con la propria famiglia per festeggiare il Patriarca di Venezia, appena eletto pontefice il 26 agosto 1978. Dal 2012 collabora alla causa di canonizzazione di papa Luciani, è uno degli autori – curatori della Positio ed è membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I. Nella sua diocesi dirige l’Ufficio per la pastorale delle comunicazioni e della cultura.

La recensione al libro di Andrea Tornielli, il papa dell’umiltà, profilo “francescano” di Albino Luciani, riportata nel link, è un altro piccolo contributo per conoscere la biografia, la personalità, il pensiero di papa Giovanni Paolo I.

Libri |Andrea Tornielli, Il papa dell’umiltà, profilo “francescano” di Albino Luciani | LO SPECCHIO Magazine

Raimondo Giustozzi

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