Filippo Turati e Romolo Murri. “Critica Sociale” e “Cultura Sociale”

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di Raimondo Giustozzi

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Critica Sociale” viene ufficialmente fondata a Milano il 15 gennaio 1891 da Filippo Turati. Il periodico è la continuazione della rivista mensile “Cuore e critica”, sorta a Savona nel 1887 per opera del repubblicano Arcangelo Ghisleri, rivolta all’educazione civile e agli studi sociali, nonché espressione di un’avanguardia intellettuale impegnata nella costruzione di una coscienza repubblicana e progressista. Dall’ottobre 1888, Filippo Turati ne è il redattore, collaboratori sono: Giovanni Bovio, Leonida Bissolati, Andrea Costa, Napoleone Colajanni, Mario Rapisardi, Gabriele Rosa, Camillo Prampolini, Anna Kuliscioff, Antonio Labriola. Nel 1888 la redazione della rivista trasloca a Bergamo, con il trasferimento del Ghisleri al Liceo Sarpi della città orobica. Nel 1890 Ghisleri lascia prima la redazione e poi la direzione a Turati, che cambia il nome della testata in Critica sociale, trasformandola in una rivista di chiara ispirazione socialista (Fonte Internet). La sede è nell’abitazione privata di Turati – Kuliscioff, a Milano, Portici Galleria.

L’impegno di Romolo Murri verso il sociale e la fondazione di una rivista che fosse per i cattolici italiani quello che la “Nue Zeit” e “La Critica Sociale” erano per il Partito Socialista in Germania ed in Italia, si materializzava nella fondazione di una rivista di studio e di propaganda. Annunziata poche settimane dopo il XV Congresso dell’Opera dei Congressi, tenuto a Milano nell’agosto- settembre del 1997, la nuova rivista “Cultura Sociale” iniziava ad uscire regolarmente a Fermo (Fm) il primo gennaio del 1898 presso la tipografia Artigianelli. Collaboratori del periodico furono: don Luigi Sturzo, Giuseppe Toniolo, Franco Ivrea, Ernesto Vercesi, Gianmaria Serralunga Langhi, Igino Petrone, Giuseppe Salvadori, Filippo Ermini, Francesco Crispolti, Ignazio Torregrossa, Giovanni Semeria. Romolo Murri ne era il direttore

Elezioni politiche del 1904

Il 15 settembre 1904 inizia in Italia il primo grande sciopero generale, indetto dalla corrente rivoluzionaria del Partito Socialista, per protestare contro gli eccidi commessi dalla forza pubblica a Buggerru, Castelluzzo e Sesti Ponente. “Per cinque giorni lo sciopero paralizzò ogni attività in alcune regioni settentrionali, destando grande allarme nella borghesia. Giovanni Giolitti pensò allora di approfittare di questo stato d’animo della borghesia per avere una Camera più conservatrice di quella allora in carica, eletta nel 1900. L’operazione gli avrebbe consentito di tenere meglio a bada i socialisti e decide di indire nuove elezioni generali, che vengono fissati per il 6 novembre 1904” (Giorgio Candeloro, Il movimento cattolico in Italia, pag.  311, Roma 1974).

Indubbiamente, lo sciopero generale del settembre 1904, a differenza del moto sociale del 1898, chiaramente provocato dal disagio economico, manifestatosi in forme scomposte e caotiche, aveva un chiaro significato politico, dato dal progressivo affermarsi in campo socialista della corrente estrema. Quest’ultima aveva la sua base in molte importanti Camere del Lavoro, che si ispiravano all’insegnamento di Georges Sorel (Pietro Scoppola, Coscienza religiosa e democrazia nell’Italia contemporanea, pag. 76, Bologna, 1966). Questo solo bastava a giustificare la paura e il panico della borghesia e dei liberali al potere, che, spento ormai per sempre il sacro fuoco anticlericale, tornano a chiedere insistentemente al Papa l’abolizione del non expedit e il concorso dei cattolici nelle prossime elezioni a sostegno del loro ordine traballante.

La stampa cattolica, di fronte allo sciopero generale che veniva a turbare gravemente la vita del paese, non resta indifferente e anche se in alcune sue frange può far pensare ad un ritorno di critica frontale verso lo Sato liberale in nome di principi ideali, si mostra particolarmente attenta e preoccupata per le sorti dello Stato stesso, minacciato dal sovversivismo socialista. “L’Osservatore Cattolico”, il giornale di Filippo Meda, che più di ogni altro si era allontanato dall’antico sovversivismo di un tempo, assumeva apertamente un tolo filo governativo. La” Cultura Sociale” da parte sua notava come la protesta contro la “troppa facilità con la quale il sangue proletario è versato” era “doverosa e convenientissima”, non doveva tuttavia manifestarsi “con uno sciopero generale che rappresenta solo una ginnastica del partito socialista, recando il danno maggiore proprio alle classi proletarie: Il comportamento di Giolitti, che aveva lasciato sbollire l’agitazione da sé stessa, appariva illuminato, anche se veniva a discreditare il buon nome della democrazia. La rivista poi non mancava di addossare parte della responsabilità al clero e ai cattolici intransigenti, i quali, intralciando in ogni modo il cammino della democrazia cristiana, l’unica che poteva opporsi al socialismo nella guida del proletariato italiano, per le sue giuste rivendicazioni, avevano contribuito a far sì che “i socialisti si impossessassero di fatto dell’organizzazione proletaria” (Cultura Sociale”, 1° ottobre 1904).

In campo cattolico, le divergenze di valutazione sullo sciopero generale già ricordato, erano molto più profonde di fronte al problema della partecipazione dei cattolici alle elezioni politiche indette da Giolitti. Romolo Murri, sempre coerente con la politica dell’astensione, scriveva che un’eventuale partecipazione dei cattolici alla vita politica e pubblica era legata in modo indissolubile al problema della loro organizzazione civile, senza la quale tale partecipazione sarebbe stata uno sperpero di energie vive ed un precedente dannoso per l’avvenire del cattolicesimo italiano (Romolo Murri, I cattolici e le prossime elezioni politiche, in “Cultura Sociale”, 16 giugno 1904, e L’astensione e un partito delle stampelle, in “Cultura Sociale”, 1° novembre 1904).

Ma, Pio X eliminava ogni tergiversazione in proposito e attuando la politica dei deputati cattolici, aboliva di fatto, se non di principio il non expedit, infrangendo l’astensione. Il Papa, ostilissimo al socialismo, che nei gruppi dell’estrema stava ottenendo successi, credette di poter tutelare la tradizione e l’ordine morale attraverso uno strumento politico, quale era l’accordo al vertice tra cattolici e liberali. In tal modo aggravava l’equivoco politico – religioso. Infatti, Pio X nel momento in cui sottolineava i fini essenzialmente religiosi dell’azione cattolica in Italia, in nome di questi stessi fini dava la tacita approvazione per una combinazione elettorale che di fatto permetteva a molti di strumentalizzare la religione ad interessi egoistici di classe. Tommaso Tittoni, ministro degli esteri, noto per le sue posizioni clericaleggianti, sollecitò il conte Gianforte Suardi, deputato moderato, per la partecipazione dei cattolici alle elezioni, in difesa dell’ordine e per sbarrare il campo ai socialisti. Il Papa Pio X acconsentì che i cattolici si recassero al voto (Giorgio Candeloro, Il movimento cattolico in Italia, pag. 314, Roma, 1974).

Di fronte al fatto compiuto, quando a tutti appare noto l’appoggio dato dai cattolici ai moderati nelle elezioni politiche, la “Cultura Sociale” denuncia e deplora in un vivacissimo articolo il mercato che si era fatto del cattolicesimo per la causa dell’ordine; nel calcolo del gruppo clerico moderato il non expedit fu voluto appunto per mettere il governo italiano e le classi elevate in condizioni di venire a patti con la Chiesa. I giovani democratici cristiani erano stati ingenui nel sostenere che la Chiesa e la Santa Sede dovessero scendere in lotta contro lo Stato, respingere l’invito insidioso delle classi conservatrici spaventate dalla democrazia, e penetrare invece questa e ricordarle che i suoi principi erano i principi stessi del Cristianesimo e farsela alleata nelle lotte per la cultura e per la civiltà. I giovani erano stati ingenui a battersi per un rinnovamento sociale e cristiano contro il socialismo, perché invece si voleva che questo progredisse sinché sotto l’urto del nemico comune i due poteri non si sentissero presi dallo stesso spavento e non tornassero amici (Romolo Murri, Sulle elezioni politiche, in “Cultura Sociale”, 16 novembre 1904).

Questo era stato il calcolo dei “mercanti del cattolicesimo”, ma si chiedeva la rivista: “Un pericolo serio minacciava realmente il paese? Eravamo alla vigilia di una rivoluzione o sicuramente incamminati verso di essa? Neanche per sogno. Lo sciopero generale si rivolse in una nuova debolezza dei partiti rivoluzionari. I cattolici si erano impegnati in una politica d’ordine che poteva domani essere una politica anti democratica e reazionaria ed avranno per giunta il disprezzo di coloro ai quali avevano dato un appoggio non richiesto. Romolo Murri si associava alla protesta per il modo come i cattolici avevano partecipato alle elezioni. In una lettera del 1904, indirizzata a Filippo Meda, il quale pur rivendicando ai cattolici una fisionomia, un atteggiamento e una finalità propria, si era compiaciuto del risultato delle elezioni, lo accusava di essersi fatto dominare da “l’impazienza di una tenace vocazione al Parlamento e dalla premura di interessi politici professionali, passando sopra a sei anni di agitazione democratica cristiana per tornare al vecchio programma d’un cattolicesimo civile fiacco e conciliante (Romolo Murri, Arcadi e paraninfi, in “Cultura Sociale”, 1° dicembre 1904).

L’11 dicembre, in un discorso tenuto a Bologna, il sacerdote marchigiano distingueva due vie per la partecipazione dei cattolici alle urne: “l’una seguita dai democratici cristiani i quali volevano che i cattolici si distinguessero, si raccogliessero, operassero in pace la loro conversione dal passato all’avvenire, prendendo posto nelle lotte politiche secondo le esigenze vive della religione del nostro popolo, l’altra, già percorsa, era quella di esagerare e portare all’assurdo la vecchia tendenza, spingendo  cattolici a votare impulsivamente per i candidati dell’ordine”. Contro la tendenza invalsa nelle passate elezioni, di risolvere l’astensione dei cattolici in favore di un partito conservatore – moderato, Murri aggiungeva: “La nostra protesta rimanga contro coloro vollero arruolare i nostri di sorpresa nelle file conservatrici e un po’ anche contro chi poté tollerare simili cose” (Romolo Murri, Per l’avvenire del nostro partito, in “L’Avvenire d’Italia”, 12 dicembre 1904).

Continuava Murri nello stesso articolo: “Non è per partito preso che i giovani democratici cristiani si erano opposti a quanti volevano fare del movimento cattolico un partito conservatore, ma è per ragioni di Cristianesimo e di civiltà che noi desideriamo dividerci nettamente da tutto ciò che è o può divenire o solo apparire al pubblico, tenacia nel voler conservare un passato i cui ricordi ancora vivi ci nuocciono; perché cioè il nostro posto ci sia designato da viete concezioni, di tradizionalismo legittimista nei campi della cultura e della vita, ma dalle esigenze vive del Cristianesimo nella società d’oggi, vale a dire sulle anime che oggi in Italia vivono e pensano o si muovono” (ibidem).

“Pregiudiziale per la vita del futuro partito era distinguere la religione, in quanto è esercizio di attività religiosa in una società religiosa, dalla politica, e cessare così di essere clericali”. Il partito inoltre, affermava ancora Murri, doveva essere aperto ai problemi della classe operaia e riformista; bisognava solo avere il coraggio di realizzarlo, proseguendo sul programma democratico cristiano. Ma l’attuazione di un programma democratico cristiano, sganciato dall’autorità ecclesiastica, non era cosa gradita al Vaticano. Pio X in una lettera (1° marzo 1905) al cardinale Svampa condannava e disapprovava ogni tentativo autonomista che i giovani rivendicavano in campo politico. Era la fine della prima democrazia cristiana, quella storica. Quella politica verrà molto più tardi, dopo la seconda guerra mondiale. Prenderà i lasciti della prima democrazia e del Partito Popolare Italiano.

Il papa Sarto, nella nuova enciclica “Il fermo proposito” (11 giugno 1905) ribadiva le direttive già date da Leone XIII e da lui stesso sugli scopi dell’azione cattolica. Veniva riconfermata la validità del non expedit dal quale però si sarebbe stati dispensati nei casi in cui si dovevano anteporre il bene delle anime e gli interessi della Chiesa. La “Cultura Sociale” intanto chiedeva un atto di fiducia per “Quelli che un altro Papa chiamava già i giovani generosi della democrazia cristiana. L’atto di fiducia non veniva e Romolo Murri, poco tempo topo, parlando delle prossime elezioni, si augurava che intervenissero dei fatti nuovi, poiché se si fossero ripetuti gli episodi dell’anno precedente, i democratici cristiani, non solo si sarebbero schierati contro ogni alleanza con i moderati, ma avrebbero anche potuto tentare un “tacito accordo con i partiti popolari e con i socialisti”. Così, Romolo Murri, nell’ottobre del 1905, indirizzava una lettera a Filippo Turati, invitandolo ad un possibile accordo.

Lettera a Filippo Turati: un accordo mancato

Lo scambio epistolare nell’ottobre 1905 tra Murri e il leader del Partito Socialista Italiano toglieva la maschera al possibilismo di Romolo Muri. L’intenzione del sacerdote marchigiano era quella di collocare la giovane democrazia cristiana alla sinistra dello schieramento politico italiano. Murri notava, nella sua lettera a Turati, che un accordo dei giovani democratici cristiani con i socialisti sul terreno pratico dell’organizzazione proletaria e sui problemi del lavoro, era vietato dall’urto di due opposti clericalismi ugualmente violenti, aggressivi e pericolosi (Romolo Murri, Partiti e accordi, in “Cultura Sociale”, 16 ottobre 1905).

Filippo Turati nella sua lettera di risposta contestava questa posizione e, dopo aver reso omaggio alla “parola franca e cortese” del pioniere della democrazia cristiana del quale riconosceva “l’ardente e intelligente combattività posta a servizio di una causa che egli credeva buona”, cercava di dissociare il suo metodo di lotta politica da quello dell’Avanti (Filippo Turati, La risposta dell’onorevole Turati, in “Cultura Sociale”, 16 novembre 1905). Ma il dissidio verbale, che Turati manifestava verso i dirigenti dell’organo del Partito Socialista, non si accompagnava ad una comprensione ed uno stile diversi nei confronti del sacerdote marchigiano.

Murri sottolineava che, causa dell’incomprensione e del vivace contrasto tra i socialisti ed i cattolici era “un difetto che riguardava il costume politico del tempo, la scarsa maturità politica, lo scarso dominio delle passioni, la poca attitudine all’azione meditata e sincera” (Romolo Murri, Partiti e accordi, in “Cultura Sociale”, 16 ottobre 1905). Il sacerdote fermano vedeva discendere l’anticlericalismo socialista nelle sue manifestazioni più intolleranti da uno stato psicologico e non da posizioni di idee, consigliava e auspicava che si potesse arrivare ad un dibattito franco, aperto e civile, soffocando le passioni e le intemperanze verbali. Proponeva insomma di correggere il costume politico, non per arrivare ad un assurdo abbraccio tout court, ma semplicemente per permettere di “lavorare ciascuno per il proprio ideale”. Turati rispondeva con lo stesso linguaggio dell’Avanti. Parlava infatti di “chiostri infeudati”, di “cristianissime legnate”, di contrasto fra “tonaca e berretto frigio”, fra “marsigliese e oremus”.

Contro le diffidenze dei socialisti verso la democrazia cristiana, Murri si preoccupava di rivendicare ripetutamente il carattere democratico del proprio movimento. Queste diffidenze e incomprensioni, sottolineava, non erano solo un affronto per la democrazia cristiana, ma qualora le diffidenze si fossero radicalizzate, un tale stato di cose avrebbe gettato la stessa nelle mani dei partiti moderati e conservatori e ciò avrebbe significato per il socialismo la perdita di forze fresche e giovani che erano accanto ad esso nella rivendicazione di una maggiore democrazia popolare (Romolo Murri, Partiti e accordi, in “Cultura Sociale”, 16 ottobre 1905).

Filippo Turati non dimostrava affatto di temere l’eventuale danno che si sarebbe corso qualora si fosse giunti ad un accordo tra i due grandi partiti di massa: il socialista e il cattolico, ma vedeva nei democratici cristiani solo “aspirazioni sentimentali”. Accusava i giovani democratici cristiani di essere “fornitori di crumiri” in occasione di scioperi, essi, affermava il leader socialista rivendicano il riposo festivo solo per permettere il “lavoro domenicale del clero, che è un’industria particolare dei sacerdoti”. Romolo Murri sottolineava ancora che la tattica socialista del rifiuto di un dialogo, oltre che togliere forza alla democrazia, impediva ai democratici cristiani di agire come forma di rinnovamento nel seno del cattolicesimo. Su questo campo, enucleava in maniera lapidaria i compiti dei giovani, affermando che essi “sostenevano una forte lotta interna nel seno del cattolicesimo e desideravano una graduale e pacifica evoluzione della coscienza cattolica verso la cultura moderna e la democrazia”. Nella stessa lettera, oltre a deplorare la polemica anticlericale dei socialisti, rivendicava la democraticità del movimento democratico cristiano e il diritto dei cattolici di organizzarsi politicamente. Negava che solo i socialisti potessero essere i soli possessori della verità e degli strumenti sufficienti ed egualmente esclusivi dei progressi della cultura e della vita del mondo.

Su questo ultimo punto, il sacerdote marchigiano enunciava chiaramente la dottrina del pluralismo dei partiti. Scriveva infatti: “Poiché più partiti vi sono, ed ognuno di essi ha il suo buon diritto, conviene bene imparare a vivere gli uni accanto agli altri e concedersi scambievolmente il diritto di essere quel che si è”. I cattolici e i socialisti erano due partiti, non un partito. Tali partiti dovevano avere la visione chiara di ciò che li divideva, ma questa non doveva escludere la visione ugualmente chiara di ciò che li univa”. Romolo Murri passava poi a sottolineare che contatti e accordi passeggeri con i socialisti non potevano affatto nuocere alla religione cattolica, come invece le nuoceva l’alleanza spontanea e permanente tra cattolici e moderati. In quest’ultima alleanza, Murri vi scorgeva la subordinazione di interessi religiosi ad interessi politici, mentre una tale subordinazione era esclusa da accordi passeggeri e parziali con i socialisti. Per arrivare all’accordo, Murri chiedeva la smobilitazione dei preconcetti. Non è politica né seria né buona, scriveva, “giudicare della condotta dei cattolici e dei giovani in base ad idee preconcette, dedurla da queste idee in luogo di osservarla e coglierla nella realtà della vita”.

Filippo Turati mostrava di non aver capito bene il pensiero di Murri quando, abbandonando l’aggettivo preconcetto, scriveva che “gli atteggiamenti sui partiti non si deducessero dalle idee, ma si osservassero e cogliessero nella realtà della vita”. Murri invitava nella sua lettera invitava il leader socialista ad una pacifica convivenza ben sapendo che fosse troppo lontano lo spiritualismo cristiano dal materialismo storico. Turati non dimostrava di accettare nemmeno il dialogo, pacato e sereno come Murri consigliava. Tra cattolicesimo e socialismo poneva una inconciliabilità di fondo, inconciliabilità filosofica e quindi anche politica: “Noi siamo figli primogeniti del diavolo, ossia del libero esame e portiamo nostro padre sugli omeri ovunque ci volgiamo, in cielo e in terra, al di là e al di qua, nel pensiero e nell’officina. È un diavolo di diavolo che se si mette a scorrazzare non si arresta a questa o a quella soglia. Perciò è pericoloso scatenarlo. E nemmeno il timore di fiaschi elettorali ci permetterebbe a questa satanica primogenitura” (Filippo Turati, La risposta dell’onorevole Turati, in “Cultura Sociale”, 16 novembre 1905).

Di fronte a questo pan satanismo, Romolo Murri disarmava. La tolleranza e l’urbanità dei rapporti che Murri chiedeva, come anche la difesa dei lavoratori che i democratici cristiani avevano in comune con i socialisti, erano soffocati da una chiesa e da una mistica socialista. La società socialista per la quale i socialisti lavoravano, doveva essere atea; quindi nessun accordo era possibile con il prete; meglio le disfatte elettorali, meglio la divisione in due del proletariato, meglio che i democratici cristiani, provocati e stancati si buttassero dalla parte dei padroni. Ora, questo programma, notava Murri, “è ancora medievale. La tonaca del frate inquisitore antico è stata ritirata, mutata in casacca ma la stoffa in fondo è la stessa” (Romolo Murri, Polemica con l’onorevole Turati, in “Battaglie d’oggi” (Napoli), 19 novembre 1905).

In questo modo cadeva la possibilità di un accordo dei giovani democratici cristiani con i socialisti, accordo che forse avrebbe evitato all’Italia i ben noti e tristi eventi, successivi alla crisi dello Stato Liberale e l’avventura fascista. Ma allora era chiedere troppo ai due opposti schieramenti, che, se potevano trovare un accordo su alcuni postulanti ed urgenti manifesti della democrazia, come ad esempio sulla tattica ostruzionista al ministero Pelloux, erano divisi poi da tutta una filosofia e una concezione della vita totalmente diverse. La possibilità del dialogo cadeva perché i tempi non erano allora ancora maturi. Romolo Murri ne è stato l’anticipatore. Il dialogo prima e la collaborazione fattiva e responsabile poi, pur nella diversità ideologica e culturale, verranno raggiunti più tardi. In Italia, in quel preciso momento storico, l’anticlericalismo stupido, diseducativo intellettualmente e politicamente dell’Asino di Podrecca e dell’Avanti condizionava il dialogo. Questo non accadeva nel sindacato tedesco e francese. Lì i cattolici si erano mossi assai prima dei cattolici italiani, la maggior parte dei quali erano ancora legati, non certo i democratici cristiani, tutti nati dopo il 1870, alla Questione Romana. Nei sindacati tedeschi e francesi non c’era l’anticlericalismo, che c’era invece in Italia, sede del Papato.

Quanto alla chiesa e alla mistica socialista o comunista poi, ammantata di anticlericalismo e di ateismo, molta acqua è passata sotto i ponti, ma anche non tanta. Molti anni fa avevo accompagnato alcuni ragazzi dell’oratorio in visita al comune perché ne conoscessero il funzionamento ed i servizi erogati. La visita mirava a fare dei ragazzi “Bravi cristiani e onesti cittadini”, secondo il dettato di don Giovanni Bosco, il quale aggiungeva anche “futuri abitatori del cielo”. L’avevo aggiunto io per precisione. Se don Bosco lo diceva, perché non avrei dovuto dirlo anche io. Non l’avessi mai detto. Il cielo non esiste, mi rispose quasi seccato l’interlocutore. Ripensando all’episodio subito dopo, mi venne in mente l’affermazione attribuita al cosmonauta russo Yuri Gagarin, che, nell’orbita attorno alla terra, non aveva incontrato nessuno nel cielo.

Tale affermazione non è stata mai pronunciata da Yuri Gagari, che era un fervente fedele cristiano ortodosso, ma da qualcun altro che doveva mettere in evidenza il successo dell’Unione Sovietica nell’impresa spaziale. Don Bosco toglieva i ragazzi dalla strada, firmava il primo contratto di lavoro tra un ragazzo operaio e il suo padrone, andava a trovare i carcerati nei penitenziari torinesi, i muratorini sulle impalcature edili, gli spazzacamini. Voleva farne dei buoni cristiani ed onesti cittadini attraverso tre leve pedagogiche: ragione, religione, amorevolezza. Religione intesa “come un rapporto di amicizia con Dio, finalizzato a educare “buoni cristiani e onesti cittadini”. Era anche padrone di aggiungere “Futuri abitatori del cielo”.

Raimondo Giustozzi

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