
da creditocooperativo.it
Il Giubileo della Speranza si è chiuso con un bilancio non troppo positivo sul fronte della riduzione delle disuguaglianze globali e della cancellazione del debito dei Paesi più poveri.
Le attese erano grandi, perché grandi sono le disuguaglianze nel mondo. Ma la risposta all’appello sulla cancellazione del debito dei Paesi poveri, lanciato da Papa Francesco nella Spes non confundit, la Bolla d’indizione del Giubileo 2025, non sembra essere stata all’altezza.
Un contesto internazionale frammentato, nuovi equilibri geopolitici e una diversa natura del debito rendono oggi più complesso costruire soluzioni condivise ed efficaci.
Di questa parliamo con Riccardo Moro, docente di Politiche dello sviluppo presso l’Università degli Studi di Milano ed esperto internazionale di questioni legate alla crescita, nell’intervista a firma di Giampiero Guadagni pubblicata sull’ultimo numero della rivista Credito Cooperativo.
A seguire il testo integrale dell’intervista
Professor Moro, tra gli impegni del Giubileo della Speranza c’era la cancellazione del debito dei paesi del Sud del mondo. Qual è il bilancio alla fine dell’Anno Santo?
Il bilancio non è molto positivo, soprattutto se compariamo i risultati di quest’Anno Santo con quelli del 2000.
Venticinque anni fa la campagna internazionale, partita anni prima, permise la cancellazione del debito di una quarantina di paesi a basso reddito pro capite e avviò iniziative anche per paesi a medio reddito.
Quella campagna denunciava l’inefficacia delle politiche di gestione del debito e più in generale delle politiche economiche imposte al Sud del mondo, che allora proponevano liberalizzazioni selvagge dei mercati.
C’era allora un’onda di attenzione e consenso rispetto al tema che portò al lancio degli Obiettivi di sviluppo del Millennio da cui nacque l’Agenda 2030 dentro la quale tuttora siamo.
Ora questa attenzione comune non c’è più. Le Nazioni Unite sono sotto attacco e c’è poco spazio per impegni comuni.
Ma pesa anche la diversa natura del debito. Nel 2000 il debito, originatosi anni prima per le grandi crisi petrolifere, era nei confronti di governi del Nord del mondo, della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale.
Oggi siamo in un contesto geopolitico molto diverso. Il debito è in parte rilevante verso soggetti privati e Stati come la Cina, meno disponibili a riduzioni o cancellazioni.
La comunità internazionale quali iniziative ha messo o sta mettendo in campo?
A fine giugno 2025 si è svolta a Siviglia la Conferenza internazionale delle Nazioni Unite sul finanziamento dello sviluppo.
Una riflessione in un quadro di corresponsabilità che coinvolge governi e settore privato. È stato discusso anche il tema della sostenibilità del debito, ma senza accordi significativi.
Gli Stati Uniti inoltre, seguiti dall’Argentina, hanno deciso di uscire dalla Conferenza, indebolendo il processo.
Così i negoziati sulle cancellazioni procedono a rilento, con molta freddezza da parte degli attori privati.
E cosa sta facendo l’Italia?
Il nostro Paese ha promosso una iniziativa di cancellazione con gli Stati africani, da realizzare tramite accordi di conversione del debito.
Complessivamente si tratta di circa 200 milioni di dollari, una cifra non enorme, ma distribuita con paesi diversi, che per qualcuno di essi può comportare un alleggerimento rilevante.
Questi accordi prevedono che il debitore non paghi il creditore, ma versi il denaro dovuto in un fondo che viene utilizzato per finanziare progetti di sviluppo, in modo che le risorse finanziarie non escano dal Paese ma vengano usate a beneficio dei cittadini.
È una opportunità importante, già promossa in Italia in occasione del Giubileo del 2000.
Le conversioni del debito, però, sono efficaci se il disegno dell’operazione e la scelta degli utilizzi vengono condivisi dal governo debitore e da quello creditore con la società civile e le comunità locali.
Questo è un punto fondamentale.
Cosa risponde a chi sostiene che la cancellazione del debito può essere ingiusta nei confronti di quei paesi che hanno fatto grandi sforzi per non indebitarsi? E che potrebbe spingere altri paesi a indebitarsi sperando in una futura cancellazione?
Tutte le operazioni di cancellazione del debito richiamano il cosiddetto “azzardo morale”: se un operatore sa che il suo debito può essere cancellato, potrebbe gestire non responsabilmente le risorse che ha a disposizione.
Questo è teoricamente possibile.
Ma chiunque si occupa di banche sa anche che il maggior numero di persone che chiede un prestito mette il proprio onore per ripagarlo.
La stessa cosa vale per i paesi debitori.
Il tema vero, però, non è premiare o no i governi virtuosi o quelli spendaccioni, ma guardare alla vita dei cittadini.
In Africa ci sono paesi con redditi pro capite anche sotto i mille euro l’anno. Questi non riescono a finanziare servizi e protezione sociale allo stesso modo di un Paese come l’Italia dove il reddito medio pro capite è di 40mila euro.
Se questi paesi devono affrontare servizi del debito elevati, non hanno più risorse per ridurre la già elevatissima vulnerabilità dei loro cittadini.
Inoltre, in molti casi l’insostenibilità del debito non è data dalla cattiva gestione del debitore, ma da prestiti spesso vincolati ad usi non adeguati, oppure è legata a condizioni internazionali in cui il debitore non ha ruolo.
Le crisi del 2008 e del Covid hanno portato i paesi a indebitarsi per sostenere la spesa quando l’economia si è fermata e, successivamente, l’inflazione ha spinto le banche centrali ad aumentare i tassi d’interesse, incrementando il peso del servizio del debito.
Su questo i debitori non hanno potuto influire.
E poi in pieno anno giubilare si è scatenata la guerra commerciale causata dai dazi voluti dall’attuale Amministrazione Usa. In che modo e misura le tariffe colpiscono i paesi più poveri?
I dazi hanno indebolito i processi internazionali di costruzione del consenso: succede per la cancellazione del debito, per i cambiamenti climatici, per la pace.
Nello specifico, tutti hanno bisogno del commercio internazionale. Molti paesi del Sud del mondo esportano materie prime e hanno bisogno di importare tecnologia e manufatti, in particolare macchinari.
La guerra commerciale ha creato un surriscaldamento dei mercati in tutto il pianeta, con conseguenze delicate nei paesi già appesantiti dal debito.
È un fatto che molti dei paesi del Sud globale, che guardavano agli Stati Uniti come interlocutore principale, si stanno rivolgendo altrove, in particolare alla Cina.
E insieme a rapporti economici più stabili irrobustiscono con questo Paese anche relazioni politiche, isolando sempre di più l’Amministrazione Trump.