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Libri |Tommaso Greco, Curare il mondo con Simone Weil “Essere giusti vuol dire essenzialmente questo: spogliarsi di ogni potere, rinunciare alla possibilità di esercitare la forza che possediamo”

Tommaso-Greco-Simone-Weildi Raimondo Giustozzi

Che cos’è la giustizia e come dobbiamo comportarci per essere giusti? Qual è la via per far crescere le nostre relazioni, sottraendole alla logica del dominio che le uccide? E le istituzioni sono capaci di riconoscere i bisogni più profondi dell’essere umano, favorendo l’esercizio della ‘facoltà di attenzione’? Nei tribunali la giustizia è rappresentata bendata, in una mano una spada e nell’altra una bilancia. Non è forse giunto il tempo di provare a togliere la benda che rende cieca la giustizia? Una giustizia capace di vedere l’altro da sé, di rinunciare alla spada in favore della mitezza e di correggere gli equilibri ingiusti; una giustizia capace di far sì che ciascuno – soprattutto chi si trova nella sventura – possa ricevere quell’attenzione che gli conferisce dignità ed esistenza: questa era la ricetta di Simone Weil per curare il mondo ed è una lezione da cui, a ottant’anni dalla sua morte, abbiamo ancora tanto da imparare” (Tommaso Greco, Curare il mondo con Simone Weil, Editori Laterza, 2023, quarta pagina di copertina).

Un altro libro imperdibile, da usare come vademecum personale e collettivo, per costruire una società più umana e più giusta. In un periodo storico denso di tensioni internazionali, ritornare al pensiero di Simone Weil può essere di aiuto per progettare un futuro diverso da quello che si sta delineando, dove la forza del potere ha la meglio sulla forza del diritto. Il conflitto della guerra, scatenata dalla Federazione Russa contro la sovranità dell’Ucraina, deve concludersi con una pace giusta e duratura, si ripete da quattro anni come un mantra. Il conflitto non doveva mai scoppiare, anche se i sintomi erano già in corso da circa dieci anni. La guerra voluta dal Cremlino non è affatto una guerra patriottica, prova ne sia che circa un milione di cittadini russi hanno lasciato la Russia, perché contrari al conflitto e alla mobilitazione. Dopo quattro anni di guerra i colloqui di pace non riescono a decollare. Si parla di garanzie per l’Ucraina, ma la Russia non le vuole, se mai le vuole solo per sé stessa. Revanchismo e nazionalismo esasperato sono alla base della sua politica (NDR).

Quanto scritto sopra può essere una chiave di lettura, per capire qualcosa del nostro presente, ma il libro, ancorato al pensiero di Simone Weil, tocca anche temi che valgono per tutti: gente comune, professionisti del diritto, stati. Dopo una breve introduzione, dal titolo La giustizia di tutti, Tommaso Greco scrive: “Siamo convinti che la giustizia riguardi principalmente, se non esclusivamente, il nostro rapporto con le istituzioni, con la politica, con le leggi, dimenticando che la gran parte di quel che avviene di “giusto” o “ingiusto” nelle nostre vite ha a che fare innanzitutto con le scelte, le azioni, i comportamenti che mettiamo in atto nelle nostre relazioni quotidiane, talvolta in esecuzione ma spesso anche indipendentemente dalle leggi e dall’ordinamento giuridico” (Tommaso Greco, Curare il mondo con Simone Weil, pag. IX, Editori Laterza, 2023). Il libro, di 135 pagine, è declinato in 4 capitoli, tra parentesi i singoli paragrafi di ogni capitolo:

  1. Forza del diritto, debolezza della giustizia (Il diritto come limite della forza, il diritto come maschera della forza, Dalla forza alla giustizia, Una giustizia che si nasconde, La Giustizia e la carità, Rendere concreta la giustizia. Dai diritti ai doveri, Un recupero per il diritto).
  2. Senza benda né spada (Lo spirito della giustizia, La bilancia sbilanciata, La spada dell’ingiustizia, Farsi toccare dalla sventura).
  3. “Distinguere la vera grandezza da quella falsa” (La legittimità indefinibile, Le regole della legittimità, L’illegittimità dello Stato, Le istituzioni della legittimità, Per una definizione minima della legittimità).
  4. Itinerari della mitezza (Weil e Bobbio, Elogio della mitezza, Il dono della mitezza, La virtù dei semplici, Compassione, quindi giustizia, Politica della mitezza).

“La giustizia è fare in modo che a ciascuno venga riconosciuto ciò che gli spetta nelle situazioni più normali e più diverse: in famiglia, a scuola, sul lavoro, nelle relazioni stabili e occasionali di cui è fatta la vita di ognuno. Riguarda anche l’atteggiamento che abbiamo nei confronti del mondo e di chi lo abita. Possiamo mettere davanti il nostro io, e pensare che ciò che ci circonda debba esistere in funzione del nostro esclusivo benessere, oppure possiamo mettere il nostro io a servizio del mondo, perché questo possa migliorare e prosperare. Solo una società formata da uomini giusti, può essere definita come giusta, sosteneva Platone in un dialogo dedicato alla Politeia, termine traslitterato dal greco antico, politēs = cittadino, pólis = città – stato (Introduzione, pag. IX).

Secondo un pensiero diffuso definiamo la giustizia come la “conformità alla legge”, oppure “trattare gli altri in modo uguale”. Non sempre però legalità e uguaglianza, formali o sostanziali che siano, producono in modo automatico quella giustizia di cui tutti hanno sete. Anche tralasciando il campo della giustizia penale, sottoposto più degli altri al rischio di errori drammatici, è nel quotidiano delle vite “normali” che l’applicazione di una regola, seguendo un meccanismo in base al quale si finisce per guardare alla regola più che alla vita, produce spesso decisioni che percepiamo come ingiuste. La giustizia che va oltre vuole invece guardare alla vita prima che alla regola; e non in spregio al senso delle regole, ma perché nella vita c’è spesso qualcosa che sfugge alle regole o di cui le regole non si occupano. C’è qualcosa che le regole e la giustizia ad esse legata, non vedono (Ibidem, pag. X).

Simone Weil (1909- 1943), filosofa francese, nella propria riflessione prima teorica, poi come operaia tra gli operai, va oltre alla giustizia, intesa come conformità alle regole. Legalità e uguaglianza poi non sono sullo stesso piano. Nella sua breve vita, conosce molte vite straziate dal dolore, soprattutto le vite di quelli di cui nessuno parla, perché non hanno cittadinanza, collocati come sono in fondo alla scala sociale. Pur vivendo solo trentacinque anni soltanto, “La sua acuta capacità di indagine ha ricevuto molta attenzione sul piano filosofico e teorico”, ma non ha provocato nulla sul piano pratico e politico. Proprio la sostanziale mancanza di ricaduta pubblica delle sue riflessioni, spinge a riprenderle, anche se il tentativo dovesse sembrare un’operazione disperata.

Come il proprio maestro Alain, anche Simone Weil ritiene che il diritto sia stato inventato per far fronte all’ineguaglianza: “Se la forza delle cose tende sempre a distruggere l’uguaglianza, la forza del legislatore deve tendere sempre a mantenerla”. Il diritto è il limite della forza, un diritto che argina la forza dei forti, la contiene, affinché possa stare in equilibrio con quella dei deboli. Emerge con forza nel pensiero di Simone Wel l’idea della forza della legge, da contrapporre alla legge del più forte. Il più forte non demorde. Inventa allora il diritto come maschera della forza: “Conoscere la forza significa riconoscerla come pressocché sovrana in questo mondo e rifiutarla con disgusto e disprezzo. Questo disprezzo è l’altra faccia della compassione per tutto ciò che è esposto ai colpi della forza”.

Se Friedrich Nietzsche aveva sentenziato che buono è “tutto ciò che eleva il senso della potenza, la volontà di potenza, la potenza stessa dell’uomo”, e cattivo è “tutto ciò che ha origine dalla debolezza”, per Weil è esattamente il contrario. Nell’”agire pietosamente verso tutti i malriusciti e i deboli” sta non “il più dannoso di qualsiasi vizio”, ma la virtù dell’uomo giusto. Il fatto di concepire l’ordine / disordine del mondo come totalmente sottomesso alla forza, rende necessario il “salto” verso la debolezza, e cioè la rinuncia a s stessi; se tutto è forza, bisogna essere deboli, per sottrarsi alla forza. È un punto cruciale nel pensiero di Simone Weil, perché pone il problema di come cercare e realizzare la giustizia (Forza del diritto, debolezza della giustizia, pag. 14, op. cit.).

Se volessimo disegnare un’immagine diversa della giustizia, dovremmo rinunciare completamente ai caratteri consueti con i quali viene rappresentata in ogni aula di tribunale: una donna con gli occhi bendati, con una bilancia su una mano e una spada sull’altra. La benda che fascia gli occhi sta ad indicare l’imparzialità e l’incorruttibilità di colui che decide. Questo rischia di diventare un ostacolo in quanto impedisce di vedere proprio quelle situazioni che richiedono un intervento riparatore e salvifico: per riparare un’ingiustizia, per farsi carico di una sofferenza, per lenire un dolore. Abbiamo bisogno di una giustizia che sappia vedere ciò che per sua natura si nasconde, perché spesso non è possibile che gli ultimi facciano sentire la loro voce mediante la rivendicazione di diritti: gli ultimi sono quelli di cui le regole non si occupano; anzi, talora sono ultimi perché sono le regole a produrne l’esclusione. Se la giustizia con la benda è propria di chi muove da una definizione di ciò che è giusto, che ritiene di per sé valida e applicabile a prescindere dalle situazioni concrete, la giustizia che rinuncia alla benda appartiene ad un ragionamento differente, che muove dalla consapevolezza che la prima ed essenziale forma della giustizia è proprio quella di riparare alle ingiustizie” (Introduzione, pp. X XI).

“Una giustizia, che guarda, non misura in modo matematico meriti e demeriti; per questo motivo rifiuta anche la figura della bilancia. Una giustizia, che guarda, interviene per rispondere ad un bisogno e non per contraccambiare una prestazione o per distribuire premi e punizioni. La bilancia presuppone, infatti, che ci sia qualcosa da pesare e misurare; rinunciare al suo uso significa motivare diversamente l’atto di giustizia. Non si fa qualcosa in risposta a ciò che l’altro ha omesso o compiuto, si fa qualcosa per l’altro, per soddisfare la sua domanda di giustizia, investendo fiduciariamente sulla sua capacità di proiettarsi nel futuro. Danilo Dolci diceva: “Sognando gli altri come ora non sono perché ciascuno cresce solo se sognato” (Ibidem, pp. XI – XII).

“Naturale appare allora l’abbandono dell’ultimo e più ingombrante simbolo, quello della spada. Per molti rappresenta invece il fondamento stesso del patto sociale, ancor prima della giustizia. Thomas Hobbes scriveva: “I patti senza spada non sono che parole vuote e non hanno alcuna possibilità di dare sicurezza agli uomini. L’idea che la spada possa simboleggiare un atto di giustizia viene meno quando si pone in primo piano la relazione tra noi e l’altro, che talvolta può essere persino relazione tra chi ha subito un’ingiustizia e chi l’ha compiuta, tra la vittima e il reo. Si capisce dunque perché tra tutte, questa è la sfida che incontra maggiori resistenze.

“L’insegnamento di Cristo e di Geremia –  scrive Baruch Spinoza nel Trattato teologico – politico – circa la sopportazione delle offese e il perdono incondizionato degli empi vale soltanto per i luoghi nei quali si trascura la giustizia e per i tempi di oppressione, ma non per uno Stato ben ordinato, dove, tutelandosi la giustizia, ciascuno è tenuto, se vuole condursi rettamente, a denunciare al giudice l’offesa patita, non per vendetta, ma nell’intento di difendere la giustizia e le leggi della patria e per non lasciare ai cattivi la convenienza di essere tali. La “bontà cattiva” è quella di chi vuole dare ragione a chi è in basso contro quello che è in alto. Con questa bontà, sostiene Javert nei Miserabili di Victor Hugo, la società si disorganizza? Se è molto facile essere buoni, il difficile è essere giusti. Percorsi di riparazione tra la vittima e il reo sono anche possibili all’interno dei sistemi penitenziari o nelle comunità che prevedono cammini di riconciliazione, ma sono le eccezioni, difficilmente potranno farsi istituzioni.

Hans Kelsen, il massimo giurista e teorico del diritto del Novecento, colui che aveva nettamente tenuto distinti diritto e giustizia – per il quale “il precetto dell’amore del prossimo, nel senso della prescrizione  di aiutare chiunque sia soggettivamente in preda al dolore o alla necessità, con o senza colpa”, può essere considerato come una norma di giustizia, purché non ci si limiti a legare “il concetto di giustizia alle sole esigenze avanzate nei riguardi dell’autorità legislativa” e vi si includa invece quella “norma che prescriva come un uomo deve trattare un altro”. Simone Weil riteneva che non è possibile fare alcuna distinzione tra giustizia e carità, dato che non è la sfera del diritto, che ella considerava in modo inestricabile con la forza, che può portarci nel mondo della giustizia. Aver voluto distinguere la giustizia dalla carità, dice Weil, è stato un modo per spogliarsi della responsabilità di prendersi cura del mondo e degli altri; perché, se nella giustizia “giuridica” ci si sente obbligati soltanto in presenza dei diritti degli altri, dove non ci sono diritti non ci sono neppure obblighi, nella giustizia – carità il nostro obbligo non è determinato dal diritto bensì dal bisogno dell’altro. Una giustizia che si appoggia alla carità ci interroga in modo incessante, perché la vita ci interroga.

È umana una giustizia come questa? Sembrerebbe di no. Una giustizia ricercata solo per amore della giustizia è del tutto impossibile per l’uomo, sostiene Glaucone nel II libro della Repubblica di Platone. “Non si deve voler essere giusti, dice Glaucone, ma soltanto sembrare di esserlo. Altrimenti bisognerebbe sostenere che la condizione del giusto perfetto, che nonostante il suo essere giusto, consegue il disonore e la morte, è preferibile a quella dell’ingiusto perfetto, che nonostante il suo essere ingiusto consegue invece onori e ricchezze. Simone Weil assume a modello il giusto perfetto nelle sue meditazioni sul tema della giustizia. Il giusto perfetto, se per Platone è Socrate, per Weil è Cristo crocifisso: La sua figura nuda e martoriata ci dice che per essere giusti occorre spogliarsi di sé stessi, mettere da parte la forza, non inseguire il prestigio, non cercare la sopraffazione (Introduzione, pp. XIV -XV).

La legalità e l’uguaglianza devono stare alla base del consorzio civile, anche se non potranno mai colmare tutti i bisogni di giustizia che assetano l’animo umano. I diritti civili, politici e sociali devono essere garantiti a tutti, ma nessun ordinamento statale potrà mai sostituire l’azione e gli effetti della cura e dell’attenzione nei confronti di chi si trovi a essere giudicato. Non si tratta di riproporre l’opposizione tra cura e giustizia. Occorre invece mostrare che esse si sostengono a vicenda, che si compenetrano; la cura costituisce l’essenza della giustizia. “Questa convinzione è bene espressa da un’immagine che campeggia nell’aula di giustizia del Tribunale di Milano. L’immagine raffigura una madre con in braccio il proprio bambino e uno sventurato che gli chiede soccorso. L’immagine è collocata sopra la scritta “La legge è uguale per tutti”. Può essere un modo di dire che la legalità è un valore fondante e fondamentale, ma che non può arrivare dappertutto. L’attenzione e la cura possono arrivare dove la legalità ha deciso di arrestarsi, o comunque dove è costretta a farlo per i suoi limiti intrinseci. Può essere anche un modo per dire che nell’applicazione delle leggi e delle regole si può individuare la via per cercare lo sguardo dell’altro invece di utilizzarle per schivarlo” (Introduzione, pag. XVI).

Simone Weil invita a vedere unita la giustizia alla carità: “Chi vuol distinguere la giustizia dalla carità (cosa che è stata fatta anche nella tradizione giudaica – cristiana), non solo fa un discorso di comodo, perché una giustizia distinta dalla carità ci chiede molto meno di quanto non ci chieda una giustizia che coincida con essa, ma fa soprattutto un discorso che eviti di coinvolgerlo troppo e in prima persona. Tenendo la carità fuori dal diritto finiamo per agire come quel ministro francese – rappresentativo forse dell’intera attuale classe politica dei paesi occidentali – che ai genitori (senza permesso di soggiorno) di una bambina di cinque anni, morta di freddo e di stenti mentre attraversava il Mediterraneo per raggiungere l’Europa, e il cui corpo era fermo a diversi mesi in un obitorio nelle isole Canarie, negò il permesso di andare a identificarla, dicendo che ci sono “complessità giuridiche che non si possono risolvere con l’emozione” (Senza benda né spada, pag. 55, op. cit.). “La giustizia sta nell’infinitamente piccolo e nella sua radicale distanza dal principio della forza” (pag. 63).

Nell’ultimo capitolo, Itinerari della mitezza, l’autore del libro propone un accostamento tra due straordinari personaggi del Novecento, entrambi nati nel 1909 – a Parigi, il 3 febbraio Simone Weil, a Torino, 18 ottobre dello stesso anno, Norberto Bobbio. L’una muore ad Ashford, nel 1943, in Inghilterra, esule e lontana dalla Francia, la propria patria, a soli 34 anni, Norberto Bobbio muore nel 2004, a 95 anni, nella sua Torino, circondato dall’affetto di tutti, due vite diverse, ma anche due sistemi di pensiero profondamente diversi, ancorato al piano metafisico religioso quello di Simone Weil, convintamente laico, quello di Norberto Bobbio. Il saggio Elogio della mitezza di Norberto Bobbio, pubblicato, nel 1993, in una edizione fuori commercio, allegata come strenna natalizia alla rivista “Linea d’ombra”, diretta da Goffredo Fofi, riprendeva il testo di una conferenza tenuta a Milano l’8 marzo 1983. Bobbio non dà subito una definizione della mitezza, in mezzo alle altre virtù che guidano l’azione dell’uomo. Nel suo stile analitico, il filosofo torinese, prima di dire che cosa è la mitezza, dice che cosa non è, cominciando da ciò che si oppone alla mitezza: l’arroganza, la protervia, la prepotenza. “L’arroganza, dice Bobbio, è quell’opinione esagerata dei propri meriti, che giustifica la sopraffazione, la protervia è l’arroganza ostentata, la prepotenza è abuso di potenza non solo ostentata, ma concretamente esercitata. Si tratta di un crescendo, fitto di rimandi: l’arroganza è la via per la protervia, la quale a sua volta si trasforma in prepotenza. In questo crescendo vengono in luce alcuni caratteri dell’azione dai quali il mite rifugge. Le due costanti che emergono dalla scala bobbiana ci mettono sulla scia della riflessione weiliana: la sopraffazione dell’altro e l’ostentazione della propria forza” (Itinerari della mitezza, pp.113 – 116, op.cit.).

La mitezza è una virtù sociale nel senso aristotelico di una “disposizione buona rivolta agli altri”; in particolare “consiste nel lasciare essere l’altro quello che è”, tende la mano verso l’altro e lo fa essere quello che è. Il mite è consapevole del proprio essere sociale; lo è non solo in senso meccanico, ma anche come riconoscimento del proprio stare in mezzo agli uomini. Anche il prepotente sa di stare in mezzo agli altri ma non ha nessun rispetto per loro. Fare in modo che l’altro sia quello che è vuol dire sostanzialmente evitare, rispetto agli altri, di mettere in gioco quella potenza di cui si potrebbe essere capaci. A quella presunta legge di natura secondo cui bisogna che “chi è più forte comandi”, il mite risponde “ritirandosi”, rinfoderando quella spada che poteva essere il mezzo della sua affermazione. Egli sa, infatti, che solo questa operazione di sottrazione può permettere all’altro nella sua qualità di fine, senza cioè che egli si debba sottomettere o degradare a mezzo” (Itinerari della mitezza, pp. 116- 117, op.cit.).

La sottrazione di Norberto Bobbio, nel pensiero di Simone Weil viene espressa con un altro termine, decreazione. È il nome che Weil le ha dato per “indicare il gesto con il quale Dio ha creato il mondo, diminuendo così, e non incrementando, la sua potenza, e che l’uomo è chiamato a ripetere per poter rispondere a quel gesto d’amore. Per quanto la meccanica del mondo ci porti nella direzione opposta – perché, lo sappiamo bene, nel mondo “non c’è altra forza che la forza” – abbiamo dentro di noi la possibilità di agire diversamente, sottraendoci al dominio della forza. Decrearsi vuol dire evitare di occupare tutto lo spazio; vuol dire perciò creare le condizioni affinché l’altro possa esistere. Proprio mentre constata che il mondo è forza – arroganza, protervia, prepotenza – il mite sa che è possibile mettere in atto un’operazione di “compressione” dell’io che, sottraendo forza alla forza, toglie il terreno su cui essa germoglia” (Ibidem, pag. 117).

“La mitezza, dice Norberto Bobbio, è una donazione, si accompagna anche alla semplicità e alla compassione. Per Simone Weil la vera giustizia si incarnava nei semplici e nei compassionevoli, confondendola con la carità e con l’amore. Bobbio ci ha insegnato che esistono molte dimensioni della giustizia, un valore la cui realizzazione può e deve passare anche dal diritto e da una retta Costituzione repubblicana. Lo scritto sulla mitezza ci richiama alla responsabilità di essere giusti qui ed ora, ogni volta che siamo in relazione con gli altri e con il mondo. La mitezza è il vero nome della giustizia di tutti. In un mondo dominato dalla contrapposizione delle forze e talora dagli opposti fondamentalismi, il mite è colui che si fa portatore del principio speranza, per dirla con il titolo di un grande libro di Ernest Bloch, Il Principio Speranza “(ibidem, pp. 129 – 135).

Raimondo Giustozzi

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