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di Raimondo Giustozzi
“…Sta il cacciator fischiando / Su l’uscio a rimirar / Tra le rossastre nubi / Stormi d’uccelli neri, / Com’esuli pensieri, / Nel vespero migrar” (Giosuè Carducci, San Martino). Sono sei versi di una poesia conosciuta da molti, almeno da quanti hanno avuto il privilegio di andare a scuola. Sì, un tempo, l’istruzione era privilegio di pochi. Chi era nato in campagna, anche se ragazzo, difficilmente terminava l’intero ciclo della Scuola Elementare. Ci si fermava, quando andava bene, alla seconda elementare. Il lavoro non mancava. Si aiutava i genitori nei lavori agricoli. I ragazzi più piccoli venivano impiegati nel portare al pascolo le mucche. Altri venivano mandati a raccogliere le ghiande per l’alimentazione dei maiali. Quei ragazzi, nati tra le due guerre, diventati grandi si sono sposati. Hanno avuto figli e hanno consumato la propria vita sempre in campagna. Avevano poco, ma quel poco bastava ed avanzava per condurre una esistenza dignitosa. Avevano la cultura della gente semplice, ma avevano un grande cuore.
Ricordo una visita fatta nella casa, dove abitavano i miei genitori e gli zii, in uno dei mei tanti ritorni dalla Brianza. Correva l’anno 1978. Ero con mia moglie e con sua sorella. Zio Alberto stava ritornando dalla campagna. Prima di salire in casa, si fermò nei pressi di un roseto, che mia mamma e mia zia avevano piantato alla base della parete esterna all’abitazione. Staccò una rosa e la consegnò alla sorella di mia moglie, senza dire nulla. Il gesto parlava da solo. Gentilezza e cuore erano un tutt’uno. “Godi del nulla che hai / del poco che basta / giorno dopo giorno / e pure quel poco / se necessario / dividi. / E vai/ vai leggero / dietro il vento / e il sol e / e canta / Vai di paese in paese/ e saluta tutti / il nero, / l’olivastro / e perfino il bianco / Canta il sogno del mondo / che tutti i paesi / si contendano / d’averti generato” (David Maria Turoldo, Canta il sogno del mondo). Zio Alberto non conosceva David Maria Turoldo. Nemmeno io conoscevo allora questa poesia. L’ho imparata dopo, per necessità professionali e non solo. Quanti vivono male e fanno star male perché non hanno quello che altri hanno! Non sono le cose che fanno star bene.
Ricordo mio zio Alberto, fratello di mio papà, Luigi. Quando gli recitavo la poesia San Martino di Giosuè Carducci, gli si illuminavano gli occhi. Eravamo sul balcone di casa, lui appoggiato alla porta di ingresso, alla quale si accedeva attraverso la scala esterna all’abitazione. Il cacciatore della poesia, che fischiava per attirare a sé stormi di uccelli neri, lo avevo accanto. Era un grande cacciatore, zio Alberto. Batteva la campagna attorno a Santa Lucia, frazione di Morrovalle, attraversava le colline, che digradano verso il fondovalle, in cerca della selvaggina. Superava il ponte sul Trodica, si portava verso le Cervare. Conosceva fossati, anfratti e passerelle come le proprie tasche. Rideva divertito quando sentiva che dicevo stormi d’uccelli neri. Gli uccelli non erano tutti neri di colore. Il poeta aveva messo la parola neri per fare rima con pensieri. Zio Alberto ne sapeva più di Carducci in fatto di selvaggina, di campagna, di spiedo scoppiettante, di vino; ne riponeva tanto nelle botti della cantina. Il cantoniere che lavorava alla manutenzione dei canali di scolo della strada provinciale per Morrovalle – Macerata veniva sempre a fargli visita.
Da piccolo, mi portava spesso con sé, ma la passione della caccia è passata a mio fratello Gabriele. Anche lui ripercorre oggi lo stesso territorio, che attraversava con zio Alberto. Mi racconta che la campagna non è più quella di una volta. Sono cambiate le colture. Il terreno viene arato da giganteschi trattori gommati. Si calpesta il terreno che sembra sprofondare sotto i piedi. La semina termina nel giro di poche ore. Non c’è tempo per curare i dettagli: i canaletti di scolo che si raccordavano, a spina di pesce, con il fossato più grande, che rimane sempre infestato dalla vegetazione. Nessuno fa più la legna, che un tempo serviva per alimentare il fuoco del forno, quando si cuoceva il pane per la famiglia. I nostri contadini di una volta! Erano le guardie ecologiche volontarie e nemmeno lo sapevano. Oggi si fanno avanti super esperti, geologi, verdi, che organizzano convegni, parlano di dissesto idrogeologico, ma nessuno fa niente per prevenirlo.
Zio Alberto (1911- 1984) e mio papà Luigi (1914- 1988) venivano da San Claudio, frazione di Corridonia, in provincia di Macerata. La casa, dove hanno abitato da ragazzi prima, da giovanotti dopo, c’è ancora. È posta sul crinale della prima collina, sovrastante la linea ferrata per Macerata – Civitanova Marche, all’altezza del passaggio a livello, poco distante dalla locale stazioncina di San Claudio. Vivevano sotto lo stesso tetto più nuclei familiari. Assieme alla famiglia di mio nonno paterno c’erano anche le famiglie di altri suoi fratelli, sposati e con figli. Il terreno, undici ettari in collina, altri due ettari posti al di là della ferrovia, in pianura, dava da mangiare a tuti. Sette erano i figli di mio nonno: zio Alberto, papà Luigi, zia Lisa, zia Rosa, zia Dina, zia Norina e zia Marietta.
Col tempo le zie più grandi si sposano. Rimangono le più piccole, zia Norina e zia Marietta, nonno Giuseppe e nonna Teresa con i due figli più grandi. I fratelli di mio nonno lasciano la casa, chi va in Argentina, chi si trasferisce a Tolentino, chi va ad abitare a Macerata. Nonno, grande invalido nella grande guerra, non ha le forze sufficienti per coltivare tanta terra. L’altro figlio parte soldato e rimane sotto le armi per ben otto anni, prima presta il servizio militare obbligatorio per due anni, poi viene richiamato, perché c’era chi vociava dal balcone di piazza Venezia, in Roma, che era giunta l’ora delle decisioni irrevocabili. La guerra deflagrava per tutta l’Europa e nel Nord Africa. Mio papà viene mandato, prima sul fronte greco – albanese, dove contrae un’asma bronchiale che lo tormenterà per tutta la vita, poi in Africa settentrionale, dalla Libia ritorna in Italia.
All’armistizio dell’otto settembre 1943 si trovava in Puglia, a Cisternino; da qui, inquadrato nel Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.), l’ossatura di quello che poi diventerà l’Esercito Italiano, risalirà tutta la penisola, combattendo contro l’esercito tedesco. Mio zio Alberto, risparmiato dal servizio militare per il papà invalido, va in cerca di una nuova casa dove trasferirsi con i genitori e con le due sorelle non ancora sposate. La trova a Santa Lucia, frazione di Morrovalle; il terreno, undici ettari è di proprietà del conte Carlo Lazzarini. Correva l’anno 1940. Zio Alberto si sposa con zia Aurelia, conosciuta con il nome di Nerina e dal matrimonio nasce mia cugina Gabriella. Le altre due zie, Norina e Marietta, sorelle di papà e di zio Alberto si sposano anche loro. Mio papà Luigi, ritorna da militare al termine della guerra. Si sposa anche lui con la sorella di zia Nerina, dal matrimonio nascono Raimondo e Gabriele. In breve, due fratelli, Alberto e Luigi Giustozzi, le loro mogli, zia Nerina e manna Amalia Monteverde, sono vissuti assieme sotto lo stesso tetto per più di quarant’anni, condividendo fatiche e gioie fino alla fine dei loro giorni.
Mia mamma e zia Nerina erano solite indossare gonne uguali e dello stesso colore. Maria Grazia, una signora di Santa Lucia, mi ha raccontato qualche anno fa un aneddoto. Lei si era sposata da poco e non conosceva quasi nessuno del posto. Un giorno si affaccia alla finestra della propria casa e vede una signora vestita con una grande gonna a fiori, che spinge con forza le pedivelle della propria bicicletta. Superata la chiesa, la strada per Morrovalle è in leggera salita. Maria Grazia non fa in tempo ad entrare in casa e uscire quasi subito, che vede di nuovo una nuova signora con la stessa gonna a fiori, in sella alla propria bicicletta che pedala con la stessa forza della prima. Maria Grazia strabuzza gli occhi. Pensa tra sé che forse la stessa signora, che aveva visto poco prima, stava ritornando indietro, perché si era dimenticata di qualcosa ed ora stava ripartendo. Non era proprio così. Le due donne erano zia Nerina e mia mamma che vestivano allo stesso modo. Zia Nerina, essendo più grande di mia mamma di tre anni, era lei a guidare la sorella, che la seguiva.
Novembre è anche il mese in cui ricordiamo i nostri defunti. “C’è qualcosa di più forte della morte, è la presenza degli assenti nella memoria dei vivi” (Jean d’Ormesson). A chi portiamo nel cuore non diciamo mai addio. “… Celeste è questa / corrispondenza d’amorosi sensi, / celeste dote è negli umani; e spesso / per lei si vive con l’amico estinto / e l’estinto con noi…” (Ugo Foscolo, Dei Sepolcri). “La corrispondenza affettiva profonda (gli amorosi sensi) tra i vivi e i morti si manifesta attraverso la memoria e le tombe. Questo profondo sentimento ha in sé qualcosa di divino (celeste). Questo legame permette di sconfiggere la morte e fa si che le persone continuino a vivere nei pensieri dei propri cari e viceversa”. Mio papà Luigi, mia mamma Amalia, mia zia Nerina, mio zio Alberto dormono tutti nel cimitero di Morrovalle. Un rimorso che porto sempre dentro di me è che, quando ho perso mio papà, ero ancora in Brianza, lontano da casa. È una storia minima, ma proprio perché tale, è forse comune a molte altre storie, per questo ho voluto raccontarla.
Raimondo Giustozzi