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Libri Giovanni Papini, Storia di Cristo “Un classico della letteratura cattolica”

copertinadi Raimondo Giustozzi

“La Storia di Cristo può essere definito un classico della letteratura cattolica, ma del tutto atipico. Scritto nel primo dopoguerra e pubblicato nel 1921 dall’amico editore Attilio Vallecchi, questo libro, ben presto ebbe un grande successo nazionale e internazionale. Rappresentò una svolta profonda nell’opera di Papini e per l’attività letteraria italiana del periodo. Certamente concepita nel contatto con gli eventi drammatici del primo conflitto mondiale, sanziona l’avvenuta conversione all’ortodossia cattolica del giovane contestatore, ateo e ribelle, fondatore del “Leonardo” nel 1903 e autore, nel 1912, di un testo “Uomo finito” che può essere considerato per molte ragioni uno scoperto vademecum della nuova letteratura vociana. Dunque, un improvviso e sorprendente mutamento di prospettiva morale e ideologica che senza dubbio dovette incidere profondamente nel contesto della cultura militante di quegli anni, suscitando al tempo stesso adesioni entusiastiche ma anche forti perplessità e turbamenti, soprattutto tra quelli che erano stati i compagni di strada dell’avventura avanguardistica all’inizio del secolo, dal pragmatismo, al vocianesimo e al futurismo” (Giorgio Luti, Introduzione al saggio Storia di Cristo di Giovanni Papini, Vallecchi Editore Firenze, ottava edizione 1985).

Le ragioni dell’opera sono argomentate dallo stesso Giovanni Papini in una sorta di dialogo tra l’autore e chi legge. “Inutilmente lampionai e riquadratori dello spirito si sono affaticati a costruire nuove religioni in sostituzione dell’unica e vera religione, quella fondata da Gesù Cristo. Sono nate allora la Religione dello Spirito, del Proletariato, dell’Eroe, dell’Umanità, della Patria, dell’Impero, della Ragione, della Bellezza, della Natura, della Solidarietà, della Potenza, dell’Atto, della Pace, del Dolore, della Pietà, dell’Io, del Futuro e via di seguito. Alcune non erano che raffazzonamenti di Cristianesimo senza Dio; le più erano politiche o filosofie che tentavano di mutarsi in mistiche. Ma i fedeli erano pochi e stracco l’ardore. Quelle ghiacciate astrazioni, benché sostenute talvolta da interessi sociali o da passioni letterarie, non riempivano i cuori dai quali s’era voluto scerpare Gesù” (Giovanni Papini, L’autore e chi legge, in Storia di Cristo, pag. 2, op.cit.). Lampionai, riquadratori, scerpare sono vocaboli datati.

Il lampionaio era l’addetto all’accensione dei lampioni a gas. Il termine, nel suo significato metaforico, simboleggia, nell’uso che ne fa Giovanni Papini, l’intellettuale che porta luce nella vita delle persone, offrendo chiarezza, speranza o direzione, come faceva in passato chi accendeva i lampioni per illuminare le strade. Riquadratore è colui che offre i contorni e i dettagli di un problema o di un concetto, rendendolo più comprensibile. Scerpare vuol dire strappare, svellere, lacerare, rompere, schiantare, tirar via (Fonte Internet). Papini usa i tre termini in maniera sarcastica, per bollare come pallonari, presuntuosi, millantatori, e spacconi quanti si presentano come innovatori ma non rinnovavano un bel niente. Queste persone, che si spacciano da intellettuali (Intus legére, saper leggere dentro la vita di una persona, e degli avvenimenti) ci saranno sempre. Rappresentano il vuoto riempito dal nulla, la “Vanità delle vanità, tutto è vanità” (Qoelet).

Nonostante gli sforzi fatti, Cristo non è ancora espulso dalla terra, continua l’autore, prova ne sia che “La sua memoria è dappertutto, sui muri delle chiese e delle scuole, sulle cime dei campanili, dei tabernacoli e dei monti, a capo dei letti e sopra le tombe, milioni di croci rammentano la morte del Crocifisso” (Ibidem, pag. 3). Alcuni studiosi hanno voluto vedere in questa esaltazione della religione cristiana qualcosa che già dal 1921 preparava per i futuri Patti Lateranensi (1929) tra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica. Oggi, la memoria di Gesù Cristo, tramandata attraverso l’arte sacra, i crocifissi nelle aule scolastiche, viene messa in discussione in nome della libertà religiosa, del multiculturalismo, della presenza nella società italiana di altre religioni, ma anche per l’ateismo imperante, il nichilismo e la secolarizzazione. Qual è la linea rossa da non oltrepassare, pena la perdita di identità anche culturale oltre che religiosa della società? Il saggio di Giovanni Papini di certo non ci aiuta. L’autore divide la storia in prima e dopo Cristo e questo non per un motivo cronologico, ma di contenuto. Tutto quello che è avvenuto prima, appartiene ad un mondo che non c’è più: la Grecia con Platone, Roma con Cesare. “Cristo è sempre vivo in noi. Chi si accalora oggi per Cesare o contro Cesare, per i Platonici o contro gli antiplatonici?” (Ibidem, pp.3- 4).

Giovanni Papini è onesto quando scrive che “Nessuna vita di Gesù, anche se la scrivesse uno scrittore di genio più grande di quanti furono, potrebbe essere più bella e perfetta degli Evangeli. La candida sobrietà dei primi quattro storici non potrà mai essere vinta da tutte le meraviglie dello stile e della poesia. E ben poco possiamo aggiungere a quello che dissero” (Ibidem, pag. 4). Lui stesso dove si colloca tra gli scrittori? È anche lui uno scrittore di genio? Gli evangelisti poi non sono storici. Il Vangelo è un libro di catechesi, non un testo di storia. Sempre nel dialogo immaginario tra lui ed il lettore, Giovanni Papini informa quest’ultimo che “Lo scrittore s’è fondato sugli Evangeli: tanto, s’intende, sui Sinottici che sul quarto. Le infinite dissertazioni e disputazioni sull’autorità dei quattro storici, e sulle date, e sulle interpretazioni, e sulla loro dipendenza reciproca, l’hanno lasciato, confessa, indifferente. Noi non possediamo documenti più antichi di quelli; né altri, contemporanei, giudei o pagani, che ci permettano di correggerli o di smentirli. Chi si prova a quel lavoro di cernita e di controllo può sperperare molta dottrina ma non fa progredire di un passo la conoscenza vera di Cristo. Cristo è negli Evangeli, nella Tradizione apostolica e nella Chiesa. Fuori di lì è tenebre e silenzio” (Ibidem, pag.).

Dopo un’ampia premessa di 18 pagine, l’autore inizia il racconto della Vita di Cristo, cominciando dalla stalla, dove Gesù è nato, proseguendo con i pastori, i tre Magi e via dicendo, fino ad arrivare all’ultimo capitolo del libro, Preghiera al Cristo. Sono novantasei i capitoli, i cui titoli richiamano ambienti, personaggi, avvenimenti, per 468 pagine, che si leggono con piacere, ricche come sono di divagazioni, polemiche e conoscenze dell’autore. La scelta dei titoli, dati ai diversi capitoli, di ampiezza diversa, nasce da una sintesi di materiali diversi, tra tutti i quattro Vangeli, che Papini usa con maestria e fine talento letterario: “Per Evangelo gli uomini d’oggi intendono di solito il Libro dove la quadruplice storia di Gesù è stampata e legata. Ma Gesù non scriveva libri né pensava ai volumi. Per Evangelo egli intendeva – secondo il piano e dolce significato della parola- quella che la tradizione letteraria chiama la Buona Novella, che si potrebbe meglio tradurre come Lieto Messaggio. Gesù è un messaggero (in greco Angelo) che porta un annunzio felice, una buona ambasciata. Porta il lieto messaggio che i malati saranno guariti, che i ciechi vedranno, che i poveri arricchiranno d’inconsumabili ricchezze, che gli affannati godranno, che i peccatori saranno perdonati, gli immondi lavati, che gli imperfetti possono diventare perfetti, le Bestie diventare Santi e i Santi diventare Angeli, simili a Dio. Perché il Regno venga, perché ognuno s’adoperi per questa venuta, è necessario credere a questo messaggio, credere che il Regno è avverabile e prossimo. Se non v’è fede nella promessa, nessuno farà le cose necessarie perché la promessa possa esser mantenuta. Soltanto la certezza che il Regno non è la menzogna di un avventuriero o l’allucinazione di un ossesso; soltanto la sicurezza della validità del Messaggio può spingere gli uomini a metter mano alla fondazione” (Ibidem, pag. 79).

“L’ispirazione religiosa della Storia di Cristo – rivela, a ben guardare – secondo Giorgio Liuti nell’introduzione, un’oscura matrice laica, un bisogno continuo di misurare la propria finitezza su di un ipotetico infinito cercato e mai posseduto, forse un misterioso esorcismo nei confronti dell’ingrata furia di un mondo che sfugge e si annulla. Di qui, da questo spazio irrisolto, credo derivi la evidente concitazione ideologica e stilistica di un’opera che vorrebbe apparire come testimonianza di un’avvenuta pacificazione, ed è invece il documento di una inarrestabile volontà di partecipazione” (Ibidem, pag. VII).

FRAMMENTI DEL LIBRO

L’ambientazione storico geografica del libro è superba, tanto è precisa nei dettagli. Ugualmente lo è la descrizione dei personaggi, delle loro azioni e dei sentimenti che li animano. Impossibile riportare tutto in uno scritto, che nell’intenzione dovrebbe essere la recensione dell’opera stessa, che consta di novantasei capitoli, distribuiti in 468 pagine.  Ho scelto allora cinque piccoli capitoli del saggio, che servono di esempio: Capernaum, la montagna, Marta e Maria, la peccatrice, Emmaus.

Capernaum, Cafarnao è il villaggio dove Gesù soggiorna spesso. È un agglomerato di case bianche, adagiato sulla sponda a Nord Ovest del lago di Tiberiade. “Il primitivo villaggio di pescatori e di contadini negli ultimi anni si era ingrossato, aveva messo su ventre. Posto sulla strada carovaniera che da Damasco, attraverso l’Iturea, andava verso il mare, era diventato a poco a poco un emporio mercantile di qualche importanza. C’erano venuti a stare artigiani, trafficatori, mercanti, sensali, bottegai. Vi erano accorsi anche pubblicani e gabellieri. Il piccolo borgo tra l’agreste e il peschereccio era diventato una città mista e composita dove la società del tempo – anche soldati e prostitute – era tutta rappresentata. Ma Capernaum, distesa a specchio del lago, ventilata dall’aria dei poggi prossimi e dalla brezza dell’acqua, non era tutta putrefatta come le città siriane o come Gerusalemme. Vi erano ancora contadini che tutti i giorni andavano ai campi e pescatori che tutti i giorni salivano sulle barche. Buona, povera, semplice, cordiale gente; uomini ai quali si poteva parlare d’altro che di derrate e d’argento. Tra loro si respirava” (Ibidem, pag. 82).

Gesù trova proprio a Cafarnao i primi quattro discepoli: Simone, figlio di Giona e suo fratello Andrea, Giacomo e Giovanni, fratelli anche loro, figli di Zebedeo. “Sono pescatori, due coppie di fratelli che s’affratellavano più profondamente nella fede comune. Gesù non era più solo. I quattro poveri pescatori, quattro semplici uomini del lago, uomini che non sapevano leggere e a malapena sapevano parlare, quattro umili uomini che nessuno aveva saputo distinguere dagli altri, erano chiamati da Gesù a fondare con lui un Regno che doveva occupare tutta la terra. Per lui avevano asciato le barche fedeli che tante volte avevano messo in acqua e tante volte legate allo sbarcatoio e le vecchie sciabiche e le nasse che avevano tirato su dall’acqua migliaia di pesci, e il padre, e la famiglia, e la casa; avevano lasciato tutto per seguire quest’uomo che non prometteva denari né terre, e parlava solamente di amore, di povertà e di amore” (Ibidem, pag. 89).

A Cafarnao, Simone, detto Pietro, ha la propria casa. Gesù vi farà sosta ripetutamente nei tre anni di vita pubblica, spostandosi nei villaggi vicini, ma affrontando anche viaggi lontani, come quando andrà a Tiro e Sidone, nella Fenicia e fino al monte Hermon, in Siria, se la trasfigurazione avvenne proprio qui. Gesù, a Cafarnao, di sabato, frequentava la locale sinagoga, raggiunta settimanalmente da tutto il popolo variegato: piccoli possidenti, negozianti, signori, ortolani, fabbri, pescatori, poveri e ricchi. Prendeva la parola e leggeva i rotoli della Bibbia: “La poveraglia del fondo aspettava, ogni sabato, che qualcuno leggesse un capitolo di Amos o d’Isaia”. Nella casa di Pietro, Gesù guarisce la suocera dell’apostolo; entrato in un’altra casa vicina, guarisce un paralitico, che vene calato giù dal tetto, tanta era la folla che si era assiepata tutto intorno, da non permettere più l’ingresso a nessuno.

La montagna delle Beatitudini è in realtà una collina, situata sulla riva nord – occidentale del Mar di Galilea, tradizionalmente associata al Discorso che Gesù pronunciò proprio qui. Sono le frasi che descrivono le condizioni per essere veramente elici e ricevere il Regno di Dio, qui sulla terra: “Beati i poveri in spirito perché di questi è il Regno dei cieli”. Poveri in spirito sono tutti quelli che hanno piena e dolorosa coscienza della loro povertà spirituale, della imperfezione dell’anima propria, della scarsità di bene ch’è in noi tutti, dell’indigenza morale in cui giacciono i più. “Beati i miti perché erediteranno la terra”. Nel linguaggio messianico, ereditare la terra significa partecipare al nuovo Regno. I mansueti sono quelli che sopportano la vicinanza dei cattivi e la propria, spesso più ingrata; che non si rivoltano ai cattivi ma li vincono colla dolcezza. “Beati coloro che piangono perché saranno consolati”. La luce non può venire dal cielo se gli occhi degli uomini non la riflettono e piangono per la lontananza di quel bene sognato, infinite volte promesso, eppure sempre più lontano per colpa nostra e di tutti.  “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati”. La giustizia che intende Gesù non è la giustizia degli uomini, l’ubbidienza alle leggi umane, la conformità ai codici. Il giusto, nella lingua dei salmisti e dei profeti, è chi vive secondo la volontà di Dio, cioè dell’archetipo supremo di ogni perfezione. “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia”. Chi amerà sarà amato, chi darà soccorso, troverà soccorso. “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”. Sono puri di cuore quelli che non hanno altro desiderio che la perfezione, altra gioia che la vittoria sul male che ci bracca da ogni parte. “Beati i pacifici perché saranno chiamati figli di Dio”. I pacifici sono quelli che portano il bene dove c’è il male, che firmano la pace dove c’è la guerra. Quando Gesù dice che è venuto a portare guerra e non pace intendeva la guerra al Male, a Satana, al Mondo, al Male che è offesa, a Satana che uccide, al Mondo che è un’orrenda mischia; intendeva insomma la guerra alla guerra.

Mai come nei nostri giorni è valida questa beatitudine, quando viviamo due guerre spaventose, a Gaza, ma soprattutto in Ucraina, dove chi ha invaso il paese, la Federazione Russa, sostiene che il vero invasore è l’Ucraina, cioè il paese invaso. Si rovescia la verità e si pretende di avere ragione. Il colmo poi è quando Putin invita a risolvere le questioni geopolitiche con la diplomazia, non con la guerra. Come se la guerra non l’abbia iniziata lui con l’invasione dell’Ucraina. Roba da matti, avrebbe detto qualcuno (NDR).

Beati i perseguitati per amore della giustizia, perché di questi è il Regno dei cieli”. Il regno dei cieli è la paterna bontà che si chiama Dio. Gesù manda quindi i propri discepoli a combattere i sostegni dell’ingiustizia, i livreati della materia, i proseliti dell’Avversario. Costoro, assaliti, si difenderanno; per difendersi vi offenderanno e vi tortureranno nel corpo e nell’anima, privati della libertà e forse anche della vita. “Beati quando vi oltraggeranno e, mentendo, diranno ogni male contro di voi. Rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli; perché così, prima di voi, hanno perseguitato i profeti”. La persecuzione è specialmente materiale, sul piano fisico, giuridico e politico (Ibidem, pp. 94- 99).

Il Discorso della Montagna – scrive Giovanni Papini – è il più grande titolo degli uomini all’esistenza. Alla presenza degli uomini nell’infinito universo. La nostra giustificazione sufficiente. La patente della nostra dignità di essere muniti di anime. Il pegno che potremo inalzarci sopra noi stessi ed essere più che uomini. La promessa di questa possibilità suprema, di questa speranza, della nostra ascensione sopra la bestia”. Il Discorso della Montagna o delle Beatitudini suscita in chi lo legge anche una sola volta “un brivido di riconoscente tenerezza, un principio di pianto in fondo alla gola, uno struggimento d’amore e di rimorso, un bisogno confuso ma pungente di fare qualcosa perché quelle parole non siano soltanto parole, perché quel discorso non sia soltanto suono e segno ma speranza imminente, vita viva in tutti i vivi, verità presente, verità per sempre e per tutti, – chi l’ha letto una volta sola e non ha provato tutto questo, non c’è nessuno più di lui che meriti il nostro amore perché tutto l’amore degli uomini non potrà mai ripagarlo di quel che ha perduto. La Montagna sulla quale sedeva Gesù il giorno del Discorso era certo meno alta di quella dove Satana gli aveva fatto vedere i regni della terra. Di lassù non si scorgeva che la campagna adagiata sotto il sole affettuoso della sera” (Ibidem, pp. 92- 93).

Marta e Maria

“Anche le donne amavano Gesù.  Si fermavano quando lo vedevano passare, lo seguivano quando parlava con gli amici e con gli sconosciuti, si avvicinavano alla casa dove era entrato, gli conducevano innanzi i figlioli, lo benedicevano a gran voce, gli toccavano la veste per essere guarite dai loro mali, erano felici di poterlo servire. Tutte quante avrebbero potuto gridare, come la donna che alzò la voce in mezzo alla moltitudine: “Beato il ventre che ti ha partorito e le mammelle che tu poppasti”. Molte lo seguiranno fino alla morte: Salomè, madre dei Figli del Tuono, Maria di Cleofa, madre di Giacomo il minore, Marta e Maria di Betania, Maria Maddalena, Giovanna, moglie di Cuza, intendente di Erode, Susanna e molte altre. Avrebbero voluto essere sue sorelle, sue serve, sue schiave, per assisterlo, per preparargli il pane, per mescergli il vino, per lavare i suoi vestiti, per ungere i suoi piedi stanchi, i suoi capelli intonsi e spioventi” (Ibidem, pp. 243- 244).

Marta e Maria sono due sorelle. Quando Gesù entra nella loro casa, ambedue sembrano sconvolte dalla gioia. Lazzaro, il loro fratello è stato risuscitato da Gesù. Marta gli si precipita incontro e gli chiede se gli manca nulla, se vuole lavarsi, se vuole mangiare subito. Entrata in casa, lo guida al lettuccio perché si stenda, e gli porge una coperta se ha freddo, e corre alla brocca per attingere acqua nuova e fresca. Poi, tornata, si mette in moto per preparare al pellegrino un buon desinare, assai più abbondante dell’ordinario per la famiglia. Accende un gran bel fuoco, va in cerca di pesce fresco, uova di giornata, fichi, olive; si fa prestare da una vicina un pezzo di agnello ammazzato ieri. Non vede che Gesù. Nessun altro esiste. Non si sazia mai di guardarlo, ascoltarlo, sentirlo parlare, vivente, presente, vicino a lei.

Anche Maria è al servizio di Gesù, ma in un’altra maniera. Maria è una contemplativa, una adorante. Si muoverà soltanto per coprire il cadavere del suo Dio con i profumi; si muoverebbe se egli chiedesse la sua vita, tutto il suo sangue. Ma il resto, il daffare di Marta, è faccenda materiale, che non la riguarda. Le donne, dunque l’amavano ed egli contraccambiava con la pietà questo amore. Il pianto della vedova di Nain lo fa piangere tanto che le risuscita il figlio morto. Le implorazioni della donna Cananea, benché fosse straniera, lo vincono e guarisce la sua figliola. L’Ignota rattratta da diciotto anni, tutta curvata e incapace di raddrizzarsi, è guarita benché fosse giorno di sabato ed i capi della sinagoga gridassero al sacrilegio. Nei primi anni del su viaggio libera dalla febbre la suocera di Pietro e dai mali spiriti la Maddalena; risuscita la figlia di Giairo e risana la sconosciuta che soffriva da dodici anni di flusso di sangue” (Ibidem, pp. 244- 245).

La peccatrice

Nessuna donna amò Gesù quanto la peccatrice che l’unse con l’olio di nardo e lo bagnò con le sue lagrime, in casa di Simone. Aveva sentito la voce di Gesù più volte, aveva udito le sue parole. Quando entra in casa di Simone non è la stessa donna di prima. Tutta la sua vita è mutata. I suoi occhi hanno imparato a piangere. La peccatrice salvata vuole compensare con qualche riconoscimento il suo salvatore. E allora prende una delle cose più che preziose che le siano rimaste, un vaso sigillato pieno di nardo, forse il dono d’un amante di ventura, e pensa di ungere con quell’olio costoso i capelli del suo Re. Il suo primo pensiero, dunque, è un pensiero di ringraziamento. Il suo primo atto pubblico di ringraziamento. La peccatrice vuole ringraziare davanti a tutti chi ha mondato la sua anima, chi ha risuscitato il suo cuore, chi l’ha tolta dalla vergogna, chi le ha dato la speranza tanto gloriosa da surrogare tutte le gioie. Entra con il suo alabastro chiuso, stretto al petto, timida e guardinga. Si avvicina a Gesù e gli rovescia sul capo metà dell’olio d’alabastro. Le grosse gocciole brillano sui capelli come gemme disciolte. Con l’alabastro rimasto gli unge i piedi con delicatezza, come fa una mamma con il proprio bambino (Ibidem, pp. 250- 251).

Emmaus

“Due amici di Gesù, di quelli che erano in casa con gli altri discepoli, dovevano andare quella mattina, per loro faccende, ad Emmaus, un piccolo paese distante soltanto un paio d’ore di strada. Erano ambedue dei buoni Giudei, di quelli che lasciavano un posto all’ideale nel loro spirito, ingombrato di sollecitudini molto reali. Anche loro, come quasi tutti i Discepoli, aspettavano la venuta di un liberatore, che venisse a liberare, prima di tutto, Israele, un Messia, insomma, che fosse figlio di David piuttosto che figlio di Dio. Lo immaginavano un guerriero a cavallo invece che un povero pedone, flagello di nemici e non che accarezzasse infermi e di bambini. Volevano bene a Gesù e soffrirono del suo soffrire ma quella fine improvvisa, infamante, senza gloria e senza resistenza, era troppo in contrasto con quello che si aspettavano” (Ibidem, pag. 435).

Lungo la strada vengono affiancati da un uomo che andava nella loro stessa direzione. Lo sconosciuto pellegrino li accompagna lungo il cammino e ascolta i loro discorsi. I due amici erano rimasti troppo scossi dalla morte in croce del loro maestro. Raccontano tutto all’occasionale compagno di viaggio, che finge di non saper nulla sugli ultimi avvenimenti accaduti a Gerusalemme: la cattura di Gesù, la flagellazione, la condanna alla morte sulla croce. Il misterioso personaggio spiega loro che già i Profeti avevano parlato del Figlio dell’uomo che sarebbe stato messo a morte. Giunti alle prime case di Emmaus, il pellegrino fa per accomiatarsi, come se volesse andare più avanti. I due amici lo pregano di rimanere, anche perché la giornata volge al declino e scendono ormai le ombre della notte. Lo pregano pertanto di rimanere con loro anche per consumare la cena. Messisi a tavola, lo sconosciuto pellegrino, che sedeva nel mezzo, prese il pane, lo spezzò e ne dette un po’ per uno agli amici. A quell’atto i due discepoli riconobbero, nello sconosciuto, Gesù in persona, ma questi, dopo un po’ scomparve ai loro occhi (pp. 436- 437- 438).

Dopo averlo riconosciuto, digiuni e affaticati com’erano ripresero la strada che avevano fatto e giunsero, ch’era già notte, a Gerusalemme. E camminando, quasi vergognosi, dicevano: “Non ci bruciava il cuore nel petto quando ci parlava e ci spiegava i profeti? Perché non l’abbiamo saputo riconoscere allora? I discepoli vegliavano sempre. Gli arrivati, senza fiatare, raccontarono l’incontro e quello che aveva detto lungo la via e come lo avevano riconosciuto soltanto al momento che spezzò il pane. E come risposta alla nuova conferma tre o quattro voci gridavano insieme: “Sì, il Signore è veramente risuscitato ed è apparso anche a Simone” (pag. 438). L’episodio dei discepoli di Emmaus vuol farci capire che non siamo noi a trovare Gesù Cristo, ma è lui che ci viene a trovare in qualsiasi momento. Basta solo ripetere sommessamente: “Resta con noi, Signore, perché si fa sera”, la sera del dubbio, dell’angoscia, della sofferenza, grande o piccola che sia, segno di una fragilità che ci portiamo sempre addosso in ogni momento della nostra vita.

Raimondo Giustozzi

 

 

 

 

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