di Raimondo Giustozzi
“Il compito di Franҫois Mauriac – scrive Carlo Bo nella introduzione del libro – è quello di sciogliere Cristo da tutti gli equivoci con cui l’abbiamo vestito e coperto e risentirlo vicino, presente, dentro di noi. Non c’è dubbio che contro la pagina della vita letta e interpretata, egli ne apre un’altra che con gli anni si è andata irrobustendo e approfondendo e che possiamo chiamare la pagina della sua stupenda lezione pascaliana. Il critico Mauriac è appena una pallida immagine dell’uomo che dibatte dentro di sé i temi essenziali dell’esistenza e che portano – almeno come indicazioni e punti di riferimento – i nomi di Pascal e di Racine. Non chiediamo a Mauriac quello che non ci può dare, chiediamogli soltanto la grazia e il soccorso delle sue illuminazioni che hanno avuto un peso anche per noi” (Carlo Bo, introduzione, pag. XXIX, in Franҫois Mauriac, Vita di Gesù, UTET, 1964).
Vita di Gesù (La vie de Jésus) è un saggio, pubblicato da Franҫois Mauriac nel 1936. Il libro è stato tradotto in Italia da Angiolo Silvio Novaro e pubblicato nel 1937 da Arnoldo Mondadori. Nel corso degli anni sono uscite diverse edizioni, sempre tradotte in italiano. Nel 1964, l’UTET (Unione Tipografico-Editrice Torinese) pubblicava nella collana Scrittori del mondo: i Nobel, di François Mauriac, Premio Nobel nel 1952, Il bacio al lebbroso, Destini, Groviglio di vipere e la Vita di Gesù, con la prefazione di Carlo Bo, la traduzione di Giuseppe Prezzolini, Marise Ferro, Mara Dussia, Angelo Silvio Novaro. La Vie de Jésus è stata tradotta in altre sedici lingue: svedese, portoghese, serbo, tedesco, polacco, sloveno, spagnolo, giapponese, catalano, coreano, norvegese, croato, russo, ungherese, ceco, inglese (Fonte Internet).
François Mauriac considerava Jean Racine l’unico vero umanista degno di questo nome, soprattutto per la sua attenzione all’uomo e allo studio della sua condizione. Un altro grande punto di riferimento dello scrittore francese era Blaise Pascal. Scrisse due saggi su ambedue i maestri. Mauriac era contro l’avarizia, l’orgoglio, l’odio, la sensualità, l’avidità, il materialismo, la brama di dominio, che travolgono la borghesia di provincia, lontana da ogni possibilità di riscatto. Mise il cattolicesimo alla base della sua opera. Nella sua Vita di Gesù non aggiunge nulla a quanto già scritto nei Vangeli, ma mette sempre in evidenza la grande umanità di Gesù in tutti i 27 capitoli, declinati in paragrafi di diversa lunghezza, per 195 pagine.
“Sotto il regno di Tiberio Cesare, il legnaiuolo Jeshu, figlio di Giuseppe e di Maria, abitava quella borgata, Nazareth, della quale non è menzione in alcuna storia e che le scritture non nominano: alcune case scavate nel macigno di una collina, di fronte alla pianura di Esdrelon. Le vestigia di queste grotte sussistono ancora. E una di queste celò quel fanciullo, quell’adolescente, quell’uomo, tra l’operaio e la Vergine. Là egli visse trent’anni – non già in un silenzio di adorazione e d’amore; dimorava nel bel mezzo di una tribù, fra i litigi, le gelosie, i piccoli drammi d’una numerosa parentela, dei Galilei devoti, nemici dei Romani e d’Erode; e che, nell’attesa del trionfo d’Israel, salivano per le feste a Gerusalemme” (François Mauriac, capitolo I, La notte di Nazareth, in “La vita di Gesù”, pag.403, UTET, 1964).
Nazareth si trova nel Nord di Israele, nella regione della Bassa Galilea. La piana di Esdrelon è un’ampia e fertile pianura, delimitata a Nord dalle alture della Samaria e del monte Ghilboa, ad Ovest dalla catena del monte Carmelo e ad Est dalla valle del Giordano. Oggi la valle di Jezreel (Esdrelon), dal nome di un’antica città, è una pianura fertile, coperta di campi di grano, cotone, girasoli e mais e un ampio pascolo per una moltitudine di pecore ed altro bestiame. La popolazione è a maggioranza araba, composta da mussulmani e cristiani. Gesù visse qui per trent’ anni.
Iniziata la vita pubblica, Gesù trova nella casa di Pietro, a Cafarnao, presso il lago di Galilea, il luogo più adatto per spostarsi nella regione ad annunciare il Vangelo. “Lo scriba che io immagino, mescolato con altri personaggi di maggiore importanza, ha finito per penetrare nella casa ove Gesù è ospitato e che la folla assedia. Ma l’onda umana si è richiusa dietro le loro spalle. Uomini che portano un paralitico tentano inutilmente di aprirsi un passaggio. Giungono certo di lontano, a prezzo di lunghe fatiche; non ripartiranno senza aver visto colui che sono venuti a cercare. Lo raggiungeranno a qualunque costo. Pendono una decisione disperata: issano l’infermo sul tetto, tolgono i tegoli, e calano il loro carico nel vano stesso dove Gesù è assiso, suscitando clamore di proteste, grida furibonde, minacce. Lo scriba osserva il taumaturgo: gli occhi fissi sulle sue labbra, sulle sue mani. Le parole che ora stanno per essere pronunciate sono le più strane, le più inaspettate, poiché sembrano non avere alcun legame con lo stato dell’infermo. O meglio, sono come una risposta resa d’un tratto afferrabile, in un dialogo silenzioso tra il Figlio dell’uomo e la creatura coricata: – Uomo, abbi fede, i tuoi peccati ti sono rimessi” (Ibidem, pag. 438).
I farisei presenti si scandalizzano. Dio solo può rimettere i peccati. Quello che hanno udito è per loro una bestemmia. Gesù non si lascia intimorire. Dice: “Che è più facile dire: i tuoi peccati ti sono rimessi, oppure dire: levati e cammina? Ora, affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha ricevuto sulla terra l’autorità di rimettere i peccati, io ti ordino, prendi il tuo letto e vattene a casa tua. Il paralitico si alzò tra gli urli di gioia della folla. E certamente i Farisei approfittarono del tumulto per dileguarsi. Ma lo scriba che io immagino era forse colui di cui parla San Matteo e che, esaltato, gridò a Gesù: – Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai. Egli era sedotto dal seduttore; si sottometteva a quella onnipotenza, le cedeva le armi. Senza dubbio sperava in uno sguardo, in una parola che d’un tratto lo compenserebbe d’una sottomissione così sollecita; ma ciò che quell’uomo dava non era mai ciò che da lui si attendeva. Gesù, tuttora fremente di ciò che or ora ha compiuto, risponde: – Le volpi hanno la loro tana, e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha pure dove posare il capo” (Ibidem, pag.439).
Gesù, dopo questo episodio, sostò di nuovo sulla sponda del lago, davanti ad una piccola tavola, dove sedeva un pubblicano, un essere spregevole per gli Ebrei, perché riscuoteva le imposte per conto dei Romani. Gesù si avvicina e lo invita a seguirlo: “Levi – gli disse: “Seguimi”. “Il gabelliere si alzò e seguì Gesù. Meglio, tra lo stupore e lo scandalo e la gioia dei Farisei el cui gruppo si ricostituiva a distanza, era Gesù che andava dietro all’immondo gabelliere e che entrava nella casa e sedeva alla tavola di lui dove una marmaglia era invitata: esseri dell’ambiente di Levi, dei quali ancora alcuni dicono che nessuno vede, che non sono ricevuti in nessun luogo. I dottori ottengono la loro rivincita: accerchiano presso la porta i discepoli intimiditi e assestano loro un colpo dritto: – perché il vostro maestro mangia coi pubblicani peccatori? – ed essi non sanno che rispondere. Allora di tra gli invitatisi leva la terribile voce: – Non sono quelli che stanno bene che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate e imparate che significa questa parola: Io voglio misericordia e non sacrifici, poiché io sono venuto a chiamare non i giusti ma i peccatori” (Ibidem, pag.442).
Franҫois Mauriac in ogni pagina del saggio manifesta tutta la propria fede nel Figlio dell’uomo. Tomaso, detto Didimo, non credeva nella resurrezione di Gesù Cristo. Non era con gli altri discepoli quando era apparso a loro. Ha bisogno di una prova concreta, di una esperienza diretta. Cade in ginocchio davanti al Cristo Risorto quando appare anche a lui. Mette le mani nel costato di Gesù che lo invita ad essere credente non incredulo. “Mio Signore e mio Dio” – risponde Tomaso. “Gesù gli dice: – perché mi hai visto, Tomaso, tu credi. Beati quelli che avranno creduto senza avermi visto”. Scrive Mauriac: “Signore, noi che non abbiamo visto con i nostri occhi carnali, crediamo in te” (Ibidem, pag. 597).
Scrive a conclusione dell’episodio che vede protagonisti i due discepoli di Emmaus: “Quando furono presso il villaggio dove erano indirizzati egli fece vista di voler andare più lontano. Ma essi gli fecero forza dicendo: – Rimani con noi, perché si fa tardi e il giorno declina – Egli entrò nel villaggio per rimanere con loro. Ed essendosi messo a tavola con loro, prese il pane, e dopo aver reso grazie, lo ruppe e lo distribuì loro. Allora i loro occhi si aprirono e lo riconobbero; ma egli sparì da loro. Ed essi dissero l’uno all’altro: – Non bruciava il nostro cuore mentre egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?” (Ibidem, pag. 597).
Dopo essere apparso di nuovo a Pietro e a Giovanni, “Gesù si toglie dal gruppo dei discepoli, sale e si dissolve nella luce, ma non si tratta d’una partenza definitiva. Già egli è imboscato, alla svolta della strada che va da Gerusalemme a Damasco, e spia Saul, il suo diletto persecutore. D’ora innanzi, nel destino di ciascun uomo, vi sarà questo Dio in agguato” (Ibidem, pag. 598). È la conclusione del saggio.
“L’amore non è un sentimento, una passione, ma una persona, qualcuno. Un uomo? Appunto, un uomo. Dio? Appunto, Dio. Lui che è qui. Che bisogna preferire a chicchessia? Non basta: che bisogna unicamente adorare. E guai a chi scandalizza! E coloro che saranno suoi potranno attraversare la vita ad occhi chiusi, senz’aver più nulla da temere e più nulla da aspettarsi. Hanno dato tutto per avere tutto, talmente mescolato col loro amore che chi li riceve, riceve altresì l’Amore. Queste parole del Signore, sussurrate all’orecchio dei dodici, contengono in germe l’intrepidità delle migliaia di martiri, la gioia dei suppliziati; d’ora innanzi, e checché possa loro accadere d’orribile, gli amici di Gesù non avranno più che da alzare gli occhi per vedere il cielo aperto” (Ibidem, pag. 447).
L’uso degli episodi narrati dal Vangelo serve a Mauriac per attualizzare il messaggio di Gesù e riconsegnarlo ai contemporanei. Il centurione, che è a servizio di Erode Antipa, non è Giudeo, ma ama a tal punto i Giudei, che ha fatto costruire per loro, a sue spese, una sinagoga. Il suo servitore è moribondo. La morte sarebbe per lui una sciagura. Ha sentito parlare di Gesù che opera miracoli. Non osa andare di persona da lui. Non si ritiene degno di entrare nella sua casa. Invia per questo alcuni suoi emissari e affida loro “Quel messaggio che l’umanità prosternata non cesserà di ripetere fino alla fine dei secoli: “Signore non son degno di entrare nella tua casa. Ma dì una sola parola, e il mio servitore sarà guarito”. Perché io sono soggetto a dei superiori; ho dei soldati ai miei ordini; e se dico ad uno: va’, ed egli va’ e a un altro: vieni, ed egli viene”.
“Gesù fu preso d’ammirazione. Nei tre anni di vita pubblica è diventato il prossimo dei soldati, dei pubblicani, e delle cortigiane, degli storpi, lebbrosi, ciechi. Non ha soltanto amato gli uomini, li ha pure ammirati. E ciò che in essi ammira è un certo stato di resa, una disfatta, un annientamento, frutto di quella lucidità spirituale che è la suprema delle grazie. Umiltà che il volere non basta a conseguire, poiché non è perfetta che a condizione d’ignorarsi. Battersi il petto è un gesto che non costa gran che; e quante labbra orgogliose non ripetono ogni mattina le parole del centurione e quelle di suo fratello il pubblicano! – Io ti rendo grazie, o Signore, per ciò che mi hai fatto simile al pubblicano. – Così prega il Fariseo di oggi” (Ibidem, pp. 454- 455).
Ad una prima lettura, il saggio di Franҫois Mauriac può essere preso per un testo di apologetica, ma non è così. Ogni pagina, accanto ad accenti di forte spiritualità, il grande scrittore francese propone riflessioni continue sul senso da dare alla vita, alla morte, all’onestà, all’amcizia, alla condivisione di progetti comuni, fondati sul Vangelo. La sua Vita di Gesù è ancora un caposaldo della narrativa mondiale. Basta leggerla con un cuore puro, libero da preconcetti di qualsiasi genere essi siano.
Raimondo Giustozzi



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