“Io voglio sapere”, poesia di David Maria Turoldo

David Maria Turoldo

David Maria Turoldodi Raimondo Giustozzi

La poesia “Io voglio sapere” di David Maria Turoldo fu pubblicata nel periodico “L’uomo”, rivista clandestina della resistenza, nata all’interno della Corsia dei Servi. Al momento non ci è dato sapere il periodo preciso della sua prima pubblicazione. Il testo è ricco di paradossi, attraverso i quali, in modo provocatorio, Turoldo proclama la propria fede in Cristo. Le domande, che il Servo di Maria pone in modo indiretto, prima a sé stesso poi al lettore, sono un invito pressante a riscoprire il vero volto di Cristo e della Chiesa nella storia umana. Ogni verso andrebbe commentato; per farlo basterebbe riflettere su ciò che sta succedendo attorno a noi.

“Io voglio sapere / se Cristo è mai stato creduto, / se è venuto e viene e verrà; / o sia appena un’invenzione / per un irreale gioco del Signore / di contro al cupo / giorno dell’uomo. // Io voglio sapere / se veramente qualcuno crede / e come è possibile credere: / se almeno i fanciulli / – avanti ogni cultura – / vedono ancora il Padre. // Io voglio sapere / se l’uomo è una fiera / ancora sulle soglie della foresta: / se la ragione è una rovina. // Io voglio sapere / se il nostro vivere è appena una difesa / contro la vita degli altri: / questo uomo bianco / il più feroce animale / sempre all’assalto / contro ogni altro uomo, / o maledetto occidente. // Io voglio sapere / se ci sono ancora gli assoluti, / o se io sono sacerdote / di colpevoli illusioni; / se è vero che saremo / finalmente liberi / se saremo ancora liberi / se saremo mai liberi. // Io voglio sapere / qual è il potere di resistere, / se sopravvivrà ancora l’amore, / se pure è mai esistito. // Io voglio sapere / se resisterà ancora Cristo, / perché, se no, mi ammazzo. // Io voglio sapere / se l’uomo cresce / e quale sarà l’intelligenza / d’un abitante della metropoli: / se la scienza non sia la morte / e questa macchina / non sia la nostra bara d’acciaio. // Io voglio sapere / se esiste una forza salvatrice / e se nasce a Natale; / che almeno la Chiesa non sia / la tomba di Dio, / l’ultima sconfitta dell’uomo. // Io voglio sapere / se la pace è possibile / se la giustizia è possibile / se lo spirito è più forte della forza. // Io voglio sapere / se qualcuno ha fede ancora / in un futuro. // Io voglio sapere / se Cristo è veramente risorto, / se la Chiesa ha mai creduto / che sia veramente risorto. // Io voglio sapere / perché allora è una potenza, / e perché non va per le strade / come una follia di sole / a dire: Cristo è nato! Cristo è risorto! / E perché non rinuncia alle ricchezze / per questa sola ricchezza di gioia. / Perché? // Mia chiesa amata e infedele, / mia amarezza di ogni domenica, / chiesa che vorrei impazzita di gioia. / Perché? / / Io voglio sapere” (David Maria Turoldo, Io voglio sapere, 1972).

“La poesia invita alla condivisione dell’esperienza umana, mostrando come la ricerca di senso sia un cammino personale e universale, non un possesso esclusivo della conoscenza. Tutto, nel testo, si ricollega alla poetica dell’umanità e del divino. Cristo non propone un insieme di dottrine ma è la pienezza dell’umanità, l’archetipo di tutti gli uomini. La poesia suggerisce che si è più vicini a Cristo, vivendo ciò che Egli rappresenta, piuttosto che pretendere di possederlo e averne una conoscenza esclusiva. Io voglio sapere permette al lettore di immedesimarsi nei sentimenti dell’autore e di trovare risonanze nelle proprie esperienze. La poesia diventa uno strumento per esprimere ciò che spesso la teologia o il linguaggio comune non riescono a comunicare” (Fonte Internet).

“Io voglio sapere / se Cristo è mai stato creduto, / se è venuto e viene e verrà; / o sia appena un’invenzione / per un irreale gioco del Signore / di contro al cupo / giorno dell’uomo”.

I giorni cupi della nostra esistenza si alternano a quelli gioiosi. Sono più numerosi i primi dei secondi. Il Vangelo, anche un suo piccolo “soffio”, come affermava Giorgio La Pira, il “folle” di Dio, assieme ad altri folli: Don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci, padre David Maria Turoldo, don Primo Mazzolari, don Giulio Facibeni, don Tonino Bello, può dire ancora qualcosa all’uomo di oggi?

“Io voglio sapere / se l’uomo è una fiera / ancora sulle soglie della foresta”.

Viviamo in un’epoca di conflitti tra stati. Ragioni geopolitiche, scrivono gli esperti di turno, sono alla base di scelte s, quando si ricorre alla guerra per riaffermare la propria influenza presso gli stati vicini. “La più grande catastrofe geopolitica del Novecento è stata la scomparsa dell’Unione Sovietica”. Per porre rimedio a questo evento, accaduto negli ultimi dieci anni del XX secolo, la leadership del Cremlino, con il suo presidente in testa, ha lanciato una operazione militare speciale contro l’Ucraina, colpevole di voler uscire dall’orbita russa, dopo aver mandato a casa un governo filo russo. I rivoltosi sono stati accusati dalla Federazione Russa di essere nazisti e il nuovo governo con il suo presidente Zelensky, bollato come una banda di drogati. Dal ventitré febbraio 2022 ad oggi è in corso in Ucraina una guerra sanguinosa con bombardamenti sulle città, deportazione di bambini ucraini in Russia, strage di civili, orrori disumani, compiuti dai russi a Bucha e in altre parti del paese. La guerra è stata benedetta dal patriarca di Mosca Kirill. Gli ucraini aiutati dall’Occidente rispondono, difendendosi ma anche attaccando, quando possono, visti gli squilibri in campo, in termini di soldati e di armamenti.

Sono entrati a far parte del linguaggio quotidiano termini come russofono, russofilo, filo russo, filo ucraino e russofobo. Prima dell’aggressione russa contro l’Ucraina nessuno era russofobo. La Federazione Russa si lamenta che l’Occidente, aiutando l’Ucraina a difendersi, sia diventato russofobo. Il suo presidente ha stilato quasi una graduatoria di russofobi. Alcuni sono dei russofobi cavernicoli, altri lo sono di meno. Gli italiani sarebbero, in questa lista, meno cavernicoli di altri, ma ugualmente russofobi perché aiutano Kiev a difendersi. Quando si è perso il ben dell’intelletto non si ragiona più e l’uomo diventa davvero una bestia feroce, dire fiera è troppo poco.

“Io voglio sapere / se il nostro vivere è appena una difesa / contro la vita degli altri”.

Gli anni del Covid 19 (2020- 2022) ci hanno chiusi in casa per timore del contagio. Paura e diffidenza hanno fatto subito a insinuarsi tra le crepe della società. Proprio in quegli anni si è fatta l’esperienza che la vita di ognuno era appena una difesa contro la vita degli altri. All’inizio non c’era nessun dispositivo medico sanitario. Non si conosceva nulla dell’epidemia. Col tempo sono arrivate prima le mascherine poi i vaccini. “Siamo ritornati a vedere le stelle”, ma per poco tempo. Negli ultimi giorni di febbraio 2022 è iniziata in Ucraina l’operazione militare speciale, quasi una spedizione punitiva, ricordando quella scatenata nella prima guerra mondiale dall’impero austro ungarico contro l’Italia.

“Io voglio sapere / se ci sono ancora gli assoluti, / o se io sono sacerdote / di colpevoli illusioni”

Gli assoluti ci sono ancora. Vengono coltivati ancora ma da pochi, che non hanno perso il ben dell’intelletto. La mia generazione si è nutrita di ideali, contro la guerra e contro le ingiustizie. Col tempo però molti compagni di viaggio hanno iniziato a parlare di sano egoismo. Da qui è iniziato il cammino verso il baratro. Le parole sono pietre, scriveva Carlo Levi. Non esiste un egoismo sano e uno malato. L’egoista è chi pensa solo a sé stesso. Uno può avere stima di sé, ma nello stesso tempo non essere egoista. Invece i due termini, stima di sé e egoismo si sono saldati. Si è iniziato a dire che nessuno fa niente per niente. Chi si dimostra disponibile, per risolvere i problemi di tanti, viene additato come ingenuo. Qualcuno ha iniziato allora a credere che chi era disponibile diventava lo zerbino di qualcun altro ed ha mollato tutto. “Insegnando imparavo tante cose. Per esempio ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Uscirne tutti insieme è politica, uscirne da soli è avarizia” (don Lorenzo Milani). Non l’avessi mai detta una cosa del genere in quel consiglio di classe. Qualcuno, di sinistra, saccente e spocchioso mi guardava con commiserazione. Non posso farci niente se cerco di vivere ancora di ideali e non di ideologie.

Il linguaggio della poesia di Turoldo è tagliente, anche sarcastico e divertente nello stesso tempo. Se Cristo è veramente risorto, la Chiesa dovrebbe annunciarlo impazzita di gioia, se non lo fa tradisce la propria missione. “Io voglio sapere / se Cristo è veramente risorto, / se la Chiesa ha mai creduto / che sia veramente risorto. // Io voglio sapere / perché allora è una potenza, / e perché non va per le strade / come una follia di sole / a dire: Cristo è nato! Cristo è risorto! / E perché non rinuncia alle ricchezze / per questa sola ricchezza di gioia”.

Se i cristiani non si preoccupano di coltivare il dies festivus per eccellenza, la domenica, il dies Domini, meritano il rimprovero di non credere a sufficienza, poiché danno l’impressione di non essere mai stati salvati. F. Nietzsche, il filosofo del superuomo non riconosce ai cristiani un’aria festiva; per questo motivo diffida dei “preti” perché li giudica nemici della festività: “Dovrebbero cantare canzoni più belle, se devo imparare a credere al loro Redentore: i suoi discepoli devono avere per me un’aria più redenta” (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, a cura di L. Scalero, pag. 166, Milano 1972).

Michele Giulio Masciarelli (Casalincontrada, 2 settembre 1944 – Francavilla, 12 giugno 2021), in uno dei suoi primi libri, si chiede, tra le altre cose: “Il Cristianesimo è una religione festiva? Il Dio del cristianesimo è un Dio festivo? Il Cristo è un Figlio festivo e un Redentore festivo? La chiesa è una comunità festiva? A queste domande vogliamo rispondere partendo dalla meditazione di un giorno privilegiato per sondare nelle radici se la storia della salvezza e i protagonisti di questa storia sono interpretabili nella linea della festività; quel giorno privilegiato è la domenica. Ma il Giorno del Signore è in grado di rivelarci che la storia della salvezza è una storia festiva, che il Dio biblico è un Dio festivo, che il Cristo è un Figlio e un Redentore festivo, che la chiesa è una comunità festiva?” (Michele Giulio Masciarelli, Un Cristianesimo festivo, meditazione sul giorno del Signore, pag. 31, Editrice Grafiche Ballerini, Pescara 1977).

Ho ritrovato il libro, che l’autore mi aveva donato proprio nell’estate del 1977. È un prezioso volumetto di appena 91 pagine che si leggono tutte d’un fiato. La risposta è che “La domenica è un dies festivus ed è tale perché così l’ha voluto il Signore. Dio nel Suo giorno comanda, attraverso la chiesa, di ascoltare lietamente l’annuncio della Salvezza. Il Dio cristiano è un Dio che gioca creando e crea giocando e l’uomo è ammesso da Dio, per dono, a prendere parte alla Sua Festa, al Suo Gioco, alla Sua Danza” (Ibidem, pp. 35 – 37).

Javier Cercas si chiede, da ateo, perché la Chiesa non riesce a comunicare con parole comprensibili l’esistenza di Dio: “Con quale linguaggio parlare di qualcosa di così strano e di così misterioso come la fede, come la convinzione che esista un essere supremo, che lui governi i nostri destini, che tutto sia misericordia e che, grazie a lui, questa vita non è l’unica, che dopo ne avremo un’altra, infinitamente più lunga e infinitamente migliore? Come esprimere in parole convincenti il delirio salvifico della resurrezione della carne e della vita eterna? E, a proposito, com’è possibile che soltanto un ateo incallito come me chieda al papa di questa questione? Perché la Chiesa non ne parla? Se ne vergogna? Non ci crede più? E, se non ci crede più, continua a essere la Chiesa? Non si trasforma in una semplice ONG, o in una proposta etica tra tante? In questo modo la Chiesa sta rinunciando alla sua arma più potente, semplicemente perché non sa più come gestirla, come trattarla senza risultare ridicola o inverosimile?” (Javier Cercas, Il folle di Dio alla fine del mondo, pag. 400, Guanda Editore, Milano, 2025).

 

Raimondo Giustozzi

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