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Il “buco nero” del 7 ottobre Una data, un punto di non ritorno: due crimini intrecciati e le ombre del Novecento che inghiottono il presente.

Fonte internet

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Di Roberto Della Seta

7 ottobre. Senza nemmeno bisogno di aggiungere l’anno – il 2023 –, “7 ottobre” rimarrà come simbolo di una cesura irreversibile nella storia di questo nostro primo quarto di secolo. Una cesura a più dimensioni, sia concrete che simboliche: nessuna inedita, tutte rivelatesi, quel giorno e dopo, con chiarezza esemplare. Rimarrà il 7 ottobre anche come una data doppiamente maledetta: sia perché ricorda una grande tragedia – l’assassinio a sangue freddo da parte di Hamas di oltre 1000 israeliani e il rapimento di oltre cento ostaggi – sia perché ormai questa memoria è irrimediabilmente offuscata dalla tragedia ancora più grande scatenata da Israele a Gaza per vendetta. Così, oggi, il 7 ottobre simboleggia nella percezione del mondo molto di più il martirio delle decine di migliaia di civili palestinesi massacrati nella Striscia di quello, altrettanto bestiale, delle centinaia di civili israeliani assassinati da Hamas.

 

Non riesco a pensare separati uno dall’altro questi due grandi crimini contro l’umanità. Li vedo come un unico immenso male, nel quale si ritrovano condensate in un ammasso infernale quattro delle eredità più velenose del Novecento.

 

Prima eredità: il terrorismo è razzismo. Non l’hanno inventato né Hamas né l’Islam il terrorismo, esiste da secoli ed è nato nel cuore dell’Europa. Ma certamente la carneficina del 7 ottobre in questo esordio di terzo millennio ne segna l’apoteosi – insieme a un altro massacro islamista che si ricorda senza doverne ricordare l’anno, l’11 settembre. Il 7 ottobre duemila miliziani di Hamas sono penetrati dalla Striscia di Gaza nel territorio di Israele seminando morte e distruzione in diversi kibbutz, compreso quello a Re’im, dov’era in corso un festival musicale cui partecipavano centinaia di giovani. Circa 1.200 le vittime israeliane, per i tre quarti civili, e altri 250 gli israeliani portati a Gaza come ostaggi. Che lo si chiami o no “pogrom”, il 7 ottobre è stato il più terribile eccidio di ebrei dalla Shoah. È stato, anche, un esempio perfetto della stretta vicinanza concettuale, etica, tra terrorismo e razzismo. II terrorismo, in effetti, è un’espressione di razzismo: si accanisce contro individui, persone, non per le loro azioni e nemmeno per le loro opinioni, ma per ciò che “sono”. Molte vittime del 7 ottobre erano giovani nati in Israele, dunque non “colonizzatori” ma semmai seconda o terza generazione di ebrei arrivati da altrove; più d’uno era impegnato in associazioni pacifiste che si battono contro l’occupazione israeliana di Gaza e della Cisgiordania, qualcuno non era nemmeno ebreo ma arabo o druso. Per i terroristi di Hamas, a renderli “nemici” era il loro “sangue” (nel caso delle vittime arabe e druse, presunto), lo sguardo di Hamas sugli israeliani assassinati e rapiti il 7 ottobre era squisitamente razzista.

 

Seconda eredità: nell’invasione di Gaza Israele si è rivelato come uno Stato-canaglia. Che lo si chiami o no “genocidio”, ciò che da due anni sta facendo lo “Stato ebraico” nella Striscia di Gaza e anche in Cisgiordania è incomparabilmente peggio di una rappresaglia – per quanto sproporzionata – per il 7 ottobre. È una guerra nella quale Israele non combatte contro un esercito ma contro un popolo, nella quale i civili palestinesi sono il vero bersaglio delle sue bombe, dei suoi missili, ora dei suoi carri armati, vittime di un progetto sempre più esplicito di pulizia etnica. Ed è questa guerra l’esito finale della degenerazione nazionalista, razzista, colonialista, antidemocratica di Israele. Degenerazione di Israele come Stato, non solo delle politiche condotte dai suoi governi: Netanyahu e i suoi ministri fascisti sono certo criminali di guerra, ma negli eccidi di Gaza e nelle scorribande criminali dei coloni in Cisgiordania appoggiati o giustificati o tollerati da buona parte della società israeliana, io credo si debba leggere – riprendo una celebre definizione che diede Piero Gobetti del fascismo – la “autobiografia di una nazione”. L’Israele di Netanyahu e del genocidio a Gaza è una catastrofe. Lo è prima di tutto per il popolo palestinese, ma come l’Italia di Mussolini non è un’eccezione, un epifenomeno. Semmai Netanyahu è l’incarnazione massima di un paese perduto, il cui “suicidio” – citando il titolo perfetto dell’ultimo libro di Anna Foa – ha radici antiche. Quando inizia l’autobiografia? Si può farla cominciare con la guerra dei sei giorni del 1967. Da allora Israele non è più una democrazia: è anti-democrazia governare, come ormai succede da sessant’anni, nei territori occupati su milioni di abitanti palestinesi cui è negato il diritto di votare per i loro rappresentanti nel parlamento di Gerusalemme, ed è anti-democrazia praticare forme evidenti di apartheid, di discriminazione civile e sociale anche verso altri milioni di cittadini arabo-israeliani. Tutto ciò, mi preme aggiungere, non avvalora l’identificazione del sionismo, pensiero fondativo dello Stato d’Israele, come idea colonialista e razzista, di grande moda nel linguaggio delle mobilitazioni “pro-pal”. La storia del movimento sionista è complessa e per molti aspetti contraddittori: sua ambizione originaria era creare in Palestina un “focolare nazionale ebraico”; recava certo un’impronta colonialista – come nella mentalità di tutte le correnti politiche dell’Europa in quell’epoca, socialismo compreso – ma rispondeva anche all’urgenza di liberare gli ebrei europei da secoli di persecuzioni destinate poi a esplodere nella Shoah. L’antisionismo, posizione che appartiene anche a gruppi ebraici della diaspora, non è di per sé sinonimo di antisemitismo, ma utilizzare oggi l’aggettivo sionista per qualificare i cimini d‘Israele è una scorciatoia dialettica impropria, che peraltro contribuisce ad alimentare la confusione tra “ebrei” e “israeliani” foriera, essa sì, di suggestioni antisemite.

 

Terza eredità: l’antisemitismo non muore mai. Si dice: se in Europa e in Occidente riemergono forme scoperte di antisemitismo, ciò dipende dall’indignazione che suscita nella gran parte delle opinioni pubbliche mondiali la condotta criminale di uno Stato, Israele, che si definisce “ebraico”.

 

Vero. Ma queste manifestazioni sempre più ricorrenti attecchiscono perché nutrite da un humus antico che resta vivo nelle vene di noi occidentali, e che si vede all’opera anche in linguaggi e slogan assai diffusi nel mondo “pro-pal”. Chi cede a queste suggestioni sarà pure condizionato da una sincera e generosa solidarietà con il popolo palestinese perseguitato, ma resta un antisemita e dunque un razzista. Due postille. L’antisemitismo è un “prodotto tipico” europeo: così l’antisemitismo religioso, che per secoli ha perseguitato gli ebrei come deicidi; così quello sociale, che li ha visti come personificazione del capitalismo più rapace; così quello nazionalista e razzista, che li ha combattuti e infine ha cercato di sterminarli quali “germi” estranei che infettavano la purezza nazionale dei popoli europei. Del tutto originale è poi l’odio antiebraico di matrice arabo-islamica, in cui semmai l’antisemitismo è aspetto collaterale e secondario, sorta di appendice, di una motivazione primaria assai più recente che è l’odio verso Israele. Gli antigiudaici occidentali hanno un pregiudizio verso gli ebrei che viene prima del giudizio su Israele, gli antigiudaici arabo-islamici odiano gli ebri perché li identificano con gli israeliani. Seconda notazione. La tragedia di Gaza ha portato in superficie un fenomeno che non è nato oggi ma che oggi ha assunto dimensioni ragguardevoli: l’allineamento pieno, talvolta fanatico, alle politiche criminali di Israele da parte di settori della destra notoriamente antisemiti. Per dire: in America alcuni tra i più popolari influencer filo-Trump, e dunque filo-Israele, ospitano abitualmente nei loro podcast esponenti di gruppi filonazisti; in Europa l’AfD tedesca e il partito del leader ungherese Orbán, attestati su posizioni di sostegno incondizionato a Israele, nel loro discorso pubblico contemplano spesso allusioni e battute antisemite. Ancora sull’antisemitismo. Molto spesso da parte della destra schierata a difesa di Israele ricorre l’abitudine di marchiare come antisemita ogni espressione di radicale condanna dell’azione d’Israele a Gaza, e del resto questo nesso del tutto abusivo è stato persino recepito nella definizione di antisemitismo dettata dalla International Holocaust Remembrance Alliance, organizzazione fondata nel 1998 per iniziativa degli Stati Uniti, di Israele e dei principali paesi europei. Ecco, sarebbe bene che tanto più di fronte ai crimini compiuti da Israele a Gaza si abbandonasse qualunque confusione tra due categorie concettuali – il pregiudizio antiebraico e il giudizio contro il genocidio israeliano a Gaza – del tutto estranee una all’altra.

 

Quarta eredità: non muore mai nemmeno il “doppio standard”. L’Europa è il principale partner commerciale di Israele e avrebbe dunque mezzi potenti per “punire” le sue condotte di guerra che calpestano spirito e lettera del diritto internazionale. Invece l’Europa fino a oggi si è limitata a “deplorare” lo sterminio dei gazawi senza tradurre queste blande lamentele in atti concreti. Ecco il doppio standard: da una parte, del tutto giustamente, le istituzioni e i leader europei sanzionano la Russia per la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina e sostengono attivamente la resistenza di Kiev; dall’altra, del tutto ingiustamente, restano immobili davanti alla guerra di sterminio di Israele a Gaza. Questa doppia morale è un insulto ai valori – diritti umani, Stato di diritto, legalità internazionale – di cui l’Europa si vuole depositaria. E legittima l’idea, già largamente diffusa nel Sud del mondo, di un Occidente ipocrita, per il quale i princìpi umanitari contano zero quando a violentarli sono paesi suoi “amici”.  Ma di doppio standard ce n’è anche un altro, opposto e altrettanto vistoso e deteriore: è lo strabismo di quella parte rilevante del mondo pacifista impegnata a denunciare i crimini israeliani a Gaza e sostanzialmente indifferente a quelli compiuti da Putin in Ucraina. Non si ricordano manifestazioni pacifiste di solidarietà con l’Ucraina aggredita, mentre si ricorda invece una marcia per la pace straordinaria Perugia-Assisi tenutasi all’indomani dell’ingresso delle truppe russe in territorio ucraino nella cui piattaforma mancava la minima distinzione tra “vittime” e “carnefici”. Il titolo della marcia era “Fermatevi!”, invocazione evidentemente rivolta tanto ai russi aggressori quanto agli ucraini aggrediti, gli uni per gli altri.

 

C’è via d’uscita da questo “buco nero”? Oggi – a meno di non affidarsi alla promessa di pace con allegati resort di Trump e Blair – non si vede, ma nella storia succede spesso che la luce appaia inattesa e all’improvviso. Vengono in mente le parole di un film italiano bellissimo di ottant’anni fa, girato e ambientato a Roma nei mesi finali della Seconda guerra mondiale: Roma città aperta di Roberto Rossellini, con uno dei protagonisti – Francesco, tipografo antifascista – che rincuora Pina – la sua compagna, interpretata da Anna Magnani, disperata dopo mesi di occupazione tedesca della città – sussurrandole con amore che “tornerà la primavera”. Pina nel film muore uccisa dai nazisti, Francesco riesce a sfuggire alla stessa fine e infine la primavera ritorna.

by MicroMega

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