di Raimondo Giustozzi
La crisi liberale di fine secolo e il movimento cattolico
La repressione governativa del maggio 1898, se ebbe l’effetto di scompaginare le vecchie forze clericali incapaci a capire i nuovi bisogni della società italiana e gli impegni che i cattolici dovevano assumere in essa e dare vigore alle nuove forze nascenti della democrazia cristiana, questa tuttavia non trovò facile accesso tra le file del movimento. Inutilmente Medolago Albani, capo del secondo gruppo dell’Opera, Radini Tedeschi, vice presidente dell’Opera stessa ed il professore Toniolo si adoperavano presso il cav. Paganuzzi per una democratizzazione dell’Opera e vincere l’atteggiamento ostile che alcuni membri di essa avevano verso la democrazia cristiana. I dirigenti dell’Opera e Paganuzzi tenevano che i giovani si spingessero troppo avanti nel loro programma sociale. In una lettera ad Igino Bandi vescovo di Tortona, che aveva espresso dei giudizi sfavorevoli sull’Opera, Paganuzzi enunciava quelli che erano a suo parere gli errori della democrazia cristiana: “Una certa mal dissimulata prevenzione ed antipatia contro le classi superiori alle quali si intima con un linguaggio più o meno aperto o venite con noi o faremo senza di voi od anche contro di voi e si parla così quasi sperando che le classi superiori non si muovano; una eccessiva facilità a svegliare nel popolo bisogni ed eccitare speranze, senza calcolare se potranno o no i bisogni e le speranze appagare; una certa confusione tra democrazia economica e democrazia politica con aspirazione più o meno aperta alla repubblica; una più o meno aperta tendenza a voler costituire un partito democratico a sé, cristiano e anche senza distinzione confessionale se sarà il caso”. (cfr. AA.VV., Romolo Murri nella storia politica e religiosa del suo tempo)
Toniolo era l’anello di congiunzione tra l’Opera dei Congressi e Romolo Murri. Il professore pisano auspicava una maggiore apertura dell’Opera verso i democratici cristiani, ma rimproverava questi ultimi per dei “torti, nel senso di indiscretezza, intemperanza, di qualche po’ di petulanza che lasciava apparire alquanta presunzione, un fondo di soverchia coscienza di sé, poca tolleranza e carità verso gli altri”. Il progetto di riformare in senso democratico l’Opera venne presentato dal Toniolo e dal Medolago Albani al presidente Paganuzzi con l’impegno di quest’ultimo di dibattere il problema al congresso di Ferrara. Al Congresso (Ferrara 18 Aprile 1899), il tono prevalente fu di estrema prudenza nei riguardi del governo e la scelta stessa del presidente dell’assemblea, il marchese Filippo Crispolti, di tendenze clerico moderata, era particolarmente significativa di una situazione di fatto ormai superata. Illuminanti sono quanto scriveva A. Carlo Jemolo su questa nuova stagione culturale: “Negli ultimi anni del secolo e nei primi anni del nuovo, l’antico dissidio tra la (“Cupola di San Pietro dorata dal sole e l’avverso Quirinale” (R. Murri) sembra placarsi definitivamente in favore di un blocco di forze clerico moderate. Il gruppo dei cattolici, il più numeroso, che non crede possibile l’instaurarsi in Italia di una democrazia sociale cattolica, progressista e che convogli le masse operaie, vuole successi immediati e crede di doversi fondare sulle classi che hanno il potere e non intendono affatto lasciarselo togliere. A loro volta i giornali anticlericali potevano parlare della Lupa Vaticana annidata nel cuore dell’Italia, del Papa primo nemico, ma nella coscienza dei più era radicata la consapevolezza che su molti punti l’ultima parola era stata detta: la perdita del potere temporale del Papa, la legge delle Guarentigie, la soppressione legale dei conventi, la laicizzazione degli istituti dello Stato, sembravano a tutti capisaldi dai quali non potersi dare ritorno. Giustamente poi si accennava alla inutilità di continuare a combattere intorno a questioni ormai superate o a principi teorici. Tra l’autorità civile e la religiosa si andava gradualmente verso una conciliazione nella indifferenza, indifferenza del cattolico per i problemi di organizzazione amministrativa, di riforme costituzionali, indifferenza più radicale dell’uomo politico verso i problemi che si agitavano all’interno della Chiesa: l’esegesi biblica, l’interpretazione del dogma, la riforma dei seminari, etc. più che queste ragioni ideali, la minaccia socialista contribuiva a rinsaldare il legame tra i liberali e i clerico moderati” (Cfr. Arturo Carlo Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni). Durante i lavori del Congresso i dirigenti ci tennero ad affermare che i cattolici non erano né ribelli né sovvertitori e che giammai si sarebbero alleati con i socialisti.
Le richieste dei giovani per una democratizzazione dell’Opera non vennero accolte. Veniva accolto il termine democrazia cristiana che era stato usato pochi mesi prima dallo stesso pontefice Leone XIII. Ma gli intransigenti si affrettarono ad interpretarlo in modo conservatore e paternalistico. Tipico fu il modo come trattò la democrazia la Democrazia Cristiana Giuseppe Sacchetti, direttore dell’Unità Cattolica, uno fra i più autorevoli dei vecchi intransigenti. La Democrazia Cristiana non poteva essere nulla di nuovo nel campo pratico. Essa era semplicemente “Una azione cattolicahieste dei giovani per una democratizzazione dell’ocialisti. che i cattolici non erano né ribelli néi clerico moderati”ndi diretta più particolarmente a sovvenire i bisogni del popolo all’educazione religiosa e civile del popolo cristiano per la difesa della società dalle insidie e dagli assalti del socialismo”. Il Sacchetti toglieva così alla democrazia cristiana il carattere rivendicativo e popolare che le dava invece Romolo Murri. Quest’ultimo fu invitato da autorevolissima persona a non prendere la parola al Congresso, per timore di incidenti che avrebbero potuto rompere quell’unità dei cattolici che si voleva dimostrare ancora salda. A quattro anni di distanza, ricordando quei giorni, rilevava come i democratici cristiani avessero atteso con fiducia dal Congresso di Ferrara le tanto attese riforme: “Esso invece fu uno stringimento al cuore per i pochi democratici cristiani che vi assistettero. La nostra disfatta morale appariva evidente nella preoccupazione stessa di mostrare che si era ancora vivi”.
Da quel giorno i democratici cristiani pensarono che era impossibile lavorare nell’Opera e con l’Opera; da allora nacque in essi, spontaneo, naturale, il proposito di fare da sé. Se l’Opera chiudeva gli occhi davanti alla realtà, i giovani avrebbero agito di propria iniziativa, non per costituire una chiesuola a parte ed in opposizione all’Opera, ben sapendo che una rottura aperta e dichiarata con Essa, avrebbe significato anche l’inimicizia della S. Sede, ma per attuare un completamento del programma e dell’azione cattolica adatto ai tempi, vale a dire democratico, certo nelle tendenze politiche, sollecitato d’ogni questione di diritto e di giustizia sociale. Nel momento in cui i vecchi intransigenti attenuavano la loro opposizione allo Stato Liberale, rimanevano solo i democratici cristiani a gridare la loro protesta. Il loro termine di paragone era dato dal Partito Socialista e dalla sua efficiente e capillare organizzazione. Turati ed i suoi ripigliarono il cammino interrotto, dopo le violenze, le perquisizioni ed il carcere, passata la bufera del ’98, “noi”, scriveva Murri “ci palpammo tristemente le gambe indolenzite e la testa per persuaderci di essere ancora in vita e perdevamo di vista i problemi di una pronta ricostruzione interiore”. Dal Congresso di Ferrara, nonostante tutto, iniziava il periodo più esaltante del movimento democratico cristiano che si diffondeva ovunque nella penisola. Meno di un mese dopo il congresso, i giovani democratici cristiani pubblicavano a Torino sulle colonne de “Il Popolo Italiano” il programma sociale della Democrazia Cristiana, scandito in dodici punti, tra i quali spiccava la “richiesta di un largo decentramento amministrativo come avviamento all’effettiva autonomia comunale e regionale contemperata colle esigenze strettamente nazionali dello Stato” (Cfr. Il Popolo Italiano, Torino 1899). La devolution dei giorni nostri era già contenuta nel programma dei giovani democratici cristiani.
Murri comunque, fatto oggetto di aspre polemiche da parte degli intransigenti che lo accusavano di navigare in pieno liberalismo e di rompere l’unità dei cattolici, rispondeva fieramente sulle colonne della “Cultura Sociale”. Si arrivava così ai primi mesi del nuovo secolo senza che si fosse giunti ad una composizione delle polemiche tra Murri e gli intransigenti. Anzi queste aumentarono in occasione di un articolo “Luttea clericale”, comparso sulla “Cultura Sociale”, firmato da Romolo Murri, in cui si deploravano i segni di deferenza che i vecchi intransigenti tributavano al re Umberto I di Savoia assassinato la sera del 29 luglio del 1900, a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci che aveva voluto vendicare con quel gesto i morti del ’98. L’articolo pubblicato il 16 agosto del 1900 venne sequestrato pochi giorni dopo dalle autorità governative.
La nascita della Democrazia Cristiana
In vista del XVII Congresso che si sarebbe tenuto a Roma per i primi di settembre, Leone XIII provvedeva alla pubblicazione del “Progetto di lettera pontificia sulla Democrazia Cristiana”, “per dissipare”, diceva il Papa, “qualsivoglia equivoco in materia di tanta importanza”. Contemporaneamente, i giovani su iniziativa di Romolo Murri promuovevano un convegno separato e parallelo al Congresso dell’Opera, per discutere sui loro programmi e sull’organizzazione da dare al movimento. L’autorevole e tempestivo intervento di Toniolo riuscì a dissuadere i democratici cristiani dal tentativo scissionista, ma non impedì tuttavia che i murriani si raccogliessero a Roma in riunioni private per discutere sulla fondazione di un giornale di propaganda democratico- cristiana. Il “Domani d’Italia”, il nuovo settimanale democratico cristiano venne annunciato il 1° novembre del 1900 con un appello firmato da Murri, e Mattei Gentili. Più che l’annuncio di un nuovo giornale era la dichiarazione della costituzione di un nuovo partito e rappresentava un fatto molto importante per lo sviluppo del movimento: l’incontro cioè tra “l’ideologo Murri e gli uomini della azione pratica di parecchie province italiane”. Effettivamente la formazione dell’ossatura centrale e periferica del nuovo partito democratico cristiano era abbastanza avanzata. Ma sbaglia chi pensasse che tutta la fioritura democratico cristiana fosse il frutto dell’iniziativa di Romolo Murri. “I Pionieri della democrazia cristiana, a parte qualche teologo, prelato, erano tutti giovani esponenti della società rurale o cittadina dove la parrocchia esercitava ancora la funzione di centro catalizzatore di tutte le attività economiche e sociali a favore del popolo. Romolo Murri, nel suo costituzionale orgoglio intellettualistico, non aveva mai preso un vero contatto personale e non era presente al suo spirito se non in astratto. Le sue pubblicazioni, le sue idee potevano raggiungere gli uomini di cultura, gran parte del giovane clero a cui prospettava orizzonti di libertà, un po’ vaghi ma affascinanti, ma mai sarebbero arrivate ai contadini, agli operai ed alle loro necessità”. È quanto ebbe a scrivere Don Secco Suardo nel suo libro “Da Leone XIII a Pio X”.