Libri Javier Cercas, Il folle di Dio alla fine del mondo

Copertina Il folle di Dio alla fine del mondo

Copertina Il folle di Dio alla fine del mondodi Raimondo GIustozzi

“Così, eccomi qua, ateo e anticlericale, laicista militante, razionalista ostinato ed empio rigoroso, in volo verso la Mongolia con l’anziano vicario di Cristo sulla terra, in attesa che finisca di salutare i vaticanisti e che venga il mio turno per interrogarlo sulla resurrezione della carne e la vita eterna, perché mi dica se mia madre vedrà mio padre al di là della morte, per ascoltare la sua risposta e riportarla a mia madre. Ecco un folle senza Dio che insegue il folle di Dio fino alla fine del mondo” (Javier Cercas, Il folle di Dio alla fine del mondo, pp. 199-200, Guanda Editore, Milano, 2025). Il folle di Dio è Papa Francesco, che ha voluto prendere, primo tra tutti i pontefici della Chiesa Cattolica, il nome del Santo di Assisi, uno dei primi folli di Dio. La fine del mondo è la Mongolia, il lontano paese asiatico, periferia del mondo, dove Papa Francesco si reca in visita, per dare visibilità alla più piccola comunità di cattolici, appena mille e cinquecento fedeli. Le periferie geografiche, quelle materiali ed esistenziali sono state il leitmotiv di tutto il suo pontificato.

Numerose le attestazioni di stima, per questa nuova fatica letteraria, verso Javier Cercas, uno dei più grandi scrittori spagnoli dei nostri giorni: “Il più importante scrittore civile d’Europa” (Aldo Cazzullo), “Un narratore magistrale” (J.M. Coetzee), “Un autore di straordinario talento letterario” (Roberto Bolaño), “Uno dei migliori scrittori della nostra lingua” (Mario Vargas Llosa), “Il più grande romanziere spagnolo” (Garth Risk Hallberg). Javier Cercas sa intrecciare in modo sapiente più generi letterari. Il libro, 460 pagine, diviso in tre macro sequenze, è saggio, diario, cronaca, resoconto, romanzo, intervista letteraria. La prima parte “Alla ricerca di Bergoglio” (pp. 9- 80) è una indagine preliminare su chi sia veramente Papa Francesco. L’autore usa fonti pregresse, da quando il Papa, prima di diventare tale, era semplicemente il cardinale Jorge Mario Bergoglio fino alla sua elezione come pontefice. Anche in questa parte non mancano le interviste, fatte a giornalisti vicini a Papa Francesco per motivi di lavoro, ma anche lontani dalla religione.

La seconda parte “I soldati di Bergoglio” (pp. 81 – 365) è quella più lunga. Il titolo ovviamente è del tutto ironico. Soldati sono tutti quelli che, a vario titolo, lavorano con Papa Francesco, del quale Javier Cercas continua la conoscenza attraverso altre interviste. Quanto all’arco temporale, la narrazione copre una settimana, trascorsa a Roma dallo scrittore spagnolo in compagnia di amici, giornalisti, il viaggio in aereo e il soggiorno di quattro giorni nel paese asiatico, dal primo al quattro settembre 2023. Grazie all’intraprendenza di Lorenzo Fazzini, responsabile della Libreria Editrice Vaticana (LEV), Javier è ammesso alla comitiva che parte in aereo, giovedì 31 agosto 2023.

Nell’aereo papale trova il modo di avvicinare Papa Francesco; in un colloquio individuale di pochi minuti gli chiede se è vero che dopo la morte terrena inizia una nuova vita. La mamma dello scrittore, novantadue anni, fervente cattolica, è certa che ritroverà suo marito, morto qualche anno prima. In aereo, lo scrittore conosce e dialoga con altri giornalisti sui motivi del viaggio che il Papa ha voluto compiere in una terra così periferica. In terra mongola tra un incontro istituzionale e l’altro, che il Papa ha con le autorità locali ed i fedeli convenuti dai più diversi paesi dell’Asia, Javier incontra e conosce personalmente altri folli di Dio. Sono i missionari che provengono dalle più diverse parti del mondo: Italia, Africa, Asia, America Latina

La terza parte, “Il segreto di Bergoglio” (pp. 369 – 456) ruota attorno ad altre interviste. conversazioni con laici e religiosi, che lavorano in Vaticano. Una caratteristica di fondo di tutto il libro è l’humor sottile che pervade conversazioni, interviste, racconti. Non manca nemmeno una sottile ironia, frutto di sagacia e padronanza linguistica. Il valore ultimo del libro sta nel fatto che l’autore sa innalzare anche il personaggio più umile a protagonista. Non c’è una pagina che scivoli nella banalità. L’epilogo (457- 459) è la conclusione del libro, che è da leggere per fare tesoro di riflessioni proposte, per la bellezza di alcune pagine davvero uniche, per il canto della vita.

Appunti per una recensione

Tutto ha inizio al salone del libro di Torino, il 21 magio 2023. Javier Cercas è intento a firmare copie di un suo ultimo libro, quando la segretaria, responsabile Ufficio Stampa della Casa Editrice Italiana, gli comunica che lo sta aspettando una personalità del Vaticano. Javier ricorda che alcuni giorni prima aveva ricevuto una telefonata da un funzionario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede.  Il funzionario lo aveva invitato in Vaticano, il 23 giugno 2023, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’apertura Collezione d’Arte Contemporanea dei Musei Vaticani, riunione voluta da Papa Francesco, estesa ad un gruppo di artisti nella Cappella Sistina. Il funzionario vaticano è Lorenzo Fazzini in persona, che ha fatto pressione presso il pontefice per invitare Javier Cercas sullo stesso aereo del Papa, con destinazione la missione apostolica in Mongolia. Lo scrittore all’inizio tentenna. Cosa andrebbe a fare a Roma, lui che è un ateo, agnostico dichiarato, pensa tra sé stesso. Se c’è di mezzo però il viaggio in Mongolia assieme al Papa, non può scartare l’occasione. Il fine del viaggio poi è scrivere un libro sul viaggio stesso.

Il 23 giugno, 2023, la mattina, dopo aver cenato la sera prima con Aldo Cazzullo, giornalista affermato del Corriere della Sera, in una trattoria accanto al Pantheon, Javier si prepara per andare alla riunione indetta dal Papa presso la Cappella Sistina. Lorenzo Fazzini intanto gli aveva fatto conoscere personalmente in Vaticano i suoi diretti superiori: Paolo Ruffini e Andrea Tornielli, rispettivamente capo e direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione del Vaticano. Di ogni personaggio incontrato con il quale parla affabilmente di Papa Bergoglio, Javier Cercas traccia un profilo a tutto tondo, tratteggiandone i tratti del carattere, i lineamenti fisici, la personalità. Il tempo e lo spazio vengono descritti in modo mirabile. Rappresentano davvero un valore aggiunto, soprattutto quando descrive il cielo della capitale della Mongolia, che non è quello magnificato nelle guide turistiche. Non è affatto azzurro, ma denso di smog. Le strade sono mal messe, piene di buche, in parte anche simili a quelle che Javier percorre per uscire fuori da Roma e recarsi all’aeroporto di Fiumicino. Il traffico è impazzito sia a Roma che a Ulan-Bator.

Aldo Cazzullo è un piemontese di Alba, nelle Langhe, un cinquantenne calvo, brillante, agnostico e ipercritico, che mi ha intervistato in numerose occasioni; quella sera, però, ero io che l’avevo convocato: bruciavo dalla voglia di conoscere la sua opinione sul papa” (Ibidem, pag. 43). Aldo non mangia il cibo, lo divora, in particolare la torta, farcita con ricotta, marmellata di fragole, semi di papavero e di sesamo”. Ogni incontro viene rappresentato in modo dettagliato, descrivendone il luogo dove si svolge:” Nel dehors del ristorante ci avvolgeva un caldo appiccicaticcio. Dietro Aldo, illuminate dalla luce arancione dei lampioni, si profilavano le colonne del Pantheon; sui sampietrini della piazza formicolavano i turisti eterni della città eterna” (Ibidem, pag. 45).

Nella Cappella Sistina incontra scrittori, amici, conoscenti, anch’essi invitati dal Papa: “Nicola Lagioia, Roberto Saviano, Pankaj Mishra, Paolo Giordano; ho riconosciuto anche altri scrittori e cineasti: Amélie Nothomb, Alessandro Baricco, Ken Loach, Marco Bellocchio. Uno scrittore italiano mi ha detto: “Questa cosa che il papa si riunisca qui con artisti di tutto il mondo è un’abitudine inaugurata da Paolo VI e mantenuta dagli altri papi, tranne Giovanni Paolo I, che non ne ha avuto il tempo. La cultura e la Chiesa devono fare pace – aveva detto quella volta Paolo VI” (pag. 53).

Javier Cercas vorrebbe avvicinare il papa per chiedergli se veramente dopo la morte risorgeremo, così come professano i credenti quando recitano il Credo. Deve riportare a sua mamma ciò che dice papa Francesco su questo aspetto della fede. Glielo chiederà quando sarà sull’aereo in volo verso la Mongolia. La sua è una ossessione. Lo chiederà a tutti quelli che avvicina, a Roma, prima della partenza, sull’aereo e ai missionari che incontrerà in Mongolia. Prima della partenza per la Mongolia, nei tre giorni di permanenza a Roma, Javier incontrerà altri soldati di Papa Francesco, ad ognuno di loro rivolgerà la stessa domanda. Dopo la morte rivedremo i nostri cari, come gli dice la mamma che rivedrà, quando morirà, il marito, papà di quattro figli, due femmine e due maschi, compreso Javier? Deve però guardarsi da un pericolo. La moglie gli aveva detto, prima che lui ripartisse dall’aeroporto di Barcellona, martedì 29 agosto, 2023, destinazione aeroporto di Fiumicino, di non ritornare a casa come un altro soldato di Papa Francesco. Questo non accadrà, ma Javier farà tesoro dell’occasione che gli è capitata di vivere per porsi le domande ultime che riguardano ogni credente o non credente: il senso della vita e la nostra fine.

“Questo è un libro di notevole profondità, il racconto magistrale e personale che scaturisce dalla penna di un grande autore: quasi un thriller su quello che è il più antico mistero della storia dell’umanità. È vero che esiste la vita dopo la morte? Nella forma narrativa che lo ha reso celebre, quella del romanzo senza finzione, Javier Cercas cerca una risposta alla domanda che nessuno può fare a meno di porsi, fondendo in queste pagine le sue più intime ossessioni con una delle preoccupazioni fondamentali della società contemporanea: il ruolo della spiritualità e della trascendenza nella vita umana, che inevitabilmente si confronta con la religione e con il desiderio di immortalità (Javier Cercas, Il folle di Dio alla fine del mondo, risvolto prima pagina di copertina del libro).

Nei giorni precedenti il viaggio in Mongolia, Javier incontra, a Roma, molti collaboratori del Papa, tra questi padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore della Civiltà Cattolica, un altro soldato del pontefice. La conversazione che l’autore del libro ha con tutti gli interlocutori scivola sempre sulla domanda ultima: la resurrezione della carne e la vita eterna. Anche a padre Spadaro pone la stessa domanda, se dopo la morte risorgiamo e la mamma di Javier potrà rivedere il marito morto qualche anno prima. La risposta che ha dal religioso lo convince poco. L’intervista al Cardinale José Tolentino de Mendonҫa, prefetto del dicastero per la cultura e l’educazione, scrittore, poeta, è briosa e utile; la poesia è un aggancio potente per parlare della morte e di ciò che ci attende dopo. Javier rimane incantato dalle argomentazioni del cardinale. Non lo era stato affatto, quando tempo addietro, aveva avuto modo di parlare dello stesso argomento, con il cardinale Gianfranco Ravasi, che gli aveva parlato di confronti con le culture coeve alla storia di Israele. Lo aveva trovato colto ma non convincente. Javier ha bisogno di credere come la mamma, che è sicura di rivedere il proprio marito, quando morirà anche lei.

Presso una trattoria in piazza del Risorgimento, Lorenzo Fazzini ricorda a Javier altri folli di Dio: Annalena Tonelli, una vita trascorsa in Somalia a curare i malati di tubercolosi, il cardinale Giorgio Marengo, che incontrerà in Mongolia. Andrea Tornielli accoglie Javier nel proprio studio, a Palazzo Pio, “dove è alloggiata la maggior parte delle nove unità che nel 2015 sono state unificate nel dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, compresi Radio Vaticana, Vatican News e l’Osservatore Romano, il vecchio quotidiano della sera che fa da portavoce ufficiale del papa” (pag. 134). I due parlano di tutto e di più, sulla Chiesa, sui mali che l’affliggono, su Papa Francesco, sulla fede, sulla resurrezione. Tornielli dice la sua. Javier non ne è convinto. Aspetta di fare la domanda al papa, quando verrà il momento. Ci penseranno gli amici Tornielli, Fazzini e Ruffini. Paolo Ruffini è uno del più prestigiosi giornalisti italiani. È tra i collaboratori più vicini a papa Bergoglio. Sotto l’abile regia di Lorenzo Fazzini, Javier incontra Salvatore Scolozzi, dipendente dell’Ufficio Stampa del Vaticano, incaricato di badare ai quasi settanta vaticanisti di tutto il mondo, che accompagnano il papa in Mongolia. Attraverso Scolozzi, Javier conosce Lucio Brunelli, uno dei più profondi conoscitori di papa Francesco ed anche suo amico. Con lui e con altri collaboratori che avvicina, Javier parla dei problemi che affliggono la Chiesa: clericalismo, pedofilia, e altro.

Arriva il 31 agosto, 2023. L’aereo papale si alza in volo da Roma Fiumicino alle 18, 30, destinazione Ulan Bator, la capitale della Mongolia: “La parte posteriore dell’aereo si è trasformata in una sala traboccante di giornalisti, con telecamere, cavi, treppiedi, microfoni e registratori connessi e pronti per il momento in cui l’apparecchio decollerà e il papa saluterà la stampa. La parte anteriore dell’aereo è destinata a Bergoglio e al suo seguito, composto da circa trentacinque persone, compresi cardinali, vescovi, consiglieri diretti e personale di sicurezza, viaggiano lì Paolo Ruffini, Andrea Tornielli e padre Spadaro” (ibidem, pag. 195). Il Papa, prima di prendere posto, passa a salutare ad uno ad uno tutti i giornalisti. Quando si avvicina a Javier, questo gli dice che scriverà sì un libro sul suo viaggio in Mongolia, ma gli chiede anche di potergli parlare a tu per tu, quando avrà cinque minuti liberi. Deve riportare a sua madre il messaggio del Papa. Questi gli chiede quale sia il messaggio: “Vede, mia madre ha novantadue anni. Io non sono credente, ma lei sì. Molto credente. Ed è sicura che, quando morirà, si unirà a mio padre. Perciò vorrei chiedere al papa questa cosa. Voglio sapere se è vero che, dopo la morte, mia madre rivedrà mio padre. Voglio chiederle della resurrezione della carne e della vita eterna. E voglio portare a mia madre la sua risposta” (Ibidem, pp. 201-202). Javier, accompagnato da Scolozzi, riesce ad avere un colloquio con il papa. Quello che gli ha detto non lo dirà a nessuno, come è giusto che sia, nonostante le insistenze di Lorenzo Fazzini e di altri, che sono diventati quasi i suoi nuovi amici.

In Mongolia, sono quattro i giorni trascorsi da una cerimonia istituzionale all’altra, con le autorità governative, ma anche con la piccola comunità di fedeli cattolici. Proprio in Mongolia, quasi una terra situata alla fine del mondo, Javier incontra altri folli di Dio, che hanno lasciato tutto per servire i poveri. Sono le pagine più belle del libro. Padre Ernesto Gerolamo Viscardi è nato 72 anni fa a Villa D’Almè, un paesino della provincia di Bergamo, a 45 chilometri da Milano. Ordinato sacerdote, Congregazione Missionari della Consolata, va prima come missionario in Africa e dal febbraio 2004 è in Mongolia, appena sei mesi dopo la prima missione della Consolata, capitanata da Giorgio Marengo (Ibidem, pag. 215). In Mongolia la religione dominante è quella buddista. Padre Ernesto porta Javier a conoscere l’abate Dambajav nel monastero buddista di Dashichoikin. Nel tempo libero conosce altri missionari e missionarie: padre Giovanni, dal linguaggio incendiario, ma con una fede incrollabile. Quando il Papa parla di una Chiesa missionaria, di una Chiesa in uscita, fa riferimento ai missionari.

Padre Ernesto, per tutto il soggiorno di Javier in Mongolia, fa da guida allo scrittore; gli racconta le difficolta della piccola chiesa cattolica locale. La Mongolia è da pochi anni uscita dall’ateismo di Stato. Il missionario conosce bene la Ger, o Gher, la casa a forma di tenda tradizionale e mobile utilizzata dai nomadi dell’Asia Centrale. Queste abitazioni sono state salvate dalla distruzione come testimonianza del passato. Nel libro non mancano descrizioni sul paesaggio della Mongolia: “L’autobus si allontana dal centro. Dietro il finestrino, un cielo macchiato di nuvole grigie sorvola un parco divertimenti che ribolle di famiglie, coppe, comitive di ragazzi, la luce del pomeriggio rifulge sulle lenti degli occhiali di padre Ernesto, gli accende gli occhi azzurri, gli illumina le guance senza barba e le pieghe del doppio mento” (Ibidem, pag. 316).

Sinodo, sinodalità, dicastero, concistoro, prefetto, giubileo. Sono parole che pochi capiscono. Il problema della Chiesa che non è capita dalla gente è nell’uso di parole troppo complicate. C’è una pagina del libro, davvero preziosa, dove lo scrittore mette a nudo tutte le proprie domande: “La Chiesa ha un problema di linguaggio”, dico. “E quello delle parole che ho citato è solo una piccola parte, la più superficiale. Il linguaggio della Chiesa è vecchio, ossidato, kitsch e a volte incomprensibile. E d’altra parte (e questo l’ho capito benissimo parlando con il cardinale Tolentino, proprio perché è un poeta), con quale linguaggio parlare di qualcosa di così strano e così misterioso come la fede, come la convinzione che esista un essere supremo, che lui governi i nostri destini, che tutto sia misericordia e che, grazie a lui, questa vita non è l’unica, che dopo ne avremo un’altra, infinitamente più lunga e infinitamente migliore? Come esprimere in parole convincenti il delirio salvifico della resurrezione della carne e della vita eterna? E, a proposito, com’è possibile che soltanto un ateo incallito come me chieda al papa di questa questione? Perché la Chiesa non ne parla? Se ne vergogna? Non ci crede più? E, se non ci crede più, continua a essere la Chiesa? Non si trasforma in una semplice ONG, o in una proposta etica tra tante? In questo modo la Chiesa sta rinunciando alla sua arma più potente, semplicemente perché non sa più come gestirla, come trattarla senza risultare ridicola o inverosimile?” (Ibidem, pag. 400).

Ritornato a Roma, prima di ripartire per la Spagna, Javier Cercas, assieme a Lorenzo Fazzini va in piazza San Pietro ad ascoltare la catechesi del papa, che “parla del suo viaggio in Mongolia, della piccolezza della Chiesa in Mongola, dell’entusiasmo evangelico dei missionari in Mongolia, della loro ardua inculturazione in Mongolia, dell’apertura della Casa della Misericordia nel distretto di Bayanzürkh e dell’incontro interreligioso nello Hun Theatre, nella periferia di Ulan Bator, della gioia di quel viaggio nel cuore stesso dell’Asia. Bergoglio non dice nulla, invece, di quello che ha visto del nostro mondo dalla fine del mondo” (Ibidem, pag. 407).

Dopo aver incontrato sacerdoti, laici, laiche che lavorano nei diversi dicasteri del Vaticano, Javier Cercas cerca di rispondere in poche parole chi sia veramente Papa Francesco e quale sia veramente il segreto di Bergoglio: “Il segreto di Bergoglio è che è un uomo comune. Vero: per cominciare, esiste in Bergoglio una duplicità fondamentale, un difetto profondo, uno sfasamento intimo, in un modo o nell’altro, questa duplicità esiste in tutti o in quasi tutti gli esseri umani (equivale alla distanza che c’è tra l’io sociale e l’io personale), però in Bergoglio è più marcata. Il responsabile, tuttavia, non è Bergoglio, o non del tutto. Il principale responsabile è la papalatria, il culto della personalità che quasi inevitabilmente circonda il papa, presentandolo come un titano, come un esempio di virtù incomparabile con l’umanità del Bergoglio reale” (Ibidem, pag. 440).

 

Curriculum vitae dell’autore

 

Javier Cercas (1962) è uno scrittore spagnolo, noto per la sua collaborazione regolare con l’edizione catalana di “El País” e il supplemento del sabato. Dal 1989 è anche docente di letteratura spagnola all’Università di Gerona. Tra le sue opere di successo, si annoverano “Soldati di Salamina” (Guanda, 2002), “Il movente” (Guanda, 2004), “La velocità della luce” (Guanda, 2006), “La donna del ritratto” (Guanda, 2008), “Anatomia di un istante” (Guanda, 2010), “Il nuovo inquilino” (Guanda, 2011), “La verità di Agamennone” (Guanda, 2012), “Le leggi della frontiera” (Guanda, 2013), “L’impostore” (Guanda, 2015), vincitore dell’European Book Prize nel 2016, “Il punto cieco” (Guanda, 2016), “Terra Alta” (Guanda, 2020), e “Indipenden

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