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Libri David Maria Turoldo, anche Dio è infelice

9788838415739_136393482_0_536_0_75di Raimondo Giustozzi

“Una fervida contraddizione fa da sfondo a questo ricchissimo libro e a tutta l’opera di padre Turoldo. Da un lato, il canto di gloria a Dio: “Dio d’amore, o fonte di gioia, / vogliamo offrirti un inno di grazia”; dall’altro, il sentimento penitenziale, l’umiltà, l’invocazione al silenzio. (Le pagine sul silenzio di Gesù nei primi trent’anni della sua vita hanno una straordinaria vibrazione poetica). Da un lato l’illusione umana di raggiungere l’infinito, anche con le parole più grosse e sonanti; dall’altro la consapevolezza che Cristo è premuroso di non tradire l’infinito. Da un lato, in sintesi, l’entusiasmo e la gioia della riconoscenza; dall’altro l’umiltà di quella riconoscenza” (Prefazione di Geno Pampaloni, pag. 5, in David Maria Turoldo, anche Dio è infelice, Edizioni Piemme, Casale Monferrato Alessandria, 1991)

La parte più grande di tutto il mistero di Cristo è il silenzio. La nostra umanità è sempre chiassosa. La vera conoscenza di Dio è la teologia del silenzio. Il silenzio è l’atteggiamento del mistico. “La parola mistica pare che significhi labbra che si chiudono, ferita che si rimargina. Nel mistico viene meno ogni parola, viene meno il cuore che si inabissa nel grande mare della contemplazione. Tutto viene meno. Non servono più nemmeno i sensi. Non resta che credere, meglio adorare, che vuol dire portare la mano alla bocca e tacere” (Ibidem, pag. 24).  Noi facciamo fatica a tacere, l’opposto di quello che ha fatto Cristo per trent’anni, prima di iniziare la propria vita pubblica: e quando parla usa la parabola. Padre Turoldo è affascinato dalle parabole. Le ragioni ce le spiega lui stesso: “Proprio la parabola conta sulla libera apertura del cuore; il che, se non interpreto male, significa che la parabola non è un precetto, un comandamento; ma un invito a riflettere, la buona novella offerta con discrezione, allusivamente; e a me piace pensarla come una vena di laicità evangelica. La seconda ragione è che il suo destino è di prendere parte del quotidiano. Anche in ciò si manifesta il senso dell’incarnazione: allegoria sublime della nostra vita” (Geno Pampaloni, Prefazione, pag. 7, op.cit.).

Quattro sono le parabole riportate nel libro e commentate da David Maria Turoldo: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico” (Lc. 10, 25- 37), “Un uomo aveva due figli” (Lc. 15, 11- 32), “Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore …” (Mt. 18, 12- 14), “Un certo ricco banchettava” (Lc. 16, 19- 31). Le quattro parabole sono conosciute, rispettivamente, dai più con altre diciture: Il buon samaritano, il figliol prodigo, la pecorella smarrita, Lazzaro e il ricco epulone. Sono le parabole della misericordia, dell’amore che trabocca, “poiché tale è il significato della parola misericordia”. Gesù sceglie di parlare con lo strumento della parabola perché è vicina alla vita quotidiana del proprio tempo: la strada, l’agguato, i ladroni, la casa, i beni posseduti, il pastore con il proprio gregge di pecore, le gozzoviglie del ricco epulone, la povertà materiale di Lazzaro.

Gli eventi più significativi del Vangelo si avverano sulla strada: sulla strada esce un seminatore a seminare; sulla strada e presso il pozzo di Giacobbe avviene l’incontro con la samaritana; lungo la strada Cristo si affianca a sconosciuti, ai disperati di Emmaus; e sulle strade di Galilea egli precederà i discepoli da risorto. È nella strada che si compiono i misteri della nostra salvezza; e le strade sono le arterie della storia. Perciò il nostro Dio è sempre sulla strada, magari in agguato, nascosto dietro i tornanti; con la sensazione che qualche volta arrivi in ritardo; e altre volte invece ti preceda o ti venga incontro, come è andato incontro alla vedova di Naim mentre si svolgeva il funerale dell’unico suo figlio” (David Maria Turoldo, Anche Dio è infelice, pag. 76, op.cit.).

Il commento ad ogni parabola scelta è completo sotto il profilo esegetico. L’esegesi è l’interpretazione critica di un testo. David Maria Turoldo non si limita solo ad interpretare fatti, situazioni, allegorie proprie della parabola ma fa paragoni con la realtà dentro la quale lui si trovava a vivere. Il povero uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico incappò nei briganti. Oggi anche una cosca malavitosa può essere associata ad un gruppo di briganti. A volte è anche un sistema che spoglia, rapina, denuda e ammazza. Ma non esiste, scrive Turoldo “un impero del male”, contro il mondo di un altro sistema, identificato come “il continente del bene”. “Tuttavia il nostro capitalismo lo si può definire, sotto molti aspetti, certamente uno fra i più atei e disumani sistemi apparsi nella storia. Ateo, perché ha per fine il captale; e il vangelo dice che voi non potete servire Dio e mammona, perché il cuore dell’uomo è indivisibile. Ciò che conta è il capitale. E di capitale non ce n’è mai abbastanza. In questo sistema non esiste economia del superfluo; nemmeno nell’economia della più grande potenza del mondo esiste il superfluo. Esiste il consumismo, ma non il superfluo, in nessuna parte del mondo, perché è nella natura stessa della ricchezza di essere divoratrice; è la divinità più assetata di sangue. Perciò è il sistema anche più disumano” (Pag. 84).

Sono passati trentaquattro anni dalla pubblicazione del libro. Oggi più che mai Anche Dio è infelice, se si riflette seriamente su quanto sta succedendo attorno a noi: guerra infinita in Ucraina; a questo conflitto, che dura da più di tre anni, se ne è aggiunto un altro ancora più devastante, quello di Gaza, con una ecatombe di morti, soprattutto civili. Tu non uccidere ci dice il Vangelo. La guerra non risolve i problemi, anzi li rende ancora più tragici. La legittima difesa di Israele, contro il tentato genocidio del sette ottobre 2023, perpetrato ai propri danni da Hamas, una organizzazione militare e terroristica, non giustifica la carneficina della popolazione civile palestinese. La guerra scatenata dalla Federazione Russa contro l’Ucraina è una palese violazione del diritto internazionale. Le umiliazioni vere o presunte, subite in passato dalla Russia, così sostiene la leadership del Cremlino, non giustificano la guerra di aggressione. La sicurezza della Federazione Russa non deve danneggiare quella dei paesi confinanti, oggi l’Ucraina, domani non si sa quali e quanti altri stati possono essere coinvolti. Il presidente della Federazione Russa ha dichiarato che la guerra in Ucraina è una tragedia. Scatena la guerra, poi dice che la stessa è una tragedia. Siamo alla pura e semplice follia o paranoia. In un altro suo intervento ha precisato anche che vuole riconquistare tutto ciò che è territorio e storia russa, il resto lo lascia agli altri. L’Organizzazione delle Nazioni Unite, nata per scongiurare nuovi conflitti, dopo la spaventosa seconda guerra mondiale, non sa più come intervenire, ma anche in passato non è che abbia fatto molto. Resta il Vaticano, investito dalla diplomazia per riportare tutti attorno ad un tavolo. per raggiungere la pace dopo lutti e devastazioni enormi e scongiurarne altri (NDR).

Ritornando al commento della prima parabola, Turoldo descrive in modo dettagliato tutti i personaggi del racconto: l’uomo malmenato, i ladroni, il sacerdote, il levita, il samaritano. Il povero uomo è vittima di un agguato. Anche oggi le vittime di agguati ce ne sono e tanti. Basti pensare all’accoglienza del presidente ucraino Zelensky nello studio ovale del presidente degli Stati Uniti d’America. Non si sono rispettate le più elementari regole dell’educazione. “Il prete e il levita sono due burattini dell’inutile. Di un mondo che ha perso il suo senso; il primo, burattino di una religione vana; il secondo, un pupazzo di un ordine che non funziona: di un ordine apparente che al contrario è sostanziale disordine” (Ibidem, pag. 97). Ladroni ci sono anche oggi. Chi ha rubato l’innocenza dei bambini è un ladro. Chi ha rubato bambini ucraini, rimasti senza genitori o senza nonni, e li ha portati in campi di rieducazione per farne dei futuri cittadini russi, è un ladro e della peggiore specie. Chi li ha uccisi, in Ucraina, a Gaza, in Israele o in ogni altra parte del mondo dove ci sono conflitti armati, scatenati dallo stato o da organizzazioni terroristiche, è un delinquente.

Il samaritano è l’unico che si presenta come una persona vera, figura e presenza che non finirà di sedurre tutte le generazioni”. Il racconto è nitido; da notare i verbi che descrivono le azioni dell’occasionale viaggiatore verso il malcapitato: “lo vide, si mosse a pietà, si curvò su di lui, gli fasciò le ferite, gli versò olio e vino, lo caricò sul suo giumento, lo portò nell’albergo, si prese cura di lui, pagò per lui, tornò indietro a pagare. È il nuovo decalogo? È stato detto non uccidere, chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio, ma io vi dico … (Mt. 5, 21- 22). L’amore è un mistero più grande della vita e della morte. La parola di Dio è senza fine. “Passeranno i cieli e la terra ma questa parola non passerà mai” (Mt. 24, 33). Gli uomini avranno sempre bisogno di questa parola, altrimenti moriranno. “Si prese cura di lui”. Dio si è sempre preso cura di me, di te, dell’uomo, dell’ultimo di tutti gli uomini, di chi è solo e scartato dalla società” (Ibidem, pag. 104).

David Maria Turoldo è stato additato come disturbatore delle coscienze. Chiedeva prima a sé stesso quale fosse la propria fede e ad ogni cristiano se avesse accettato veramente Cristo: “Sentire come ha sentito Cristo, giudicare ad esempio prostitute e quanti diamo per perduti alla maniera di come li giudicava lui, il Cristo, pensare di Dio quello che lui pensava: un Dio uguale al padre del figliol prodigo ad esempio; un Dio che non condanna, un Dio che ci lascia perfino sbagliare e poi ci attende, dopo lo sbaglio, senza neppure chiederci il conto del nostro tradimento, un Dio che fa festa perché un uomo si è salvato, una festa da riempire i cieli” (Ibidem, pp. 117- 118).

Negli anni giovanili amavo ripetermi, e lo faccio anche oggi, che non sono più giovane, alcuni versi di una nota canzoncina, Amar come Gesù amò: “Un giorno una bambina mi fermò / aveva carta e penna, lì, con sè; / doveva fare un compito e perciò / guardandomi negli occhi domandò: / “Vorrei sapere, Padre, / cosa fare per avere la felicità”. // Amar come Gesù amò, / sognar come Gesù sognò, / pensar come Gesù pensò, / scherzar come Gesù scherzò, / sentir come Gesù sentiva, / gioir come Gesù gioiva, / e quando arriverà la sera / tu ti senti pazza di felicità. / Sentir come Gesù sentiva, / gioir come Gesù gioiva, / e quando arriverà la sera / tu ti senti pazza di felicità”. Quella del figliol prodigo è la parabola dell’inquieto, del giovane inesperto, dell’illuso, di colui che crede  alle cose e al fascino della creazione: “Inutile che ci nascondiamo la realtà, la verità della nostra storia e della storia di ciascuno; storia di sedotti e di seduttori; di peccatori quotidiani; inutile che ci scandalizziamo e facciamo finta che non sia vero; siamo prodighi tutti: tutta gente che sperpera, gente che sogna, che tenta ed è tentata ogni giorno; gente che sbatte le porte e se ne va tutti i giorni: le porte della sua fedeltà, le porte sbattute in faccia ai propri doveri” (Ibidem, p. 126- 127).

Tutta la Bibbia è un discorso di Dio sull’uomo, non tanto dell’uomo su Dio. Tanto è vero questo che dopo l’uomo Dio non crea più nulla, cioè, continua la creazione di sempre, ma è l’uomo il fine di tutte le operazioni divine: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dai cieli …”. Il Regno di Dio, qui sulla terra, è il regno dell’uomo, un regno possibile e che deve sempre avverarsi, perché non raggiunge mai la sua pienezza (dramma del cristianesimo che è insieme dramma di tutta l’umanità); un regno però accessibile a tutti, poiché basta dividere il pane con l’affamato, dare un bicchiere d’acqua all’assetato nel deserto, aprire la porta di casa a chi è senza casa: Perché quello che fate all’ultimo di voi, lo fate a me stesso” (Ibidem, pag. 133).

“Chiunque sia davvero un uomo, egli è segno di una presenza divina. E un ateo può essere addirittura molto più di me che dico di credere. Chiunque ama è nato da Dio, colui che non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. Non si dice mai abbastanza che la novità della rivelazione cristiana è Dio come padre, pure se il concetto è comune a molte religioni. Tuttavia, se il vero interprete, il vero ermeneuta di Dio è il Cristo, se chi vede Cristo vede il padre (cfr. Gv 14,9) poiché lui e il Padre sono una cosa sola, allora bisogna dire che veramente qui ci troviamo di fronte a un nuovo concetto di Dio, da non confondere con nessun altro dio delle religioni: “Così Dio ha amato il mondo!”; e non siamo stati noi ad amare Dio per primi, ma Dio ha amato noi” (ibidem, pag. 138). Tutti siamo lontani da Dio, nessuno può dire di essere vicino a Dio più di un altro. Nessuno rispetta la libertà dell’uomo come la rispetta Dio: perfino la libertà di sbagliare, la libertà di peccare, la libertà di allontanarsi da lui come il figliol prodigo. I valori religiosi sono autenticamente tali “quando combaciano con l’edificazione dell’uomo, che ha il coraggio di rimettersi in piedi perché ha ritrovato la sua dignità perduta” (pag. 180).

Al fondo di ogni parabola, anche quella della pecorella smarrita, per ritrovare la quale, il pastore lascia nell’ovile le altre novantanove, c’è sempre un Dio che ci cerca. L’iniziativa è sempre di Dio. Noi dobbiamo assecondarlo, dopo aver provato che senza di lui non siamo in grado di fare nulla. Dio è amore e ha a cuore la salvezza e il bene di tutti, soprattutto del povero, dell’indifeso, dello scarto come nel caso del racconto centrato sul ricco epulone, il giovin signore che banchetta lautamente, e il suo servitore, il povero Lazzaro al quale non lascia nemmeno cadere le briciole di pane dalla propria mensa: “Dobbiamo accorgerci che abbiamo dei fratelli. Accorgerci dopo la morte, come capita al ricco epulone, non serve a niente, non serve neppure il miracolo. Se non credi in tempo all’amore, nessuno ti potrà salvare. Era quanto insegnavano lo stesso Mosè e i profeti. Che se non credono a Mosè e ai profeti, non credono neppure a uno che risorge dai morti. Così è proprio Cristo, il risorto, che rischia di non essere creduto” (pag. 290).

Tutto il libro, di duecento novantaquattro pagine, è un saggio di esegesi biblica. Ma è sempre la poesia la forma migliore, che padre David Maria Turoldo usa, per raccontare la propria fede e l’amore per l’umanità. Il libro in questione contiene anche qualche poesia. Sublime è il commento alla lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi: “Il desiderio dei doni più grandi / faccia di voi un roveto in fiamme; / così sia il cuore dell’uomo e la chiesa, / cercate tutti la via migliore. // La voce donaci, o Spirito Santo, / perché cantiamo il canto dell’amore, / che hai ispirato al cuore di Paolo; / come un amante ha mai cantato! // Se conoscessi e parlassi le lingue / di tutti gli uomini e anche di angeli, / ma non avessi l’amore, sarei / cembalo o bronzo che suona e tintinna. // La profezia il dono mio fosse / e conoscessi i misteri e la scienza, / e della fede avessi pienezza, / fede che giunga a spostare montagne: // se questo avessi e altro ancora / ma non avessi l’amore, sarei / un nulla, meno ancora di nulla: / uno che illude e trabocca di vuoto. // Se anche tutte le mie ricchezze / distribuissi perfino ai poveri / e dessi al fuoco il mio bel corpo / senza l’amore che giova, che giova? // Il desiderio dei doni più grandi / faccia di voi un roveto in fiamme: / così sia il cuore dell’uomo e la chiesa, / cercate tutti la vita migliore” (David Maria Turoldo, Pure se dessi il mio corpo al fuoco, ibidem, pag. 110, op.cit.).

“Perché la vita non abbia a fermarsi / la profezia è sempre imperfetta: / ed è la nostra, ché solo Cristo / è la pienezza dei secoli eterni. // Per quanto, uomo, tu cresca in scienza / i fitti enigmi in oscura notte / ora li vedi attraverso uno specchio, / ma poi vedremo da faccia a faccia. // Ora conosco in modo imperfetto, / invece dopo la morte un mare / sarà di luce e avrò conoscenza / uguale a quanto sarò conosciuto. // Queste le cose che ora perdurano: / la fede oscura e insieme lucente, / e la speranza che sempre attende, / e questo senza mai fine Amore! // Il desiderio dei doni più grandi / faccia di voi un roveto in fiamme: / così sia il cuore dell’uomo e la chiesa, / cercate tutti vita migliore” (David Maria Turoldo, Così sia il cuore dell’uomo, pag. 111, op.cit.).

“Quanto paziente e benigno è l’amore, / e come bene e pazienza egli genera: / mai che conosca invidia l’amore, / mai che si vanti e si gonfi e ti offenda! // Mai che cerchi il suo interesse / o tenga conto del male e si adiri, / dell’ingiustizia non può mai godere / ma solo e sempre egli gode del vero. // Tutto egli copre di dolce pietà, / e tutto crede con limpida fede, / e tutto spera con ferma certezza, / tutto sopporta con cuore gioioso. // Mai una fine sarà per l’amore: / e profezie, e scienza perfino / scompariranno, le lingue, le cose, / la conoscenza, ogni cosa imperfetta. // Il desiderio dei doni più grandi / faccia di voi un roveto in fiamme: / così sia il cuore dell’uomo e la chiesa, / cercate tutti vita migliore” (David Maria Turoldo, Quanto paziente, pag. 112, op.cit.).

Raimondo Giustozzi

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