La poesia di Madeleine Delbrêl specchio di una vita donata agli altri

Madeleine-Delbrel

di Raimondo Giustozzi

Il cristiano è libero da ogni dovere, ma dipendente dalla carità e dall’amore. Questa è l’unica regola che deve guidarlo. Sant’Agostino aveva scritto: “Ama e fa’ ciò che vuoi”. Madeleine Delbrêl, alla scuola del vescovo di Ippona, scrive anche lei: “Non s’impara la carità / Se ne fa conoscenza a poco a poco / imparando a conoscere Cristo. / È la fede nel Cristo che ci rende capaci di carità, / è la vita del Cristo che ci rivela la carità, / è la vita del Cristo che c’insegna / come desiderare domandare ricevere la carità. / È lo spirito del Cristo che ci fa vivi di carità. / Tutto può servire alla carità. / tutto è sterile senza di lei. Noi per primi” (Madeleine Delbrêl, la gioia di credere, Gribaudi, Torino 1988).

“La Route, ovvero la Strada, è l’immagine dell’itinerario spirituale vissuto dall’autrice dal 1922 al 1925; anni toccati dall’ateismo, dall’esperienza dell’amore spezzato con Jean Maydieu, dall’emergere in lei del pensiero della possibile esistenza di Dio, ma anche anni segnati dai gravi problemi familiari (il padre che perde la vista, i litigi in famiglia che porteranno il padre e la madre di Madeleine alla separazione), che provocheranno un tremendo vuoto interiore, tale da scatenare in lei una profonda angoscia della fine, della morte, del vuoto, del nulla; ma la strada è anche l’immagine focalizzante del cammino dell’uomo, luogo privilegiato dell’incontro con l’altro, percorso obbligato di ogni vivente: gettati nella vita non si può che viverla, pur sapendo che da essa non si esce se non attraverso la strettoia della morte” (Edi Natali, Madeleine Delbrêl, Fralezza e trascendenza, pag. 84, Edizioni San Paolo, 2022, Milano).

E’ la corsa che si esalta / Attraverso soli spenti; / È l’ascensione senza sosta / All’alba dei nuovi mattini. / / La strada non è la luce, / È speranza di chiarità; / Non è fiamma originaria, / Ma promessa di verità. // È la cessazione dell’attesa / È l’eternità dello sforzo: / Lo scopo della strada ascendente / È l’attraversamento della morte” (1924), (Madeleine Delbrêl, La Route, traduzione di Edi Natali, pag. 84, op.cit.). Madeleine ha provato sulla propria pelle anche l’esperienza del deserto, che è la paura del vuoto, del nulla, dell’assenza di Dio: “Ma il deserto ha detto: Io sono un oceano / Che possiede la vita nelle sue onde di fiamma, / Un’incudine rovente dove si forgiano le anime, / Io sono il libro aperto sull’orlo del nulla. // Spezza le tue dita, cariche di false allegrezze, / Sulla soglia desolata delle distese senza sentieri; / Immola al mio altare queste inutili mani / Dove vive la danza impura e vana delle carezze. // Brucia la tua avida bocca dove vibra il bacio, / Per impedirle di bere alla dolcezza del mondo; / È il tuo cattivo sguardo dove infuria la rivolta / Perché i miei soli doni lo possano appagare. // Io porto nel mio suolo il sale del sacrificio, / E libero per chi cammina sotto i miei cieli / La contemplazione dove gli occhi s’inabissano, / Affinché si compia l’atteso prodigio” (Edi Natali, pag. 93, op.cit.).

Madeleine Delbrêl, nella realtà di Ivry sur Senna, non cercava il proletariato, la classe operaia, o come facciamo noi quando parliamo di straniero, migrante, extracomunitario, ma cercava l’uomo singolo nella sua carne: “Noi cerchiamo l’uomo che grida. / Ci indicano le idee generali. / Le idee non gridano. / La nostra domanda va alla ricerca di quell’uomo. / Vorrebbe trapassare le idee generali, ritrovare i petti / e le bocche da cui viene il grido. / Da ciò che si vede e si tocca vorrebbe penetrare in ciò / che si comprende e urge. / Vorrebbe avere l’umiltà di fermarsi davanti a ciò che / rimane irriconoscibile. // Il suo scopo è di chiedere che si levi una risposta a quel / grido, la risposta di cuori che riescano a svellersi / dalle proprie abitudini tranquille. / Lo sappiamo, l’umanità non vivrà mai senza gridare; // Il grido della morte e il grido dell’amore non cesseranno / mai. Ma sappiamo che ci sono gridi da cui si / può guarire, gridi di cui sono responsabili i nostri / atti e le nostre responsabilità. // Questo grido nuovo / è un grido / da cui si guarisce? / Si grida nella notte: possiamo dormire?” (Edi Natali, pag. 146 – 147, op.cit.).

David Maria Turoldo e gli amici che gravitavano attorno alla Corsia dei Servi di Milano, anche loro cercavano l’uomo, che resisteva al fascismo e al nazismo negli anni di guerra. Madeleine Delbrel e Turoldo saranno ricordati dall’Unità Pastorale San Pietro – Cristo Re di Civitanova Marche l’ultima settimana di settembre e all’inizio di ottobre. Seguirà quanto prima la locandina per l’invito alle due conferenze, tenute rispettivamente da Edi Natali e da Mariangela Maraviglia.

Nulla di tutto ciò che viviamo a contatto con le persone, che hanno bisogno di noi, è insulso, mediocre o noioso, anche se tutto si mescola con le nostre ansie, paure e stanchezza. Il problema è uscirne e come: “Fin dal mattino esse vengono davanti a noi: / sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti, / è l’autobus che passa affollato, / il latte che trabocca, / gli spazzacamini che vengono, / i bambini che imbrogliano tutto. / Sono gli invitati che nostro marito porta in casa / e quell’amico che, proprio lui, non viene; / è il telefono che si scatena; / quelli che noi amiamo e non ci amano più; / è la voglia di tacere e il dover parlare, / è la voglia di parlare e la necessità di tacere; / è voler uscire quando si è chiusi / e rimanere in casa quando bisogna uscire; / è il marito al quale vorremmo appoggiarci / e che diventa il più fragile dei bambini; / è il dirigente della nostra parte quotidiana, / è il desiderio febbrile di tutto quanto non ci appartiene”(Edi Natali, pag. 200, op. cit.). Basterebbe sostituire quanto dice Madeleine con la realtà dei nostri giorni. Ne sanno qualcosa quanti lavorano nella Caritas o nelle strutture di accoglienza in genere. Sono loro, per usare un’immagine cara al non dimenticato Papa Francesco, gli ospedali da campo.

Poche volte riusciamo a vivere con pienezza il momento presente e farne un’opera d’arte. Madeleine Delbrêl ci ricorda invece che questo è possibile: “Ogni mattina / è una giornata intera / che riceviamo dalle mani di Dio. / Dio ci dà una giornata intera / da lui stesso preparata per noi. / Non vi è nulla di troppo / e nulla di “non abbastanza”, / nulla di indifferente / e nulla di inutile. / È un capolavoro di giornata / che viene a chiederci di essere vissuto. / Noi la guardiamo / come una pagina di agenda, / segnata d’una cifra e d’un mese. / La trattiamo alla leggera / come un foglio di carta. / Se potessimo frugare il mondo / e vedere questo giorno elaborarsi / e nascere dal fondo dei secoli, / comprenderemmo il valore / di un solo giorno umano” (Madeleine Delbrel, Ogni giorno è da vivere. Fonte Internet). “Il gabbiano Jonathan è quel vivido piccolo fuoco che arde in tutti noi e che vive solo per quei momenti in cui raggiungiamo la perfezione” (Richard Bach).

Madeleine Delbrêl era laica, infermiera e assistente sociale. Operava con i propri amici della Charité per la strada, là dove era urgente la sua presenza: “Gesù vuol vivere in me. Lui non si è isolato. / Ha camminato in mezzo agli uomini. / Con me cammina tra gli uomini d’oggi. / Incontrerà / ciascuno di quelli che entreranno nella mia casa, / ciascuno di quelli che incrocerò per la strada, / altri ricchi come quelli del suo tempo, altri poveri, / altri eruditi e altri ignoranti, / altri bimbi e altri vegliardi, / altri santi e altri peccatori, / altri sani e altri infermi. / Tutti saranno quelli che egli è venuto a cercare. / Ciascuno, colui che è venuto a salvare. / A coloro che mi parleranno, egli avrà qualche cosa da dire. / A coloro che verranno meno, egli avrà qualche cosa da dare. / Ciascuno esisterà per lui come se fosse il solo. / Nel rumore egli avrà il suo silenzio da vivere. / Nel tumulto, la sua pace da portare. / Gesù, in tutto, non ha cessato di essere il Figlio. / Vuole in me rimanere legato al Padre. / Dolcemente legato, / ogni secondo, / sospeso su ciascun secondo, / come un sughero sull’acqua. / Dolce come un agnello / di fronte a ogni volontà del Padre. / Tutto sarà permesso in questo giorno che viene, / tutto sarà permesso ed esigerà che io dica il mio sì. / Il mondo dove Lui mi lascia per esservi con me / non può impedirmi di essere con Dio; / come un bimbo portato sulle braccia della madre / non è meno con lei / per il fatto che lei cammina tra la folla. // Gesù, dappertutto, non ha cessato d’essere inviato. / Noi non possiamo esimerci d’essere, / in ogni istante, / gli inviati di Dio nel mondo. / Gesù in noi, non cessa di essere inviato, / durante questo giorno che inizia, / a tutta l’umanità, del nostro tempo, di ogni tempo, / della mia città e del mondo. // Attraverso i fratelli più vicini ch’egli ci farà / servire amare salvare, / le onde della sua carità giungeranno / sino in capo al mondo, / andranno sino alla fine dei tempi. // Benedetto questo nuovo giorno che è Natale per la terra, / poiché in me Gesù vuole viverlo ancora”. (Madeleine Delbrêl, Il piccolo monaco, Gribaudi Editore, Torino, 1990). Noi siamo solo strumenti nelle mani di un Altro. “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (San Paolo).

In noi si dovrà trovare tutto / il bicchiere d’acqua, il cibo per chi ha fame, / tutto il vero cibo per tutti i veri affamati, / tutti i veri cibi e tutti i veri mezzi per distribuirli, / l’alloggio per i senza tetto, /
il pellegrinaggio alle carceri ed agli ospedali, / la compassione per le lacrime, quelle che si devono versare insieme / e quelle di cui occorrerebbe eliminare le cause, / l’amicizia per ogni peccatore, / per coloro che sono malvisti, / la capacità di mettersi al livello di tutte le piccolezze, / di lasciarsi attrarre da tutto ciò che non conta, / e tutto avrà il suo orientamento, la sua pienezza, nella parola “fraterno”. // Infatti i nostri beni, se diventano i beni degli altri, / saranno il segno della nostra vita / donata per gli altri, come assimilata di diritto alla loro, // e che, in realtà, non deve più far parte dei nostri interessi. // Il cristiano che vivrà in questo modo nella città, / sperimenterà con tutto il suo essere la forza dell’amore evangelico. / La realtà di questo amore risplenderà in torno a lui / come una evangelizzazione e in lui come una illuminazione. // Sperimenterà che agire è illuminare, ma anche essere illuminati, / sperimenterà che, se pregare è lasciarsi fare da Dio, / è però anche imparare a compiere l’opera di Dio. // Un cristiano simile renderà grazie, perché tutti i suoi gesti / diventeranno l’espressione di un amore che non conosce né limiti né eccezioni, / un amore del quale soltanto Cristo / ha detto agli uomini che lo devono e ricercare e donare
” (Madeleine Delbrêl. Indivisibile amore, Piemme 1994, pag. 155).

Su sito riportato nel link è possibile scaricare poesie, testi e riflessioni sulla sua opera. L’angolo dei Ritagli – QUMRAN NET – Materiale pastorale online

 

Riflessioni, aforismi di Madeleine Delbrêl: “Basterebbe credere che Dio esiste per far sì che donargli la nostra vita non sia peccare per eccesso ma per insufficienza. Ci sono persone che si divertono e che uccidono il tempo, nell’attesa che il tempo le uccida. Ciò contro cui mi ribello è un sedicente diritto alla giovinezza eterna. Ho paura del sonno del silenzio eterno. Il marxismo non è il ritorno alla salute di un proletariato malato. È il peccato sociale di cui la miseria proletaria ha permesso la nascita. In ogni passaggio epocale, sembra proprio che il Signore abbia voluto dare ad alcuni la vocazione di vivere il suo vangelo a partire dal testo, facendo sì che la loro carne ed il loro sangue fossero come l’edizione provvidenzialmente destinata agli uomini del loro tempo. L’amore senza sofferenza si riduce all’amore per noi stessi. La nostra marcia verso la vita eterna dovrebbe essere la vera giovinezza del mondo”

(Madeleine Delbrêl – Wikiquote).

 

Raimondo Giustozzi

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