Il pontificato di Leone XIII: l’enciclica Rerum Novarum Il nuovo pontificato di Leone XIV

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di Raimondo Giustozzi

Il cardinale di Santa Romana Chiesa, Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, eletto pontefice il 20 febbraio 1878, assunse il nome di Leone XIII. Succedeva a Pio IX, il Papa che, dopo la presa di Roma ad opera dell’esercito piemontese nel 1870 e la fine dello Stato pontificio, si era chiuso dentro la cittadella del Vaticano, lanciando scomuniche contro tutti gli artefici del Risorgimento italiano. Per anni appoggia apertamente la causa dell’intransigenza cattolica non per un disegno politico, ma per seguire una politica ciecamente anti italiana, intessuta di recriminazioni e di assurde speranze (Giorgio Candeloro, Il movimento cattolico in Italia, pag. 139, III edizione, I ristampa, Roma, 1974).

Il nuovo pontificato di Leone XIII è dominato in ogni campo, culturale, politico, sociale, internazionale e diplomatico, dall’evidente preoccupazione di una riconquista delle posizioni perdute dalla Chiesa. Ambisce in un suo rinserimento nella nuova situazione storica attraverso l’utilizzazione dei mezzi offerti dal mondo moderno. Incoraggia la nascita di periodici di ispirazione cattolica, che siano la voce delle varie diocesi. Nascono proprio sotto il suo pontificato “La Voce delle Marche”, (1892), “Il Cittadino di Monza e Brianza” (1899). Il primo direttore della Voce delle Marche fu don Romolo Murri. Con una visione abbastanza chiara dei caratteri e dei problemi della società borghese del suo tempo, Papa Leone XIII comprende che la Chiesa può inserirsi in quella società come una forza di primo piano, se adotta mezzi e metodi adeguati. Perciò, ad una intensa attività diplomatica condotta con notevole abilità, intesa a mantenere viva nei confronti dello stato italiano la “Questione Romana”, affianca una non meno intensa attività per incoraggiare l’azione dei cattolici all’interno dei singoli stati.

Appoggia apertamente le tendenze dei cattolici liberali, che considerano la breccia di Porta Pia come un passo irreversibile, anelano alla collaborazione del papato col mondo moderno e sono favorevoli ad una entrata dei cattolici nell’agone politico. La pubblicazione della “Rerum Novarum” (1891) viene salutata dai cattolici come un nuovo modo di essere della Chiesa nel mondo del lavoro. Né accettano senza riserve le polemiche circa il ritardo con il quale il papato assume la propria posizione in una questione tanto delicata, che rimanda al conflitto tra capitale e lavoro e in ultima analisi alla giustizia sociale. Il Manifesto del Partito Comunista viene pubblicato nel 1848. La Rerum Novarum viene data alle stampe nel 1891, quarantatré anni dopo. La contrapposizione tra le due date, volta a sottolineare il notevole ritardo che la Chiesa aveva accumulato sulle esigenze dei tempi, sembra senz’altro eccessiva. Il 1891 costituisce un punto di arrivo di tutto un movimento precedente, rappresenta non l’inizio della azione sociale cattolica ma l’intervento chiarificatore e stimolante di Roma (G. Martina, La Chiesa nell’età dell’assolutismo, del liberalismo, del totalitarismo, pag. 700, Brescia, 1970).

Quanto al contenuto dell’enciclica, il giudizio dello storico liberale è sostanzialmente positivo: “Il reale merito della politica pontificia consiste nel non aver lasciato senza un completamento le nette posizioni antisocialiste del Sillabo, nell’aver affermato contro i Liberisti che il lavoro umano non è una merce che debba sottostare alla legge della domanda e dell’offerta. La Rerum Novarum dava una unità teorica alle molteplici iniziative che oltralpe figure eminenti del clero avevano assunto da tempo, per venire incontro alle aspirazioni delle classi povere. Aveva sottratto le rivendicazioni operaie al monopolio socialista, smentendo così l’affermazione anticlericale che la Chiesa stava sempre col ricco. Il compito della Chiesa, precisava il Papa nell’enciclica, era quello di essere la tutrice della giustizia e la protettrice del povero. Tutto ciò aveva lanciato verso l’avvenire una passerella che avrebbe consentito la formazione di una Democrazia Cristiana e reso possibile poi ai cattolici di collaborare all’organizzazione della classe operaia e dei contadini nelle loro rivendicazioni contro industriali e proprietari terrieri” (Arturo Carlo Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, pag. 277, Torino, 1971).

Il giudizio di uno storico marxista sulla Rerum Novarum è nettamente negativo: “La Rerum Novarum è un documento antisocialista, è la difesa della proprietà privata, considerata dal Papa come un diritto naturale. L’argomentazione è astratta e generica, non legata ad una analisi della concreta situazione economica, creata dallo sviluppo del capitalismo. L’intervento dello stato nei conflitti tra capitale e lavoro è lasciato completamente indeterminato. L’aperto elogio del pontefice verso i cattolici, impegnati in campo sociale, maschera l’evidente preoccupazione di salvare le masse cattoliche dalla propaganda socialista” (Giorgio Candeloro, Il movimento cattolico in Italia, pp. 240- 243, op.cit.).  “Proletari di tutto il mondo, unitevi”. Era questo lo slogan del Manifesto. Tempo fa un giornalista, in un quotidiano on line, ne ha lanciato uno nuovo: “Proletari di tutto il mondo, perdonateci”. Le ideologie passano. Gli ideali restano. Le prime nascono a tavolino. Sono partorite dalla ragione. Gli ideali nascono dal cuore. Toccano la sfera valoriale (NDR).

Romolo Murri e i giovani cattolici democratici si sentono gli interpreti di questa vita nuova che intendono portare dentro l’Opera dei Congressi, l’istituzione che raccoglie tutte le anime del mondo cattolico, ma ancora troppo in mano ai cattolici intransigenti, che mettono il confronto con lo stato liberale su un piano politico, di condanna verso lo Stato usurpatore: “Con la fine del secolo, il mondo cattolico intransigente perdeva la propria compattezza. I giovani, usufruendo di tutti i mezzi che la legge metteva a disposizione, scuotevano il torpore delle vecchie e gloriose organizzazioni. Davanti a questi giovani c’era una massa amorfa, mai toccata dalle esistenti organizzazioni cattoliche e ancora immune dalla propaganda dei partiti, da conoscere e da svegliare, da rinsaldare nella fede cristiana, da conquistare ad una più larga giustizia sociale e a maggiori traguardi civili” (Romolo Murri, Rinascimento, rivista trimestrale diretta da R. Murri, N° 4, 1° dicembre 1921).

Il nuovo Papa Leone XIV, anche nel nome da lui scelto, si è ispirato a papa Leone XIII, alludendo alle sfide di ieri e confrontandole con quelle di oggi. “L’enciclica di Leone XIII delineava i punti chiave della dottrina sociale cristiana. Il documento pontificio, pur dando per scontato che era impossibile togliere dal mondo le disuguaglianze, scuoteva le coscienze dei cattolici. Riconosceva l’effettivo problema della precaria e spesso servile condizione degli operai e, di conseguenza, anche le ragioni della loro protesta, sia per richiamare a tutti le esigenze della giustizia, del bene comune e della carità, signora e regina di tutte le virtù, di cui la Chiesa si fa interprete e custode” (Giuliano Vigini, Papa Leone XIV, figlio di Sant’Agostino, pp. 92-93, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2025).

È troppo presto per dire come sarà il suo pontificato. Alcuni elementi della sua biografia comunque sono lì a ricordarci che proviene dagli Stati Uniti, è lecito quindi chiedersi quale influsso potrà esercitare sul suo paese, guidato da un presidente che, come hanno scritto in molti, è un buono a nulla, ma capace di tutto, ondivago e imprevedibile, egocentrico e narcisista, amico dei nemici e nemico degli amici. “Leone XIV ha esercitato gran parte del suo apostolato, come missionario in Perù; anche questo altro piccolo tassello può aiutarci a prevedere come questa esperienza arricchirà le sue scelte pastorali. Già dal Regina Coeli dell’11 maggio 2025 ha levato alto il celebre grido degli ultimi pontefici. Mai più la guerra, e ha invocato il miracolo della pace per l’Ucraina, per Gaza, per l’India e per il Pakistan. Per il buon pastore, la costruzione di una pace, giusta e duratura, sarà certamente uno degli impegni più assidui e gravosi, in questo mondo all’incontrario, dove la giustizia e il diritto internazionale sono alla mercé dei potenti di turno che possono valicare ogni confine di legittimità e di decenza” (Ibidem, pp. 97- 98).

Raimondo Giustozzi

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