I vecchi e i giovani: dall’Opera dei Congressi alla prima “Democrazia Cristiana” di Romolo Murri

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cq5dam.thumbnail.cropped.1500.844di Raimondo Giustozzi

L’Opera dei Congressi: intransigenza religiosa e politica

 

L’Opera dei Congressi, la massima espressione organizzata del movimento cattolico in Italia, nasce negli anni immediatamente successivi al 1870. È la stagione della “Questione Romana”, di Roma capitale d’Italia, del Papa prigioniero, dello Stato usurpatore, della fine temporale dello Stato della Chiesa, del non expedit (Non conviene). La Chiesa impediva (impedire oportet) ai cattolici di votare e di essere eletti. Il fine immediato dell’Opera dei Congressi, nata nel 1874, durante i lavori del primo congresso cattolico tenutosi a Venezia dal 2 al 6 giugno di quell’anno, veniva identificato dai congressisti nello “unire e ordinare i cattolici e le associazioni cattoliche di tutta Italia nel comune intento di difendere e propugnare tutti insieme i diritti sacrosanti della Santa Sede, della Chiesa egli interessi religiosi e sociali che Dio ci ha dato”. L’intransigenza religiosa veniva illustrata per la prima volta al Congresso di Venezia, dal barone Vito D’Ondes Reggio: “Il Cattolicesimo è cattolico e non altro che cattolico. Imperocché il Cattolicesimo è dottrina compiuta, la grande dottrina del genere umano. Supporre che il Cattolicesimo o manchi in qualcosa che è d’uopo dargli o contenga qualcosa che è d’uopo levargli, è gravissimo errore che non può partorire che scismi ed eresie”.

 

Il Murri rispondeva a questo clima culturale nelle “Lettere sulla cultura del clero”, indirizzate al barnabita Giovanni Semeria, rivendicando un rinnovamento delle idee, dei mezzi di azione, una libertà di iniziativa che nel mondo cattolico asfittico e formalista del tempo non era ancora riconosciuta. Scriveva infatti: “Questa mentalità di difesa ed il pericolo del contagio portò i cattolici a tapparsi in casa, tirando su col panierino dalla finestra, il pane quotidiano, pronti anche a lavare debitamente mani, cesto e merci. Tale spirito era giusto per quei tempi. Ora che i tempi sono mutati, si potrebbe, credo, aprire l’uscio. Ma come tutte le cose, tranne il vino, invecchiando si guastano, anche quello spirito di precauzione, invecchiando è divenuto eccessivo e si è fatto farisaico ed ipocrita” (“Cultura Sociale”, 1° luglio 1898). Il sacerdote marchigiano precisava quali fossero i compiti immediati di una nuova cultura cattolica: “uscire di sacrestia, esporsi al vento e alle bufere, partecipare alacremente alla vita del proprio paese e alla storia del proprio tempo, ripudiando energicamente il male, ma accettando senza cattiva grazia il bene ovunque fosse, spiare e discernere e cogliere le opportunità, avanzare conquistando” (Cfr. R. Murri, Prima Apologia).

 

L’intransigenza politica era sostenuta da quanti nell’Opera dei Congressi avevano identificato la causa del cattolicesimo con quello del dominio temporale della Chiesa ed avevano visto in Pio IX il Papa prigioniero, ingiustamente defraudato da uno Stato “usurpatore” nel suo legittimo diritto di possedere un regno terreno nel quale esercitare la sua giurisdizione di sovrano. Alla fine del secolo questa posizione non aveva più motivo di esistere. I giovani cattolici, tutti nati dopo il 1870, dello Stato italiano non avevano visto il sorgere tumultuoso, ma il declinare lento negli scandali della Banca Romana, nelle sconfitte coloniali, nelle repressioni anti operaie. Essi consideravano la presa di Roma come una tappa irreversibile e, profondamente desiderosi di estendere l’influenza della Chiesa sullenti nell’ masse popolari, erano convinti che solo facendo propria la causa dei poveri e dei diseredati, la Chiesa avrebbe ritrovato la perduta influenza sulla società. E non fu solo la pubblicazione della Rerum Novarum (1891) ma gli scioperi selvaggi della Lunigiana, dei solfatari siciliani, le cannonate di Bava Beccaris, sparate su una folla inerme che aveva solo il torto di protestare contro il rincaro del pane, gli esempi di quanto i cattolici tedeschi o francesi avevano fatto, attorno a mons Ketteler e a René de la Tour du Pin, rispettivamente in Germania e in Francia, molti anni prima, sul problema sociale, a smuovere i cattolici italiani dal secolare assenteismo su questo campo.

 

Dopo i moti del maggio 1898, quando il generale Pelloux chiamato a presiedere il Consiglio dei ministri presentò alla Camera dei deputati alcuni provvedimenti che limitavano la libertà di stampa, di associazione e di riunione, don Romolo Murri, così scriveva sulle colonne della “Cultura Sociale”: “imponiamo noi, detti fino a ieri nemici della libertà, a Pelloux il rispetto della carta fondamentale del Regno. Ricordiamo che questo non è un feudo per nessuno, ma un campo di libera attività per tutti. Difendiamo la libertà. Questo è il nostro appello ai cattolici italiani”. E quando alla Camera si sviluppò l’ostruzionismo parlamentare che raccoglieva tutti i partiti dell’estrema sinistra contro i tentativi reazionari del Pelloux, così replicava il battagliero prete marchigiano: “I giornali cattolici benpensanti diranno che quel che avviene a Montecitorio è puerile ed è una decadenza, noi ai quali la nostra preparazione intellettuale impedisce decisamente di credere che quel che fanno in questo momento di crisi nazionale così profonda coloro che bene o male rappresentano la vita politica di un paese storicamente e socialmente grande come l’Italia sia puerile e senza interesse, vediamo invece in quel che avviene a Montecitorio una lotta importantissima e l’alba di un nuovo giorno e di una rinascenza politica”.

 

Il Movimento Cattolico dei giovani democratici cristiani ed i Liberali

 

Era la seconda sezione dell’Opera dei Congressi, quella raccolta attorno a Romolo Murri e a Toniolo a porre fortemente il confronto con i liberali su un piano sociale. Su iniziativa del giovane sacerdote marchigiano erano nati i Fasci Democratici Cristiani. Il contrasto dei giovani democratici cristiani con i liberali al potere muoveva da una critica di fondo contro l’ordine sociale voluto da quanti, atei nell’animo e nelle azioni, volevano conservati i cattolici ed il clero per servirsi di loro come cani da pagliai contro l’avanzare dei socialisti. Questa tensione scoppiava là dove era nata e si era andata progressivamente affermando una presa di coscienza contro le ingiustizie. Scriveva don Davide Albertario sulle colonne dell’Osservatore Cattolico nei giorni della rivolta milanese: “Manca il pane, non riconoscono questa mancanza coloro che mangiano e bevono ed hanno bisogno di quiete per digerire. Essi hanno possedimenti, ville, cavalli e guardano sicuri la folla dei pezzenti che domanda pane e lavoro, la guardano e l’insultano come sobillata e incontentabile”.

 

Nei borghi agricoli, parroci e preti che si riconoscevano nelle posizioni dei giovani democratici cristiani avevano formato un fronte di lotta comune contro i liberali al potere. Il patronato agricolo mal li sopportava e li accomunava ai socialisti, come nemici dell’ordine sociale. Eppure, la loro attività, vista da un’altra angolatura, andava colmando quel distacco della Chiesa dal popolo, che l’eterogeneità politica e la prudenza eccessiva delle più alte gerarchie stavano gettando nelle braccia del socialismo ateo. A Briosco, in provincia di Milano il parroco don Davide Sanvito aveva preso le difese, nel marzo del 1898, di dodici contadini che erano stati sfrattati dalle loro case e dai terreni da loro coltivati come mezzadri. I proprietari Carlo Medici ed Anselmo Consonni, spalleggiati dal conte Porro Lodi, liberale e sindaco, li avevano allontanati perché iscritti nel locale Comitato Parrocchiale. Si arrivò ad un confronto civile e penale tra il parroco, i contadini ed i nobili signorotti. L’episodio uscì dalle strettoie della cronaca locale ed ebbe ampia risonanza anche a livello nazionale perché riportata sulle colonne dell’Osservatore Cattolico, di cui era direttore don Davide Albertario. Si arrivò finanche ad una colletta tra i cattolici democratici di tutta Italia per venire incontro alle famiglie degli sfrattati.

 

A Giussano, sempre in provincia di Milano, don Ferdinando Rivolta, parroco dal 1891 al 1902, allineato sulle posizioni del cattolicesimo intransigente di don Davide Albertario, aveva preso a cuore la protesta di alcuni contadini che lottavano contro i ricchi proprietari terrieri locali nel tentativo di superare il medievale contratto di mezzadria. Nel 1902, la curia milanese lo sostituiva con Antonio Consonni. Il nuovo parroco, al suo ingresso in paese, trovò la porta della chiesa chiusa a chiave, sprangata e venne fatto oggetto di una violenta contestazione da parte dei suoi nuovi parrocchiani. Una tavola del Beltrame pubblicata su “La Domenica del Corriere” ritrae scalmanati cittadini in preda al furore. Brandiscono come clave, delle sedie, agitandole in alto contro qualcuno che non si vede, in realtà verso il nuovo arrivato, ma più contro l’autorità ecclesiastica milanese, la curia che toglieva loro don Ferdinando Rivolta. Raccontano le cronache che gli stessi contadini, si recarono a piedi presso la Curia, 20 i chilometri che separano il centro brianzolo da Milano, al grido di: “ul voerum, ul voerum” (lo vogliamo, lo vogliamo), sotto un sole abbagliante, con l’arsura addosso, calpestando di rabbia le strade polverose.

 

L’imperativo dei giovani cattolici democratici diventò quello di andare verso il popolo con tutti quei mezzi adatti a soddisfare i suoi bisogni, con costruzioni di Casse rurali, banche popolari, società di mutuo soccorso. In una intervista, rilasciata tanti anni fa, il parroco di Robbiano (sempre nel milanese) don Rinaldo Beretta così ricordava la costituzione nel paesello di una “mutua” per il bestiame: “Qui non c’era niente e si trattava di incominciare a fare qualcosa. Quando ad un contadino veniva a mancare una mucca, ch’era allora il sostegno della famiglia, era una faccenda seria trovare i soldi per rimpiazzarla. Interveniva allora l’associazione, la CooperativaSan Sebastianoche ritirava la carcassa della mucca e la vendeva. Al ricavato della vendita s’aggiungevano le quote minime che gli associati versavano e questo era sufficiente per raccogliere una somma adeguata per poter acquistare un’altra mucca che veniva data al proprietario”.  Non solo la Cooperativa, ma anche una scuola Popolare per i figli delle classi meno ambienti furono le due istituzioni messe in piedi dal giovane parroco che morì ultracentenario nel 1981, ricordato anche come uno dei maggiori storici della Brianza. L’ho conosciuto poco dopo il mio arrivo a Giussano e ho avuto la possibilità di consultare il “Liber Chronicus” della Parrocchia di Robbiano, compilato da lui con diligenza sopraffina. Altre figure di preti brianzoli, vicini al mondo rurale si imposero all’attenzione di tutti: don Costante Mattavelli a Carate Brianza, don Edoardo Bonzi ad Albiate, ma anche laici, come Luigi Longoni, il primo presidente della cooperativa cattolica di consumo creata a Verano Brianza all’inizio del 1900.

 

Romolo Murri e la gerarchia ecclesiastica: la “Graves de Communi”

 

Tutto questo fervore di iniziative era ben conosciuto da Romolo Murri che venne invitato in Brianza per un Congresso dei Giovani Democratici Cristiani. La pubblicazione poi nel Gennaio del 1901 dell’enciclica papale sulla democrazia cristiana, la “Graves de Communi”, sembrava il coronamento del suo programma e di tutte le sue battaglie: la costituzione di un partito cattolico. Ma il giovane sacerdote marchigiano andava molto più in là di quanto la definizione della democrazia cristiana data dal papa, “una actio benevola in popolum”, lasciava intendere. Ma tant’è, il movimento democratico cristiano, sotto l’impulso datogli dal battagliero e brillante sacerdote fermano, assumeva una vigorosa espansione. Nasceva il “Domani d’Italia”, l’organo ufficiale del giovane movimento, i fasci democratici cristiani non si contavano più. Romolo Murri, divenuto il simbolo di una bandiera, viveva la stagione più bella della sua vita fino a che le Istruzioni Pontificie (febbraio 1902), dopo il Congresso dell’Opera dei Congressi, tenuto a Taranto dal 1 al 6 settembre 1901 non smorzarono del tutto il suo entusiasmo.

 

La Chiesa non acconsentiva che si potesse dare un significato politico alla Democrazia Cristiana ed indicava ai giovani la difficile via dell’obbedienza e del legame con l’Opera tanto criticata. Romolo Murri non fu capace di questo atto di sottomissione e finì tra i partiti dell’estrema, candidandosi e venendo eletto quale deputato radicale nel collegio di Montegiorgio. Altri esponenti del movimento cattolico, compagni del giovane sacerdote marchigiano, seppero aspettare giorni migliori e situazioni più propizie per la costituzione d’un partito cattolico: don Luigi Sturzo in Sicilia e Filippo Meda a Milano, che si ritroveranno insieme nel Partito Popolare Italiano. Illuminante comunque il programma dei giovani democratici cristiani, pubblicato da Romolo Murri, nel maggio del 1899, a Torino, sulle colonne de “Il Popolo Italiano”. Tante discussioni sul federalismo e sulle autonomie locali, che occupano la scena politica italiana degli ultimi trent’anni, erano già contenute in quel programma. Romolo Murri ed il suo movimento hanno anticipato di un secolo tanti temi di oggi.

 

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