di Hanna Perekhoda MicroMega
Quella in Ucraina non è solo una guerra per la democrazia e la libertà di Kyïv. È il fronte esterno di un’unica lotta globale contro l’autoritarismo.
Dall’inizio dell’invasione su vasta scala da parte della Russia nel febbraio 2022, l’Ucraina è diventata il simbolo di una società che resiste con fierezza: civili che costruiscono barricate, volontari che organizzano catene di approvvigionamento, un governo che in tempo di guerra rifiuta l’esilio. Tutto questo risuona a livello globale come un netto rifiuto del tentativo di conquista autoritaria. Eppure, questa resistenza non è sorta dal nulla. È piuttosto il culmine di lotte di lunga data all’interno del paese. Lontana dall’essere una vittima passiva dei giochi di potere geopolitici, l’Ucraina è stata un soggetto attivo nel plasmare, contrastare e ridefinire il proprio destino.
Comprendere la resistenza in Ucraina richiede di andare oltre le semplificazioni binarie – Occidente vs. Oriente, riformatori liberali vs. proxies russi – e di analizzare invece come diversi gruppi sociali e attori politici abbiano negoziato potere e legittimità. Ripercorrendo nel tempo e nello spazio le forme della resistenza ucraina, questo articolo sostiene che la mobilitazione attualmente in corso a difesa della democrazia nel paese affonda le sue radici in precedenti atti di contestazione sociale e politica. La guerra ha chiarito – ma non creato – la posta in gioco della lotta ucraina contro l’autoritarismo.
Eredità ambigue
La resistenza dell’Ucraina all’autoritarismo è un processo storico di lunga durata, plasmato dalla dominazione imperiale prima e dal dominio sovietico e dalle sfide della transizione post-sovietica poi. Dai tempi degli imperi russo e austro-ungarico, e successivamente dell’Unione Sovietica, i territori ucraini sono stati a lungo governati da regimi che miravano a integrarli in più ampie strutture imperiali. Questi poteri non si sono limitati a sopprimere l’autonomia locale; hanno anche offerto forme alternative di lealtà, identità e avanzamento sociale.
È importante non ridurre la storia ucraina a un mito nazionale di ininterrotta eroica resistenza. Sebbene gli atti di sfida abbiano indubbiamente avuto un ruolo centrale nello sviluppo dell’identità nazionale ucraina, questa lettura da sola rischia di appiattire la complessità della realtà storica. Come sostiene Serhij Plokhyj, l’identità ucraina è emersa attraverso una dialettica fra subordinazione e resistenza all’autorità imperiale 1. La nazione ucraina moderna si è formata non solo in opposizione all’impero, ma anche al suo interno, attraverso processi di adattamento, ibridazione, negoziazione.
Uno dei progetti alternativi più forti fu quello dell’impero russo, che offriva un’identità fondata su un’eredità slava condivisa, sul cristianesimo ortodosso e sulla lealtà allo Stato. Questo modello non fu imposto a una popolazione che si opponeva in maniera omogenea. Soprattutto tra il XVIII e il XIX secolo, molti abitanti dei territori ucraini adottarono elementi di questa identità. Le élite ucraine trovarono un ruolo nell’esercito russo, nella Chiesa e nella burocrazia imperiale, contribuendo al governo e all’espansione dello stesso impero che in seguito avrebbe represso la loro specificità.
Questa tensione tra integrazione e differenziazione si estese anche al periodo sovietico. Sebbene l’Urss inizialmente promosse politiche “nazionali nella forma, socialiste nel contenuto” che consentivano una certa espressione della cultura e della lingua ucraina, questo spazio si ridusse notevolmente sotto Stalin. Le campagne di russificazione, la repressione dell’intelligencija e l’Holodomor – la carestia provocata dall’Urss nel 1932-33 – miravano tutte a integrare l’Ucraina in un sistema autoritario centralizzato. Eppure, anche sotto il dominio sovietico, le dinamiche identitarie rimasero complesse. Alcuni ucraini riuscirono a salire la scala sociale attraverso un processo di assimilazione all’identità sovietica sovra-etnica e centrata sulla Russia, altri facendo leva sulla propria “autenticità” etnica all’interno dei quadri culturali ufficialmente riconosciuti. Altri ancora si opposero del tutto, schierandosi con i movimenti dissidenti. In breve, lo Stato imperiale russo prima, e quello sovietico poi, non furono soltanto oppressori esterni, ma rappresentarono anche uno spazio politico e culturale nel quale la soggettività ucraina moderna fu, paradossalmente, sia repressa che resa possibile.
Al momento dell’indipendenza, nel 1991, gli ucraini si dovettero confrontare con un’eredità complessa: una governance centralizzata, una burocrazia opaca, una cultura politica paternalista, un’atomizzazione sociale, norme istituzionali autoritarie e modelli di formazione identitaria diversi e spesso contraddittori, forgiati da lealtà sovrapposte. Tuttavia, ereditarono anche esperienze di mobilitazione civica e sindacale, così come di dissenso culturale, che avevano guadagnato forza negli ultimi mesi del dominio sovietico. Di conseguenza, il crollo dell’Urss nel 1991 rappresentò tanto una promessa di autodeterminazione democratica quanto un’eredità gravida di pratiche autoritarie.
Negli anni successivi all’indipendenza, il sistema politico ucraino fu formalmente pluralista, con più partiti che si contendevano le elezioni e una separazione dei poteri definita costituzionalmente. Ma nella pratica, le reti oligarchiche e le abitudini burocratiche limitarono trasparenza e accountability. Paul D’Anieri, Robert Kravčuk e Taras Kuzio sostengono che i primi anni post-sovietici furono caratterizzati da un “autoritarismo morbido”, in cui i leader eletti utilizzavano le risorse dello Stato e i media per consolidare il potere, pur mantenendo una facciata democratica 2. La presidenza di Leonid Kučma (1994-2005), segnata dallo “scandalo delle cassette” e dall’omicidio del giornalista Georgij Gongadze 3, esemplificò le tendenze autoritarie del regime.
Nonostante questi limiti, la società ucraina ha dimostrato più volte una notevole capacità di mobilitazione di massa. La Rivoluzione arancione del 2004 rappresentò uno spartiacque: in risposta ai brogli elettorali, milioni di persone scesero in piazza per chiedere un voto libero e trasparente. Come osserva Andrew Wilson, la Rivoluzione arancione non fu semplicemente una crisi politica, ma una riaffermazione della sovranità popolare 4. Essa istituzionalizzò la protesta come forma legittima di partecipazione politica e sottolineò il rifiuto sociale della manipolazione autoritaria.
Tuttavia, la promessa del 2004 cedette presto il passo alla disillusione. Lotte politiche interne, instabilità economica e fallimento nello smantellare le strutture oligarchiche aprirono la strada nel 2010 al ritorno al potere di Viktor Janukovyč. Quest’ultimo, una volta eletto, operò una sistematica concentrazione del potere: indebolì i contrappesi parlamentari, limitò l’indipendenza della magistratura e la libertà dei media. Già nel 2013, il suo governo somigliava a una “democrazia controllata” sul modello della Russia di Vladimir Putin: formalmente pluralista ma autoritaria nella sostanza 5.
La traiettoria storica della politica ucraina prima di Majdan rivela dunque un andamento ciclico: momenti di avanzamento democratico seguiti da fasi di arretramento. Tuttavia, questi cicli hanno prodotto una progressiva espansione del repertorio di azione civica, che sarebbe diventato centrale nella resistenza ucraina degli anni Dieci.
È importante sottolineare che le tendenze democratiche dell’Ucraina non sono dovute solo all’attivismo della società civile, ma anche – paradossalmente – alla frammentazione strutturale del sistema politico. Come sostiene Paul D’Anieri, le divisioni regionali dell’Ucraina hanno impedito l’emergere di una forza politica nazionale dominante capace di monopolizzare il potere 6. Nessun partito o clan è riuscito a ottenere un sostegno trasversale in tutte le principali regioni, in particolare tra le città industriali dell’Est e le roccaforti nazionaliste dell’Ovest. Di conseguenza, le élite sono state costrette a competere e questo ha impedito che una di esse si consolidasse. Questa strutturale frammentazione ha paradossalmente favorito un ambiente politico più pluralista. La rivalità tra le reti regionali ha impedito la formazione di uno Stato-partito egemonico come in Russia. Tuttavia, questa dinamica ha avuto un effetto ambivalente: se da un lato ha impedito la consolidazione autoritaria, dall’altro ha contribuito alla debolezza istituzionale, alla paralisi decisionale e alla manipolazione ricorrente dell’opinione pubblica a fini elettorali. Tra il 2004 e il 2014, i clan oligarchici rivali in Ucraina hanno deliberatamente amplificato e politicizzato le identità regionali per mobilitare il proprio elettorato. Una strategia miope, che si sarebbe poi rivelata politicamente disastrosa.
Le proteste di Majdan e la caduta di Janukovycˇ
La decisione di Viktor Janukovyč, nel novembre 2013, di ritirarsi dall’accordo di associazione con l’Unione europea in favore di legami più stretti con la Russia suscitò indignazione tra ampi settori della popolazione ucraina filoeuropeisti. Tuttavia, le proteste che ne seguirono – iniziate in piazza dell’Indipendenza a Kyïv, piazza Majdan, e presto estesesi ad altre città – non riguardavano solo l’orientamento di politica estera del paese. Esse diedero voce a una profonda disillusione verso il sistema politico ucraino, da tempo dominato da reti oligarchiche opache e da una governance corrotta. Come ha osservato Olga Bertelsen, Majdan manifestò un crollo della legittimità politica e morale della classe dirigente, tanto che i manifestanti inquadrarono le loro azioni come una difesa della dignità 7. L’insurrezione di Majdan fu dunque un netto rifiuto dell’autoritarismo sul piano interno, non solo di un singolo uomo, ma di un intero sistema che aveva costantemente minato l’accountability democratica.
Le prime manifestazioni furono pacifiche, ma la repressione governativa radicalizzò il movimento. Gli scontri diventarono violenti, culminando nella morte di oltre 100 manifestanti. La deriva violenta dello Stato portò infine alla fuga di Janukovyč in Russia e al collasso del suo regime.
Come diversi studiosi hanno sottolineato, la geografia politica e culturale dell’Ucraina giocò un ruolo cruciale nel determinare le reazioni a Majdan. Nell’Ucraina occidentale e centrale, le proteste furono ampiamente percepite come un risveglio democratico. Nel Sud e nell’Est del paese, in particolare nel Donbas e in Crimea, furono invece spesso accolte con sospetto o aperta ostilità 8. Va tuttavia notato che manifestazioni a sostegno del movimento Majdan si tennero in tutte le principali città ucraine, comprese Donec’k, Luhans’k e la Crimea.
Dominique Arel ha sottolineato che, prima del 2014, molti ucraini si identificavano tanto con la sfera linguistico-culturale ucraina quanto con quella russa 9. Majdan contribuì a rompere questa ambivalenza, ma fu soprattutto la reazione della Russia alla decisione dell’Ucraina di riaprire la strada per un accordo di associazione con l’Unione europea a determinare la rottura definitiva. Sebbene l’accordo fosse principalmente di natura economica, Vladimir Putin lo interpretò come un affronto geopolitico e una minaccia esistenziale alla sovranità della Russia. Dal suo punto di vista, l’avvicinamento dell’Ucraina all’Ue rappresentava una perdita netta per la Russia nella sua competizione con l’“Occidente collettivo”. Le élite russe non vedevano l’Ucraina soltanto come un paese vicino, ma come una componente necessaria del progetto civilizzatore russo, una componente la cui svolta verso l’Occidente doveva essere fermata a ogni costo.
Questa lettura impose un’alternativa netta a una popolazione che da tempo viveva in uno spazio di ibridazione culturale e geopolitica. Gli ucraini che avevano fin lì navigato tra Russia ed Europa – sul piano linguistico, politico ed economico – si trovarono costretti a scegliere. Di fatto, il Cremlino esternalizzava la propria insicurezza ontologica: qualsiasi movimento verso l’Europa veniva interpretato, per definizione, come un atto ostile. Volodymyr Kulyk e altri studiosi hanno osservato che il rafforzamento dell’identificazione degli ucraini con l’identità ucraina nel periodo post-Majdan fu in gran parte difensivo: una reazione all’imposizione esterna di opzioni presentate come mutuamente esclusive 10.
Nel Donbas, i media russi sfruttarono le paure legate al “nazionalismo fascista” per presentare Majdan come un colpo di Stato orchestrato dagli ucraini occidentali. Come ha osservato Andrew Wilson, è vero che gruppi di estrema destra parteciparono a Majdan, ma la loro influenza è stata largamente esagerata sia dalla propaganda russa sia da alcuni osservatori occidentali 11. L’uso del termine “fascismo” non deve trarre in inganno gli osservatori esterni. La Russia di Putin ha costruito un’identità nazionale centrata sul concetto della Grande guerra patriottica 12. Il termine “fascismo” si è ormai quasi completamente distaccato da una specifica ideologia politica ed è usato per descrivere una minaccia astratta e assoluta: la volontà di distruggere la Russia. Come sostiene Timothy Snyder, sotto Putin la parola “fascista” (o “nazista”) significa semplicemente “il nemico che ho scelto e che deve essere eliminato” 13.
Majdan rappresentò un cambiamento radicale; esaltante per alcuni, destabilizzante per altri. Fu al tempo stesso una vera insurrezione popolare per la riforma democratica e un momento che rivelò – e in alcuni casi accentuò – le fratture regionali. Mentre i manifestanti a Kyïv chiedevano che la classe politica rispondesse delle proprie scelte, dignità e una rottura con il potere corrotto, molti nel Donbas percepivano Majdan come una minaccia alla stabilità. La rivoluzione creò un vuoto politico che la Russia si affrettò a sfruttare, prima in Crimea e poi nel Donbas.
Donbas e Crimea: guerra ibrida e autoritarismo
Dopo la caduta di Janukovyč nel febbraio 2014, il vuoto politico nelle regioni orientali e meridionali dell’Ucraina – in particolare nel Donbas e in Crimea – creò le condizioni per l’inizio, da parte della Russia, di una campagna ibrida di occupazione militare. Le interpretazioni accademiche divergono per quanto riguarda l’enfasi sui diversi fattori. Da un lato, analisti come Andrew Wilson e Dominique Arel sottolineano il coinvolgimento attivo della Russia. In questa prospettiva, il conflitto sarebbe stato in larga parte determinato da forze esterne 14. Tuttavia, Serhij Kudelia propone una spiegazione più dal basso, che mette in rilievo il collasso interno dell’autorità statale e l’azione autonoma degli insorti locali. Nel recente Seize the City, Undo the State 15, Kudelia sostiene che la disintegrazione del controllo ucraino nel Donbas non fu dovuta unicamente all’intervento russo, ma anche a un insieme di fallimenti accumulati nella governance, al clima di distacco e sfiducia locale e all’incapacità dello Stato di ristabilire la propria legittimità nel dopo-Majdan. Kudelia ricostruisce come attori locali – alcuni mossi da ideologia, altri da opportunismo – abbiano avviato l’occupazione delle città e creato forme di governo parallele, già prima che la Russia rafforzasse il proprio sostegno. In questa lettura, l’intervento russo fu un fattore facilitante, ma non scatenante. Tale interpretazione complica la narrazione più diffusa dell’inizio della guerra come un piano orchestrato dall’alto dal Cremlino, e riassegna centralità al malcontento locale. L’emergere delle autoproclamate “Repubbliche Popolari di Doneck e Lugansk” non fu dunque né esclusivamente locale né interamente imposto dall’esterno. Piuttosto, riflette quello che gli studiosi descrivono sempre più come un processo ibrido, in cui si intrecciano intervento esterno e disintegrazione interna dello Stato.
La Crimea seguì una traiettoria diversa. La regione era caratterizzata da una storica corrente politica filorussa e da istituzioni autonome, che la resero più vulnerabile a un’annessione rapida. La presa della Crimea da parte della Russia, nel marzo 2014 – sotto la copertura di truppe senza insegne e un referendum farsa – fu un’operazione altamente centralizzata. A differenza del Donbas, non vi fu una lunga insurrezione. La Crimea fu assorbita nella Federazione Russa con una velocità sorprendente, seguita dallo smantellamento della società civile, dei media indipendenti e delle istituzioni politiche dei tatari di Crimea.
Il Donbas precipitò invece nella violenza. Gli edifici governativi locali furono occupati da un insieme eterogeneo di ex funzionari della sicurezza, frange minoritarie di attivisti e agenti russi. Come osserva Wilson, sebbene vi fossero reali motivi di malcontento – legati alla marginalizzazione economica e alla politica linguistica – essi non si traducevano in un diffuso sentimento separatista 16. Come hanno sottolineato Ihor Stebelskyj e altri studiosi, le identità nell’Est non erano fisse. Molti abitanti non sostenevano pienamente né Kyïv né Mosca, e le loro risposte erano determinate più da minacce immediate, strategie di sopravvivenza e stanchezza politica 17.
In ogni caso, il vuoto di potere locale degenerò rapidamente in guerra, grazie al supporto materiale russo e al coinvolgimento diretto del personale militare. I nuovi regimi separatisti assunsero fin dall’inizio caratteristiche autoritarie. Si svolsero elezioni farsa, con risultati già scritti, i media furono messi a tacere e il dissenso politico represso brutalmente. Gli attivisti filo-ucraini furono sistematicamente rapiti, torturati e in molti casi uccisi. Nonostante ciò, alcune forme di resistenza sopravvissero. Gli studi di Kimitaka Matsuzato mostrano come queste città abbiano navigato con cautela nelle mutevoli dinamiche di potere 18. Alcuni individui si tennero in equilibrio, altri collaborarono, altri ancora sostennero lo Stato ucraino. Mariupol’, in particolare, divenne il simbolo del ripristino dell’ordine civico dopo essere stata riconquistata dalle forze ucraine nel maggio 2014: un punto di svolta che catalizzò l’attivismo locale e la nascita di reti di volontariato.
Trasformazioni post-Majdan
Sebbene il periodo successivo a Majdan non abbia risolto i profondi problemi strutturali del paese, ha tuttavia generato una trasformazione nel modo in cui la democrazia è stata praticata e immaginata, soprattutto in contrasto con il modello autoritario imposto nei territori occupati dalla Russia. La presidenza di Petro Porošenko (2014-2019) fu segnata dalla doppia sfida del conflitto militare e della riforma dello Stato. La sua amministrazione diede priorità alla ricostruzione delle forze armate e al rafforzamento dei legami con la Nato e l’Unione europea. Tuttavia, Porošenko fu criticato per aver protetto gli interessi degli oligarchi. L’Ucraina post-Majdan rimase strutturalmente intrappolata in un sistema di reti informali di clientelismo, dove la competizione tra élite non si traduceva necessariamente in un reale empowerment democratico diffuso.
Nonostante ciò, fu un periodo di rinascita dell’attivismo. Le organizzazioni della società civile iniziarono a promuovere la trasparenza. Il panorama mediatico, pur caotico e spesso dominato dagli oligarchi, rimase pluralista. A differenza della Russia, dove lo Stato riaffermò rapidamente il controllo sulla vita politica dopo le proteste del 2011-2013, il campo politico ucraino post-2014 restò contendibile e partecipativo 19. Questa frammentazione – spesso liquidata come instabilità – costituì di fatto una barriera strutturale contro la monopolizzazione del potere.
L’elezione nel 2019 di Volodymyr Zelens’kyj, che si presentava con una piattaforma populista anti-corruzione e faceva appello a un elettorato disilluso dalle élite tradizionali, mostrò ancora una volta la natura imprevedibile della democrazia ucraina. Un elemento importante fu che il suo consenso si estese oltre le divisioni regionali. Il suo profilo di russofono che parlava un ucraino relativamente fluente, unito alla scelta di evitare una retorica nazionalista polarizzante, gli permise di riconnettersi con quegli elettori che si erano sentiti esclusi dalla politica identitaria del post-Majdan.
Tuttavia, gli sforzi per riformare il sistema giudiziario incontrarono la resistenza delle élite. Furono, sì, creati organismi anti-corruzione, ma spesso privi di reali poteri esecutivi. Gli oligarchi continuarono a controllare i principali mezzi d’informazione e a esercitare un’influenza sproporzionata. Eppure, nonostante le condizioni di guerra e i traumi nazionali, opposizione politica, critica mediatica e organizzazione civica continuarono a esistere. La sociologa Julija Šukan sottolinea che la rivoluzione non fu soltanto un momento di rottura, ma l’inizio di un coinvolgimento civico duraturo da parte di cittadini fino ad allora depoliticizzati 20. Nata come un’organizzazione d’emergenza – per fornire cibo, medicine, logistica e assistenza legale ai manifestanti – quell’esperienza si trasformò in un impegno civico di lungo periodo.
Molti dei partecipanti di Majdan hanno poi assunto ruoli nella politica locale, nelle ong, nei media e nell’organizzazione delle comunità. Šukan documenta come questa generazione di attivisti abbia portato i propri valori all’interno delle istituzioni, contribuendo a radicare le norme democratiche nelle pratiche quotidiane e a resistere al ritorno di abitudini autoritarie.
Invasione su vasta scala e resistenza
L’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022, ha segnato l’escalation più drammatica di una guerra che, in realtà, era in corso già da otto anni. Ma ha anche innescato una profonda mobilitazione sociale. Di fronte a un invasore apertamente autoritario, gli ucraini si sono stretti attorno a una forma di resistenza partecipativa, pluralista e dal basso. Questa resistenza non è stata costruita solo dallo Stato, ma dalla società stessa. Le comunità locali hanno organizzato reti di difesa, sistemi di aiuto umanitario e piani di evacuazione. I gruppi civici hanno assunto ruoli fondamentali nel supporto logistico e medico. Le piattaforme digitali e le fondazioni di volontari hanno raccolto milioni per soddisfare le esigenze del fronte. Questi sforzi non sono stati improvvisati: si sono sviluppati a partire dalle infrastrutture civiche nate nel dopo-Majdan.
Nei primi mesi dell’invasione su larga scala, questa mobilitazione di massa sembrava rafforzare l’identità democratica dell’Ucraina. Tuttavia, pur non essendo falsa, questa interpretazione appare oggi sempre più incompleta. Con il protrarsi del conflitto, sono emerse fratture significative. Fratture che sollevano interrogativi sui limiti della resilienza democratica in un contesto segnato da vincoli neoliberali.
Come ha sostenuto Serhij Kudelia nei suoi studi sull’insurrezione e il governo, la legittimità nei momenti di crisi non deriva solo dalla forza, ma dipende anche dalla capacità dello Stato di rispondere ai bisogni dei cittadini sotto pressione e di mantenere un senso di giustizia 21. Da questo punto di vista, il bilancio dell’Ucraina è molto più ambiguo. La strategia economica adottata dal governo dopo il 2022 è rimasta fortemente neoliberale, puntando su deregolamentazione e disciplina di mercato in un momento in cui la resistenza avrebbe richiesto solidarietà e redistribuzione. Le riforme del lavoro, approvate sotto il segno della “flessibilità”, hanno indebolito i diritti dei lavoratori e aumentato la precarietà, alienando proprio quella classe che costituisce una parte consistente delle forze armate e della resistenza civile.
Con l’economia ucraina sotto forte pressione a causa della guerra, i sacrifici sono stati distribuiti in modo diseguale. I volontari che si erano arruolati nei primi giorni del conflitto sono ancora oggi al fronte, dopo più di tre anni di servizio ininterrotto. Nel frattempo, la diserzione dal servizio militare è aumentata, soprattutto tra i cittadini più abbienti, rendendo ancora più evidenti le divisioni di classe nella coscrizione e nel sacrificio. Mentre lo Stato invoca una mobilitazione totale, continua a perseguire politiche basate su un approccio individualista, fondamentalmente in contrasto con lo sforzo collettivo che la difesa richiede.
Questa situazione non è specifica dell’Ucraina. Qualsiasi Stato moderno, costretto a una guerra difensiva di tale portata, si troverebbe probabilmente di fronte a contraddizioni simili. Le società basate sul mercato – fondate su logiche frammentate e individualizzate di responsabilità – sono strutturalmente impreparate a soddisfare le esigenze di una mobilitazione collettiva su larga scala. Il paradosso dell’Ucraina è che la sua resilienza dal basso ha finito per mascherare l’insostenibilità di questo modello, permettendo alle élite politiche di celebrare l’unità mentre minano la base sociale che rende possibile la resistenza.
Se le disuguaglianze continueranno ad approfondirsi, se il sacrificio dei soldati al fronte resterà ignorato, se il lavoro continuerà a essere svuotato di potere, se la giustizia economica verrà rimandata a data da destinarsi, allora la stessa solidarietà che ha sostenuto l’Ucraina comincerà a sgretolarsi. E quando le rivendicazioni legittime non trovano risposta da parte di attori politici responsabili, vengono intercettate da soggetti irresponsabili. Le società sottoposte a pressioni estreme possono rivolgersi a soluzioni autoritarie in cerca di ordine e di senso. L’identità democratica dell’Ucraina è stata forgiata nel fuoco, ma non è garantita. Dipende da decisioni politiche – soprattutto economiche – che possono rafforzare la solidarietà o corroderla. La lezione dell’Ucraina è l’urgenza di ripensare il patto sociale su cui si fonda la democrazia. Senza questo, la porta alle soluzioni autoritarie resterà pericolosamente aperta.
La sinistra ucraina e il diritto alla resistenza
Nell’era post-sovietica, la sinistra in Ucraina è stata spesso ridotta a una caricatura: nostalgia dell’Urss, sindacalismo burocratico, filorussismo passivo o paternalismo da vecchia guardia. Ma a partire dal 2014 è emersa una nuova generazione di attivisti di sinistra (anarchici, femministe, sindacalisti, antifascisti), radicata nei movimenti sociali più che nei partiti tradizionali. Piattaforme come Socialnyj rukh, Commons: Journal of Social Criticism e collettivi autonomi hanno elaborato una politica che rifiuta tanto l’autoritarismo russo quanto il neoliberismo della classe dirigente ucraina post-Majdan.
Dal 24 febbraio 2022, questi movimenti non sono rimasti ai margini. Attivisti di sinistra e anti-autoritari, come quelli del collettivo Solidarity Collective, hanno partecipato attivamente alla resistenza, sia sul piano militare sia su quello civile. Dall’organizzazione di aiuti medici ed evacuazioni al sostegno ai sindacati e al monitoraggio delle violazioni del diritto del lavoro, la sinistra ucraina ha reso chiaro che la resistenza non riguarda soltanto la difesa armata, ma anche la lotta per una società che valga la pena difendere.
Collettivi femministi e queer hanno continuato a battersi per la giustizia di genere, i diritti lgbtq+ e l’autonomia dei corpi, anche mentre lo spazio per il dissenso si restringeva. Il loro messaggio è inequivocabile: la libertà è indivisibile. Non può significare solo liberazione nazionale dall’occupazione russa, ma anche libertà delle persone dalla violenza, dalla disuguaglianza e dallo sfruttamento nella vita quotidiana.
A livello internazionale, le attiviste e gli attivisti di sinistra ucraini hanno offerto una correzione critica alle interpretazioni di certa sinistra occidentale, spesso intrappolate in sterili analisi geopolitiche. Propongono invece una solidarietà concreta: cancellazione del debito, sostegno all’organizzazione dei lavoratori, aiuto agli sfollati, e difesa del diritto dell’Ucraina all’autodifesa armata. Questa prospettiva è stata chiaramente espressa nella dichiarazione congiunta “Contro l’imperialismo russo” 22 firmata all’indomani dell’invasione da Socialnyj rukh e dal Movimento socialista russo: una richiesta di ritiro delle truppe russe, sanzioni contro Putin e gli oligarchi, embargo sui combustibili fossili russi e aumento degli aiuti militari all’Ucraina. Il manifesto femminista “Il diritto di resistere” 23 ha rilanciato questo impegno, contestando i discorsi pacifisti occidentali che condannano la guerra senza riconoscere l’agency degli invasi: «Consideriamo la solidarietà femminista come una pratica politica che deve ascoltare le voci di chi è direttamente colpito dall’aggressione imperialista. […] Un pacifismo astratto, che condanna tutte le parti coinvolte nella guerra, porta nella pratica a soluzioni irresponsabili. Insistiamo sulla differenza fondamentale tra la violenza come mezzo di oppressione e la violenza come legittima autodifesa».
È anche la convinzione di chi combatte e muore in prima linea. Prendiamo il caso di Dmitrij Petrov, anarchico e storico russo, che si è unito alla resistenza ucraina ed è morto a Bakhmut. Nella sua lettera d’addio 24 ha scritto: «In quanto anarchico, rivoluzionario e russo, ho ritenuto necessario partecipare alla resistenza armata del popolo ucraino contro gli occupanti di Putin. L’ho fatto per la giustizia, per la difesa della società ucraina e per la liberazione del mio paese, la Russia, dall’oppressione. […] Credo fermamente che la lotta per la giustizia, contro l’oppressione e l’ingiustizia, sia uno dei significati più degni con cui l’essere umano possa riempire la propria vita. E questa lotta richiede sacrifici, fino al sacrificio totale di sé».
Cooper Andrews, attivista afroamericano di sinistra, è morto nella stessa battaglia. Nella sua ultima lettera 25 avvertiva che una vittoria di Putin non avrebbe significato solo la rovina dell’Ucraina, ma l’incoraggiamento del nuovo autoritarismo globale: «La vittoria in questa guerra è vitale non solo per la libertà del popolo ucraino, ma per quella dell’intera regione e oltre. La dittatura nepotista di Putin si estende ben oltre i propri confini per mantenere in piedi il suo regime revanscista. […] Una vittoria per Putin qui non significherà solo far precipitare questa regione in un periodo oscuro di autoritarismo da cui non si potrà più uscire, ma rappresenterà una vittoria per tutti coloro che vogliono rimodellare il mondo a immagine del passato, per chi vuole ricreare la barbarie dell’autoritarismo. […] Nelle nostre mani c’è un mondo da conquistare e una lotta che richiede grandi sacrifici».
Dal fronte del Donbas, Al’ona Lyaševa – attivista femminista e anti-autoritaria diventata medico militare – fa eco a questa urgenza: «Ogni singolo giorno vorrei mollare tutto e tornare alla mia vita di prima, quella in cui avevo un buon lavoro, potevo vedere gli amici quando volevo, avevo un gatto in casa e facevo due docce calde al giorno. […] Ma rimango perché so di essere dalla parte giusta della storia. Perché so che, nonostante tutte le contraddizioni interne, le Forze armate ucraine sono oggi la più grande forza antifascista al mondo. Cos’è il fascismo, se non ciò che sta facendo la Russia? Occupare, distruggere, uccidere civili, stuprare donne, rapire bambini e giustificare tutto questo con l’idea che gli ucraini, per qualche motivo, siano obbligati a far parte dell’impero, a obbedire e assimilarsi. […] Sì, potremmo perdere questa guerra. Ma forse che tutti i combattenti per la libertà nella storia hanno avuto successo? Molti hanno combattuto con molte meno possibilità dell’Ucraina. Abbiamo ancora buone possibilità, se i paesi europei ci sosterranno. La fine della guerra, il futuro dell’Ucraina, dipendono direttamente da te e da me, dalla solidarietà con gli oppressi, dal senso di collettività e dalla volontà di libertà».
Per sostenere l’Ucraina non serve romanticizzarla. Ma serve riconoscere che chi combatte per la propria esistenza sta anche lottando per le condizioni minime di qualsiasi politica emancipatrice: il diritto di esprimersi, di organizzarsi, di dissentire. Come sostiene gran parte della sinistra ucraina, questa non è solo la guerra dell’Ucraina. È il fronte esterno di un’unica lotta globale contro l’autoritarismo. Se esiste un futuro in cui la politica democratica ed emancipatrice resta possibile, la sua difesa sta avvenendo ora, sulle spalle di chi combatte e costruisce nell’Ucraina in guerra.
(traduzione dall’inglese a cura della redazione)
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1 Serhii Plokhy, Le porte d’Europa. Storia dell’Ucraina [2015], Mondadori, 2022.
2 Paul D’Anieri, Robert Kravchuk, Taras Kuzio, Politics and Society in Ukraine [1999], Routledge, 2019.
3 Georgij Gongadze è stato un giornalista ucraino di origine georgiana, rapito e assassinato nel 2000. Le circostanze della sua morte scatenarono uno scandalo nazionale quando furono rinvenute delle audio-cassette nelle quali si sentivano Kučma e altri funzionari pubblici discutere della necessità di far tacere Gongadze per i suoi articoli sulla corruzione imperante, n.d.r.
4 Andrew Wilson, “The Donbas in 2014: Explaining Civil Conflict Perhaps, but Not Civil War”, Europe-Asia Studies, vol. 68, n. 4, 2016.
5 Anton Oleinik, Building Ukraine from Within: A Sociological, Institutional, and Economic Analysis of a Nation-State in the Making, ibidem Press, 2018.
6 Paul D’Anieri, Understanding Ukrainian Politics: Power, Politics, and Institutional Design, M.E. Sharpe, 2007.
7 Olga Bertelsen, Revolution and War in Contemporary Ukraine: The Challenge of Change, ibidem Press, 2017.
8 Grigore Pop-Eleches, Graeme B. Robertson, “Identity and Political Preferences in Ukraine. Before and After the EuroMajdan”, Post-Soviet Affairs, vol. 34, nn. 2-3, 2018.
9 Dominique Arel, “How Ukraine Has Become More Ukrainian”, Post-Soviet Affairs, vol. 34, nn. 2-3, 2018.
10 Volodymyr Kulyk, “Shedding