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Resistere alla disumanizzazione

o_Sobotna-SP-20180405120605-hires-jpeg0_1024Widad Tamimi
Giornalista e scrittrice

I am a fighter

«Sono nata combattente», ho risposto ai miei figli, durante un momento di lettura condivisa, in cui siamo incappati nella nozione del daimon, che nella tradizione dell’antica Grecia indicava quella forza interna ispiratrice, voce interiore autentica che guida ognuno di noi verso la realizzazione del proprio potenziale personale, contribuendo a definirne il destino.

Sin dall’infanzia, ho avvertito un profondo impulso a battermi per la giustizia. Non disponevo di tecniche particolarmente raffinate: se necessario facevo a botte con quelli che infastidivano il nostro compagno di classe disabile o tiravo i capelli alle prime della classe, che spocchiosamente bullizzavano indisturbate i più fragili. Con una certa irriverenza, mi opponevo a una serie di stereotipi di genere guadagnandomi la nomea di bambina cattiva.

Prossima all’adolescenza, un’estate in Giordania, spazientita dalle mie ribellioni, mia nonna mi chiese davanti a tutti, con quel misto di delusione e preoccupazione per il duro destino che mi sarebbe toccato: «E cosa farai da grande?». «Arafat» risposi. Alcuni risero, altri tacquero. Fissai mia nonna dritto negli occhi, afferrai il vaso colmo di terra che poggiava sul davanzale dietro di me e lo scaraventai a terra.

Per me, Arafat significava resistenza. E la resistenza sarebbe stata femmina: forte, determinata e giusta. Come la Dike, la dea greca, che con le sue bilance rappresenta l’antica pratica di pesare l’anima, soppesando tra il bene e il male; la spada in mano a simboleggiarne la severità e la benda sugli occhi l’imparzialità di una legge uguale per tutti.

Non è un caso che la voce più profonda della mia anima mi abbia spinto a lottare per la giustizia. I due popoli in cui affondano le radici della mia identità, quello ebraico e quello palestinese, hanno sempre combattuto per la propria esistenza. Negli ultimi ottant’anni, li abbiamo visti scontrarsi incessantemente per quel lembo di terra che si estende dal fiume Giordano al mar Mediterraneo, mentre la pace e la sicurezza sono stati erosi in nome di ingiustizie che trionfano ormai senza remore su qualunque altro principio umano.

Eppure resistere ha molti significati, accade per ragioni molto diverse e assume forme molteplici, sia nella vita di una singola persona sia nella storia di un popolo. Cosa significa e cosa ha significato resistere, battersi per la giustizia, in Palestina e Israele?

L’inizio della fine

Il 7 ottobre 2023 è stato un giorno tragico, per ogni vita spezzata, per tutti coloro che hanno perso qualcuno che amavano, per i sopravvissuti al massacro, portatori di memorie atroci, con cui dovranno convivere un’intera esistenza.

Il 7 ottobre ha segnato una frattura, se possibile ancora più profonda di prima, tra coloro che desiderano lottare per distruggere e coloro che lo fanno con l’intenzione di costruire. La prima forma di lotta è sonora, visibile, ingombrante; la seconda passa pressoché inosservata, parla piano, si muove lentamente, in pochi se ne accorgono in mezzo al trambusto che le si consuma affianco. Distruggere è più facile che costruire, urlare più manifesto che lottare in silenzio.

Il 7 ottobre è stato un’occasione, il punto di convergenza di due traiettorie, da una parte quella di chi ha scelto di ignorare per quasi un secolo la natura di questo conflitto e dall’altra quella di chi ha desiderato risolverlo davvero. In quest’ultima categoria di persone raramente si configurano tifoserie da squadra. E questo a prescindere da quanto vicino sia caduto il meteorite di questa tragedia annunciata. Molti hanno sepolto i propri morti e scelto di lottare per rimanere ancorati alla propria umanità, anteponendola a ogni altra pulsione. Non si tratta del gruppo più cospicuo di persone, né in Israele né in Palestina, e tanto meno fuori dai confini del conflitto. Credere nella costruzione di una soluzione tra questi due popoli non significa avere un’idea sbiadita della distinzione tra giusto e ingiusto, accettabile e inaccettabile. Credere in una soluzione per entrambi significa anteporre la loro identità umana a qualunque altra appartenenza, privilegiare i diritti universali riconosciuti senza distinzione di sorta, ristabilire il lecito anche a costo di imporlo. D’altra parte la legge esiste in nome del mantenimento dell’ordine e a garanzia dell’equità tra contendenti. Stabilisce regole e linee guida che aiutano a normare i comportamenti, risolvere le controversie e proteggere i diritti e le libertà di tutti. Senza legge, le società vivrebbero nel caos.

Per quanto possa suonare come l’ammonimento di una maestra delle elementari in una lezione di educazione civica, lo stato profondamente conflittuale in cui verte il mondo ci impone di ripartire dall’abc: come si persegue la pace? E per pace non intendo l’amore e la fratellanza tra i popoli, ma il mero ordine sociale, che consenta a ogni essere umano di vivere una vita dignitosa e giusta.

Le ragioni del conflitto israelo-palestinese e le modalità con cui la comunità internazionale lo ha gestito fin dall’inizio sono cruciali nei confronti dell’evoluzione (o involuzione?) dell’ordine mondiale. Se la legge è quel quadro di princìpi e di regole in grado di circoscrivere i comportamenti accettabili a riguardo delle interazioni tra le persone così come tra i governi e di stabilire le sanzioni conseguenti alla violazione di tali norme, quella internazionale ha cominciato a essere delegittimata nel momento stesso in cui è nata.

Il diritto internazionale infatti non è mai stato uguale per tutti. Nonostante la dedizione e il rigore dei giudici delle Corti internazionali, coloro i quali hanno il reale potere di coercizione a livello internazionale, ovvero gli Stati, hanno sempre deciso sulla base dei propri interessi e di quelli degli Stati amici e/o alleati. È così che, se da un lato nascevano le prime norme del diritto internazionale e venivano applicate a favore del popolo di Israele, uscito più colpito dalla guerra, sostenendone anche il diritto all’autodeterminazione, dall’altro veniva calpestato il diritto del popolo palestinese, in un gioco perverso e ipocrita che sarebbe continuato, gonfiandosi anno dopo anno come un haboob nel deserto, una di quelle nuvole di sabbia che crescono nelle tempeste sahariane.

Fino a pochi mesi fa additare i crimini commessi da Israele nei confronti dei palestinesi suscitava reazioni di dubbio, in riferimento alla legittimità di questi ultimi di difendere e consolidare la propria esistenza. Tutti gli accordi di pace e ogni proposta di soluzione del conflitto israelo-palestinese hanno in realtà comportato per i palestinesi l’accettazione di ambiguità se non addirittura ingiustizie internazionali a proprio danno. Per semplificare, il patto suonava grosso modo così: “Accettate di cedere ogni vostro diritto sulla terra che le risoluzioni dell’Onu dichiarano vostre di diritto, in cambio di uno Stato su un territorio più piccolo, dove l’acqua e la sicurezza (eccetera, eccetera) saranno controllate da un altro Stato? Sì o no?”.

Il 7 ottobre è stato un giorno drammatico nella storia del mondo, il risultato di un fallimento radicale delle relazioni tra israeliani e palestinesi, del tutto prevedibile e per i primi con un epilogo verosimilmente pianificato fin dall’inizio. Netanyahu non ne ha mai fatto un mistero, sotto la sua guida il Likud ha sempre chiamato la Cisgiordania occupata “Giudea e Samaria”, rifiutando esplicitamente di riconoscerla come territorio palestinese e inasprendo l’opposizione del partito alla creazione di uno Stato palestinese sovrano.

Lo statuto originale del Likud, la cui versione inglese non compare sul sito ufficiale del partito, sosteneva che gli ebrei detenessero il diritto esclusivo sulla terra della Palestina storica e che tra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano ci sarebbe stata, un giorno, la sola e indiscussa sovranità israeliana. Da qui il famoso slogan, “from the river to the sea”, che per i palestinesi risale agli albori del movimento nazionalista, quando nei primi anni Sessanta Gaza era sotto l’Egitto e la West Bank sotto la Giordania. Secondo questo slogan, “min al-nahr ila al-bahr” (من النهر إلى البحر), il popolo palestinese chiedeva di essere riunito sotto uno stesso governo; dall’acqua all’acqua, من المية للمية, min il-mayye la-l-mayye.

Il 7 ottobre è stato l’inizio della fine, l’occasione per Netanyahu e il governo che lo sostiene di completare il progetto di un Grande Israele ed estendere i suoi confini dal Giordano al Mediterraneo. A ben vedere non esiste una discontinuità tra la Nakba e ciò che è avvenuto dopo il 7 ottobre.

Fin dal momento in cui la Palestina fu promessa a un popolo senza terra, come fosse stata anch’essa orfana e cioè una terra senza un popolo, fu chiaro a chi ebbe occhi per guardare e orecchie per ascoltare, che le cose non sarebbero andate bene, non solo per il popolo che abitava quella terra, ma anche per l’altro, il popolo che era arrivato colmo di speranze e illusioni ad abitarla.

I miei bisnonni ebrei, le generazioni prima di loro e quelle a seguire, fino ai più giovani componenti della mia famiglia, oggi, non hanno mai neppure avuto la tentazione di ascoltare il richiamo di quel ritorno alla terra promessa. Non è stata solo una questione di mancanza di fede, la mia famiglia è stata da sempre laica, ma piuttosto di aderenza a un principio di realtà. Perché andare a fare guerra, dopo una guerra, per vivere in un posto ostile dove litigare senza tregua e senza pace per poter avere dei confini chiamati ebraici? La mia famiglia credeva profondamente nel diritto all’autodeterminazione dei popoli. Non del proprio popolo soltanto, ma di tutti i popoli. Le mescolanze, per via della diaspora, sono diventate una caratteristica pressoché intrinseca dell’ebraicità. Non a caso è difficile dare una definizione, in riferimento a dei confini precisi, di ebreo. Scappando gli ebrei sono diventati un popolo del mondo, un popolo che parla molte lingue, innestando le proprie tradizioni, le specificità del proprio sapere, incluse quelle culinarie e persino l’uso delle spezie, nei vari luoghi di approdo. Raramente gli ebrei si sentono a casa, ma qualunque luogo del mondo diventa casa loro. È il destino dei migranti.

Anche i palestinesi, da popolo radicato nella propria terra, hanno finito per diventare popolo in movimento nel mondo. Eppure, proprio come gli ebrei, quando lontani da casa, mantengono radici salde alla propria identità. Anche la mia famiglia palestinese credeva profondamente nel diritto all’autodeterminazione dei popoli, in un modo diverso da quella ebrea, però. La mia nonna palestinese, che di nome faceva Widad, come me, era una donnetta piccola e che con gli anni era diventata più larga che alta, ma il cui viso era rimasto comunque sottile e il sorriso giocoso. Mia nonna Widad non è mai andata a scuola. Firmava con una x, che quando era arrabbiata disegnava anche nell’aria, come a scongiurare l’avversario con un “tiè”. Raccontava dei tempi della sua gioventù a Hebron e diceva che le persone a stento sapevano l’uno la religione dell’altro. Si viveva insieme, diceva, e tuttalpiù si veniva a conoscenza dell’appartenenza di un vicino di casa o di un amico a una fede piuttosto che un’altra per via delle festività, durante le quali ci si scambiava reciprocamente gli auguri o ci si invitava a far festa. Mentre mio nonno Weiss intavolava lunghe discussioni sull’importanza del diritto all’autodeterminazione dei popoli, mia nonna Widad viveva coi vicini ebrei e li rispettava per ciò che erano, persone innanzitutto. E, se capitava di litigare, non faceva differenza tra ebrei e gente del suo popolo. Nonna Widad era piccolina ma aveva la lingua lunga.

È possibile che la memoria sia stata idealizzata, ma le fonti storiche raccontano che gli scontri tra i contadini nelle campagne, persino dopo che l’immigrazione massiccia all’inizio del XX secolo aveva portato in Palestina molti ebrei da altre zone del mondo, scoppiarono prevalentemente per ragioni legate a incomprensioni linguistiche, culturali o per banali contese col vicino di casa circa l’estensione del proprio pezzo di orto. Tra i contadini non si trattò, neppure nei decenni a ridosso della fondazione di Israele, di una conflittualità su basi nazionaliste. Eppure lo diventò. Le aspettative di un po­polo di trovare una casa e quelle dell’altro di mantenere quella che avevano, col tempo si trasformarono in una lotta di identità.

Due popoli sconfitti

Il 7 ottobre è stato un giorno tragico e doloroso. Per le tutte le persone che hanno perso la vita, alcune di loro davvero troppo presto, altre più anziane, tra cui voci preziose impegnate nella giustizia per il popolo palestinese e nella pace tra i due popoli.

È straziante pensare alle ore di terrore che hanno vissuto le vittime prima di morire, alle cicatrici indelebili che rimarranno ai sopravvissuti. Non posso immaginare l’angoscia dei familiari durante quella eterna giornata. E l’esperienza traumatica che resterà per sempre memoria viva nelle vite degli ostaggi e di chi li ha aspettati e in parte ancora li aspetta a casa.

Eppure, quel giorno, il dolore che mi ha ferito più nel profondo, simile a quello che prova un bambino disilluso da un genitore molto amato, è stato per il popolo palestinese. Non sopporto di sapere che un popolo arrivi a essere disposto a macchiarsi di crimini orrendi, rinunciando alla propria dignità, perdendo la propria umanità, e sprofondando in uno stato di miseria. L’avrei provata e dichiarata più volte in seguito questa mia sofferenza a riguardo delle atrocità di Israele, fraintesa e irrisa dagli amanti della Palestina, ma quel 7 ottobre l’ho provato per loro, per i palestinesi. Per loro come per tutti coloro che oltrepassano la linea di confine della propria umanità, mi angoscio profondamente.

Il popolo palestinese ha cominciato la propria lotta di resistenza nei campi. I contadini, come raccontava mia nonna Widad, litigavano tra loro per chi avesse il diritto di usare un certo terreno abbandonato per seminare. Le regole erano legate alle tradizioni e le tradizioni erano diverse tra i due popoli. Anche le lingue erano diverse. I palestinesi all’epoca non sapevano che quelle loro diatribe minori, più legate a questioni pratiche e quasi espressione di assestamento tra due vicini di casa che prendevano le misure di una convivenza nuova, sarebbero state trasformate in lotte nazionaliste.

Tante volte ho cercato di mettermi nella pelle delle persone coinvolte in quel 7 ottobre; in quelle dei ragazzi che correvano su un arido terreno rincorsi da uomini armati in motocicletta; in quella di Hayim, 32 anni, uomo atletico e altissimo, nascosto in un armadio con una vicina di casa e ammazzato dalla raffica di pallottole che l’ha perforato. Penso anche a Khaleel, papà di Amna, che qualche mese dopo sarebbe stata mirata da un drone in una zona dichiarata sicura a Gaza e lasciata a terra senza una gamba. Lo immagino Khaleel in mare, quella mattina del 7 ottobre. Khaleel nuotava a lungo ogni mattina nel mare di Gaza, di cui oggi scatta fotografie commoventi in cui si avverte tutta la nostalgia per quell’orizzonte, per la luce che entra nell’acqua al mattino. Tiene le spalle alle macerie e guarda il mare, sapendo di non poterci più entrare: chi entra, viene colpito. Quel giorno, ignaro del fatto che sarebbe stata la sua ultima nuotata nel mare di Gaza, si è immerso come a ogni alba scolpendo l’acqua con le sue forti bracciate. Mi sembra di vederlo, perché nuotare è una passione che ci accomuna. Ci è capitato di parlarne a lungo una volta: il senso di diventare un tutt’uno con la vita, l’immergersi in un grande ventre che ti contiene e ti lava da tutti i pensieri e da tutte le preoccupazioni, i raggi del sole che filtrano, proseguendo sotto di te fino al fondale. Sono momenti di pace privata, che allo stesso tempo ci sottraggono alla solitudine che viviamo, ognuno, nella gestione delle nostre emozioni più intime. Abbiamo parlato di Dio in quell’occasione e della fede, della natura a cui apparteniamo, tutta la natura in tutte le sue forme, dall’acqua all’aria, il grande blu sopra e quello sotto, mentre si nuota in mare.

Quella mattina del 7 ottobre il cielo sopra Khaleel si è riempito di missili. Lo immagino, a metà della sua nuotata, sentire il cuore saltare un battito e intuire le preoccupazioni che avrebbe avuto bisogno di rielaborare strada facendo, dal mare profondo alla riva, sul sellino della bicicletta fino a casa ancora bagnato: qualunque cosa stesse succedendo, si sarebbe scatenata una bufera. Mi figuro il crescente senso di vulnerabilità, la paura per i figli, persino la rabbia per chi stava provocando il grande apparato militare dall’altra parte, illudendosi che questo sarebbe bastato a dare una lezione, dimostrare a Israele la sua fragilità, con l’effetto di riportare l’attenzione sulla causa palestinese nel mondo.

Ci hanno fatto vedere le immagini della gente in festa a Gaza, il 7 di ottobre, ma non ci hanno mostrato i volti preoccupati e arrabbiati di chi avrebbe preferito proteggere la vita delle proprie famiglie, anche a costo di continuare a vivere una vita ingiusta e miserevole, piuttosto che esporre i propri cari a quello che sarebbe successo.

I segnali dei cellulari di coloro che avevano partecipato all’attacco del 7 ottobre sarebbero stati intercettati da Israele e utilizzati come guida per i droni nei successivi bombardamenti. Alcuni miliziani avrebbero venduto per pochi shekel i propri telefoni nei mercatini di Gaza rendendo chi li aveva comperati, per sé o per farne regalo a parenti, innocenti bersagli dei bombardamenti israeliani. Tanta è la sproporzione tra le tecnologie delle due parti.

I palestinesi sono sempre stata gente accogliente. Quando arriva uno straniero i bambini gli corrono tutti attorno curiosi, ognuno vuole portarti a casa sua per un tè. I genitori sono disposti a tirare fuori le loro sedie migliori, le donne accendono il fuoco e cominciano a preparare, gli uomini si siedono attorno allo straniero e lo intrattengono.

Nel film No Other Land il giovane giornalista israeliano viene accolto con simpatia. A un certo punto qualcuno gli dice scherzando: «Non sarai mica una spia?».

È capitato anche a me che nel bel mezzo di un funerale per un martire a Ramallah un uomo armato mi si avvicinasse con la benda nera tirata sul naso e mi minacciasse, chiamandomi spia. Gli tenni testa, lo guardai dritto negli occhi e gli dissi: «La mia famiglia di nome fa Tamimi, siamo originari di Hebron e ciò che mi dici mi insulta profondamente». Lo ricordo guardarmi abbracciato alla sua arma, studiarmi per un attimo, poi gli occhi sorrisero, tirò giù la benda e mi chiese di mio padre, di dove fossero scappati nel ’67, della sua professione di medico e dell’Italia. Per tutto il funerale mi fece da guardia del corpo mentre io scattavo con la mia vecchia Nikon analogica. Avevo vent’anni e una borsa di vecchi rullini in bianco e nero. Alla fine della manifestazione chiamò un taxi e lo pagò per me, mi disse: «Porta in giro la nostra storia, sei una sorella, buon viaggio».

In Palestina è sempre stato facile sentirsi a casa. Non solo per me che di cognome faccio Tamimi. Per chiunque ci sia andato con il desiderio di capire. Non mi sono mai sentita sola, in Palestina. Ma quella mattina del 7 di ottobre, mentre Khaleel, ormai caro amico, guardava il cielo sopra di sé riempirsi di missili, ancora immerso nell’acqua durante la sua nuotata mattutina, fui attraversata da un dolore cocente.

Così lontano, pensai, siamo arrivati così lontano.

Resistere

La resistenza palestinese fu inizialmente laica e mentre i gruppi panarabisti emersi nel XIX secolo si muovevano in formazioni circoscritte di adesione a gruppi clandestini, il popolo reagiva come poteva all’occupazione, con forme di resistenza del tutto rudimentali e in fondo molto poco violente.

Il panarabismo sorse come un movimento nazionalista a sostegno dell’unificazione dei paesi arabi e, pur riconoscendo il ruolo significativo dell’islam nella storia e nella cultura araba, puntava all’unità politica e culturale tra gli arabi, enfatizzando la lingua condivisa, la storia e un destino comune.

Nel 1964 però, con l’istituzione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), il movimento ideologico-politico per la liberazione della Palestina cominciò ad assumere spazi autonomi, contrapponendo allo slogan del movimento panarabista “L’unità araba è la via per liberare la Palestina”, quello di una delle sue componenti – Fatah – che si incarnava, al contrario, nell’idea che la liberazione della Palestina avrebbe dato forza alla costituzione di un’unità araba. Ed è con Fatah che ebbero inizio i primi attacchi di guerriglia contro Israele.

Sebbene fondato circa un decennio prima, Fatah divenne forza dominante nella politica palestinese solo dopo che la guerra del 1967 ebbe inflitto il colpo di grazia al nazionalismo arabo. I fondatori e i primi membri di Fatah provenivano da ceti sociali medio-bassi, molti dalla regione costiera della Palestina, rifugiati nella prima giovinezza nella Striscia di Gaza sotto il dominio egiziano. La maggior parte di loro aveva studiato presso le università del Cairo ed era stata attiva nella politica studentesca, proprio come Yasir Arafat, che ne era stato il capo dal 1952 al 1956.

Israele prosperava, la situazione dei rifugiati palestinesi si andava deteriorando, sotto la guida di Nasser la lotta nazionale araba contro Israele veniva condotta a parole piuttosto che con azioni. Quando Israele, alla fine degli anni Cinquanta, iniziò a costruire una conduttura nazionale per pompare acqua dal Lago di Tiberiade verso la regione costiera e il Negev, rendendo possibile l’insediamento di un numero sempre maggiore di immigrati, Fatah decise di iniziare una vera e propria azione a guida palestinese, mettendo in primo piano i rifugiati palestinesi nella lotta per la propria terra.

La verità è che le modalità di resistenza di un popolo occupato spesso si sviluppano in parallelo con le caratteristiche dell’occupazione, tuttalpiù con un certo ritardo dovuto allo scarto che corre tra oppressione e reazione, riflettendo in modo speculare il comportamento dell’occupante.

Nel corso del tempo, Israele ha esteso i suoi confini ben oltre il Piano di partizione della Palestina approvato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1947, adottando tecniche di oppressione sempre più imponenti. A partire dall’iniziale ideale socialista, si andò rafforzando il ruolo simbolico e unificante della religione, che progressivamente pervase spazi significativi della società e del governo, fino a diventare elemento centrale e portante dello Stato.

Il nazionalismo palestinese nelle sue tre espressioni principali, da prima del 1948 in poi, ha seguito traiettorie molto simili, inizialmente con i nazionalismi arabi, poi con i primi attentati di Fatah e infine con la svolta islamica di Hamas.

Ognuna di queste forme di resistenza emerse in risposta alle azioni percepite come fallimenti dei gruppi precedenti nel raggiungere gli obiettivi di indipendenza, ma anche come reazione alle differenti logiche ideologico-strategiche dell’intervento militare di Israele. Il movimento nazionale palestinese ha certamente affrontato crisi rilevanti, aggravate dalla frammentazione del territorio in Cisgiordania e dalla situazione di confinamento a Gaza, in uno stretto parallelismo con la violenza della sopraffazione israeliana, che è andata scatenando reazioni sempre più violente, analoghe a quelle, per usare una metafora, di una pentola a pressione lasciata troppo a lungo sul fuoco a valvole chiuse.

Il 7 ottobre ha messo in luce un aspetto dirompente di questo conflitto, l’escalation di violenza e di disumanità che ha, anno dopo anno, alzato la soglia di tolleranza. Non si tratta di processi che si compiono dall’oggi al domani. Ci vogliono anni, decenni, generazioni, per arrivare a negare l’umanità di un essere umano. In Israele basta scorrere i programmi scolastici, dalla scuola primaria in poi. Si agisce dapprima sul senso di vulnerabilità, di paura, insinuando l’assillo costante del rischio che un ebreo corre solo per il fatto di essere ebreo. Più che alla rielaborazione del trauma pregresso i programmi scolastici puntano a una cristallizzazione della paura. Il passaggio successivo è consequenziale: se dietro il muro che ci protegge vive l’uomo nero – gente cattiva, pericolosa, sporca, malvagia – allora siamo giustificati a desiderarne la soppressione.

Non è un caso che le popolazioni, che una volta interagivano molto più di ora, siano state separate in modo così radicale. Una volta israeliani e palestinesi avevano contatti commerciali, gli studenti universitari frequentavano corsi comuni, gli uni parlavano spesso la lingua degli altri, quanto meno i palestinesi quella ebraica. Ma col tempo e con i muri eretti in nome della sicurezza, conoscersi è diventato pressoché impossibile.

Questa iniziale separazione ha permesso che i palestinesi fossero percepiti come un gruppo anziché come un insieme di individui, e che potessero essere costruiti stereotipi negativi per etichettarli (palestinesi uguale terroristi), alimentando l’odio, e facilitando un processo di negazione dell’empatia, ovvero un distacco emotivo sempre maggiore negli aggressori, con la scelta consapevole di ignorare la sofferenza altrui, in quanto ritenuta giustificata. Alla fine, sia chi subisce gli effetti di questa trasformazione sia chi la agisce finisce per deumanizzarsi.

Entro i confini della terra abitata dai palestinesi, il senso della propria dignità, della propria legittimità a essere considerati umani è andato piano piano scemando. Così come la possibilità di vivere una vita libera, in pace, pienamente titolari di diritti umani e guardando al futuro e al mondo con la sensazione che siano entrambi disponibili alle proprie aspettative. Questo ha leso il senso di orgoglio personale di molti, lasciato tracce importanti di stati depressivi e traumi che per le caratteristiche temporali dei continui e ripetuti attacchi e delle condizioni di vita sempre più deteriorate, non hanno tempo e margine per concedersi una fase di rielaborazione. In Palestina non si può più parlare di sindrome post-traumatica, come ben argomenta la psichiatra palestinese Samah Jabr: siamo in presenza di una sindrome post-traumatica cronica; trauma coloniale, intergenerazionale e continuo.

Se in alcuni l’effetto di una vita vissuta così è quello dell’intorpidimento delle funzioni psichiche, molti dei giovani con cui ho avuto occasione di parlare per aiutarli a trovare borse di studio in Europa, mi hanno detto di non credere in sé stessi, di sentirsi dei falliti; in altri l’emozione dirompente è quella della rabbia.

È facile, in un contesto di oppressione, scegliere la via della vendetta. Le forme della resistenza hanno infatti assunto negli anni modalità sempre più violente. A brutalità commesse dall’occupante, la resistenza risponde alzando la posta in gioco. Si tratta di fatto di un sistema di mera sopravvivenza: se l’occupante blocca ogni via di ingresso e uscita da un territorio che viene circondato e controllato via terra e via mare, la resistenza scava. I tunnel non sono serviti solamente a trasportare le armi, questo dato mi è noto anche per i racconti di persone affidabili conosciute personalmente. In molti hanno percorso quei lunghi corridoi sotterranei per poter andare in Egitto a curare patologie non curabili a Gaza.

All’escalation della violenza si è aggiunto un elemento inesistente nelle prime forme di resistenza palestinese. Dagli anni Sessanta in poi, il potere religioso in Israele ha visto una certa ascesa, con l’istituzione di partiti politici religiosi, con la fondazione nel 1984 del partito Shas, con l’incremento della rappresentanza politica delle comunità ortodosse alla Knesset, ma anche, negli anni Ottanta, con l’istituzione di più scuole religiose. Dagli anni Novanta si è verificata una sempre maggiore ingerenza della Corte suprema israeliana in questioni religiose, che ha consentito ai gruppi ortodossi di influenzare decisioni legali relative alle leggi sullo stato personale mentre la crescita del sionismo religioso nella politica israeliana ha permesso alle colonie di espandersi in Cisgiordania.

Mentre andava aumentando in Israele la pervasività delle istanze religiose nella vita pubblica e nella sfera politica, anche nella società palestinese la religione musulmana assumeva un carattere distintivo e prevalente dell’identità di molti, soprattutto a Gaza, sebbene la società palestinese fosse stata da sempre orgogliosamente mista e, seppur credente, laica nella vita sociale e istituzionale.

Sia nella società palestinese sia in quella israeliana ci sono state forme di resistenza a questi nuovi modelli di radicalizzazione, religiosa e identitaria, che ha portato a sfide sempre più complesse nella lotta tra i due popoli e, col tempo, anche all’interno di ognuno dei due. Non è un caso, in realtà, che questa sfida si presenti proprio in un contesto di disumanizzazione. Uno dei primi segnali che dovrebbe destare grave preoccupazione nell’evoluzione dei processi disumanizzanti è proprio la lotta fratricida. Spesso, nel timore di non resistere alla forza schiacciante di un processo di disumanizzazione – attivo o in reazione a esso – i membri di uno stesso popolo entrano in una guerra interna per il potere, per accaparrarsi ciò che rimane del proprio popolo e di sé.

Uccidere l’altro e contemporaneamente uccidere sé stessi: una dinamica perversa che con il titolo del suo libro, Il suicidio di Israe­le, Anna Foa (Laterza, 2024) ha indovinato perfettamente, pensando agli atti disumani e alla progressiva disumanizzazione a danno dei palestinesi commessa da Israele come a un lento suicidio cui stiamo assistendo senza che Israele ne sia del tutto cosciente. Nel perdere il proprio senso del limite, nell’accettare l’inaccettabile, l’essere umano rinuncia infatti a una caratteristica fondamentale di sé: l’umanità in senso costruttivo. Accoglie la parte distruttiva e alla lunga autodistruttiva, lasciando che il processo di annientamento e autoannientamento si accompagnino.

Per questo quel 7 ottobre oltre che soffrire per Israele ho sofferto per i palestinesi, perché ho visto nella malvagità degli atti efferati che gli uomini entrati in Israele hanno commesso quel giorno, tutto il male penetrato e cresciuto nelle coscienze di un popolo che ha subìto violenze fino a riprodurle, perdendo, come spesso succede nei popoli oppressi, la capacità di mantenere la propria umanità.

Restare umani

Linda è una donna di Gaza, giunta in Slovenia grazie a una associazione impegnata a trasferire in Europa, per le cure del caso, bambini con menomazioni gravi. Ci siamo conosciute in ospedale, dove la sua bambina, rimasta invalida dopo un bombardamento, è stata ricoverata. Ho organizzato per lei molte attività di cucina a casa mia durante quest’ultimo anno: è stato un modo per procurarle un’attività che ne riconoscesse una competenza specifica con la possibilità di trasmetterla ad altre persone interessate, ma anche per farle guadagnare qualcosa. Ha saputo col tempo della mia origine anche ebraica. Non la rivelo subito, effettivamente, alle persone di Gaza che arrivano in Europa per cure mediche. Per quanto orgogliosa sia delle mie origini miste, per quanto creda nella possibilità per ogni popolo di convivere e accettarsi nelle proprie differenze, sono consapevole di quanto il dolore accechi e di quanto tempo ci sia bisogno per ricostruire un senso di fiducia verso l’altro. Per Linda è stato uno shock. Mi ha risposto che non avrebbe mai accettato di parlare con una persona ebrea, yahud, per l’appunto, termine che i palestinesi usano per indicare sia un ebreo sia un israeliano. Ho provato a farla ragionare sulla differenza tra queste due identità. Non mi ha parlato per una settimana. Poi sono piovute bombe, il Nord di Gaza è stato massacrato come mai prima. La nipote di Linda è stata colpita da schegge che le hanno tolto la vista, per giorni è stata in coma, ma il peggio è stato che al risveglio, a lei come a tanti altri in questo massacro, hanno dovuto comunicare di essere rimasta sola, di aver perso due bambini piccoli e il marito. Linda mi ha mandato foto e video spaventosi, come per punirmi, per punire attraverso me tutti gli ebrei del mondo. E mi ha scritto: «Non sarò soddisfatta fintanto che non avrò vendicato ogni morto di Gaza e non avrò ucciso ogni ebreo».

Il sangue mi si è gelato dentro. Ho provato un attimo di terrore profondo. Mi sono seduta, ho respirato profondamente ed è emersa in me la consapevolezza di quale sia sempre stato il mio obiettivo più profondo: ricordare a questi due popoli che convivono in me quale sia il vero e più profondo significato della nostra resistenza. Resistere innanzitutto alla disumanizzazione, nostra e dell’altro, resistere al richiamo istintivo della vendetta.

Ho risposto a Linda dopo una pausa di qualche ora, le ho ricordato che ci sarei sempre stata, per lei e per i suoi bambini, le ho ricordato il bene che le voglio. Le ho espresso il dolore grande che vivo anche io nel vedere Gaza morire così. Le ho raccontato della lotta di mia madre per il popolo palestinese. Le ho chiesto di resistere per non perdere, come palestinesi, tutto ciò che ci resta: l’umanità.

Dopo qualche giorno Linda mi ha chiamata e abbiamo pianto insieme al telefono. Abbiamo compiuto insieme un primo passo, e non lo stiamo compiendo da sole: in tanti stanno lottando per continuare a credere nella possibilità di rimanere umani, pur battendosi perché la giustizia sia ripristinata.

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