di
Raimondo Giustozzi
“Il grande Male è l’amore del Nulla e della Morte. Per cui siamo perfino capaci di un oltre la morte, della Grande Distruzione che incombe; fino al pericolo che lo stesso ordine del creato possa anche non sussistere più. Noi così grandi, da essere in grado di compiere un’anti- creazione! E, per somma ironia, senza pensare a una necessaria malvagità, perché per tutto questo è sufficiente l’errore, la possibilità di un errore, perfino banale: ad esempio, il nervosismo di un pilota o uno scoppio di follia di qualche capo politico” (David Maria Turoldo, Il Grande Male, pag. XII, Arnoldo Mondadori Editore, 1987, Milano). Le follie di qualche capo politico, a livello mondiale, in questo “tempo malvagio”, sovrabbondano. Non un solo capo ma molti folli e tanti loro portavoce.
Scriveva così, il Servo di Maria all’amico Carlo Bo, conosciuto fin dagli anni del seminario, quando il giovane Giuseppe Turoldo, non ancora frate, leggeva gli articoli vergati da Carlo Bo sulla rivista “Il Frontespizio”. La lettera indirizzata all’amico è l’occasione per Turoldo per ringraziare altre persone che l’hanno accompagnato negli anni in questa sua avventura letteraria: Betocchi, Bacchelli, Allodoli, Camillo De Piaz, Romanò, Santucci, Mario Apollonio. Accanto a questi nomi ci sono tanti altri amici conosciuti negli anni della Resistenza e gli immancabili, don Primo Mazzolari, padre Bevilacqua e don Zeno Santini.
Mario Apollonio, che spingeva il giovane Turoldo a leggere e studiare Giuseppe Ungaretti, veniva superato dall’allievo che dava alla propria voce “un’intonazione più alta, più religiosa. Quello che avrebbe potuto diventare uno dei tanti epigoni, dei tanti ripetitori degli schemi ermetici, si è salvato in virtù di questa sua fede senza riserve e senza limiti. Poi con il tempo abbiamo visto padre David compromettersi con tutti, sempre disposto a correre in aiuto degli altri, incapace di condizionare il suo aito a delle risposte obbligate e del tutto abusive; gli scenari cambiavano, il rumore cresceva ma David restava sempre al suo posto; era l’anima che nei momenti di maggiore disperazione levava la sua voce su quella degli altri e finiva per avere il sopravvento. Non che la gente si convertisse, modificasse le sue abitudini, del resto non era questo il suo compito né il suo intendimento; a lui spettava soltanto il canto di grande pietà, di straordinaria comunione umana. Ecco perché continueremo a trovarcelo sempre davanti, nella posizione di fratello più che di maestro” (Carlo Bo, presentazione, pag. X, in David Maria Turoldo, Il Grande Male, op.cit.).
L’ultima lapide che Turoldo mette in cima a questa raccolta di poesie dice così: “Sempre sul ciglio dei due abissi / tu devi camminare e non sapere / quale seduzione, / se del Nulla o del Tutto, / ti abbatterà” (David Maria Turoldo, Ultima lapide, in Il Grande Male, op.cit.). “Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai”. Questa verità di fondo si scontra con il desiderio opposto: “Stolta ribellione è credere / che non vi siano confini, / e piantare sul cuore del mondo / il vessillo che “Tutto è dovuto” (David Maria Turoldo, Stolta Ribellione, pag. 10, op. cit.). Alcuni ritengono che tutto sia dovuto, tanto da far abbracciare il trono con l’altare, come ha fatto il patriarca Kiril, santificando l’aggressione russa ai danni dell’Ucraina. Eppure contro i seminatori di odio, il mondo si presenta bello. L’uomo è la causa del male: “Ancora un’alba sul mondo:/ altra luce, un giorno / mai vissuto da nessuno, / ancora qualcuno è nato:/ con occhi e mani, / e sorride” (Ibidem, pag. 11).
Sperare contro ogni speranza, questo ci resta di sognare: “Tutto deve ancora avvenire / nella pienezza: / storia è profezia / sempre imperfetta. // Guerra è appena il male in superficie: / il grande Male è prima, // il grande Male / è l’Amore – del – Nulla” (Ibidem, pag. 12). Invece si giustifica il male in nome del bene. Alle mamme, alle mogli, alle sorelle che protestavano contro la morte dei soldati russi, figli, mariti, fratelli caduti in battaglia nella guerra contro l’Ucraina, Putin, stando a quanto si legge sui giornali on line, rispondeva che almeno sono morti per una nobile causa e non per droga o per altri motivi di cui non si è mai certi. Dolce e degno di encomio è morire per la Madre Patria. La storia si ripete come in un grande cerchio. Tutto ritorna in una visione ciclica della storia. Contro questa deriva si deve sempre ripetere: “Tu non uccidere”. E ancora: “Per la notte oscura / per il mare che all’improvviso / ha rotto la pace // per la pace frantumata sulle rocce / per il vento che libera gli spiriti del male / sulle impaurite case // per la paura che dietro le porte / qualcuno ci rinchiuda / io ti rendo grazie, Signore” (David Maria Turoldo, Per la notte, pag. 66, op. cit.). “Per la sera così dolce / per i volti della gente / per le case in fiamme / e gli alberi in fiamme // per il silenzio del mare / per questo sbigottimento / che fascia la terra e il mare // per la solitudine / che cammina avanti la notte / ti rendo grazie, Signore” (David Maria Turoldo, Per la sera, pag. 68, op. cit.). “Gli uccelli nel sole / sono fiocchi di lana / fiori o pensieri / abbandonati al vento” (David Maria Turoldo, Gli uccelli, pag. 70, op.cit.). “Per il cielo e per il mare / per la rena tutta d’oro / nel barbaglio della luce: / un tappeto tutto d’oro / ai piedi della Vergine: // per queste onde e questa luce / ti rendo grazie, Signore” (David Maria Turoldo, Per il cielo, pag. 71, op.cit.).
Il Grande Male si è annidato anche nei rapporti umani: “Perché nessuno saluta? / Sulla stessa via / tutti stranieri. // Una minuta pioggia ti isola, / appena qualche uccello dalle piante / sospira al tuo rumore. // Una pecora sola, / sul clivo di Rancio / bela al tuo passaggio: // gemito più che umano, / a segnare / la solitudine di tutti. // Siamo soli, / soli, amico, né vale che tu grida / “fratelli” dall’altare, / o che tutti s’affollino / allo stesso ciborio. // Nessuno, nessuno saluta / in questi termitai che sono / le nostre città. // Tutti murati in selve di condomìni / più soli di quanto / lo siamo nei deserti // dove pare non abiti più / neppure Iddio” (David Maria Turoldo, Perché nessuno saluta, pp. 72- 73, op.cit.). La poesia è dedicata a don Angelo Casati, di Lecco.
“Cercai e trovai Dio nel deserto”, scriveva Carlo Carretto, dopo la propria esperienza nel deserto del Sahara, sulle tracce di Charles De Foucault. Ora, nemmeno nel deserto abita più Dio, scrive Turoldo nella sua provocazione. Nel testo si fa riferimento al Piano Rancio, una località nei pressi del Monte San Primo, famosa per la sorgente del fiume Lambro e per la possibilità di praticare diverse attività all’aria aperta. Menaresta è la sorgente del Lambro, poco lontana dall’abitato di Magreglio. Sono località raggiunte molte volte, quando abitavo a Giussano, in Brianza. Il ciborio è il tabernacolo, dove sono custodite le ostie per la comunione dei fedeli. Nonostante tutti si affollino allo stesso ciborio, tutti sono soli; non c’è comunione tra i fedeli.
Nella povertà tutti cantavano. Turoldo non sa spiegarsi il motivo: “E perché allora / che eravamo poveri / si cantava? // Si cantava a sera, / e anche all’alba / il panettiere cantava / per le vie deserte. // Cantavamo tra i filari / nei gloriosi giorni di vendemmia: / e la gioia si spandeva / a onde, giù sulla pianura. // Ora siamo ricchi / e muti. // Ognuno è chiuso / nel suo appartamento, / non esiste più il paese. // Estranei i familiari: / città senza amicizie, / dove nessuno si conosce. // E se conosci, spesso / più cresce la ragione / di essere diffidente” (David Maria Turoldo, E perché allora, in op.cit.). Amara la riflessione finale: se si conosce qualcuno, più cresce il tarlo della diffidenza. L’uomo è lupo all’altro uomo.
Dalla morte “Nullo homo vivente po’ scampare” (San Francesco, Cantico delle creature). “Qualcuno ti dica quali / saranno le già da tempo / decise / torture: // come ti sentirai adagio / adagio / disintegrarti / e precipitare / in abissi sconosciuti: / lentamente / inesorabilmente / sospinto da vertigine / in vertigine, / e poi in gorghi / di vertigini. // Non saprai se sarà di giorno / o di notte; e quando / sarà successo, / o che cosa: / se di sera o all’alba // Non saprai / mai / che ora sia / e di quale giorno (o notte) / in quale mese o anno: // se dopo un frammento di tempo, / o anni; calendari / interminabili di anni / passati lentamente, / o precipitosamente. // E non riuscirai nella mente / a raffigurarti un punto, / un punto solo / nella memoria / cosa hai pensato prima, / cosa hai enucleato poi; // un punto, / appena una figura / una macchia fissa / nella memoria: / che servisse da inizio / di racconto: “Allora”. // O appena un numero: uno / poi due, e tre, e cinque / e cento: allora / anche i numeri / si rovesciano e franano / e si confondono / e tu riprenderai da capo / ma inutilmente / inutilmente. // Allora scuoterai la testa: / questo lo avvertirai / ma appena, forse, / per un momento. // Poi / continuerai a scuoterla / senza essere certo, / e ti fermerai a pensare: / se sia vero / ma cosa?” (David Maria Turoldo, Qualcuno ti dica, pp. 109 – 111, op. cit.).
“Nella poesia si segnala un tempo, per così dire di grazia, per il Nulla: la notte o il buio a mezzogiorno, brivido di un’eclisse non annunciata. Vi è una simbologia, una topografia addirittura, del Nulla: lo specchio, il buco nero nel cielo stellato, il gorgo, l’abisso, il punto è meno di un punto, col risultato che l’immagine, proprio perché tale, finisce per mettersi al servizio dell’Essere che voleva negare; i regni dell’assenza e del silenzio, visitati dalla parola, colonizzati dall’immagine, sono l’abitazione di un Nulla che è e non è, di un’ambiguità che ha forse il sorriso di una statua dissepolta, se no proprio quello della Gioconda” (Luciano Erba, Il Divino e il Nulla nella poesia di Turoldo, pp. 37 – 38, in David Maria Turoldo, poesie sul sagrato, Novara, 1993).
Davanti a tanto nichilismo, occorrono “ancora uomini dal cuore in fiamme”: “Manda, Signore, ancora profeti, / uomini certi di Dio, / uomini dal cuore in fiamme. // E tu a parlare dai loro roveti / sulle macerie delle nostre parole, / dentro il deserto dei templi: // a dire ai poveri / di sperare ancora. // Che siano appena tua voce, / voce di Dio dentro la folgore, / voce di Dio che schianta la pietra” (David Maria Turoldo, Manda, Signore, ancora profeti, pag. 147, op. cit.). Solo chi ha parole di vita eterna può colmare la sete di tutti. Questo invito di Turoldo, ad essere messaggeri di verità, è rivolto a tutti. Non servono ciarlatani. Ce ne sono fin troppi. Occorrono testimoni del Vangelo: “Mandi, il cielo o l’Inferno, qualcuno / che a mente fredda e occhi / di vetro ci narri / il futuro, e non ceda / alla certezza di essere deriso. // Nessun profeta è mai stato creduto: / pure se mai come ora è tempo / di fattucchiere, / tempo di paura, non di fede: // ma ultimi a credere / non saranno i preti” (David Maria Turoldo, Mandi il cielo, pag. 97, op.cit.).
David Maria Turoldo si è sempre battuto per la pace, perché la guerra è solo atrocità disumana: “Dio, perfino i bambini! / Sempre e dovunque i bambini / sacrileghe vittime / dei nostri orgogli di adulti. // Ma forse tutti i soldati / sono bambini: / i soldati non sanno / non devono sapere, / è tolta loro la ragione” (David Maria Turoldo, Dio, Perfino i bambini, pag. 178, op.cit.). Le follie degli adulti verso i bambini sono inenarrabili. Quelle dei capi verso i soldati trasudano di disprezzo: “Primo comandamento di tutti gli eserciti: // tu non avrai altra ragione / all’infuori della ragione (impazzita) / di colui che ti manda. // I soldati devono solo uccidere / ed essere uccisi” (David Maria Turoldo, Primo comandamento di tutti gli eserciti, pag. 179, op.cit.).
Chiudo questa piccola e modesta silloge con la poesia, “Come sono belle”: “Come son belle le donne a settembre / tutta la gente è bella a settembre, / anche i poveri odoran di sole. //Le strade sono le mie gallerie / di arte, la sera: bulbi e pupille / lampeggiano nell’aria serena. // È per te, o Sole che ora / mite splendi sul campo di tutti: / hai fatto della città un braciere / e delle spiagge la tua arena. // Ma sulla casa dei poveri / ancora più sosti / a giocare tra rottami di gronde / e logori portale! // Solo per te, o Sole, non per altri! // Madre- Natura, che tu non sia / almeno per un tempo / almeno a settembre / solamente tormentoso ricordo. /Mia antica stagione, autunno, / tempo che sempre rimpiangerò. // Che io possa Signore / anche dopo / vedere questi purissimi colori: / finalmente felice di essere / e avere vissuto. // E si come già gridassi / dalla mia ultima cella: // amen, amen, Signore” (David Maria Turoldo, Come son belle, pp. 195- 196, op.cit.).
Raimondo Giustozzi