di Raimondo Giustozzi
In David Maria Turoldo “non c’è manciata di fango o di polvere che, una volta raccolta, non trovi – grazie alla sua poesia – la trasfigurazione e la salvezza. E tutto questo ottenuto non già per accumulo di sapienza poetica o di retorica ma perché le sue parole così come hanno un’altra origine, allo stesso modo hanno un’altra destinazione. Profeta e ancora, con gli stessi diritti e doveri, eco, risonanza, nel senso che è lui il primo a studiare e a misurare la sua voce. Il che ci porta a constatare che la sua è una poesia attiva non solo per sé e che non si esaurisce nel risultato ma lo è per tutti, per quanti abbiano ancora memoria del poeta come inventore spirituale, come scopritore della seconda realtà” (Carlo Bo, presentazione, pp. IX – XI in “David Maria Turoldo, il grande male”, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1987).
Benedetto XVI aveva indicato, nel corso del suo pontificato, di creare uno spazio fisico dentro il quale confrontarsi, per trovare assieme le risposte, anche diverse, sui grandi temi dell’esistenza: la vita, la morte, il dolore, la felicità e il suo contrario. In ricordo di ciò che già esisteva nel tempio di Gerusalemme, aveva chiamato questo spazio “Il Cortile dei Gentili”. Presso gli ebrei, questo luogo era fuori dalla balaustra che immetteva direttamente al tempio. Era uno spazio dedicato a chi non era ebreo e desiderava avvicinarsi alla fede. Rappresentava insomma un luogo di dialogo e di incontro tra culture e religioni diverse o anche con chi non professava nessuna religione. Mons Gianfranco Ravasi si è adoperato non poco a favorire all’interno di questo spazio, un dialogo schietto e sincero tra credenti e non credenti, senza sacrificare nulla all’onestà intellettuale di ognuno.
Non è una forzatura paragonare “Il Cortile dei Gentili” al Sagrato, la piazza antistante alla chiesa, spesso rialzata, che rappresenta un luogo di accoglienza e di transizione tra lo spazio sacro e quello pubblico. Durante il Medioevo, il cortile – sagrato era il luogo delle sacre rappresentazioni. Nel corso dei secoli successivi e fino ad oggi, il sagrato è stato sempre un punto di ritrovo per la comunità, dove le persone si incontrano, si salutano e discutono, prima e dopo le funzioni religiose che si tengono regolarmente in chiesa. La diocesi di Novara, nel 1990, a Baveno, aveva lanciato un progetto culturale, intitolato: “Il Sagrato, alla riscoperta di un’antica area di incontro”. L’iniziativa vide anche la realizzazione di mostre documentarie nella diocesi per approfondire l’evoluzione e i valori del sagrato nel territorio diocesano. Anche David Maria Turoldo aveva contribuito alla riflessione, proposta dalla diocesi di Novara, con sei poesie, pubblicate in un piccolo volume nel 1991. Le sei poesie, introdotte dal salmo 14, sono state raccolte in un nuovo volumetto, ad un anno dalla morte del Servo di Maria: David Maria Turoldo, Poesie sul Sagrato, Interlinea Edizioni, Novara, 1993.
“Chi potrà varcare, Signore, la tua soglia, / chi fermare il piede sul tuo monte santo? // Uno che per vie diritte cammini / uno che in opere giuste s’adopri // uno che conservi un cuore sincero / uno che abbia monde le labbra da inganni // uno che al prossimo male non faccia / uno che al fratello non rechi offesa // uno che all’infame la stima rifiuti / uno che onori gli amici di Dio / uno che mantenga la sua promesse / uno che non presti denaro ad usura // uno che non venda per lucro il giusto: / costui mai nulla avrà da temere” (Salmo 14). David Maria Turoldo non conosceva bene l’Ebraico antico. Si faceva aiutare da mons. Gianfranco Ravasi, andandolo a trovare ogni domenica pomeriggio nella casa di famiglia, che Ravasi possedeva a Osnago, un paese della provincia di Lecco, non distante da Fontanella di Sotto il Monte, dove Turoldo viveva. Cosa sanno fare l’amicizia e la condivisione di un progetto comune. C’è invece chi cerca quisquiglie, non felicitandosi affatto, con chi ha lavorato con lui ad un progetto comune. Siamo messi male.
Il salmo 14 non ha bisogno di nessun commento. Quello che dice è più che chiaro. Non serve nemmeno essere religiosi, credenti, cattolici apostolici romani. Il Sagrato è lo spazio intermedio tra il sacro e il profano: “Sul sagrato del Corpus / Domini domani c’è un comizio / di poveri tenuto / da Padre Atanasio. / E nel sottoscala / un altro muore / dimenticato. // Intanto Cristo continua solo / la Sua strada” (Sagrato, ibidem, pag. 10, op. cit.). Padre Atanasio, nella poesia, non è un personaggio esistito, ma è una figura che rappresenta la presenza sacerdotale e il legame con la fede cristiana. Siamo dentro e fuori la fede; mentre il frate fa il suo sermone, un povero muore dimenticato nel sottoscala. I fedeli ascoltano, ma non fanno niente per soccorrere chi è nel bisogno. La fede senza le opere non serve a nulla.
I
“Rasente le case di corso Magenta / ti vidi carovana di poche membra / dentro la dondolante veste. // Forse ricomponevi in silenzio il messaggio / che vai ripetendo ai fratelli / nei gesti assorti, nel volto orrido, / nei passi felpati come di uno / che non voglia offendere la terra. // A me che t’inseguivo apparivi / come un calice colmo di sangue, / vena di Dio; ovvero / tabernacolo romito ove dorme / lo Sposo, che non vuoi destare. // Eri tu il margine della strada, / il confine delle case; e io, dietro, / il gemito di uno che non si arrende, / che non sa sperare. // Tu sai la mia sorte: scaricatore / del porto di Dio, al suo mare. / (Pure allora rimorchiavo dietro / il carico di queste esperienze, / mi trascinavo avanti, / ove gli uomini finiscono alla grata / dell’infinito).
II
Quando improvviso brivido ti spinse / a discendere dal tuo marciapiede: / tu pure ad ogni passo / nel pericolo di venire sommerso. / Santità, presenza di creature / senza sponde, rischio orrendo. / Anche Tu ora in mezzo alla strada! / Sembravi più travolto di me. / “I misteri sono! – dicevi – li accetto. / Non abbiamo i ferri: la Trinità, / il Padre, il Dio fatto carne” … (il gesto / diceva più degli accenti mozzati: / teologia, parole in piena, sillabe / in folle libertà). “Ma il Suo ritardo, / è terribile; e questa storia / di male! E la Sua sposa / che non compare ancora!” / Dicevi: “Così ogni giorno prego: / Chiesa di Dio, Chesa di Dio / ove sei? Io ti cerco / e non ti trovo, io ti chiamo / e non rispondi, io t’invoco / e non mi dai ascolto…”. // Mi dicevi, e io bevevo come terra / senza piogge: – ogni giorno / un seme gettato in questi solchi, / ogni giorno una goccia di sangue.
III
Stava dinanzi la Basilica, / musica di sole e di archi, / ed entrammo a salutarLo. // Sotto le volte i passi agitavano / onde di silenzio. // Non pietre, non dipinti, Verbo / che prende carne, mentre ai bordi, lontana / la vita della strada / arrivava a fiotti, infranta” (David Maria Turoldo, Trittico a S. Maria delle Grazie, pp. 11- 13, op.cit.).
Anche in questa poesia non è importante sapere se Turoldo si riferisca ad un luogo particolare. Parla di Corso Magenta, una “via storica nel centro di Milano, conosciuta per la sua eleganza e per la presenza di importanti punti di interesse culturale” (Fonte Internet). La Chiesa di Santa Maria delle Grazie, sempre in corso Magenta, eretta nel 1470 da Cristoforo Solari, ospita nel refettorio del convento “L’ultima cena” di Leonardo Da Vinci, il celebre dipinto commissionato da Ludovico il Moro. La chiesa è la casa di Dio. La strada è percorsa dagli uomini, che si affannano e corrono, non “stanno mai con le mani in mano”. Dio è ai margini della strada. Il sacerdote è “lo scaricatore di porto che prova a portare tutti al mare di Dio”. Dio attende all’interno delle volte dell’edificio sacro la propria sposa. Questa, la Chiesa, tarda ad arrivare: “Chiesa di Dio, Chesa di Dio / ove sei? Io ti cerco / e non ti trovo, io ti chiamo / e non rispondi, io t’invoco / e non mi dai ascolto…”. La terra è arsa. Manca la Parola che annunci la Speranza. La vita della strada fa il proprio corso.
La Compieta è l’ultima delle ore canoniche, con la quale si compie la preghiera della giornata, che inizia con le Lodi, prosegue poi con l’ora terza, sesta, nona e i Vespri. Anche in quest’altra poesia, il confronto è tra un dentro e un fuori, tra la pieve, la casa di Dio e la vita di tutti i giorni. “Potevo almeno d’un’ umile / pieve sentirmi signore, / dirTi col gregge, a sera, / lungo il crinale dei colli / le preci. Col sole, / con le pietre, con questo / Tuo popolo santo / ripetere l’offerta. / Segnare le porte sull’alba / aperte; la festa / ricomporre il messaggio / con parole odoranti / avena e miele, quando / il sagrato continua il racconto / delle biade delle mucche del tempo / immutabile. // Potevo obbedire allora alla Legge / impossibile, come, / nel ricordo, il lago/ immobile” (David Maria Turoldo, A Compieta, pag. 16, op. cit.).
La pieve di cui si parla è l’abbazia di Sant’ Egidio a Fontanella di Sotto il Monte, dove David Maria Turoldo ha abitato dal 1964 al 1992, l’anno della sua morte. Il lago, ricordato nel penultimo verso, è il lago Maggiore, dove il Servo di Maria si trovava momentaneamente nel 1947. Fuori dalla pieve, sul sagrato, nella assolata campagna bergamasca, freme la vita di sempre: la raccolta delle biade e le mucche che sono al pascolo. “La pieve, dal latino plebs, is, popolo o plebe, inizialmente, in epoca romana indicava la comunità dei fedeli cristiani, sia in città che in campagna. Con il passare del tempo, soprattutto durante il periodo longobardo, la pieve assunse il significato di circoscrizione territoriale con una chiesa battesimale e il cimitero, spesso coincidete con un centro abitato o un’importante zona rurale” (fonte Internet).
La poesia di David Maria Turoldo si nutre di ricordi, soprattutto quelli lontani, quando da ragazzo abitava nella campagna friulana: “Ma quando facevo il pastore / allora ero certo del tuo Natale. / I campi bianchi di brina, / i campi rotti al gracidio dei corvi / nel mio Friuli sotto la montagna, / erano il giusto spazio alla calata / delle genti favolose. / I tronchi degli alberi parevano / creature piene di ferite; / mia madre era parente / della Vergine, / tutta in faccende / finalmente serena. / Io portavo le pecore fino al sagrato / e sapevo d’essere uomo vero / del tuo regale presepio” (David Maria Turoldo, Natale, pag. 17, op.cit.). La mamma del piccolo Turoldo, nel ricordo dell’uomo ora maturo, era quasi parente della Vergine Maria, tanto le somigliava negli abiti e nella serenità del volto. Tutta la vita del piccolo pastorello si svolgeva per i campi, quando non portava le pecore fino sul sagrato. Tutto intorno però era festa grande, per il Natale imminente.
Nella poesia che segue, tutto è un canto di festa, anche se si celebra un funerale: “Marea di vento sulle viti / e insieme tuffi di sangue nuovo / alla foce del cuore e gridi di bimbi / alle porte del convento. / Il bosco beveva luce / come un ebbro il vino. // Ma uno ora è calato / nel grande seno, / uscito dalla casa / ove un altro attende / dietro l’arco immenso / (lei seduta, in silenzio) / che gli fioriscano mani / in cerca del suo volto. // Intanto il sole gira sulla piazza. / Ora l’ombra è di nuovo / ferma alle porte, / mentre la grande via d’asfalto / è un fiume d’argento. // Dietro a me venivano le piangenti / ed altri, muti. Nessun certo / sapeva dirmi le voci / dei bimbi nel vento / e il suono delle campane / nel cielo a festa. // In quel momento una nube bianca / montava all’impazzata / dietro le montagne” (David Maria Turoldo, Funerale in mattina di festa, pp. 20- 21, op.cit.). Il vento che soffia impetuoso sui filari di viti, le grida dei bambini, il bosco abbagliante di luce, il sole che gira sulla piazza del convento, la strada che conduce all’abbazia, colma di gente in preghiera, il suono delle campane, la nube bianca che sale all’impazzata sulle alte cime delle montagne, tutto nella poesia è mirabilmente descritto. Si celebra un funerale a Sant’Egidio e la natura partecipa al silenzio orante di chi si è dato convegno per partecipare alle esequie di un proprio caro. Il valore aggiunto del libriccino è dato anche dalle tre incisioni a punta secca, create da Mauro Maulini, che animano alcuni versi delle poesie.
Tutta la poesia di David Maria Turoldo oscilla tra dubbio e speranza. Anche quando crediamo di non riuscire più a decifrare l’alfabeto delle cose e degli uomini e di non trovare un senso per tutto, alla fine ci arriva sempre un segnale della Sua presenza: “Sola ci cammina sopra la luna / con vesti regali verso l’alta notte”. Nell’ultima poesia della raccolta, scomoda anche il profeta Giona, che viene chiamato dal Signore a predicare agli abitanti di Ninive perché si convertano, da pagani quali erano, all’unico vero Dio. Giona rifiuta l’invito, si imbarca su una nave, direzione Tarsis, forse l’attuale Gibilterra o la Sardegna. La barca naufraga e Giona viene ingoiato da un grosso pesce. Rimane nel corpo del grosso cetaceo per tre giorni e tre notti. Al terzo giorno viene letteralmente sputato fuori dalla bocca del grosso pesce e riprende la strada del ritorno. Predica agli abitanti di Ninive, che, con sua grande meraviglia, tutti si convertono. Nell’episodio di Giona si cela la morte e la risurrezione di Gesù, che risorge appunto al terzo giorno.
Il Servo di Maria si sente come Giona, il profeta disarmato della Bibbia. Le porte, austere e antiche dell’edificio sacro sono mute. “ .. leoni vegliano dai marmi / e santi guardano con occhi vivi / dalle pietre nere e tutto / il frontale è uno sbattere d’ali, / – ovvero umili porte obliate / di chiese fra palazzi assurdi / ove pietosi Lazzari scoprono / le carni ferite e un cane / guarda la gente andare. / / quando dal marciapiede, folle / mi sospingono avanti precipitose, / le tue porte sento premere / sigilli neri o bocche di silenzio / sul volto ateo delle case; bocche che dalla caverna buia / spalanchi ad ogni passo come / il cetaceo delle acque di Joppe / per Giona che s’aggirava fuggiasco / tra gli scali in cerca di scampo. // allora un automa sono dai piedi di sasso. / Mi ghermisce una mano la veste a brandelli: / è come se portassi a solo il peso / della città in rovina. / Crollano palazzi sulle mie braccia. / Signore, Signore, abbi pietà, / io non posso più profetare. / A te pure i bufali hanno rotto la faccia / hanno strappato la lingua. // Così mi tramuto in cariatide esangue; / pietra in mezzo al selciato. / risputato fuori dal mostro violento / e ormai impotente a ripeter la fuga. / Non dentro il tuo ventre, Signore, / non fuori dalle maglie della tua rete. // Ormai la città non vuole ragioni / come la ciurma impaurita della nave. / Non avanza di me che una macchia pallida / un involucro d’alga alla deriva, mentre / la facciata è una sindone immensa di occhi / che mi denudano allo stupore di tutti. / Sola cammina sopra la luna / con vesti regali verso l’alta notte” (David Maria Turoldo, Nel segno di Giona, pp. 24- 25, op. cit.).
David Maria Turoldo davanti a tanto silenzio assordante, proprio di chi non vuol sentire ragioni, si sente il servo inutile di cui parla il Vangelo. È simile ad un involucro d’alga alla deriva. Sembra che voglia dire con Ungaretti: “Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata” (G. Ungaretti, Natale). Si paragona ad una cariatide, persona anziana, che sta a rappresentare qualcosa di vecchio ed obsoleto che non interessa più a nessuno. Tutti vivono qui ed ora e non vogliono ascoltare nessun annuncio che parli di vita piena e di verità. Eppure anche in mezzo allo sconforto più assoluto, sente che deve annunciare parole di vita eterna. Il profeta non è colui che predice il futuro ma parla del presente e delle sue storture: consumismo, indifferenza, assuefazione al male, rassegnazione. In forza del Vangelo e della Parola indica la via da seguire: carità, dignità, giustizia, libertà, amore. Abbiamo bisogno tutti di veri profeti, soprattutto in un’epoca, dove a dominare, sono le guerre, gli armamenti, lo scollamento generazionale, i genocidi tentati e gli spettri del passato che sembrano essere ritornati. Il nazionalismo di ieri ora si chiama sovranismo, ma è la stessa identica cosa. Il razzismo del bianco oggi si chiama suprematismo. Siamo bravi ad inventare termini nuovi ma che sono uguali a quelli antichi quanto al contenuto.
Raimondo Giustozzi