di Raimondo Giustozzi
Sono queste le parole che il presidente Allende disse a padre Turoldo durante una visita al Palazzo della Moneda.
“Il cristianesimo ci deve aiutare” è l’articolo di David Maria Turoldo, pubblicato nel quotidiano Il Giorno, rubrica, Religione e mondo moderno, curata da Giancarlo Zizola, che così scriveva nel sommario: “Il Cile, come il Vietnam, è stato un nodo della coscienza cristiana di questi ultimi anni. Padre David Maria Turoldo, noto religioso dei “Servi di Maria”, autore di liriche e di saggi, ha dedicato ad Allende, di cui fu ospite l’anno scorso (1972) con alcuni amici italiani, questa riflessione cristiana. Padre Turoldo è il fondatore a Fontanella di Sotto il Monte, paese natale di papa Giovanni, di un centro di dialogo ecumenico per il quale passano ogni anno diverse migliaia di giovani”.
“La morte di Salvador Allende mi spinge a dire semplicemente il paradosso della mia fede, di una fede sempre contrastata e negata dalla storia; fede in cui voglio credere per assurdo, o meglio perché non c’è altra soluzione che la sconfitta per vincere. È questa la proposta di Cristo, e non ce ne sono altre! E cioè: esiste una vittoria, brutale, nazista, preistorica, sia che Hitler soccomba sia che emerga Nixon. I nomi non hanno importanza; ed è la vittoria della forza. Ed esiste un’altra vittoria, quella della morte accettata per amore; ed è la vittoria di Cristo che risorge, è vivo: è Dio stesso che interviene a sconvolgere i piani della storia, a rompere appunto l’impero della morte; ed è il segno della causa dell’uomo che non morirà mai, che non sarà mai vinta.
È così che si rende impotente la potenza, inutile e macabra la vittoria dei forti; è così che gli sconfitti vinceranno, e di essi sarà il regno; e i deboli saranno sempre l’incubo dei potenti, e segneranno la sconfitta dei vittoriosi. E questo, non soltanto per un destino dell’aldilà – cosa che non ci appartiene e che trascende le nostre conoscenze – bensì per un destino da consumarsi nella storia, nel di qua. È qui, nella storia, che il sangue dell’ucciso genera nuove vite, perché la morte non finisce nulla, come canta Rafael Alberti proprio per Allende.
Non è la morte pertanto che deve farci paura, soprattutto la morte subita o accettata o eletta per fede, per fede in Dio e nell’uomo, nel mistero dell’uomo, nell’eterno che portiamo in noi e che non sarà mai ucciso, perché possono uccidere il corpo ma non lo spirito; ed è per questo che comunque, in tanti modi si risorge, inevitabilmente e in modo insopprimibile. Del cui mistero, Cristo appunto è simbolo e realtà divina: Quell’uomo che voi avete ucciso, Dio stesso lo risuscitò dai morti.
Io qui non faccio paragoni con nessuno: dico solo che le cose avvengono così, sia pure a vari livelli e contenuti e magari in varie direzioni; sì, perché anche il male ha una sua permanenza, una sua sopravvivenza, direi perfino una sua eternità almeno storica; io qui inseguo queste linee metafisiche della storia. Allora ciò che conta non è la morte, ma il modo e le ragioni per cui si muore; è questo che conta! Conta cioè la fede che ci porta a morire, la qualità di questa fede, anche se inconscia, o meglio misteriosa allo stesso eroe. Conta continuare a credere nonostante tutto, anche se storicamente saremo uccisi. E saranno le cose conquistate con queste lacrime e con questo sangue di poveri, di disarmati, di deboli, di assediati dalla potenza, di schiacciati dai panzer e dai reattori al laser, a segnare il cammino, l’avanzata dell’umano, a tracciare il crescere e il dilatarsi del regno dell’uomo. Sono tutte cose necessarie. Senza sangue non si dà liberazione.
Finalmente dunque, pure in questi nostri tempi di vampiri, di gangster al potere, di militari dovunque, finalmente anche in questi tempi di avvilimento e di degradazione, di emarginazione dei poveri, di schiacciamento delle libertà perfino primordiali dell’uomo, nonostante il gran parlare dei diritti dell’uomo da tutte le chiese e da tutti i governi del mondo, finalmente dico che uno ha saputo morire. Ha scelto bene almeno la morte.
Altri diranno se ha saputo o meno reggere le sorti dei poveri, come voleva; altri verranno a dire (i soloni!) dove e perché abbia sbagliato; e magari, dietro le loro dotte analisi nasconderanno gli alibi delle loro responsabilità e del loro tradimento: questa è una faccenda che non deve turbare. Ciò di cui tutti i poveri devono essere grati è che un uomo è morto per loro, per la loro causa. Né si creda quando diranno che il potere lo aveva sedotto; perché lui, così aristocratico e signorile e affascinante, aveva mille altri modi ed altre vie per raggiungere e mantenere poi un potere che, infine, era perfino facile conquistare. Bastava appunto mettersi con i forti, bastava mettersi dalla parte del dio della terra, il quale “Tutti questi regni ti darà, se inginocchiato, tu lo adorerai!”, e così tu sei sicuro di stare al potere. La cosa rara è precisamente questo non inginocchiarsi che segna l’abdicazione dell’uomo, di ogni uomo; la cosa rara è questa scelta, che è scelta cristiana.
Io ricorderò sempre la risposta che diede ad una mia domanda precisa sulla sua fede, fattagli proprio in quel palazzo della Moneda, ora in fiamme; domanda poi ripresa nella sua stupenda casa, segno di raffinata eleganza e altissima educazione civica e umana, pure essa ormai un cumulo di rovine; mi rispose: “Altri credono che l’ideale sia la potenza, la ricchezza, il progresso puramente tecnico ed economico o altro del genere, noi invece crediamo, prima di tutto nell’uomo, e qui non si può prescindere dal cristianesimo; il cristianesimo ci deve molto aiutare”.
Egli poteva andare contro l’uomo, bastava che l’avesse voluto, ma nel suo caso era andare contro il povero, contro l’operaio, contro l’uomo che voleva liberare, perciò ha perduto, o meglio ha preferito la morte. Altri “Hanno ucciso un uomo. / Cieca la mano che uccide. / Cadde ieri, / ma il suo sangue / già oggi stesso si innalza” (Davide Maria Turoldo, Il Cristianesimo ci deve aiutare).
Raimondo Giustozzi